Terra- PG Petricca & Gianluca Giannasso
Ci sono album che non si limitano a evocare un luogo: lo
restituiscono nella sua complessità, con le sue luci, le sue ombre, le sue
contraddizioni. Terra, il nuovo
lavoro di PG Petricca insieme a Gianluca
Giannasso, appartiene a questa categoria. È un disco che non cerca
la cartolina folkloristica, ma la verità ruvida delle radici, dei dialetti,
delle storie che resistono al tempo.
Dopo l’introspezione claustrofobica di Bad Days - “un disco al chiuso, tra quattro mura”, come ricorda Giannasso - “Terra” apre lo sguardo. Non verso un orizzonte rassicurante, ma verso un paesaggio umano più vasto, dove la memoria non è nostalgia, bensì materia viva. “All’aria aperta non vuol dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce c’è ombra, no?”, osserva Giannasso. Ed è proprio in questo chiaroscuro che l’album trova la sua forza.
Petricca, figura di riferimento del blues arcaico italiano,
compie qui un gesto controcorrente: invece di guardare al Delta, torna al
Fucino. Il dialetto abruzzese/fucense diventa lingua naturale per raccontare
storie che non potrebbero esistere in nessun altro idioma. “Il collegamento
tra il dialetto e le storie raccontate è indissolubile”, afferma Petricca.
E infatti i personaggi dell’album - contadini, donne violate, figure marginali,
bambini addormentati con filastrocche antiche - vivono e pensano in dialetto
perché è lì che esistono.
Il blues, in questo contesto, non è imitazione: è strumento di memoria. “La musica del popolo è una voce storica”, ricorda Petricca, e “Terra” ne è una testimonianza limpida.
L’album alterna brani originali, canti tradizionali e
narrazioni che sembrano emergere da un archivio emotivo condiviso.
In Maria, una delle pagine più dure, la
violenza viene raccontata senza filtri: “Le braccia de ne maschie / che te
strignene all’arrete / nen te lassane scappà.” È un blues che non consola,
ma denuncia.
In Terra, il brano manifesto, la fatica dei
contadini diventa poesia civile: “Schine curve che le zappe… Terra addo nen
nasce gniente / terra che assuga la gente.” Qui il dialetto è ritmo, è
respiro, è corpo.
Giovedì Sante e Pasqualine riportano alla luce riti e figure popolari, oscillando tra ironia, malinconia e osservazione sociale. Ninna Nanna e Ninnella custodiscono invece la memoria orale, quella che passa di bocca in bocca, di generazione in generazione.
La presenza di Giannasso è essenziale: la sua batteria è terrosa, rituale, mai invadente. La sua scrittura in Pzir Nir, in dialetto di Torremaggiore, amplia ulteriormente il raggio geografico del disco. “È un ulteriore esperimento di contaminazione tra linguaggi”, spiega. E la parola contaminazione qui torna alla sua radice più autentica: incontro umano, sociale, culturale.
Se in studio “Terra" è un lavoro di scavo, dal vivo diventa un organismo in movimento. “Lasciamo alla musica la scelta di dove portarci”, dice Giannasso. Il dialetto, in questo contesto, non è barriera ma colore, un timbro in più nella tavolozza emotiva del duo.
In un panorama italiano spesso tentato dall’imitazione, “Terra”
rappresenta un gesto di autenticità: riportare il blues a casa, nelle nostre
campagne, nelle nostre ferite, nelle nostre storie. Non inventa nulla, come
ammettono gli stessi autori, ma aggiunge un tassello prezioso a un mosaico
culturale che merita di essere ascoltato e tramandato.
BIOGRAFIE
PG PETRICCA
Rappresentante del blues arcaico e acustico, Petricca nasce
artisticamente come busker, portando il Delta Blues nelle strade, nei club e
nei festival specializzati. Dopo l’esperienza con i Papa Leg Acoustic Duo, con
cui incide Railroad Blues (2007) e Back to Mississippi (2009) e
suona in Europa e negli Stati Uniti, avvia una carriera solista che lo porta a
pubblicare At Home (2015), Tales and Other Stories (2016) e Bad
Days (2021), accolto con entusiasmo dalla stampa internazionale. La sua
chitarra resofonica, nutrita dallo studio dei maestri del Delta, e la sua
scrittura da songster contemporaneo lo rendono una delle voci più originali del
blues italiano.
GIANLUCA GIANNASSO
Autodidatta alla batteria, si forma tra Milano e Roma, collaborando con artisti come Luca De Nuzzo, Alessandro Orlando Graziano e Fabio Cinti. Partecipa a live estemporanei con Morgan e attraversa generi diversi, dal rock all’elettronica (con il progetto solista Rev.). Nel blues suona con Dead Shrimp, Spookyman e G-Fast Freaks Orkestar, fino a essere chiamato in tournée da artisti americani come Reed Turchi e Luther Dickinson. Musicista versatile, capace di unire groove, sensibilità timbrica e ricerca linguistica, in Terra porta una visione ritmica essenziale e profondamente narrativa.
A seguire, l’intervista integrale a PG Petricca e Gianluca Giannasso, che approfondisce genesi, visioni e significati di Terra, offrendo ulteriori chiavi di lettura per entrare in un album che parla di radici, memoria e resistenza.
Dal buio di “Bad Days” alla luce di “Terra”: come descrivereste il passaggio emotivo e musicale tra questi due album?
Gianluca: Bad Days è un disco “al chiuso”, tra
quattro mura. Terra è invece un disco all’aria aperta, di conseguenza
anche più aperto alle contaminazioni. Però attenzione: all’aria aperta non vuol
dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce c’è ombra, no?
PG: Bad Days nasce dalla necessità di raccontare un
periodo confuso e contraddittorio, dettato dalla pandemia mondiale del 2020,
con tematiche lirico-musicali che rimandano al folk/blues americano. Terra,
invece, è un’immersione nel passato, trae ispirazione dalle nostre radici ed è
un album raccontato attraverso tutte quelle influenze musicali che ci hanno
accompagnato durante la nostra formazione.
Il titolo Terra evoca radici, fatica, ma anche speranza. Qual è il significato più profondo che volete trasmettere con questo lavoro?
Gianluca: È un moto di riconnessione con le proprie
radici, senza ipocrisie. Riconoscendo sì le luci di luoghi e tempi non proprio
contemporanei, ma accettando anche le ombre e le situazioni più controverse. È
anche un modo per esorcizzare queste ultime.
PG: Tornare alle proprie origini significa scavare nella memoria. Terra ha il compito di riportare in superficie ricordi e sensazioni di un vissuto, e di consegnarli all’attenzione di chi ascolta il nostro lavoro, affinché possa immedesimarsi e tuffarsi alla ricerca del proprio passato.
Molti brani di “Terra” sono in dialetto abruzzese/fucense. Perché avete scelto di raccontare storie così forti e quotidiane attraverso la lingua delle vostre radici?
Gianluca: Ho una teoria legata alla lingua che si parla.
Penso che il linguaggio influenzi pesantemente il pensiero; quindi, anche la
scelta degli argomenti che si decide di raccontare è influenzata dalla lingua
in cui lo si fa. Il rapporto tra parola e pensiero non è a senso unico.
PG: Il collegamento tra il dialetto e le storie raccontate è indissolubile. I personaggi e le loro azioni prendono forza proprio perché radicati nel loro territorio e legati alla loro lingua. I contadini del Fucino sono stati raccontati da Ignazio Silone in Fontamara: sono i “cafoni”, personaggi al pari dei gauchos argentini o dei peones messicani, destinati alla sottomissione e ai soprusi del latifondismo. Questi contadini parlano e pensano in dialetto: è la dimensione in cui esistono.
Da “Ninna Nann”a a “Giovedì Sante”, fino a “Pasqualine”: come avete scelto quali tradizioni riportare in musica e che ruolo hanno nel progetto?
PG: Ho attinto principalmente ai ricordi della mia infanzia, trascorsa in compagnia dei nonni paterni e dei loro racconti, che hanno popolato la mia fantasia. Negli anni mi sono poi imbattuto in alcune registrazioni di canzoni popolari abruzzesi realizzate da diversi etnomusicologi, che hanno contribuito alla scelta degli argomenti e delle tradizioni da privilegiare in questo lavoro.
Testi come “Maria” o “Terra” parlano di violenza, fatica, resistenza. Quanto è importante per voi che il blues diventi anche strumento di memoria collettiva?
Gianluca: In fondo il blues è sempre stato uno strumento
di memoria, principalmente individuale, ma spesso riconducibile a una scala più
ampia. Tutto sommato, la società non è altro che la somma delle singole
esistenze e delle loro relazioni.
PG: La musica del popolo è una voce storica: è il racconto di chi ha resistito e resiste, di chi ha sofferto e soffre ancora, per le ingiustizie sociali o per le difficoltà della vita quotidiana. Intonare un canto, sia esso con espressioni primitive, con semplici passaggi armonici e poche parole, significa interpretare il sentire di una singola persona o di un’intera comunità in un determinato periodo storico. Il fatto che tale canto venga poi trasmesso di generazione in generazione lo rende uno strumento di memoria collettiva, fondamentale per capire il nostro passato e le nostre origini.
Com’è nata la collaborazione tra voi due?
PG: La collaborazione con Gianluca nasce durante il Covid, quando decidemmo con Max Pieri di registrare alcune canzoni in trio con il titolo Dispersi. Avendo già ascoltato Gianluca dal vivo, pensai che il suo sound fosse adatto al tipo di progetto che avevamo in mente. Poi, stringendo amicizia, abbiamo scoperto molti interessi musicali in comune e abbiamo deciso di convogliarli in questo nuovo lavoro: Terra.
Come cambia l’impatto dei brani dialettali e tradizionali quando li portate sul palco rispetto all’ascolto in studio?
Gianluca: Dal vivo ci piace sempre giocare con le canzoni, sia con i pezzi tradizionali in inglese sia con quelli dialettali. Lasciamo molto all’interpretazione estemporanea e permettiamo alla musica di scegliere dove portarci. Il dialetto è soltanto un altro colore del nostro modo di esprimerci.
Siete parte di una scena che unisce revival e innovazione. Quale contributo pensate di dare con “Terra” e con la vostra ricerca sulle tradizioni locali?
Gianluca: È un ulteriore esperimento di contaminazione tra linguaggi, sia musicali che fonetici. In fondo anche la musica da cui partiamo - blues e folk - è frutto di contaminazioni, prima umane e sociali, poi musicali. Direi che è un processo naturale nell’arte. Non stiamo inventando nulla di nuovo, ma aggiungiamo un tassello in più a questo variegato panorama musicale.
Dopo “Terra”, quali territori sonori o culturali immaginate di esplorare insieme?
Gianluca: Sicuramente Terra è un punto di partenza
dal quale sviluppare nuovi brani, ma credo che lasceremo tutto evolversi
spontaneamente, com’è stato per le canzoni di questo disco. Quindi dovrete
aspettare il prossimo album per scoprirlo.
PG: La curiosità di sapere dove potremmo approdare sarà
uno stimolo per gettare le basi del lavoro futuro. Concordo con Gianluca:
lasceremo che tutto cresca spontaneamente e con la massima libertà di
espressione musicale.


