Nella storia della musica contemporanea, pochi rituali hanno
saputo alimentare il mito quanto i leggendari after-show di Prince Rogers Nelson. Al di là dei grandi tour
mondiali e dei riflettori degli stadi, esisteva una dimensione parallela e
quasi mistica che prendeva vita nel cuore della notte, solitamente intorno alle
tre del mattino, tra le mura del complesso di Paisley Park o in club
sotterranei rimasti aperti solo per lui. Questi concerti privati, riservati a
un’élite di dieci o venti fortunati spettatori, rappresentavano l’essenza più
pura e incontaminata del genio di Minneapolis: sessioni improvvisate che
duravano fino all'alba, dove il confine tra l’artista e l’uomo svaniva
completamente. In quelle ore piccole, lontano dalle logiche commerciali e dalle
telecamere, Prince si liberava di ogni maschera per rifugiarsi nel suo unico,
vero elemento naturale, trasformando l'insonnia in un atto di creazione
collettiva e regalando a pochissimi testimoni l'esperienza irripetibile di
vedere la musica nascere nel silenzio della notte.
Immaginiamo una di quelle notti in cui il tempo sembra
sospeso, quelle ore piccole in cui il resto del mondo ha già spento le luci e
Minneapolis è immersa in un silenzio quasi surreale, rotto solo dal vento
gelido che soffia dal Midwest. Proprio in quel momento, mentre le strade sono
deserte, in un angolo tecnologico e isolato chiamato Paisley Park, la luce
viola non si spegneva mai. La leggenda dei concerti privati di Prince alle tre
del mattino non era solo un aneddoto per collezionisti, ma l’essenza stessa di
un uomo che non riusciva a smettere di essere musica nemmeno per un istante.
Tutto iniziava spesso dopo un grande show ufficiale: mentre la folla defluiva
stanca dalle arene, tra i corridoi o nei piccoli club del centro cominciava a
correre un passaparola quasi massonico, un invito sussurrato che portava una
decina di fortunati, scelti non si sa bene in base a quale allineamento
astrale, verso il suo santuario privato.
Una volta varcata la soglia di quel complesso di alluminio
bianco, l’atmosfera cambiava radicalmente. Non c’era la frenesia dei grandi
eventi, ma una strana calma elettrica, profumata di incenso e avvolta nel
velluto. I pochi eletti venivano fatti accomodare in una sala prove o in uno
studio minore, spesso seduti per terra a pochi passi dagli amplificatori, senza
barriere, senza bodyguard che urlavano e, soprattutto, senza telefoni
cellulari, perché Prince pretendeva che l'occhio vivesse il momento e non l'obiettivo.
Poi, quasi dal nulla, appariva lui. Poteva essere vestito con una vestaglia di
seta o con un abito impeccabile, come se il concetto di abbigliamento casual
non facesse parte del suo DNA, e senza dire una parola imbracciava una chitarra
o si sedeva al pianoforte. In quel momento, a notte fonda, non stavi assistendo
a uno spettacolo, ma a un rito di purificazione.
Prince suonava per quelle dieci persone come se stesse suonando per l’universo intero, perdendosi in jam session che potevano durare ore. Non c'erano le hit radiofoniche, o se c'erano venivano smontate e ricostruite in chiavi jazz, funk o rock psichedelico fino a diventare irriconoscibili. Potevi vedere le sue dita muoversi veloci sulle corde, sentire il respiro affannato tra un assolo e l'altro e incrociare il suo sguardo che cercava una connessione umana, un cenno di intesa per capire se il ritmo stava arrivando dritto allo stomaco. Per lui quelle ore piccole erano il vero laboratorio creativo, il momento in cui l'insonnia cronica si trasformava in genio puro e la stanchezza spariva di fronte alla necessità biologica di creare suono. Mentre fuori l'alba iniziava a schiarire il cielo del Minnesota e la gente comune si preparava per andare in ufficio, Prince chiudeva la sessione con un semplice cenno del capo, svanendo nell'ombra della sua dimora e lasciando quegli spettatori storditi, con le orecchie che ancora pulsavano e la sensazione incredibile di aver visto il cuore pulsante della musica battere proprio lì, a un palmo dal loro naso, nel silenzio di una notte che non avrebbero mai dimenticato.
