Non è la mia musica, e forse proprio per questo mi affascina.
Serge Gainsbourg appartiene a quella
categoria di artisti che si possono osservare anche da lontano, senza
appartenenza né devozione, come si guarda un passante che porta con sé
un’eleganza fuori tempo. Non serve condividerne il passo per riconoscerne la
grazia. E oggi, 2 marzo, la data della sua scomparsa, torna spontaneo
fermarsi un momento e riascoltare quel sussurro ironico che ha attraversato la
musica francese come una corrente sotterranea.
Gainsbourg nasce Lucien Ginsburg, figlio di un pianista russo
emigrato a Parigi. Cresce tra tele, odori di pittura e un pianoforte che sembra
più un compagno di sopravvivenza che uno strumento. La musica arriva quasi per
ripiego, come una via laterale per chi non si sente abbastanza bello per il
palcoscenico e nemmeno abbastanza docile per la vita ordinaria. La sua voce,
bassa e ruvida, non seduce: confida. E in quella confidenza c’è già tutto.
Negli anni ’60, mentre la Francia si lascia trascinare dallo
yé‑yé, Gainsbourg costruisce un mondo parallelo: orchestrazioni raffinate,
testi che giocano con il doppio senso, un erotismo che non ha nulla di esibito
e molto di letterario. Je t’aime… moi non plus è un piccolo
teatro dell’ambiguità, un dialogo tra desiderio e pudore che oggi, nell’epoca
dell’esibizione permanente, suona quasi timido.
Poi arrivano gli anni ’70 e con essi Histoire de Melody Nelson, un racconto in musica più che un album. Archi cinematografici,
groove funk, una voce che non canta ma narra: è qui che Gainsbourg diventa
davvero Gainsbourg, un autore che usa la canzone come un romanziere usa la
punteggiatura.
Negli anni successivi sperimenta tutto ciò che può: reggae,
elettronica, cinema, provocazioni televisive. A volte inciampa, spesso
sorprende, mai si ripete. La sua vita sentimentale - Bardot, Birkin, gli amori,
gli eccessi - diventa parte del racconto, ma non lo inghiotte. Rimane sempre un
passo indietro, come se osservasse sé stesso da un angolo della stanza.
Quando muore, il 2 marzo 1991, Parigi si accorge che
quel mormorio ironico e malinconico era diventato una parte del suo paesaggio
sonoro. La casa di Rue de Verneuil si riempie di graffiti e fiori: non un
culto, ma un gesto di gratitudine.
Oggi, in un tempo in cui la musica sembra spesso costruita
per essere consumata in fretta, Gainsbourg appare quasi un anacronismo. Non
cercava l’approvazione, non inseguiva il consenso, non si preoccupava di
piacere. E forse è proprio questo che lo rende attuale: la sua ostinazione a
essere sé stesso, anche quando non conveniva.
Non è la mia musica, dicevo. Ma è impossibile non riconoscere il valore di chi ha saputo trasformare il disincanto in stile, la fragilità in voce, la provocazione in linguaggio. E ricordarlo oggi, nel giorno della sua scomparsa, significa semplicemente riconoscere che certi sussurri continuano a farsi sentire anche quando il mondo intorno cambia ritmo.

