Il ricordo di un interprete che ha segnato un’epoca senza clamore
Apprendo ora che, nella notte, Paki Canzi ci
ha lasciato, e la notizia porta con sé quella sensazione sospesa che accompagna
la scomparsa di figure entrate, quasi senza accorgercene, nella memoria
collettiva. Per molti, il suo nome è legato ai Nuovi Angeli, una delle
formazioni più riconoscibili della musica leggera italiana tra la fine degli
anni Sessanta e i primi Settanta.
La sua voce, morbida e immediata, ha contribuito a definire
un repertorio che ancora oggi conserva una freschezza particolare. Non era un
interprete sopra le righe, preferiva la misura, la chiarezza, la melodia che
arriva senza forzature.
La storia musicale di Paki inizia con il duo Paki &
Paki, nucleo originario di ciò che sarebbe diventato il gruppo. L’incontro
con Alberto Pasetti, Renato Sabbioni e Ricky Rebaioli dà
vita ai Nuovi Angeli, nome scelto proprio da lui. Da lì arrivano i brani
che hanno attraversato generazioni: Donna Felicità, Singapore, Ragazzina ragazzina, L’orizzonte è azzurro anche per te, Una caverna.
Canzoni che raccontavano un’Italia giovane, leggera, curiosa.
Non tutti ricordano che nel 1969 i Nuovi Angeli parteciparono
anche a Un quarto di vita, opera di Giorgio Gaslini rappresentata al
Teatro Regio di Parma. Un episodio che testimonia la disponibilità di Paki a
muoversi anche fuori dai confini del pop più immediato.
La notizia della sua scomparsa colpisce anche per un motivo
personale. A breve era previsto un suo concerto, un ritorno sul palco che molti
attendevano con affetto. Della band avrebbero fatto parte anche due miei amici
concittadini, e proprio due giorni fa avevamo parlato dell’evento, con la
naturalezza di chi dà per scontato che certe voci continueranno ad
accompagnarci. Sapere che quel momento non arriverà più aggiunge una nota di
malinconia a questo addio.
Paki Canzi lascia un’eredità fatta di canzoni che non hanno
mai preteso di essere altro da ciò che erano: melodie limpide, testi diretti,
un modo di stare sulla scena che privilegiava la sincerità alla
spettacolarizzazione. È forse questa la ragione per cui la sua voce continua a
essere ricordata con affetto, perché apparteneva a un’epoca in cui la
semplicità non era un limite, ma una forma di autenticità.
