giovedì 12 marzo 2026

Tanti auguri James Taylor


James Taylor fu il più celebre tra i singer‑songwriter che, all’inizio degli anni ’70, incrinarono il cliché del folk‑singer politicizzato e militante. La sua figura inaugurò un nuovo modello: il cantautore introspettivo, colto, fragile, capace di trasformare la confessione privata in forma d’arte. Eppure, pur avendo intuito per primo quella svolta, Taylor non riuscì mai a sfruttarla fino in fondo, lasciando ad altri - da Joni Mitchell a Jackson Browne - il compito di radicalizzarne la poetica.

Taylor esordì a New York con la Flying Machine, le cui registrazioni del 1967 verranno pubblicate postume in The Original Flying Machine (1971). La sua carriera fu segnata fin dall’inizio da un tormento personale che divenne parte integrante della sua identità artistica: il ricovero psichiatrico, la dipendenza da eroina, la depressione ricorrente. Le sue canzoni – sostenute da una chitarra acustica dal tocco jazzato e da un fraseggio vocale morbido, quasi terapeutico – riflettono queste fratture interiori.

Il debutto James Taylor (1969), prodotto in Inghilterra per la Apple, rivelò un talento già maturo: ballate delicate, arrangiate con cura, tra cui spiccano Carolina On My Mind e Something in the Way She Moves. La consacrazione arrivò con Sweet Baby James (1970), un disco cardine del cantautorato americano. La timbrica poliedrica di Taylor, la sua tecnica chitarristica e il pianismo empatico di Carole King plasmarono brani come Sweet Baby James, Fire and Rain e Country Road, che divennero immediatamente classici.

Mud Slide Slim and the Blue Horizon (1971), con ospiti come John Hartford e Richard Greene, conteneva ancora gemme come You Can Close Your Eyes e Long Ago and Far Away, pur mostrando già un primo calo d’ispirazione. La cover di You’ve Got a Friend di Carole King lo portò in vetta alle classifiche e contribuì a costruire la sua immagine pubblica, ulteriormente amplificata dal matrimonio con Carly Simon e dal loro duetto Mockingbird (1974).

I successivi One Man Dog (1972) e Walking Man (1973) segnarono un evidente indebolimento creativo: dischi frammentari, più domestici che visionari. Con Gorilla (1975), che conteneva l’ironica Mexico, Taylor mostrò i limiti intellettuali di un personaggio sempre più ripiegato su un intimismo rassicurante.

A partire da In the Pocket (1976), con Shower the People, Taylor iniziò a ridefinirsi come interprete sofisticato di canzoni orchestrali, spesso cover di rhythm and blues. La conversione all’easy listening gli fruttò un enorme successo commerciale: JT (1977), trainato da Handy Man, divenne disco di platino. Flag (1979) apparve invece come una raccolta di scarti del disco precedente.

Gli anni ’80 – Dad Loves His Work (1981), That’s Why I’m Here (1985), Never Die Young (1987) – proseguirono la discesa in un pop elegante ma poco incisivo.

Con New Moon Shine (1991) Taylor ritrovò una certa profondità emotiva, mentre Hourglass (1997) mostrò un’artigianalità sonora ancora più raffinata, ormai lontana dalla scena folk-rock delle origini. Lo stile autunnale di questi lavori culminò in October Road (2002), un disco che suona come il testamento sereno di un artista sopravvissuto a sé stesso.

Negli anni successivi Taylor ha continuato a pubblicare album di qualità – Covers (2008), Before This World (2015), American Standard (2020) – confermandosi come interprete di classe più che come innovatore. La sua figura è oggi percepita come quella di un patriarca della canzone americana, simbolo di un’intimità gentile e di una vulnerabilità che, negli anni ’70, aprì la strada a un’intera generazione.

Greatest Hits (1976) resta la sintesi più efficace del suo periodo d’oro.


You've got a friend




Nessun commento: