James Taylor fu il più celebre tra i singer‑songwriter che,
all’inizio degli anni ’70, incrinarono il cliché del folk‑singer politicizzato
e militante. La sua figura inaugurò un nuovo modello: il cantautore
introspettivo, colto, fragile, capace di trasformare la confessione privata in
forma d’arte. Eppure, pur avendo intuito per primo quella svolta, Taylor non
riuscì mai a sfruttarla fino in fondo, lasciando ad altri - da Joni Mitchell a
Jackson Browne - il compito di radicalizzarne la poetica.
Taylor esordì a New York con la Flying Machine, le cui
registrazioni del 1967 verranno pubblicate postume in The Original Flying
Machine (1971). La sua carriera fu segnata fin dall’inizio da un tormento
personale che divenne parte integrante della sua identità artistica: il
ricovero psichiatrico, la dipendenza da eroina, la depressione ricorrente. Le
sue canzoni – sostenute da una chitarra acustica dal tocco jazzato e da un
fraseggio vocale morbido, quasi terapeutico – riflettono queste fratture
interiori.
Il debutto James Taylor (1969), prodotto in
Inghilterra per la Apple, rivelò un talento già maturo: ballate delicate,
arrangiate con cura, tra cui spiccano Carolina On My Mind e Something
in the Way She Moves. La consacrazione arrivò con Sweet Baby James
(1970), un disco cardine del cantautorato americano. La timbrica poliedrica di
Taylor, la sua tecnica chitarristica e il pianismo empatico di Carole King
plasmarono brani come Sweet Baby James, Fire and Rain e Country
Road, che divennero immediatamente classici.
Mud Slide
Slim and the Blue Horizon (1971), con ospiti come John
Hartford e Richard Greene, conteneva ancora gemme come You Can Close Your
Eyes e Long Ago and Far Away, pur mostrando già un primo calo
d’ispirazione. La cover
di You’ve Got a Friend di Carole King lo portò in vetta alle classifiche
e contribuì a costruire la sua immagine pubblica, ulteriormente amplificata dal
matrimonio con Carly Simon e dal loro duetto Mockingbird (1974).
I successivi One Man Dog (1972) e Walking Man
(1973) segnarono un evidente indebolimento creativo: dischi frammentari, più
domestici che visionari. Con Gorilla (1975), che conteneva l’ironica Mexico,
Taylor mostrò i limiti intellettuali di un personaggio sempre più ripiegato su
un intimismo rassicurante.
A partire da In the Pocket (1976), con Shower the
People, Taylor iniziò a ridefinirsi come interprete sofisticato di canzoni
orchestrali, spesso cover di rhythm and blues. La conversione all’easy
listening gli fruttò un enorme successo commerciale: JT (1977), trainato
da Handy Man, divenne disco di platino. Flag (1979) apparve
invece come una raccolta di scarti del disco precedente.
Gli anni ’80 – Dad Loves His Work (1981), That’s
Why I’m Here (1985), Never Die Young (1987) – proseguirono la
discesa in un pop elegante ma poco incisivo.
Con New Moon Shine (1991) Taylor ritrovò una certa
profondità emotiva, mentre Hourglass (1997) mostrò un’artigianalità
sonora ancora più raffinata, ormai lontana dalla scena folk-rock delle origini.
Lo stile autunnale di questi lavori culminò in October Road (2002), un
disco che suona come il testamento sereno di un artista sopravvissuto a sé
stesso.
Negli anni successivi Taylor ha continuato a pubblicare album
di qualità – Covers (2008), Before This World (2015), American
Standard (2020) – confermandosi come interprete di classe più che come
innovatore. La sua figura è oggi percepita come quella di un patriarca della
canzone americana, simbolo di un’intimità gentile e di una vulnerabilità che,
negli anni ’70, aprì la strada a un’intera generazione.
Greatest Hits (1976) resta la sintesi più efficace del suo periodo d’oro.
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