Quando nel 2014 mi capitò di recensire L’isolamento dei numeri pari, rimasi colpito dalla capacità degli Astrolabio di costruire mondi narrativi complessi senza
perdere mai il contatto con la realtà più concreta. Rileggendo oggi quella
vecchia pagina - che resta lì, come una fotografia di un ascolto antico - mi
accorgo che la band ha continuato a muoversi nella stessa direzione, affinando
però lo sguardo, rendendolo più tagliente, più necessario. Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria è il punto in cui la loro poetica trova una forma
definitiva, quasi inevitabile.
Con questo album gli Astrolabio chiudono la loro “trilogia
della comunicazione” con un concept che non si limita a raccontare il presente,
lo seziona, lo deride, lo esaspera fino a renderlo specchio deformante eppure
fedelissimo della nostra quotidianità. Il disco - pubblicato da Andromeda Relix
nel marzo 2026 - arriva dopo nove anni di silenzio discografico, ma non suona
come un ritorno, sembra piuttosto il compimento naturale di un percorso che la
band veronese aveva già tracciato con ostinazione e coerenza.
L’idea di fondo è dichiarata senza ambiguità nel documento
ufficiale: “Il disco degli Astrolabio è stato pensato come un grande spazio
pubblicitario, un Carosello entro il quale ogni pezzo diviene uno spot”.
Eppure, dietro l’ironia, c’è un’amarezza che non si nasconde. La band osserva
un mondo in cui la comunicazione non è più un mezzo, ma un habitat tossico, un
sistema di condizionamento che plasma identità, desideri, perfino la percezione
del vero.
Il viaggio si apre con Prima della pubblicità, dove la ricerca disperata di notorietà diventa più importante della vita stessa: un individuo pronto al suicidio in diretta teme soltanto che il suo gesto venga oscurato dai “consigli per gli acquisti”. È un’immagine che colpisce perché non è distopia, ma iperrealismo. Da qui il disco scivola nella materia viva del concept: La dittatura delle Cose mette a nudo l’identità ridotta a inventario, l’essere umano che si definisce attraverso ciò che possiede; Il seme del disgusto fotografa una società che non sa più distinguere tra scelta e condizionamento, tra gusto e trash, incapace persino di ricostruire il proprio degrado; La Fiera del Luogo Comune trasforma il linguaggio in merce, mostrando come frasi fatte e stereotipi diventino la struttura portante di intere esistenze. In questo percorso, B.B. appare come un lampo: un jingle di quattro secondi, un frammento volutamente effimero che interrompe il flusso narrativo proprio come farebbe uno spot, ricordando all’ascoltatore che tutto, anche la musica, può essere ridotto a un micro-contenuto da consumare e dimenticare. È un gesto minuscolo ma perfettamente coerente con l’idea di un Carosello contemporaneo, dove la brevità non è un limite ma una strategia. Il tono si fa più crepuscolare con L’ombra di te stesso, ritratto di un individuo consumato dagli oggetti che ha accumulato, osservato da un ragno che ne registra la decadenza senza pietà. Poi il concept si apre in una dimensione quasi teatrale con Grandi Magazzini, lo spot definitivo: un emporio dove si compra tutto, purché inutile, purché identico a ciò che comprano gli altri, perché il conformismo è ormai la prima legge del mercato. Senzavoglia affronta la mercificazione del corpo con un fatalismo che non cerca pietà, mentre Democrazia (ma che idea!) riduce la forma di governo a un kit di montaggio, un oggetto da assemblare seguendo istruzioni elementari, svuotato di ogni principio. Subito dopo, Monoscopo - sette secondi appena - funziona come una soglia sonora: un richiamo al monoscopio televisivo che precede l’intervento finale, un segnale d’epoca che prepara l’ascoltatore all’irruzione di DIO (Decido Io, Ora). È un frammento che non aggiunge contenuto, ma aggiunge contesto: un respiro sospeso, un cambio di luce, un attimo di attesa prima che il sipario si apra sull’ultimo atto.
L’epilogo arriva appunto con DIO (Decido Io, Ora), introdotto da quel monoscopio che sembra annunciare la fine delle trasmissioni: un Dio stanco dell’umanità che decide di chiudere la partita, lasciando un sorriso amaro e un brivido di speranza.
Musicalmente, gli Astrolabio restano fedeli al loro “Rock
Degressivo Italiano”, un hard-prog di matrice ’70 che non si limita a citare,
ma rielabora. L’assenza delle tastiere - sostituite da una seconda chitarra -
dà al disco un carattere più ruvido, più diretto, quasi più “live”. È una
scelta che funziona: la densità dei temi trova un contrappunto in un suono che
non si perde in orpelli, ma spinge, incalza, sostiene la narrazione.
Ciò che rende questo album davvero riuscito è la sua capacità
di essere politico senza essere didascalico, satirico senza essere leggero,
narrativo senza perdere coesione. È un disco che parla del presente con
lucidità e con un’ironia che non consola, ma sveglia. Un Carosello capovolto,
dove gli spot non vendono prodotti, ma rivelano le crepe della nostra epoca.
Gli Astrolabio firmano così il loro lavoro più maturo, un concept che non si
limita a raccontare la comunicazione, ma la smonta pezzo per pezzo, mostrando
ciò che resta quando la pubblicità diventa l’unico linguaggio possibile.
Crediti
Astrolabio
Michele Antonelli – voce, chitarre,
flauto traverso
Alessandro Pontone – batteria, cori
Paolo Iemmi – basso, voce, cori
Paolo Giberti – chitarre, cori
Ospiti
Marco Ciscato – chitarre,
post-produzioni
Massimo Babbi – tastiere
Produzione
Testi: Michele Antonelli
Musiche e arrangiamenti: Astrolabio
Prodotto da Astrolabio (2026)
Registrato presso Industrial Studio,
Verona
Tracklist
1.
Prima
della Pubblicità – 4:25
2.
La
dittatura delle Cose – 6:42
3.
Il
seme del disgusto – 6:09
4.
La
fiera del luogo comune – 6:55
5.
B.B.
– 0:04
6.
L’ombra
di te stesso – 4:14
7.
Grandi
Magazzini – 6:55
8.
Senzavoglia
– 4:53
9.
Democrazia
(ma che idea!) – 3:41
10.
Monoscopo
– 0:07
11.
DIO
(Decido Io, Ora) – 9:55
