Diversely Fragile: quando una vita
diventa…
racconto, suono e visione
C’è un’immagine che apre la scena: un microfono acceso, un DJ
che introduce un ospite, una città in bianco e nero sullo sfondo. È la
locandina dell’evento radiofonico dedicato a Jerry
Cutillo, ma potrebbe essere tranquillamente la copertina di un
romanzo. Perché Diversely Fragile nasce proprio così, come un progetto che non si
limita a essere letto o ascoltato, ma che si manifesta, prende forma, si mette
in scena.
Jerry non ha scritto un libro. Non ha pubblicato un disco. Ha
costruito un ecosistema narrativo, un’opera totale che tiene insieme due volumi
autobiografici fiction/fact‑based e un CD che ne amplifica la risonanza
emotiva. Un progetto che attraversa cinquant’anni di musica, viaggi, cadute,
rinascite, incontri, coincidenze e sliding doors che sembrano uscite da un
romanzo magico‑realista - e invece sono la sua vita.
Jerry lo dice senza esitazioni: la forma romanzesca è stata
l’unica possibile. La sua storia non poteva essere compressa in un memoir
lineare. Troppi incroci, troppi segnali, troppe connessioni che emergono da
sole, quasi con inquietante naturalezza. “Scrivendo mi sono spaventato più
di una volta”, confessa nell’intervista.
La verità c’è, ma è filtrata. I personaggi diventano
archetipi, specchi, non bersagli. Gli episodi non cercano la cronaca, ma il
significato.
È un’autobiografia che si concede la libertà della
letteratura, senza perdere un grammo di autenticità.
I due libri - Chronicles of the Mind’s Eye e The
Stories Untold - sono nati insieme, come due polmoni della stessa
creatura.
-Il primo volume è diretto,
crudo, pieno di fratture e rivelazioni.
-Il secondo apre spiragli di
leggerezza, ironia, stupore.
Insieme compongono un’unica traiettoria, quella di un artista che ha attraversato epoche, continenti, comunità creative e deserti interiori, senza mai smettere di interrogarsi. Un viaggiatore nel tempo che parla al sé del 1971 e al sé del futuro con la stessa lucidità.
Il CD
allegato - One Man is a Band; One Song, All His Crossroads - non è un
“bonus”. È un controcampo
emotivo: ogni brano dialoga con un capitolo, come se la musica fosse la memoria
sonora di ciò che la pagina racconta.
Jerry lo sintetizza così: “I libri raccontano i fatti, il
CD ne fa risuonare l’eco emotiva.”
La selezione è controcorrente: demo, live, versioni
alternative, registrazioni lo‑fi, momenti irripetibili catturati con mezzi di
fortuna. Nessuna ricerca di perfezione tecnica. Solo intensità, verità,
presenza.
È un manifesto dell’imperfezione come valore artistico, un
gesto quasi politico in un’epoca di iperproduzione e intelligenze artificiali
ovunque.
(La recensione del CD arriverà in un articolo dedicato, dove
entrerò nel merito delle scelte musicali, delle interpretazioni e della
costruzione narrativa dei brani.)
Il cuore di Diversely Fragile è il viaggio.
Geografico, interiore, temporale.
Dall’UK alla Russia, dalla Cina agli Stati Uniti, ogni luogo
diventa un capitolo di formazione. Ogni incontro - Gabriel, Anderson, Sinclair,
Kristina, Allcock - è una lezione umana prima che musicale. Ogni caduta è una
soglia: l’ospedalizzazione, la fuga della moglie con il figlio, la lunga
risalita, il ritorno sul palco in equilibrio su una gamba sola.
La fragilità, qui, non è un difetto, piuttosto un motore
narrativo. È la materia da cui nasce la trasformazione.
Jerry lo dice chiaramente: scrivere questi libri è stato
prima di tutto un atto di coraggio, un modo per liberare “cadaveri
dall’armadio”, per denunciare collusioni, conformismi, silenzi complici, per
restituire dignità a personaggi invisibili che nella vita reale non hanno avuto
voce.
È un gesto etico, non estetico. un modo per dire che l’arte
non può essere accomodante.
Il prologo dei libri si chiude con una frase che è quasi un
manifesto: “Domani è nelle nostre mani.”
Non è ottimismo. È responsabilità, è l’idea che, in un’epoca
in cui le certezze tremano e l’impensabile diventa realtà, l’unica via è
immaginare nuove Arcadie, nuovi mondi, nuove possibilità.
Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a incrinare
la “sbronza collettiva”, avrà già compiuto il suo compito.
In definitiva, Diversely Fragile è un’opera totale:
letteraria, musicale, autobiografica, filosofica, performativa. Un progetto che
attraversa mezzo secolo di vita e lo restituisce come un’unica, grande
narrazione.
Un artista che non ha mai smesso di cambiare pelle. Un
viaggiatore nel tempo che continua a interrogare il futuro. Un autore che ha
trasformato la fragilità in un prisma narrativo.
L’intervista integrale a Jerry Cutillo…
Diversely Fragile nasce come duologia “fiction/fact-based”. In quale momento hai capito che la forma romanzo era l’unica capace di contenere la tua autobiografia?
Sin da principio. La narrazione si è spontaneamente orientata verso una dimensione romanzesca, colorando le vicende di luci e ombre. Partendo dal presupposto che ogni esistenza, ogni esperienza, se vista con una giusta lente poetico-creativa, potenzialmente racchiude in sé elementi per la scrittura di un romanzo, non ho trovato difficoltà a descrivere gli scenari che avevo impressi nella memoria.
Nei libri racconti che, scrivendo, alcuni collegamenti ti hanno “spaventato”. Qual è stato il più inatteso o rivelatore?
Se li elencassi, rovinerei parte della sorpresa per i lettori. Posso però dire che entrambi i libri contengono interi capitoli da cui emergono sequenze di cause ed effetti, cicli karmici, collegamenti sorprendenti - talvolta casuali, talvolta inevitabili, quasi predestinati. Alcuni fanno rabbrividire, altri commuovono, altri ancora fanno letteralmente scoppiare dal ridere.
Hai sempre composto album “da leggere”. Ora hai scritto libri “da ascoltare”. Cosa cambia nel modo in cui percepisci te stesso come artista?
L’espressione “album da leggere” l’ho coniata durante le interviste successive all’uscita di “Giordano Bruno”, il secondo album della mia quadrilogia prog. Immagino che anche la formula dei “libri da ascoltare” - e non solo nel senso di audiobook con uno speaker che legge - possa fare proseliti. Ho sempre creduto nella natura multimediale dell’arte. Rispetto al lavoro musicale, la produzione letteraria ti concede una maggiore autonomia d’azione, ma le visioni che muovono la penna o il plettro restano le stesse. Appartengono entrambe a quella “terra di mezzo” tra il sogno e il pensiero cosciente. Da lì emergono angeli e demoni, fantasmi e volti cari, ricordi e premonizioni che prendono forma e finiscono per sorprendere noi per primi, oltre a chi ci legge o ci ascolta.
Il CD raccoglie versioni imperfette ma autentiche. Cosa rappresenta per te l’“imperfezione” come valore artistico?
La perfezione, ammesso che esista, è un concetto astratto. Forse coincide semplicemente con il momento in cui l’artista dice “Stop”, mette giù gli strumenti e accetta che l’opera sia compiuta. L’imperfezione, invece, risiede nell’impulso originario, in quella scintilla che scatena un’eruzione di materia e genera una valanga di sliding doors: il percorso del divenire, che sai quando inizia ma non puoi sapere dove ti porterà. Entrambi gli stadi - l’istinto grezzo e la rifinitura - meritano attenzione e rispetto. Insieme, in modo complementare, tendono allo stesso traguardo: la nascita di qualcosa che rimarrà cristallizzato nel tempo, con una sua identità riconoscibile. Spesso sono proprio le piccole “sbavature” umane a rendere un brano irripetibile.
I tuoi viaggi in UK, Russia, Cina, Stati Uniti sembrano capitoli di un romanzo di formazione. Quale luogo ha inciso più profondamente sulla tua identità?
Ogni luogo ha inciso a suo modo, e hai ragione nell’accostare il viaggio in solitaria a capitoli di un romanzo formativo. Trovarsi in circostanze inusuali, cariche di imprevisti e sorprese, e misurarsi con altre realtà ci arricchisce in un modo che, da fermi, non è possibile sperimentare. Conoscere il mondo aiuta a conoscere sé stessi: è un po’ come osservare la Terra dallo spazio. In quel momento ti rendi conto della tua vera dimensione umana. Viaggiare, per me, è stato questo: ridimensionare l’ego e ampliare lo sguardo.
Se dovessi scegliere una sola “sliding door” che ha cambiato tutto, quale sarebbe?
Ogni istante di vita potrebbe rappresentare una sliding door che, se attraversata o evitata, modifica il corso degli eventi. La misteriosa rete degli infiniti universi paralleli, pane per gli scienziati di ultima generazione, ma anche per le nuove intelligenze artificiali, è sempre più tesa a comprendere quante versioni di noi stessi esistono, potenzialmente, dietro ogni scelta - o non scelta. Mezzo secolo fa, con il parka addosso e i capelli lunghi, mi lanciavo dalle gradinate del Palasport di Roma verso i posti in platea per vedere più da vicino i travestimenti di Peter Gabriel. Pochi anni dopo, mi ritrovavo a Carnaby Street con i capelli giallo canarino, a passeggiare con la mia fidanzata punk. Girato l’angolo, eccomi in corsa per un posto al Festival di Sanremo ’83 e, in un lampo, seduto in business class su un DC‑9 diretto in Olanda per presentare il mio brano di successo su Top of the Pops. Poi arrivano Festivalbar e Discoring - e la pietra continua a rotolare, senza mai fermarsi. Ma quando mia moglie si allontana a mia insaputa, portando con sé mio figlio Victor di sette mesi che rivedrò soltanto 24 anni dopo, non resta che una lunga ospedalizzazione e la speranza di imparare a camminare per la seconda volta. Raccolgo le forze, torno sul palcoscenico e rendo omaggio al mio mentore, Ian Anderson: faccio volteggiare il flauto e suono Bourrée in equilibrio su una gamba sola. La vita è strana: alzo un boccale di birra per un brindisi con Maartin Allcock dopo un nostro concerto a Shanghai, e non ho ancora posato il bicchiere che siamo già in viaggio per esibirci al Cropredy Festival, in Inghilterra. Nel 2014 il mio primo tentativo letterario viene poi abbandonato a favore dell’album che aprirà la quadrilogia prog degli OAK (Oscillazioni Alchemico Kreative), la sigla con cui realizzerò “Viandanze”. I contatti esoterici si susseguono e, dopo il doppio album “Giordano Bruno”, “Nine Witches Under a Walnut Tree” mi implorano di dare voce ai loro tormenti. Non mi sottraggo al loro richiamo e lo stesso accadrà per il successivo “Lucid Dreaming and the Spectre of Nikola Tesla”, con il quale porterò alla luce la vita del genio che scoprì il XXI secolo. Sembra che tutto possa essersi concluso, ma l’incontro con il robot umanoide Ameca a New York apre ulteriori domande e stimola nuove sfide, annunciando la fine di un’epoca e l’inizio di un altro capitolo, questa volta proiettato nell’ignoto.
Nel libro parli di cadute, ospedalizzazioni, fughe, rinascite. Qual è stato il momento in cui hai capito che la fragilità poteva diventare forza narrativa?
C’è una frase che mi accompagna da tempo: quando il diavolo ti ignora, forse è perché stai facendo qualcosa di sbagliato; ma quando viene a trovarti e rimane a osservarti, forse è perché hai deciso di fare qualcosa di giusto e lui non riesce a fermarti. Ho sempre associato la mia creatività a sensazioni estreme, tra l’estasi e i malesseri interiori, ed è stato questo bipolarismo il mio motore di vita. Nel titolo del libro ho usato il termine Fragile per costruire un gioco di parole che avrebbe aperto molteplici interpretazioni. Esiste davvero una fragilità “diversa”? O il termine “fragile” è già, di per sé, abbastanza ambiguo? Ognuno di noi possiede al tempo stesso fragilità e punti di forza. Se poi il titolo viene accostato a una copertina irriverente, sguaiata e ridanciana, è naturale chiedersi se siamo vittime di una gigantesca presa in giro o se stiamo finalmente guardando in faccia la nostra vulnerabilità.
Scrivere questi libri è stato più un atto di guarigione o di coraggio?
Prima di tutto, un atto di coraggio che ha reso possibile una forma di mutazione. Legati a me da un legame fraterno, tanti personaggi invisibili che avrebbero meritato un destino diverso prendono forma nelle mie pagine e riconquistano la scena che in vita gli è stata negata. Io stesso, ormai avulso da futili dinamiche locali, ed emancipato dagli arruffianamenti tradizionali, che hanno come risultato soltanto l’abbassamento della propria autostima, ho trovato la lucidità per liberare qualche cadavere dall’armadio. Quando il clima di decadenza, collusione, conformismo o silenzio complice mi è diventato irrespirabile, ho cambiato prospettiva e ho sentito la responsabilità, sia verso la mia coscienza sia verso chi mi segue, di urlare il mio disappunto. Senza questi elementi fondamentali, faccio fatica a immaginare cosa significhi essere davvero un artista.
Nei tuoi racconti compaiono figure straordinarie: Gabriel, Anderson, Sinclair, Kristina, Allcock… chi ti ha insegnato la lezione più umana, non musicale?
Credo Richard Sinclair. In occasione di un concerto che tenemmo insieme in un luogo a diverse miglia da Roma, Richard fece i capricci per tutta la giornata, al punto da guadagnarsi il soprannome di Cavallo Pazzo, con cui iniziammo a chiamarlo scherzosamente. In realtà stava semplicemente subendo l’approssimazione organizzativa dell’evento. Il concerto durò diverse ore e terminò molto tardi, così il promoter ci informò che non avremmo potuto cenare. Richard si imbizzarrì e minacciò di voler guidare fino al mattino, pur di trovare un posto dove poter mangiare e bere qualcosa. Maart Allcock - anche lui con noi - era perfettamente d’accordo. Così il promoter fu costretto a setacciare tutta l’area, a tarda notte, fino a scovare un locale ancora aperto. Alla fine, mangiammo, soddisfatti, e rientrammo al B&B dove avremmo trascorso la notte. Superato il cancello del resort, imboccammo uno sterrato al buio. Un cagnolino nero, di piccola taglia, cominciò a correre dietro le nostre auto scodinzolando. Non c’erano luci e il promoter, che guidava l’auto davanti a noi, non si accorse dell’animale e lo travolse. Io ero al volante della seconda auto, con Richard e Maart a bordo: assistemmo impotenti alla scena. Suonai il clacson per attirare l’attenzione di chi ci precedeva, che si fermò ancora ignaro di quanto fosse accaduto. Richard - il nostro Cavallo Pazzo - fu il primo a soccorrere il cucciolo, che tremava convulsamente. Dopo pochi istanti, l’animale esalò l’ultimo respiro tra le sue braccia. Richard continuò a tenerlo stretto, accarezzandolo, poi gli abbassò le palpebre. Con movimenti lenti, quasi da rituale druidico, cominciò a scavare una piccola fossa nel terreno e vi depose il corpo. Io osservavo, impietrito, quei gesti intrisi d’amore e di compassione. Quella notte Cavallo Pazzo Richard si trasformò, ai miei occhi, in un Unicorno.
Nel libro dici che “gli altri entrano come specchi, non come bersagli”. Qual è lo specchio che ti ha riflesso l’immagine più difficile da accettare?
Le tematiche sono generalizzate e, per quello che sono, risultano enormemente più ampie rispetto ai luoghi o a singoli profili narrati. I personaggi, in particolare, sono stati volutamente spersonalizzati e resi funzionali a un obiettivo preciso: rappresentare archetipi e tipologie. Alcuni, francamente, sono deprimenti; altri, raccontati al pubblico americano, sono apparsi quasi folcloristici, dai tratti di furbetti azzeccagarbugli. Alla fine, però, tutti i personaggi, me compreso, sembriamo muoverci sul palcoscenico di un teatrino dell’assurdo. È lì che ho dovuto riconoscere anche le mie complicità, le mie ingenuità, le volte in cui non ho saputo dire di no. Detto questo, ci tengo ad aggiungere che nei due libri di “Diversely Fragile” racconto anche di figure diametralmente opposte: persone esemplari, veri maestri di vita. Il gioco di specchi non è mai a senso unico.
In Diversely Fragile diventi un “viaggiatore nel tempo”. Se potessi parlare al Jerry del 1971, cosa gli diresti?
Gli ripeterei le stesse parole che sentii risuonare dentro di me quella notte del 1979 in cui rimasi in strada, senza le chiavi del flat in cui ero ospitato e con nessuno al suo interno. Era una notte di fine ottobre a Londra e vagai fino al mattino, con in testa la voce di mio padre che mi diceva: “Non sei solo e hai tutta la vita davanti a te”.
E al Jerry del futuro, quello che incontra Ameca a New York?
Gli direi di non avere paura di cambiare, di rimettersi in gioco, di ricominciare daccapo tutte le volte che serve. Di non mettere radici dove la terra frana. Di non perdere i ricordi, la coerenza e… gli attributi.
Il CD attraversa cinquant’anni di musica. Qual è il brano che più ti rappresenta oggi, non ieri?
“When Rock Was Youn”, la traccia numero 6 del CD “One Man is a Band; One Song, All His Crossroads” allegato ai due volumi. Paradossalmente è un brano scritto nel 1979, ma già concepito come un viaggio nel tempo. È la mia “My Way” o, forse, la mia risposta a “Life on Mars.” L’ho infarcita di richiami classici del rock e di suoni spaziali per raccontare la vicenda dell’umanoide che, a bordo del suo space lab, in seguito a una tempesta cosmica, perde la posizione spazio‑temporale e si ritrova sul pianeta Terra nell’anno 1969. La canzone è riuscita a riaffiorare dopo molti anni, a imporsi di nuovo, e a tracciare un ponte tra passato e futuro. In questo senso incarna perfettamente il concetto alla base dell’intero progetto Diversely Fragile.
Hai rifiutato logiche di mercato nella selezione. Qual è stata la scelta più controcorrente?
La selezione è stata effettuata da me insieme a un team di esperti musicali. Probabilmente la scelta più controcorrente è stata quella di includere alcune registrazioni dal vivo nella setlist. Le alternative in studio non mancavano – parliamo di oltre un centinaio di composizioni, la maggior parte delle quali realizzate in studi professionali – ma ho scelto di far prevalere i brani di maggiore intensità emotiva, legati alle narrazioni dei libri, anche se registrati con mezzi di fortuna. La qualità tecnica, in questi casi, non è impeccabile, ma come si può rinunciare a una space jam con l’Albergo Intergalattico Spaziale di Mino Di Martino, o a una “Trilogy” piano e voce, registrata in un giardino con il canto degli uccelli sullo sfondo? Per me questa è perfezione… anche se di un altro tipo.
Nel prologo dici che “domani è nelle nostre mani”. Qual è il domani che speri i lettori possano intravedere attraverso le tue pagine?
Spero che intravedano un domani radicalmente diverso dalla realtà a cui siamo
stati anestetizzati per anni. Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a
incrinare la sbronza collettiva dilagante, e a far venire voglia di immaginare
scenari nuovi – personali e collettivi – allora avrò avuto la conferma che
domani, in effetti, è davvero nelle nostre mani.
EVENTO RADIOFONICO ITALIANO DEL 15 MARZO

