mercoledì 18 marzo 2026

CATRAMINA – Runnin’ Orbit: un reperto sonoro che torna alla luce

 


Dalla Valbormida degli anni ’90 riemerge un brano che racconta una scena sotterranea, un’estetica istintiva e un modo di fare musica ormai scomparso 

Ascolta il brano in anteprima

 

Ci sono brani che non appartengono soltanto al loro tempo, ma alla memoria di chi li ha vissuti. Runnin’ Orbit dei Catramina è uno di quei frammenti sonori che sembrano sospesi, rimasti in attesa per trent’anni prima di trovare il momento giusto per riaffiorare. Registrato intorno al 1996, il brano viene oggi pubblicato senza alcuna sovraincisione o intervento moderno, un recupero filologico, rispettoso, che si limita a remix, editing e rimasterizzazione, come conferma la band stessa nel documento originale, dove si legge che “nulla è stato risuonato od aggiunto al materiale originale”. È un gesto di cura, quasi museale, ma non freddo; un atto d’amore verso un periodo in cui la musica indipendente era davvero indipendente, fatta di prove notturne, registrazioni improvvisate, intuizioni più che progetti.

Per capire Runnin’ Orbit bisogna tornare alla nascita dei Catramina, tra il 1993 e il 1994, quando un gruppo di amici autodidatti, con una formazione musicale disordinata e una strumentazione imparata più per istinto che per metodo, comincia a suonare senza un’idea precisa, senza un manifesto, senza un’estetica predefinita. È una band nata per caso, o forse per necessità espressiva, che dopo vari cambi di formazione trova un assetto stabile e inizia a costruire un repertorio più strutturato. I primi concerti sono dominati da un proto‑punk in italiano, ruvido, diretto, quasi primitivo. Poi, gradualmente, la band vira verso l’inglese e amplia la propria geografia: più locali, più pubblico, più chilometri, più consapevolezza.

La formazione storica, quella che registrò Runnin’ Orbit, era composta da Massimo Di Cresce alla batteria e percussioni, Francesco Tripodi al basso, Marcello Abucci alle chitarre, tastiere ed elettronica, e Fiorenza Saffirio alla voce. Tripodi e Abucci aggiungevano anche violino, armonica, mandolino e tromba, strumenti usati come colori psichedelici, mai protagonisti, sempre accenni, dettagli che emergevano nelle parti strumentali disarticolate tipiche dei loro brani. La band ascoltava di tutto: rock‑pop classico, psichedelia, noise, prime forme di elettronica. Eppure, come sottolineano loro stessi, non esiste un’influenza riconoscibile in modo diretto. L’attitudine, però, sì: punk, o meglio post‑punk, non nel suono ma nel modo di stare al mondo, nel rifiuto delle regole, nella spontaneità, nell’assenza di calcoli.

Runnin’ Orbit incarna perfettamente questa libertà. È un brano che vive di stratificazioni e tensioni, un flusso di coscienza sonoro in cui il pop naïf si intreccia con aperture psichedeliche e inserti strumentali che sembrano muoversi in orbite diverse, come suggerisce il titolo. La batteria di Di Cresce non cerca la precisione metronomica: è organica, pulsante, con un uso del rullante che richiama certo indie americano di metà anni ’90. Il basso di Tripodi lavora per linee più melodiche che ritmiche, creando una tensione continua tra sostegno e fuga. Le chitarre di Abucci, leggermente saturate, non cercano mai l’aggressività, ma costruiscono un paesaggio sonoro in cui la melodia è spesso un’ombra, un’ipotesi. Le tastiere e gli interventi elettronici non hanno funzione armonica, ma testurale: sono superfici, granulosità, piccole interferenze che rendono il brano tridimensionale. È un suono che ricorda, senza imitarli, le stratificazioni shoegaze dei My Bloody Valentine e le architetture post‑rock di Mogwai, Ui e Don Caballero, ma il paragone più pertinente resta quello con i Velvet Underground, non per somiglianza stilistica, quanto per postura creativa, per quella libertà anarchica che permette a un brano di esistere senza chiedere permesso.

La voce di Fiorenza Saffirio attraversa il brano più che guidarlo. Non è un elemento narrativo, ma timbrico. Il testo è visionario, non descrittivo, un insieme di immagini concentriche che non cercano un significato univoco. Come recita il comunicato stampa, è “più segno che senso”, e proprio per questo si integra perfettamente in un paesaggio sonoro che privilegia l’impatto emotivo rispetto alla forma.

Il lavoro di recupero tecnico merita una nota a parte. La rimasterizzazione non appiattisce né sterilizza, ma rende il brano plausibile oggi, senza snaturarlo. Il mix attuale non tradisce la natura lo‑fi delle registrazioni originali, ma ne esalta la profondità, restituendo aria e dinamica a un materiale che, per sua natura, era fragile. È un equilibrio difficile: rispettare il passato senza trasformarlo in un feticcio, rendere ascoltabile un documento senza trasformarlo in un prodotto.

La pubblicazione di Runnin’ Orbit non è un’operazione commerciale, né un tentativo di rientrare in scena. È, come ammettono i Catramina, “una piccola soddisfazione per sublimare la mancata pubblicazione della nostra musica allora”. È un gesto affettivo, ma anche un atto di memoria: riportare alla luce un momento irripetibile, fatto di prove notturne, registrazioni improvvisate, concerti sgangherati ma intensi, un periodo in cui l’unica regola era suonare, e basta. È anche un documento storico, che racconta una scena sotterranea della Valbormida, fatta di sale prove improvvisate, di locali che non esistono più, di un modo di fare musica che oggi sembra lontanissimo.

Runnin’ Orbit non è un brano perfetto, e non vuole esserlo. È un frammento di un’epoca, un oggetto sonoro che restituisce la libertà creativa di una band che suonava per necessità espressiva, non per strategia. È un pezzo di storia sotterranea che oggi, finalmente, può essere ascoltato.


Per ascoltare Runnin’ Orbit sulle principali piattaforme digitali:

https://distrokid.com/hyperfollow/catramina/runnin-orbit


RUNNIN’ ORBIT 

My cat seems to believe in God

They are dripping down, down to the country

Can’t you see my hypnotic moving?

Can’t you see the looking glass town? 

Every people applaude

People applaude, the space invaders are here

Every people allowed

People allowed, the space invaders are here 

My cat seems to believe in God

They are dripping down, down to the country

Can’t you see my hypnotic moving?

Can’t you see ahhhh 

Every people allowed

People allowed, the space invaders are here

Every people allowed

People allowed, the space invaders are here