Negli ultimi anni l’8 marzo sembra essere diventato
una consuetudine. Una data che ritorna, si compie, si festeggia quasi per
inerzia. Mimose, auguri, qualche frase gentile… gesti affettuosi, certo, ma
spesso così automatici da rischiare di svuotare il senso profondo della
giornata. E allora, invece di aggiungere un altro fiore al mazzo, oggi
preferisco fermarmi un momento e provare a guardare le cose da un’altra
angolazione. A farlo insieme a una voce che non ha mai accettato la
superficialità: Aretha Franklin.
Quando Aretha canta Respect,
non sta decorando una ricorrenza, ma aprendo un varco, sta dicendo, con una
lucidità che ancora oggi colpisce, che il rispetto non è un gesto gentile, non
è un complimento, non è un “pensiero carino” da distribuire una volta all’anno.
Il rispetto è una condizione minima per potersi muovere nel mondo senza dover
continuamente dimostrare qualcosa.
Ecco perché questo brano, nato nel 1967, continua a essere
uno dei modi più onesti per parlare dell’8 marzo. Perché non addolcisce, non
consola, non si presta a diventare un jingle da ricorrenza. È una richiesta
chiara, diretta, quasi fisica, una richiesta che non riguarda solo le donne, ma
il modo in cui una società intera decide di riconoscere valore, spazio,
dignità.
Ascoltare Respect oggi significa ricordarsi che la
parità non è un regalo, ma un diritto, che il rispetto non è un gesto
simbolico, ma un impegno quotidiano, che non basta celebrare ma bisogna cambiare.
E allora sì, l’8 marzo può anche essere un giorno di festa.
Ma prima ancora dovrebbe essere un giorno di verità, un giorno in cui lasciarsi
attraversare da quella voce potente e chiedersi, senza scuse se stiamo davvero
costruendo un mondo in cui il rispetto non è un’eccezione, ma la norma.
Perché Respect non è un omaggio, ma un promemoria, una porta che Aretha ha spalancato e che tocca a noi non richiudere.
