Dalla Valbormida degli anni ’90
riemerge un brano che racconta una scena sotterranea, un’estetica istintiva e
un modo di fare musica ormai scomparso
Ascolta il brano in anteprima
Ci sono brani che non appartengono soltanto al loro tempo, ma
alla memoria di chi li ha vissuti. Runnin’
Orbit dei Catramina è uno di quei frammenti sonori che
sembrano sospesi, rimasti in attesa per trent’anni prima di trovare il momento
giusto per riaffiorare. Registrato intorno al 1996, il brano viene oggi
pubblicato senza alcuna sovraincisione o intervento moderno, un recupero
filologico, rispettoso, che si limita a remix, editing e rimasterizzazione,
come conferma la band stessa nel documento originale, dove si legge che “nulla
è stato risuonato od aggiunto al materiale originale”. È un gesto di cura,
quasi museale, ma non freddo; un atto d’amore verso un periodo in cui la musica
indipendente era davvero indipendente, fatta di prove notturne, registrazioni
improvvisate, intuizioni più che progetti.
Per capire Runnin’ Orbit bisogna tornare alla nascita
dei Catramina, tra il 1993 e il 1994, quando un gruppo di amici autodidatti,
con una formazione musicale disordinata e una strumentazione imparata più per
istinto che per metodo, comincia a suonare senza un’idea precisa, senza un
manifesto, senza un’estetica predefinita. È una band nata per caso, o forse per
necessità espressiva, che dopo vari cambi di formazione trova un assetto
stabile e inizia a costruire un repertorio più strutturato. I primi concerti
sono dominati da un proto‑punk in italiano, ruvido, diretto, quasi primitivo.
Poi, gradualmente, la band vira verso l’inglese e amplia la propria geografia:
più locali, più pubblico, più chilometri, più consapevolezza.
La formazione storica, quella che registrò Runnin’ Orbit,
era composta da Massimo Di Cresce alla batteria e percussioni, Francesco
Tripodi al basso, Marcello Abucci alle chitarre, tastiere ed
elettronica, e Fiorenza Saffirio alla voce. Tripodi e Abucci
aggiungevano anche violino, armonica, mandolino e tromba, strumenti usati come
colori psichedelici, mai protagonisti, sempre accenni, dettagli che emergevano
nelle parti strumentali disarticolate tipiche dei loro brani. La band ascoltava
di tutto: rock‑pop classico, psichedelia, noise, prime forme di elettronica.
Eppure, come sottolineano loro stessi, non esiste un’influenza riconoscibile in
modo diretto. L’attitudine, però, sì: punk, o meglio post‑punk, non nel suono
ma nel modo di stare al mondo, nel rifiuto delle regole, nella spontaneità,
nell’assenza di calcoli.
Runnin’ Orbit incarna perfettamente questa libertà. È un brano che vive di
stratificazioni e tensioni, un flusso di coscienza sonoro in cui il pop naïf si
intreccia con aperture psichedeliche e inserti strumentali che sembrano
muoversi in orbite diverse, come suggerisce il titolo. La batteria di Di Cresce
non cerca la precisione metronomica: è organica, pulsante, con un uso del
rullante che richiama certo indie americano di metà anni ’90. Il basso di
Tripodi lavora per linee più melodiche che ritmiche, creando una tensione
continua tra sostegno e fuga. Le chitarre di Abucci, leggermente saturate, non
cercano mai l’aggressività, ma costruiscono un paesaggio sonoro in cui la
melodia è spesso un’ombra, un’ipotesi. Le tastiere e gli interventi elettronici
non hanno funzione armonica, ma testurale: sono superfici, granulosità, piccole
interferenze che rendono il brano tridimensionale. È un suono che ricorda,
senza imitarli, le stratificazioni shoegaze dei My Bloody Valentine e le
architetture post‑rock di Mogwai, Ui e Don Caballero, ma il paragone più
pertinente resta quello con i Velvet Underground, non per somiglianza
stilistica, quanto per postura creativa, per quella libertà anarchica che
permette a un brano di esistere senza chiedere permesso.
La voce di Fiorenza Saffirio attraversa il brano più che
guidarlo. Non è un elemento narrativo, ma timbrico. Il testo è visionario, non
descrittivo, un insieme di immagini concentriche che non cercano un significato
univoco. Come recita il comunicato stampa, è “più segno che senso”, e
proprio per questo si integra perfettamente in un paesaggio sonoro che
privilegia l’impatto emotivo rispetto alla forma.
Il lavoro di recupero tecnico merita una nota a parte. La
rimasterizzazione non appiattisce né sterilizza, ma rende il brano plausibile
oggi, senza snaturarlo. Il mix attuale non tradisce la natura lo‑fi delle
registrazioni originali, ma ne esalta la profondità, restituendo aria e
dinamica a un materiale che, per sua natura, era fragile. È un equilibrio
difficile: rispettare il passato senza trasformarlo in un feticcio, rendere
ascoltabile un documento senza trasformarlo in un prodotto.
La pubblicazione di Runnin’ Orbit non è un’operazione
commerciale, né un tentativo di rientrare in scena. È, come ammettono i
Catramina, “una piccola soddisfazione per sublimare la mancata pubblicazione
della nostra musica allora”. È un gesto affettivo, ma anche un atto di
memoria: riportare alla luce un momento irripetibile, fatto di prove notturne,
registrazioni improvvisate, concerti sgangherati ma intensi, un periodo in cui
l’unica regola era suonare, e basta. È anche un documento storico, che racconta
una scena sotterranea della Valbormida, fatta di sale prove improvvisate, di
locali che non esistono più, di un modo di fare musica che oggi sembra
lontanissimo.
Runnin’ Orbit non è un brano perfetto, e non vuole esserlo. È un frammento di un’epoca, un oggetto sonoro che restituisce la libertà creativa di una band che suonava per necessità espressiva, non per strategia. È un pezzo di storia sotterranea che oggi, finalmente, può essere ascoltato.
Per ascoltare Runnin’ Orbit sulle principali piattaforme digitali:
https://distrokid.com/hyperfollow/catramina/runnin-orbit
RUNNIN’ ORBIT
My cat seems
to believe in God
They are
dripping down, down to the country
Can’t you see
my hypnotic moving?
Can’t you see the looking glass town?
Every people
applaude
People
applaude, the space invaders are here
Every people
allowed
People allowed, the space invaders are here
My cat seems
to believe in God
They are
dripping down, down to the country
Can’t you see
my hypnotic moving?
Can’t you see ahhhh
Every people
allowed
People
allowed, the space invaders are here
Every people
allowed
People
allowed, the space invaders are here
