CLAUDIO MILANO
LA VOCE CHE NON STA AL SUO POSTO
Conosco Claudio Milano da
molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi
sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di
quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di
quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della
luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa
accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio
per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come
la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno
una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato
fin qui.
Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che
costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di
vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile,
senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire
un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il
luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni
organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa
che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità,
trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove
l’arte non è più intrattenimento ma necessità.
Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi
tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro
interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che
usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per
vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina
di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione,
politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma
resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.
Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui
Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci
infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma
l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e
fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco,
ma un organismo collettivo.
Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del
metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie
minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una
dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i
collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma
rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.
Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me,
un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della
brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce
che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un
haiku che contiene un mondo.
Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette
in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e
politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo
scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori
che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.
C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui
partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno
dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto
perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva,
emotiva, fisica.
E poi c’è Flipper.
L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di
Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di
registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un
sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e
moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per
metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano,
distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo
razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia,
usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento
compositivo.
Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide
che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi,
esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma
soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino
ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è
ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata
contro sé stessa.
Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un
secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian,
le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di
Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock
in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta,
Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti
sotterranee.
Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha
ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha
mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper
è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un
testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non
sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.


