giovedì 5 febbraio 2026

Rafael Pacha-“Not Normal After Music”-Intervista all'autore

 


“Not Normal After Music”

Recensione e intervista a Rafael Pacha

 

Ci sono album che nascono da un’urgenza tecnica, altri da un’idea concettuale, altri ancora da un percorso di ricerca. Not Normal After Music, il nuovo lavoro di Rafael Pacha, appartiene a una categoria più rara: quella dei dischi che sembrano emergere da un luogo interiore, da una rivelazione che continua a rinnovarsi nel tempo. Il titolo, volutamente enigmatico, suggerisce una trasformazione permanente: dopo la musica, nulla torna davvero “normale”. E ascoltando queste tracce, si capisce bene perché.

Pacha vive la musica come un’esperienza intuitiva, quasi epifanica. Non sorprende quindi che l’album si muova con naturalezza tra ispirazioni diverse, senza mai perdere coerenza. La componente Fusion, dichiarata fin dall’inizio del progetto, non è un esercizio di stile ma un linguaggio che permette all’autore di fondere personalità, timbri e visioni. Accanto a lui, un gruppo di collaboratori di altissimo livello - Michael Manring, Alessandro Di Benedetti, Jan‑Olof Strandberg, Risto Salmi, tra gli altri - contribuisce a dare forma a un suono ricco, stratificato, ma sempre leggibile.

L’apertura con Contradiction mette subito in chiaro l’approccio: una scrittura che nasce da intuizioni improvvise ma trova struttura attraverso l’ascolto interiore, il silenzio, la disponibilità a lasciar fluire ciò che arriva. È un metodo che Pacha descrive bene nell’intervista che segue questa recensione, e che qui si percepisce in ogni passaggio: nulla è forzato, nulla è esibito, tutto sembra emergere con naturalezza.

Il cuore concettuale del disco si trova forse in Plowman of the Sky, un brano di diciotto minuti ispirato a Saint‑Exupéry e alle immagini de Il piccolo principe. Non è un omaggio letterale, ma un dialogo emotivo con un’opera che Pacha considera un richiamo all’umanità. La musica scorre come un racconto, alternando delicatezza e slanci lirici, con una costruzione che riflette la capacità dell’autore di trasformare immagini interiori in paesaggi sonori.

C’è poi l’ironia, elemento meno evidente ma fondamentale. Pacha ha sempre guardato con stupore - e un certo sarcasmo - ai giudizi moralistici che nei primi del ’900 bollavano il jazz come musica pericolosa o immorale. Questa riflessione attraversa l’album come una corrente sotterranea: la libertà creativa come atto sospetto per chi teme la mediocrità. È un tema che l’autore affronta con leggerezza e profondità insieme, trasformando la critica in un invito a superare i confini.

Dal punto di vista timbrico, Not Normal After Music è un viaggio nella multistrumentalità di Pacha: low whistle, viola da gamba, chitarre, tastiere, percussioni… strumenti che non vengono scelti per concetto, ma perché “sono lì”, pronti a parlare. È un approccio che nasce da una vita immersa nella musica folk, nel progressive, nel jazz, e che permette all’autore di muoversi con naturalezza tra tradizione e sperimentazione.

La presenza dei collaboratori non è decorativa: Pacha compone pensando a loro, conoscendo profondamente il loro linguaggio. E proprio questa fiducia reciproca permette ai brani di respirare, di espandersi, di trovare una forma che va oltre la somma delle parti.

Il disco si chiude con una riflessione implicita sul tempo, sulla maturità, sulla consapevolezza. Pacha non nasconde le trasformazioni del suo percorso: ciò che poteva fare da giovane oggi non gli appartiene più, e ciò che comprende oggi allora gli sfuggiva. Ma è proprio questa dialettica - tra ciò che si perde e ciò che si guadagna - a rendere Not Normal After Music un’opera così viva, così umana.

È un album che non cerca di stupire, ma finisce per farlo. Non cerca di essere complesso, ma lo diventa quando serve. Non cerca di essere spirituale, ma lo è nel modo più autentico: lasciando che la musica parli quando l’ego tace.

E forse è proprio questo il senso del titolo: dopo aver ascoltato, dopo aver composto, dopo aver vissuto la musica, non si torna più indietro. Non si è più “normali”. E va bene così.

Ascoltiamo alcuni frammenti…


Tracklist – Not Normal After Music

1.   Contradiction

2.   El Diablo Cuando Se Aburre…

3.   Joy

4.   Plowman of the Sky

5.   When in Doubt…

6.   Top of the Hill

7.   Silence Is a Sticker

8.   Wonder If I’ll Be

9.   Joy (Alternative Version) – Bonus Track             

 

Line‑up

Rafael Pacha

chitarre, low whistle, tastiere, zither, flauti dolci, percussioni, violino elettrico, viola da gamba, basso

Con la partecipazione di:

Kimmo Pörsti-batteria e percussioni

Risto Salmi – sax

Alessandro Di Benedetti – voce, tastiere

Michael Manring – Zon Hyperbass

Paula Pörsti – voce

Jan‑Olof Strandberg – basso

John Wilkinson – voce

Toni Jokinen – chitarra

 

Crediti

Composizioni: Rafael Pacha

Produzione: Kimmo Pörsti

Etichetta: Seacrest Oy

Formato: CD

Data di uscita: 30 gennaio 2026

Copertina: Kimmo Heikkilä


INTERVISTA ALL'AUTORE


Il titolo “Not Normal After Music” è molto evocativo. In che modo questa “non-normalità” descrive il tuo rapporto con la musica oggi, rispetto alla rivelazione adolescenziale che racconti?

Il mio rapporto con la musica, da adolescente e oggi, è fondamentalmente lo stesso - forse ora con un coinvolgimento ancora maggiore - ma in entrambi i casi nasce dallo stupore che provo quando la musica appare. È un’esperienza soggettiva, non misurabile, ma incredibilmente comune sia tra gli ascoltatori che tra i musicisti. Il mio approccio è sempre stato intuitivo: all’inizio per necessità (mio padre si rifiutò di finanziare la mia formazione musicale), e più tardi come scelta consapevole, dopo aver frequentato una scuola di musica che considero la mia “Alma Mater”.

L’album nasce più da intuizioni improvvise o da un processo compositivo strutturato?

Nel mio caso, il processo compositivo strutturato è sempre innescato da intuizioni improvvise. A volte queste intuizioni arrivano da un’idea, un’immagine o una storia, che può essere musicale o meno; altre volte arrivano come la “voce” dello strumento che sto suonando. Ma sempre dopo un ascolto interiore, dopo il silenzio, e dopo essermi lasciato andare.

Ti ha sempre colpito come la stampa formalista dei primi del ’900 considerasse la nuova musica - in particolare il jazz - come qualcosa di dannoso o immorale. In che modo questa paura dell’innovazione ha contribuito al tono ironico o sarcastico dell’album?

Ho sempre trovato assurdi i rigidi vincoli canonici che giudicano immorale un’arte capace di esprimere una libertà assoluta, come il jazz. È un atteggiamento che nasce dalla paura della mediocrità, che preferisce un’arte misurabile e incasellata. Nel momento in cui qualcuno si eleva al di sopra della mediocrità, viene accusato di essere demoniaco e amorale, come accadde a Mozart o al jazz dei primi del ’900. Se guardi questa idea con un po’ di ironia, la risposta spontanea sarebbe… “Aspetta un attimo, ora ti faccio vedere io”.

In questo album emerge una forte componente “Fusion”. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio, oppure è nata spontaneamente durante il processo creativo?

Questo risale all’inizio stesso del progetto. All’inizio, Kimmo ed io immaginavamo qualcosa vicino a una “fusione”, sia di stili che di personalità, e nel mio caso volevo approfondire uno stile che ammiravo ma con cui non mi sentivo del tutto a mio agio. Ma sì, è stata una scelta fin dall’inizio.

“Plowman of the Sky” è un brano di 18 minuti ispirato a Saint-Exupéry. Cosa ti ha attratto della sua figura e come hai tradotto musicalmente il suo immaginario?

“Plowman of the Sky” nasce da idee musicali composte per la colonna sonora di un audiolibro de “Il piccolo principe”Ho sempre considerato quest’opera un richiamo all’umanità, qualcosa di cui abbiamo disperatamente bisogno oggi. Antoine de Saint-Exupéry ha riempito questa storia di immagini che ho riletto più volte nella mia vita, scoprendo ogni volta cose nuove e sorprendenti. Ed è molto semplice, dopo averla letta, lasciarsi andare e permettere alla musica di fluire.

In “When in Doubt…” riprendi il consiglio del tuo insegnante: “Aumenta la complessità”. Come vivi oggi il rapporto tra complessità e immediatezza nella tua musica?

La risposta più semplice è che cerco di bilanciare complessità e immediatezza nel modo migliore possibile, perché oggi ho gli strumenti per farlo. Molto spesso, quando mi blocco, ho la sensazione che qualcosa - o qualcuno - prenda in mano il brano e lo faccia nascere attraverso di me, usando le mie mani. In quei momenti il mio unico compito è restare preparato, allenato, disponibile a lasciar fluire ciò che arriva.

La tua strumentazione è vastissima: dal low whistle alla viola da gamba. Come scegli quale strumento “parlerà” in un determinato brano?

Non lo so. Sono semplicemente lì, a portata di mano; li prendi e li suoni. Se ci penso un po’ di più, forse deriva dalla cultura musicale in cui ho cercato di immergermi per tutta la vita. Ho un’idea di come suona la musica folk, o il progressive rock, o il jazz (lo chiamo “stare sulle spalle dei giganti”), e questo influenza il modo in cui affronto gli arrangiamenti, sia avvicinandomi alla norma sia allontanandomene.

Collabori con musicisti molto diversi tra loro (Manring, Di Benedetti, Strandberg…). Come cambia il tuo modo di comporre quando sai che un certo artista interpreterà una parte?

Il mio modo di scrivere è cambiato radicalmente e, dopo un periodo di totale imbarazzo in cui non mi sentivo all’altezza dei geni con cui collaboro, ho capito che qualunque cosa io componga prenderà vita in modo straordinario grazie alle loro menti. Lavorare con loro significa concedere completa libertà creativa, e la musica nasce proprio da questo. Per questo è fondamentale conoscere il loro lavoro e studiare i loro album. La conseguenza è semplice: finisci per ammirarli profondamente.

Il tuo rapporto con la Musica è descritto come qualcosa di quasi sacro. Come si riflette questa visione nelle sonorità e nell’approccio compositivo dell’album?

So che è un cliché dirlo, ma che domanda mi hai fatto! Più che “sacro” (che lo è, ma non approfondiremo), mi piace descrivere questo rapporto come qualcosa di soggettivo e molto comune, ma né oggettivo né misurabile. Quando registri o componi qualcosa, se sei onesto con te stesso, puoi capire se la musica è davvero lì o se è solo il tuo ego che dice sciocchezze. Questo è l’approccio compositivo quando si tratta di scegliere cosa vale la pena includere in un album.

Nella tua biografia dici che “fai quello che puoi nella musica”. Dopo oltre quarant’anni di esperienza, cosa senti di poter fare oggi che prima non era possibile?

Tutto e niente. Ci sono cose che potevo fare quando ero giovane e che ora non posso più fare. E cose che ora capisco e che allora non capivo. In breve, sì, scambierei volentieri il posto con qualcuno di 18 anni, ma solo se potessi sapere ciò che so ora. Per esempio, allora non sapevo contare musicalmente oltre 3 o 4, le mie armonie non erano nulla di speciale, e pensavo che il mio ego fosse importante. Ma ero più veloce, e l’attrezzatura sembrava più leggera. Non scambierei mai la confusione che avevo allora con la confusione che ho adesso.