Tra autonomia creativa e impronta tecnica:
il percorso di Marco Bonino
Questo articolo nasce da una intervista realizzata con Marco Bonino, musicista poliedrico che ha scelto di difendere con decisione la propria identità sonora, lavorando spesso in autonomia per preservare lo spirito originario delle sue canzoni. La conversazione si inserisce in un progetto editoriale dedicato all’evoluzione della tecnologia applicata alla musica e mette in luce il rapporto, talvolta complesso, tra creatività artistica e intervento tecnico. Dalle esperienze con produttori-amici che hanno sostenuto le sue scelte, agli incontri con fonici capaci di trasformare il suo approccio allo studio, fino alle riflessioni sull’era digitale e sugli “incidenti felici” che hanno segnato alcune registrazioni, Bonino racconta come la sua carriera sia stata costantemente attraversata dal dialogo tra visione personale e strumenti della produzione musicale.
L’autonomia come scelta artistica
Dal 1982, dopo il tour con Lucio Dalla e Ron, Marco Bonino ha deciso di lavorare alle sue canzoni in solitudine, almeno nella fase iniziale. Una scelta maturata per difendere lo spirito originario dei brani, spesso alterato dagli arrangiatori. Per lui il “vestito” di una canzone è essenziale: è ciò che permette a un brano di rinascere in nuove versioni, come accade con gli evergreen. Da allora ha imparato a registrare e curare personalmente i suoni, evitando che i fonici uniformassero le sue chitarre – Rickenbacker o Telecaster – a un gusto esterno. “Sbagliatissimo”, sottolinea, perché ogni timbro è parte integrante della sua visione.
Produttori amici, non giudici
Bonino ricorda con gratitudine i produttori che hanno creduto in lui – da Marco Astarita a Claudio Trotta, da Valerio Saffirio a Gigi Venegoni – sottolineando come nessuno abbia mai imposto scelte sonore. La loro funzione non era quella di giudici critici, ma di amici e sostenitori. Diverso il caso delle collaborazioni con Ron, dove il produttore era Lucio Dalla: lì le decisioni erano indiscutibili, ma sempre frutto di un’autorità artistica riconosciuta.
Decisioni inattese e successi
imprevisti
Non mancano episodi in cui le scelte produttive hanno ribaltato le aspettative. Con i Nuovi Angeli, dopo il raffinato concept album Stasera Clowns scritto da Vecchioni e Pareti e registrato con l’orchestra della Scala, il pubblico non rispose. La Polydor propose allora il singolo Uakadi-Uakadu: inizialmente osteggiato, divenne in pochi mesi un successo europeo. Una lezione sull’imprevedibilità del mercato e sulla forza di un brano apparentemente “minore”.
Dal palco allo studio
Fondamentale è stato l’incontro con Gigi Venegoni, chitarrista e fonico-produttore, che gli insegnò a essere “musicista di studio”, una dimensione diversa dal live. In studio, infatti, Bonino ha spesso dovuto imporre il proprio suono contro le equalizzazioni dei tecnici. La sua filosofia rimane quella della semplicità: dopo un periodo progressive con pedali ed effetti, ha scelto di tornare a un amplificatore valvolare con due canali e riverbero, privilegiando l’essenzialità.
Incidenti felici e nostalgie
analogiche
Come molti musicisti, anche Bonino ha conosciuto l’“errore creativo”: nel 1983, durante la registrazione di Young Again, un rientro imprevisto creò un effetto di voce raddoppiata a un’ottava superiore. Incomprensibile dal punto di vista tecnico, ma talmente suggestivo da essere lasciato intatto. Se potesse riportare in vita un hardware analogico, sceglierebbe il treble booster del 1968 usato con il Vox AC30, poi regalato all’amico Enrico Ciacci.
L’ingegnere nell’era digitale
Oggi, con Pro Tools e i plugin, l’impronta del fonico non è scomparsa: si è trasformata. Bonino cita l’Autotune, spesso ridotto a “salva stonati”, ma in realtà capace di rendere le voci più precise che mai. Un fonico esperto sa usarlo non come correzione, ma come strumento creativo. La differenza rispetto al passato è che il lavoro di costruzione dei brani avviene ormai fuori dallo studio, con tempi e costi ridotti, ma anche con una diversa intensità rispetto alle registrazioni quasi live degli anni ’80.
Freschezza contro tecnica
Infine, Bonino riflette sulle band indipendenti che si
autoproducono. Non parla di errori, ma di inesperienza. Eppure, ammira la
freschezza di chi mette l’entusiasmo al primo posto: “Mi piacciono i
musicisti poco tecnici ma di gusto. Sono loro quelli che rimangono”.
Conclusione
L’intervista con Marco Bonino mostra come la storia di un musicista sia anche la storia del rapporto con la tecnologia e con chi la governa. Tra autonomia e collaborazione, tra incidenti felici e scelte produttive inattese, emerge un percorso che attraversa decenni di musica italiana, sempre in bilico tra il rispetto del suono originario e la sua trasformazione.

