Un ritratto di Claudio Rocchi
attraverso l’eco di un dialogo privato, alle soglie del suo ultimo viaggio
Diciannove giorni prima di lasciarci, Claudio Rocchi rispose
a un mio messaggio con una gentilezza che oggi suona quasi disarmante. Gli
avevo scritto: «Ciao Claudio, sono Athos e ho visto che ti sei iscritto alla
nostra rivista, MAT2020. Volevo sapere se hai voglia di rispondere a qualche
domanda via mail da inserire poi sul giornale. Grazie.» Era il 30maggio
2013, notte fonda. Lui sapeva già di essere gravemente malato, eppure la sua
risposta arrivò immediata, limpida, senza alcuna ombra di autocommiserazione: «Con
piacere ma non subito. Sono concentratissimo a chiudere impegni precedentemente
assunti. Che tempi hai?»
In quelle poche righe c’era tutto Claudio Rocchi: la
disponibilità, la delicatezza, il senso del dovere, la volontà di portare a
termine ciò che aveva promesso. E soprattutto c’era quella sua luce interiore,
quella calma che non era rassegnazione ma consapevolezza. È da questo ricordo
che oggi, nel giorno della sua nascita, voglio partire per raccontarlo.
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Claudio Rocchi, certamente
un musicista, ma, soprattutto, un viaggiatore dell’anima, un uomo che ha
trasformato la musica in un percorso di ricerca. Nato l’8 gennaio
1951 a Milano, cresce in una città che vibra di fermento culturale. Da
giovanissimo suona nei gruppi beat, poi entra negli Stormy Six, esperienza
breve ma sufficiente a fargli capire che la sua strada non poteva essere
confinata dentro un’unica forma. Quando pubblica Viaggio nel
1970, la sua voce è già diversa, più intima, più interrogativa. Ma è con Volo
Magico n.1 che il suo nome diventa un faro: un disco che non si ascolta
soltanto, si attraversa. Una suite psichedelica e mistica che diventa manifesto
di un’intera generazione in cerca di senso.
Rocchi non ha mai avuto paura di cambiare pelle. La sua vita
è un susseguirsi di aperture, deviazioni, ritorni. Si avvicina alle filosofie
orientali, alla meditazione, alla spiritualità vissuta come esperienza
concreta. La sua musica si fa più essenziale, più contemplativa, più vicina al
silenzio che al rumore. Eppure, anche nei momenti di maggiore distacco, resta
un ponte: tra culture, tra epoche, tra sensibilità diverse. Non è mai un guru,
mai un predicatore: è un compagno di viaggio.
Quando negli anni Duemila torna a pubblicare e a collaborare,
lo fa con una naturalezza sorprendente. Non c’è nostalgia, non c’è volontà di
recuperare un ruolo. C’è solo la necessità di condividere ciò che ha imparato
lungo il cammino. E il pubblico, anche quello più giovane, lo accoglie come si
accoglie un maestro gentile: uno che non impone verità, ma apre possibilità.
La sua morte, il 18 giugno 2013, lascia un vuoto
particolare. Non quello del personaggio famoso, ma quello di una presenza
luminosa. Di un uomo che ha fatto della musica un atto di libertà e di cura.
Oggi, nel giorno della sua nascita, ricordarlo significa riconoscere che la sua
eredità non sta solo nei dischi, ma nel modo in cui ha vissuto l’arte. Rocchi
ci ha insegnato che la musica può essere un viaggio interiore, un gesto di
apertura, un atto di fiducia nel mistero. Che si può cambiare, cercare,
sbagliare, ricominciare. Che si può vivere la creatività come un cammino
spirituale, senza paura di perdersi.
