Il prog
italiano tra rigore tecnico e visione sonora, con Zarathustra come manifesto di
un’epoca
Questo articolo nasce da una intervista realizzata con Alberto Moreno del Museo Rosenbach e si inserisce all’interno di un
progetto editoriale più ampio dedicato all'evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è estrapolare contenuti e riflessioni che
possano diventare un racconto interessante e di respiro storico-critico, capace
di mettere in luce il rapporto tra creatività artistica e visione tecnica nella
storia della band.
Zarathustra: 80% arte, 20% produzione
Il primo album, Zarathustra (1973), è il caso
emblematico di come il sound del Museo Rosenbach sia nato dall’incontro tra
ispirazione artistica e intervento produttivo. Moreno attribuisce l’80% al contributo creativo della band e il restante 20% alla visione
del produttore Angelo Vaggi (Ricordi).
Fu lui a proporre una modifica strutturale decisiva:
l’eliminazione di un’introduzione pianistica e la creazione, direttamente in
studio, di un inizio sinfonico. Una scelta accolta all’unanimità e rivelatasi
vincente.
I tecnici del suono, Carlo Martinet e Dino Gelsomino, si limitarono a registrare curando l’efficacia del suono. Il missaggio, gestito da Vaggi insieme ad Alberto Moreno, generò però qualche malcontento: il chitarrista Enzo Merogno si sentì penalizzato nei suoi interventi solistici. A peggiorare le cose, il riversamento da nastro a vinile risultò disastroso, con un suono impastato che tagliava le medie frequenze. Il confronto con Darwin del Banco, prodotto da Sandro Colombini, mise in evidenza la differenza qualitativa nella masterizzazione.
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca
visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.
Exit: il Pop che spiazzò i fan
Con Exit (2000), la produzione condivisa con
Sergio Cossu segnò una svolta. Registrato a Bordighera con uno studio mobile,
l’album si concentrava sulle dinamiche dell’amore, abbandonando il taglio epico
richiesto dall’etichetta progressive. I provini furono trascritti in chiave
Pop, con sonorità più morbide, e la presenza di un nuovo cantante accentuò la
distanza dal sound originario.
Il risultato fu un disco percepito dai fan come un’opera minore, rimasto in una sorta di limbo, lontano dall’impatto di Zarathustra.
La tecnologia: analogico vs digitale
Il Museo Rosenbach nacque nell’era analogica. Nel 2011, con Zarathustra live in studio (2012), la band decise di risuonare l’album senza
sovraincisioni, come se fosse un live. Tre esecuzioni furono registrate e la
migliore scelta come definitiva. Fondamentale fu il lavoro del fonico Maurizio
Macchioni, che curò anche il missaggio.
Al contrario, in Barbarica (2013)
le parti furono incise a strati, con un risultato giudicato “freddo”. La
versione Live in Tokyo (2014), sempre con
Macchioni, restituì invece la vitalità originaria e rimane una delle
testimonianze più efficaci del suono autentico della band.
L’invenzione accidentale: la voce di
Lupo
Se il sound del Museo Rosenbach ha un elemento iconico, questo è la voce di Stefano “Lupo” Galifi. La sua passione per James Brown e Joe Cocker sembrava inconciliabile con le basi progressive della band. Eppure, l’inserimento di una voce blues su strutture rock e sinfoniche si rivelò una scelta coraggiosa e vincente. Non un errore, ma un’intuizione che arricchì il sound con una contrapposizione inedita.
Oltre i modelli archeologici
Guardando al presente, Moreno sottolinea un rischio comune alle band indipendenti: quello di riproporre modelli “archeologici” del progressive. Il genere, per sua natura, deve evolvere e rispondere al tempo in cui viene prodotto. Suite e strutture ritmiche spezzettate restano tratti distintivi, ma devono essere aggiornati al senso artistico contemporaneo.
Conclusione
Il percorso del Museo Rosenbach dimostra come il sound di una band non sia mai il risultato di una sola voce, ma di un intreccio tra creatività, tecnica e contesto storico. Le scelte produttive, talvolta controverse, hanno contribuito a definire un’identità sonora che ancora oggi viene discussa, reinterpretata e messa in relazione con il presente.


