Un frammento di storia riemerge dal
passato: le immagini restaurate dell’Anaheim Stadium mostrano la band all’apice
della sua potenza visiva e sonora
Nel mondo del collezionismo musicale, ci sono momenti che
ridefiniscono la comprensione di un’epoca. La recente comparsa su YouTube di
dieci minuti di riprese inedite dei Pink Floyd,
risalenti alla tappa nordamericana del tour In The Flesh del 1977,
è senza dubbio uno di questi.
Il filmato, girato il 7 maggio 1977 all'Anaheim Stadium in
California, è stato riportato alla luce e meticolosamente restaurato dal Pink
Floyd Research Group. Non si tratta solo di un documento per appassionati,
ma di una testimonianza visiva di rara qualità che cattura la band in un
momento di transizione monumentale.
Un documento tecnico e artistico senza precedenti
Secondo il collettivo che ha curato il rilascio, l'importanza
di questa clip è difficile da sovrastimare:
"È il primo vero filmato di alta qualità della loro
esecuzione di Wish You Were Here nel 1977. Cattura inquadrature straordinarie
di tutti e sei i membri sul palco, inclusi i turnisti Snowy White e Dick Parry,
e primi piani ravvicinati di David Gilmour durante gli assoli di Money."
Il video offre una panoramica dettagliata delle iconiche
proiezioni circolari e degli effetti scenici che hanno reso i Pink Floyd i
pionieri della "musica da guardare", mostrando con una nitidezza
sorprendente le sezioni 6-9 di Shine On You Crazy Diamond.
Il contrasto con la critica dell’epoca
Nonostante oggi il tour del 1977 sia considerato leggendario,
l'accoglienza della stampa contemporanea fu sorprendentemente gelida. In una
recensione dell'epoca, Rolling Stone descrisse lo spettacolo di Anaheim con
toni quasi sprezzanti, definendolo un "circo" e un "insulto
roboante".
Secondo il magazine, la band stava scivolando verso un
distacco cinico dal proprio pubblico: "A differenza dei loro dischi,
gli spettacoli non mostrano mai la sicurezza organica di uno dei gruppi più
innovativi dell'ultimo decennio... è un luogo di acrimonia e disprezzo".
Il seme della discordia: verso "The Wall"
Questa tensione percepita dalla critica non era un'illusione.
Il tour del 1977 fu il catalizzatore del crollo emotivo di Roger Waters.
Proprio la sensazione di alienazione provata davanti a folle oceaniche e
distratte portò Waters, pochi mesi dopo ad Anaheim, al celebre episodio di
Montreal in cui sputò a un fan.
Fu proprio quel gesto di disprezzo a far scattare la
scintilla creativa per il capolavoro del 1979: "Ho immaginato un muro
costruito all'interno dell'arena, con la band che suona nascosta dietro di
esso", raccontò in seguito Waters.
Oggi, grazie a questo nuovo filmato, possiamo osservare
quegli ultimi istanti di "libertà" scenica prima che il muro, reale e
metaforico, venisse definitivamente innalzato.
Il prog
italiano tra rigore tecnico e visione sonora, con Zarathustra come manifesto di
un’epoca
Questo articolo nasce da una intervista realizzata conAlberto Moreno delMuseo Rosenbache si inserisce all’interno di un
progetto editoriale più ampio dedicato all'evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è estrapolare contenuti e riflessioni che
possano diventare un racconto interessante e di respiro storico-critico, capace
di mettere in luce il rapporto tra creatività artistica e visione tecnica nella
storia della band.
Alberto Moreno
Zarathustra: 80% arte, 20% produzione
Il primo album, Zarathustra(1973), è il caso
emblematico di come il sound del Museo Rosenbach sia nato dall’incontro tra
ispirazione artistica e intervento produttivo. Moreno attribuisce l’80% al contributo creativo della band e il restante 20% alla visione
del produttore Angelo Vaggi (Ricordi).
Fu lui a proporre una modifica strutturale decisiva:
l’eliminazione di un’introduzione pianistica e la creazione, direttamente in
studio, di un inizio sinfonico. Una scelta accolta all’unanimità e rivelatasi
vincente.
I tecnici del suono, Carlo Martinet e Dino Gelsomino, si
limitarono a registrare curando l’efficacia del suono. Il missaggio, gestito da
Vaggi insieme ad Alberto Moreno, generò però qualche malcontento: il
chitarrista Enzo Merogno si sentì penalizzato nei suoi interventi solistici. A
peggiorare le cose, il riversamento da nastro a vinile risultò disastroso, con
un suono impastato che tagliava le medie frequenze. Il confronto con Darwin
del Banco, prodotto da Sandro Colombini, mise in evidenza la differenza
qualitativa nella masterizzazione.
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca
visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.
Exit: il Pop che spiazzò i fan
Con Exit (2000), la produzione condivisa con
Sergio Cossu segnò una svolta. Registrato a Bordighera con uno studio mobile,
l’album si concentrava sulle dinamiche dell’amore, abbandonando il taglio epico
richiesto dall’etichetta progressive. I provini furono trascritti in chiave
Pop, con sonorità più morbide, e la presenza di un nuovo cantante accentuò la
distanza dal sound originario.
Il risultato fu un disco percepito dai fan come un’opera
minore, rimasto in una sorta di limbo, lontano dall’impatto di Zarathustra.
La tecnologia: analogico vs digitale
Il Museo Rosenbach nacque nell’era analogica. Nel 2011, con Zarathustra live in studio(2012), la band decise di risuonare l’album senza
sovraincisioni, come se fosse un live. Tre esecuzioni furono registrate e la
migliore scelta come definitiva. Fondamentale fu il lavoro del fonico Maurizio
Macchioni, che curò anche il missaggio.
Al contrario, in Barbarica(2013)
le parti furono incise a strati, con un risultato giudicato “freddo”. La
versione Live in Tokyo(2014), sempre con
Macchioni, restituì invece la vitalità originaria e rimane una delle
testimonianze più efficaci del suono autentico della band.
L’invenzione accidentale: la voce di
Lupo
Se il sound del Museo Rosenbach ha un elemento iconico,
questo è la voce di Stefano “Lupo” Galifi. La sua passione per James
Brown e Joe Cocker sembrava inconciliabile con le basi progressive della band.
Eppure, l’inserimento di una voce blues su strutture rock e sinfoniche si
rivelò una scelta coraggiosa e vincente. Non un errore, ma un’intuizione che
arricchì il sound con una contrapposizione inedita.
Oltre i modelli archeologici
Guardando al presente, Moreno sottolinea un rischio comune
alle band indipendenti: quello di riproporre modelli “archeologici” del
progressive. Il genere, per sua natura, deve evolvere e rispondere al tempo in
cui viene prodotto. Suite e strutture ritmiche spezzettate restano tratti
distintivi, ma devono essere aggiornati al senso artistico contemporaneo.
Conclusione
Il percorso del Museo Rosenbach dimostra come il sound di una
band non sia mai il risultato di una sola voce, ma di un intreccio tra
creatività, tecnica e contesto storico. Le scelte produttive, talvolta
controverse, hanno contribuito a definire un’identità sonora che ancora oggi
viene discussa, reinterpretata e messa in relazione con il presente.
Ha compiuto gli anni Paul Stanley, nato il 20 gennaio 1952 a New
York City.
È il co-fondatore, frontman, chitarrista ritmico e co-cantante
dei Kiss, dalla sua fondazione nel 1973 fino al loro ritiro nel 2023.
Stanley è stato l'autore o co-autore di molte delle canzoni
più popolari della band e ha creato per la sua persona nei Kiss il personaggio
"The Starchild".
È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2014
come membro dei Kiss.
Nel 2006, la rivista Hit Parader lo ha classificato al 18º
posto nella lista dei Top 100 Metal Vocalists of All Time. Inoltre, un
sondaggio dei lettori di Gibson.com nel 2010 lo ha nominato 13º nella lista dei
Top 25 Frontmen.
Oltre alla sua carriera musicale, Stanley ha recentemente
fatto notizia per le sue dichiarazioni sui social media riguardo alle cure di
affermazione di genere per i minori, che hanno generato feedback divisivi. Ha
successivamente rilasciato una nuova dichiarazione per chiarire le sue
intenzioni e supportare coloro che lottano con la loro identità sessuale.
Dimentichiamo la parodia e il polveroso ricordo accademico:
nel 2026, il capolavoro di Sergej Ejzenštejn smette di essere un
monumento intoccabile per diventare materia viva, pulsante e ferocemente
moderna. A cento anni esatti dalla sua prima proiezione pubblica il 21 gennaio
1926, l’ensemble milanese I Sincopatici
compiino un’operazione che definire audace è riduttivo: liberare La Corazzata Potëmkindal mito e restituirla alla sua natura originaria
di "grido umanista" attraverso un’esperienza sensoriale totale. Sotto
la guida della compositrice Francesca Badalini, il gruppo ha rilasciato
una versione che non si limita a "commentare" le immagini, ma le
rigenera attraverso un linguaggio sonoro viscerale e una veste estetica
inedita.
La prima grande sorpresa è visiva: il film originale è
proposto in una versione ricolorata tramite Intelligenza Artificiale. Questa
scelta conferisce vitalità alle inquadrature centenarie, creando un contrasto
potente con la partitura musicale che spazia dal rock alla musica classica di
ricerca. Le musiche, ideate dalla Badalini (attiva dal 1999 con la Cineteca
Italiana) e rielaborate collettivamente, mantengono un'anima live e
improvvisativa. La registrazione, effettuata presso l’XLR Studio di San Donato
Milanese, ha voluto preservare intatto quel pathos tipico dei
cine-concerti che il gruppo porta sui palchi da dieci anni.
Seguendo la struttura originale del film, il lavoro si divide
in cinque tracce corrispondenti ai cinque atti:
Atto I: Uomini e vermi - L’incipit cupo sulla carne
deteriorata e l’ingiustizia dei superiori.
Atto II: Dramma sul ponte - Il momento della rivolta, dove il
ritmo si fa incalzante.
Atto III: Il morto chiama - Il lutto per Vakulinčuk e
l'omaggio della città di Odessa.
Atto IV: La scalinata di Odessa - Il climax drammatico. Qui la
musica regge il peso di immagini iconiche come la carrozzina e gli occhiali
frantumati.
Atto V: Una contro tutte - La solidarietà finale tra i
marinai sotto la bandiera rossa.
Il cuore del progetto risiede nel contrasto timbrico tra i
componenti:
Francesca Badalini (Pianoforte e
Chitarra Elettrica):
Fondatrice ed esperta di musicazione per il cinema muto.
Silvia Maffeis (Violino): La sua anima classica (già al fianco
di Einaudi) dona lirismo ai momenti più umani.
Andrea Grumelli (Basso Fretless): Porta l'esperienza del jazz-rock e
del metal, dando profondità alle frequenze della corazzata.
Teo Ravelli (Batteria ed
Elettronica): Il
motore ritmico che mescola glitch, noise e improvvisazione.
Sulla scia del successo del precedente Decimo Cerchio
(2024), I Sincopatici riescono finalmente a scrostare il film dal suo sbiadito
passato. Non è più una "punizione" cinefila, ma un’esperienza
travolgente: il cinema come non lo avete mai sentito.
Nasceva il 21 gennaio del 1941Richie Havens, cantante, compositore e chitarrista
americano, noto per il suo stile unico e la sua voce profonda. La sua carriera
musicale si è estesa per oltre cinque decenni, caratterizzata da una passione immensa
per la musica folk e un impegno costante per le cause sociali e politiche.
La storia musicale di Richie Havens iniziò nei club del
Greenwich Village negli anni '60, un'epoca in cui il folk revival stava
prendendo piede. Grazie al suo talento e alla sua presenza scenica, Havens
attirò l'attenzione di artisti e produttori influenti.
Il suo debutto discografico avvenne nel 1965 con l'album
"A Richie Havens Record", ma fu con l'album "Mixed Bag" del
1967 che ottenne il successo critico e commerciale.
La carriera di Richie Havens raggiunse un punto culminante
durante il Festival di Woodstock nel 1969. Havens fu il primo artista a salire
sul palco e la sua performance aprì l'iconico festival. Con una combinazione di
canzoni originali e cover, tra cui una potente versione di "Freedom",
Havens conquistò il pubblico e divenne un simbolo del movimento controculturale
degli anni '60. La sua esibizione a Woodstock rimane una delle più memorabili
nella storia della musica.
Dopo il successo di Woodstock, Richie Havens continuò a
pubblicare album e a organizzare concerti in tutto il mondo. La sua musica, che
univa elementi di folk, rock e blues, gli permise di collaborare con molti
artisti di spicco, tra cui Bob Dylan, Jimi Hendrix e Joan Baez.
Havens fu apprezzato non solo per la sua musica, ma anche per
il suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. Partecipò a
numerosi eventi e manifestazioni, utilizzando la sua voce e la sua notorietà
per promuovere il cambiamento sociale.
Havens fu anche un filantropo e un attivista. Fondò la
Northwind Undersea Institute, un centro di educazione ambientale per i giovani,
e supportò varie organizzazioni benefiche.
A causa di un attacco cardiaco Havens morì il 22 aprile 2013
all’età di 72 anni, ma il suo impatto sulla musica e sulla società rimane vivo.
Le sue canzoni, cariche di emozione e significato, sono un
tributo duraturo alla sua visione artistica e al suo impegno per la giustizia.
Nella vasta mitologia del rock and roll, esistono momenti che
superano il confine della semplice esibizione per diventare veri e propri
spartiacque culturali. Uno dei più celebri e discussi rimane, senza dubbio,
quello avvenuto la sera del 20 gennaio 1982 al Veterans Memorial
Auditorium di Des Moines, Iowa. Durante una tappa del tour promozionale
dell'album Diary of a Madman, Ozzy
Osbournefu protagonista di un
gesto che avrebbe segnato la sua carriera per sempre: il morso a un pipistrello
vero sul palco.
Quello che molti oggi ricordano come un atto di ribellione
calcolato o una macabra trovata pubblicitaria, fu in realtà il risultato di un
incredibile quanto disgustoso malinteso. All'epoca, i concerti di Ozzy erano
noti per un’atmosfera carica di eccessi, dove il pubblico era solito lanciare
sul palco oggetti di ogni tipo, inclusi animali di gomma e pezzi di carne
cruda.
Quando un fan nelle prime file lanciò un piccolo corpo scuro
sul palco, Ozzy, accecato dalle luci e immerso nel personaggio, si convinse che
si trattasse di un giocattolo in plastica. Raccolse l'animale e, con un gesto
teatrale volto a scioccare la folla, gli staccò la testa con un morso. La
reazione immediata non fu però quella prevista: il cantante avvertì
immediatamente il calore del sangue e un sapore amaro e metallico, rendendosi
conto con orrore che l'animale era reale.
Nonostante il panico iniziale, lo show proseguì, ma le
conseguenze non tardarono ad arrivare. Subito dopo la fine del concerto,
Osbourne fu trasportato d'urgenza in ospedale per iniziare un doloroso ciclo di
trattamenti antirabbici, una serie di iniezioni che lo avrebbero accompagnato
per diverse settimane. L'episodio scatenò proteste feroci da parte delle
associazioni per i diritti degli animali e contribuì a creare intorno alla
figura di Ozzy un'aura di pericolosità che lo portò persino a essere bandito da
diverse città.
Paradossalmente, proprio questo incidente trasformò l'ex
frontman dei Black Sabbath in un'icona immortale della cultura pop. Ciò che
nacque come un errore grottesco è diventato il simbolo della sua natura
selvaggia, un aneddoto tramandato di generazione in generazione che ancora
oggi, dopo oltre quarant'anni, continua a definire l'essenza stessa del
"Principe delle Tenebre".
“Il sole fa davvero la differenza.
Qui anche la gente fiorisce. E’ un pubblico meraviglioso. Adoro il modo in cui
esprime le sue emozioni.” (Freddie Mercury)
Sui biglietti figurava la presuntuosa dicitura “il miglior festival di tutti i tempi”.
Ma se non fu il migliore, fu certamente il più grande.
Con novanta ore di musica nell’arco di dieci giorni e un totale di
tre milioni di spettatori, il primo e più memorabile “Rock In Rio” superò ogni più rosea
aspettativa dell’organizzatore, l’uomo d’affari brasiliano Roberto Medina. Gran
parte del merito va ascritto ai Queen, le cui esibizioni, in particolare quella
molto intensa dell’ultima giornata del
festival, restano un momento chiave nella lunga e lenta invasione rock dell’America
Latina.
Il cantante Freddie Mercury rappresentava al meglio la tipica
ossessione degli anni ’80 per la spettacolarità, e il suo inimitabile gusto
kitsh veniva esaltato dagli spazi di grandi dimensioni. Ma anche lui dovette
sentirsi minuscolo al momento di salire su un palco di 7000 metri quadrati, in grado
di ospitare contemporaneamente tutti i gruppi in cartellone. Di fronte c’erano
300.000 persone abbronzate e cariche di voglia di divertirsi che salutarono il
gruppo con un’ovazione assordante.
Mai i Queen avevano potuto contare su una platea tanto allegra e
vitale. Alle spalle dell’arena allestita per l’occasione era cresciuta una
specie di città virtuale con decine di negozi e il più grande McDonald al
mondo. In lontananza si stagliavano le montagne che circondavano Barra da
Tijuca. Era un’ambientazione straordinaria e, come al solito, Mercury si
dimostrò all’altezza della situazione.
Il concerto spaziò lungo tutta la carriera del gruppo, dai primi
timidi successi di inizio anni’70, come Keep
Yoursekf Alive, alle più recenti e celeberrime Hammer to fall e Radio Gaga,
quest’ultima accompagnata dalla folla con un potentissimo battimano ritmico.
Un accenno di contestazione arrivò quando Mercury sfoggiò un abbigliamento
non propriamente maschile per I Want To
Break Free, turbando la componente machista, peraltro in minoranza, del
pubblico. Ciò non impedì al cantante di innamorarsi del Brasile e dell’intero
Sudamerica: “Mi piacerebbe comprarmi
tutto il continente e farmi eleggere presidente.”
L’ultima tappa del tour “Assenza di gravità… and more”
di Carmine Capassosi è trasformata in una serata speciale, quasi un
rito di chiusura, dove passato, presente e futuro della musica si sono
intrecciati con naturalezza. Il pubblico non era numeroso, ma la sala era ricca
di musicisti e ascoltatori attenti: un clima da “cerchia competente”, dove ogni
dettaglio viene colto e valorizzato.
A inaugurare la serata è stato Gianmaria
Zanier, solo sul palco con chitarra e basi. Un compito impegnativo,
soprattutto per chi è abituato a promuovere gli altri artisti più che sé
stesso. E invece Zanier ha affrontato la sfida con una sincerità che ha
colpito: ha proposto alcuni brani dal suo Diario di Bordo,
portando un’intimità che ha funzionato proprio perché priva di artifici. La sua
esibizione è stata un gesto di coraggio e autenticità: un artista che decide di
mettersi in gioco, pur senza grande esperienza da palco, e che riesce a creare
un clima di ascolto vero. Un’apertura positiva, umana, che ha predisposto il
pubblico alla serata.
La seconda parte ha visto l’ingresso della Carmine Capasso Band, formazione affiatata e
potente:
Carmine Capasso – voce, chitarre, theremin, synth
Sep Sarno – piano, Hammond, Moog
Piero “BlackBass” Chiefa – basso, chitarra
Jacopo Casadio – batteria, cori
Capasso si conferma un frontman completo: tecnico,
espressivo, capace di guidare la band e di coinvolgere il pubblico con
naturalezza. La scaletta ha attraversato i brani del suo album Assenza di
gravità, alternandoli a momenti dedicati alle sue esperienze con The
Trip, proponendo anche un brano da lui composto per la nuova formazione.
Non sono mancati omaggi a gruppi e artisti che fanno parte del suo DNA
musicale: Timoria, Genesis, Ivan Graziani, Black
Sabbath. Una sezione centrale energica, varia, costruita con intelligenza
musicale.
La terza parte ha portato sul palco Giorgio “Fico” Piazza, in splendida forma. Con
lui la serata ha assunto una dimensione storica, quasi documentaria.
Il percorso musicale ha rivisitato le sue origini con I
Quelli, proponendo pezzi storici come “La bambolina che fa no no no”
(brano di Michel Polnareff, portato al successo in Italia proprio dai
Quelli), “Hush” dei Deep Purple, altro cavallo di battaglia della
band pre-PFM.
Dalla stagione dei Quelli si è passati alla nascita della PFM,
di cui Piazza è stato membro fondatore e protagonista nei primi due album. Il
pubblico ha potuto ascoltare canzoni come “Impressioni di settembre”, “La
carrozza di Hans”, introdotta da una citazione potente dei King Crimson,
ovvero “21st Century Schizoid Man”.
Greg Lake è sempre nei suoi pensieri e "Lucky Man" ne è una testimonianza.
La chiusura è stata affidata a un classico intramontabile “È
festa” (con Zanier a completare la big band), brano che ha trasformato la
sala in un piccolo rito collettivo, con il pubblico ai piedi del palco.
Piazza non si è limitato a suonare: ha raccontato, ha
condiviso aneddoti, ha riportato alla luce un pezzo di storia del progressive
italiano. La sua presenza ha completato la serata, aggiungendo profondità e
memoria.
Alla fine, ciò che resta di questa ultima tappa del tour “Assenza
di gravità… and more” è la sensazione di aver attraversato un viaggio
completo, fatto di coraggio, tecnica, memoria e condivisione. L’apertura di
Zanier ha dato il tono umano alla serata, come se qualcuno avesse spalancato
una porta invitando tutti ad accomodarsi senza formalità. La parte centrale,
con la Carmine Capasso Band, ha mostrato invece la solidità di un gruppo che sa
esattamente dove andare: un suono compatto, una guida sicura, un repertorio che
alterna introspezione e potenza, passato e presente, con quella naturalezza che
solo i musicisti veri sanno mantenere.
E poi l’arrivo di Giorgio “Fico” Piazza ha aggiunto la
dimensione del racconto, quella che non si impara e non si costruisce: si porta
addosso. Le sue storie, i suoi brani, i suoi ricordi trasformati in musica
hanno completato il quadro, come se la serata avesse improvvisamente trovato la
sua profondità storica, il suo orizzonte più ampio. Insieme, questi tre momenti
hanno creato un flusso unico, un intreccio di generazioni e sensibilità che ha
restituito al pubblico un’esperienza piena, viva, capace di guardare avanti
senza dimenticare da dove arriva.
E proprio guardando avanti, la chiusura del tour assume un
significato particolare: Carmine Capasso ora si fermerà per un po’, una pausa
necessaria per dedicarsi al nuovo disco. Se questa serata è stata un punto
d’arrivo, è anche un punto di ripartenza. E la sensazione, uscendo dalla sala,
è che ciò che verrà dopo avrà ancora più peso, più maturità, più visione.
Perché quando un viaggio si conclude così, con questa intensità e questa cura,
significa che un altro è già pronto a cominciare.
Un evento senza precedenti tra lusso
e set acustici: la nuova sfida di Trading Boundaries
Il mondo del progressive rock si sposta dai grandi stadi alle
acque tranquille del Reno. Trading Boundaries, il celebre locale e hub
culturale dell'East Sussex noto per essere un punto di riferimento per il
genere, ha annunciato una nuova, ambiziosa iniziativa: una crociera fluviale
di lusso interamente dedicata alla musica prog, prevista per luglio
2026.
L'evento vedrà alternarsi leggende viventi e icone del design
visionario a bordo della Emerald Astra, una nave fluviale all'avanguardia che
trasformerà il viaggio tra Svizzera e Paesi Bassi in un’esperienza sensoriale
unica.
Due viaggi, un'unica leggenda
La crociera si articolerà in due tratte consecutive di una
settimana ciascuna, offrendo set acustici intimi e un contatto senza precedenti
con gli artisti.
Viaggio
I (11 - 18
luglio 2026): Da Basilea ad Amsterdam Il primo itinerario vedrà
come punta di diamante il leggendario "Mantled Wonder" Rick Wakeman. Accanto a lui, si
esibiranno gli Acoustic Asia(in formazione trio), Thijs van Leer & Menno Gootjes dei Focus,
gli Acoustic Caravane il collaudato duo formato da Adam Wakeman eDamian Wilson. Ad arricchire l'atmosfera ci sarà la
presenza costante di Roger Dean, l'artista dietro le iconiche
copertine di Yes e Asia.
Viaggio
II (18 - 25
luglio 2026): Da Amsterdam a Basilea Per il viaggio di ritorno,
il testimone passerà a Steve Hackett,
che si esibirà con la sua band. Il programma vedrà il ritorno degli Acoustic
Asia e dei membri dei Focus, con l'aggiunta di Peter Jones (Tiger Moth Tales) e di una
chicca per i fan dei Genesis: Frank Grabowski, che presenterà "The
Lamb Lies Down on Broadway" in una suggestiva versione per
pianoforte.
Formazioni speciali e dettagli
tecnici
Ciò che rende questo evento imperdibile è la natura esclusiva
delle performance:
Acoustic
Asia: Geoff
Downes, John Mitchell e Harry Whitley si esibiranno in un'inedita veste di
trio senza batteria, spogliando i classici della band per rivelarne
l'essenza melodica.
Acoustic
Caravan: la
storica band di Canterbury sarà rappresentata da Pye Hastings, Geoffrey
Richardson e Mark Walker.
Esperienza
Immersiva: oltre
ai concerti, gli ospiti potranno assistere a sessioni di domande e
risposte e presentazioni d'arte curate da Roger Dean.
Lusso a cinque stelle sulla Emerald
Astra
Non si tratta solo di musica, ma di un'esperienza di viaggio
di altissimo livello. L'Emerald Astra offre suite eleganti (dalle State
Rooms alla prestigiosa Owner’s One Bedroom Suite), cucina raffinata,
un solarium e persino una piscina a bordo. Navigare attraverso i paesaggi della
Valle del Reno, patrimonio dell'UNESCO, accompagnati dalle note che hanno
definito un'era, promette di essere il sogno di ogni appassionato di prog.
Curiosità aggiuntive sul mondo Prog
Se sei un fan di questi artisti, ecco alcuni dettagli extra
che rendono l'evento ancora più interessante:
1.L'eredità
di Roger Dean: la presenza di Dean non è casuale. Trading Boundaries ospita una
delle gallerie d'arte permanenti più importanti dedicate alle sue opere. Sarà
possibile vedere da vicino come nascono i mondi fantastici che hanno decorato
album come Fragile o Close to the Edge.
2.Il
ritorno di Steve Hackett: Hackett sta vivendo una "seconda
giovinezza" artistica, con tour mondiali sold-out. Vederlo in un contesto
fluviale così ristretto è un'opportunità estremamente rara rispetto ai grandi
teatri abituali.
3.Il
legame dei Wakeman: la presenza di Rick e del figlio Adam sottolinea la natura
"familiare" e di continuità del genere prog, che continua a
rigenerarsi attraverso le generazioni.
Nota per i viaggiatori: data la capacità limitata della Emerald Astra rispetto alle
grandi navi da crociera oceaniche, i posti sono estremamente limitati e la
richiesta è altissima.
"I don't want to be a star. I want to be a musician."
David Crosby
Oggi, 18 gennaio, ricorre il terzo anniversario della
scomparsa di David Crosby, una delle
figure più influenti, complesse e magnetiche della storia del rock. Scomparso
nel 2023 all'età di 81 anni, "Croz" (come lo chiamavano gli amici) l'incarnazione
stessa della controcultura degli anni '60 e '70.
Se il rock degli anni '60 fosse un arazzo, David Crosby ne
sarebbe il filo più lucente e, a tratti, più ruvido. Fondatore di due delle
band più leggendarie di sempre, The Byrds e Crosby, Stills, Nash
& Young, Crosby ha ridefinito il concetto di armonia vocale,
trasformando la musica folk in un'esperienza psichedelica e universale.
Con i Byrds, Crosby ha contribuito a creare il
"folk-rock", elettrizzando la poesia di Bob Dylan con brani come Mr.Tambourine Man. Ma era nel trio (poi quartetto con Neil Young) CSNY che
il suo genio raggiungeva vette divine. La sua capacità di intrecciare la
propria voce a quella dei compagni non era semplice canto: era una geometria
perfetta di suoni che sembrava sospesa nel tempo. Canzoni come Guinnevere,
Almost Cut My Hair e Wooden Ships restano oggi
monumenti alla libertà creativa.
Crosby non è stato solo un artista immenso; è stato un
sopravvissuto. La sua biografia è un romanzo di eccessi, cadute rovinose e
rinascite miracolose. Ha attraversato decenni di dipendenze, problemi
giudiziari e gravi problemi di salute (incluso un celebre trapianto di fegato
finanziato dall'amico Phil Collins), riuscendo sempre a tornare sul palco con
quella sua voce cristallina che, incredibilmente, il tempo non è mai riuscito a
scalfire.
Ciò che ha reso gli ultimi anni di Crosby straordinari è
stata la sua incredibile produttività. Mentre molti suoi contemporanei si
limitavano a celebrare il passato, lui ha vissuto una vera e propria
"seconda giovinezza" artistica, pubblicando album solisti di
altissimo livello (come Croz, Sky Trails o For Free)
e collaborando con musicisti giovanissimi, a dimostrazione che la sua curiosità
intellettuale non si era mai spenta.
David Crosby ci ha lasciato il 18 gennaio 2023, poco
dopo aver annunciato un nuovo tour e un nuovo album. Se n'è andato con la
stessa urgenza con cui aveva vissuto: pensando alla musica.
Oggi lo ricordiamo non solo per i baffi a manubrio e il
sorriso sornione, ma per averci insegnato che le armonie più belle nascono
spesso dal contrasto e che, nonostante tutto, c'è sempre un motivo per
continuare a cantare.
Ci sono album che non si limitano a evocare un luogo: lo
restituiscono nella sua complessità, con le sue luci, le sue ombre, le sue
contraddizioni. Terra,il nuovo
lavoro di PG Petriccainsieme a Gianluca
Giannasso, appartiene a questa categoria. È un disco che non cerca
la cartolina folkloristica, ma la verità ruvida delle radici, dei dialetti,
delle storie che resistono al tempo.
Dopo l’introspezione claustrofobica di Bad Days
- “un disco al chiuso, tra quattro mura”, come ricorda Giannasso - “Terra”
apre lo sguardo. Non verso un orizzonte rassicurante, ma verso un paesaggio
umano più vasto, dove la memoria non è nostalgia, bensì materia viva. “All’aria
aperta non vuol dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce
c’è ombra, no?”, osserva Giannasso. Ed è proprio in questo chiaroscuro che
l’album trova la sua forza.
Petricca, figura di riferimento del blues arcaico italiano,
compie qui un gesto controcorrente: invece di guardare al Delta, torna al
Fucino. Il dialetto abruzzese/fucense diventa lingua naturale per raccontare
storie che non potrebbero esistere in nessun altro idioma. “Il collegamento
tra il dialetto e le storie raccontate è indissolubile”, afferma Petricca.
E infatti i personaggi dell’album - contadini, donne violate, figure marginali,
bambini addormentati con filastrocche antiche - vivono e pensano in dialetto
perché è lì che esistono.
Il blues, in questo contesto, non è imitazione: è strumento
di memoria. “La musica del popolo è una voce storica”, ricorda Petricca,
e “Terra” ne è una testimonianza limpida.
L’album alterna brani originali, canti tradizionali e
narrazioni che sembrano emergere da un archivio emotivo condiviso.
In Maria, una delle pagine più dure, la
violenza viene raccontata senza filtri: “Le braccia de ne maschie / che te
strignene all’arrete / nen te lassane scappà.” È un blues che non consola,
ma denuncia.
In Terra, il brano manifesto, la fatica dei
contadini diventa poesia civile: “Schine curve che le zappe… Terra addo nen
nasce gniente / terra che assuga la gente.” Qui il dialetto è ritmo, è
respiro, è corpo.
Giovedì Sante e Pasqualine riportano alla luce riti e
figure popolari, oscillando tra ironia, malinconia e osservazione sociale. Ninna
Nanna e Ninnellacustodiscono invece la memoria orale,
quella che passa di bocca in bocca, di generazione in generazione.
La presenza di Giannasso è essenziale: la sua batteria è
terrosa, rituale, mai invadente. La sua scrittura in Pzir Nir, in
dialetto di Torremaggiore, amplia ulteriormente il raggio geografico del disco.
“È un ulteriore esperimento di contaminazione tra linguaggi”, spiega. E
la parola contaminazione qui torna alla sua radice più autentica:
incontro umano, sociale, culturale.
Se in studio “Terra" è un lavoro di scavo, dal vivo
diventa un organismo in movimento. “Lasciamo alla musica la scelta di dove
portarci”, dice Giannasso. Il dialetto, in questo contesto, non è barriera
ma colore, un timbro in più nella tavolozza emotiva del duo.
In un panorama italiano spesso tentato dall’imitazione, “Terra”
rappresenta un gesto di autenticità: riportare il blues a casa, nelle nostre
campagne, nelle nostre ferite, nelle nostre storie. Non inventa nulla, come
ammettono gli stessi autori, ma aggiunge un tassello prezioso a un mosaico
culturale che merita di essere ascoltato e tramandato.
BIOGRAFIE
PG PETRICCA
Rappresentante del blues arcaico e acustico, Petricca nasce
artisticamente come busker, portando il Delta Blues nelle strade, nei club e
nei festival specializzati. Dopo l’esperienza con i Papa Leg Acoustic Duo, con
cui incide Railroad Blues (2007) e Back to Mississippi (2009) e
suona in Europa e negli Stati Uniti, avvia una carriera solista che lo porta a
pubblicare At Home (2015), Tales and Other Stories (2016) e Bad
Days (2021), accolto con entusiasmo dalla stampa internazionale. La sua
chitarra resofonica, nutrita dallo studio dei maestri del Delta, e la sua
scrittura da songster contemporaneo lo rendono una delle voci più originali del
blues italiano.
GIANLUCA GIANNASSO
Autodidatta alla batteria, si forma tra Milano e Roma,
collaborando con artisti come Luca De Nuzzo, Alessandro Orlando Graziano e
Fabio Cinti. Partecipa a live estemporanei con Morgan e attraversa generi
diversi, dal rock all’elettronica (con il progetto solista Rev.). Nel
blues suona con Dead Shrimp, Spookyman e G-Fast Freaks Orkestar, fino a essere
chiamato in tournée da artisti americani come Reed Turchi e Luther Dickinson.
Musicista versatile, capace di unire groove, sensibilità timbrica e ricerca
linguistica, in Terra porta una visione ritmica essenziale e
profondamente narrativa.
A seguire, l’intervista integrale a PG Petricca e Gianluca
Giannasso, che approfondisce genesi, visioni e significati di Terra,
offrendo ulteriori chiavi di lettura per entrare in un album che parla di
radici, memoria e resistenza.
Dal buio di “Bad Days” alla luce di “Terra”: come
descrivereste il passaggio emotivo e musicale tra questi due album?
Gianluca: Bad Days è un disco “al chiuso”, tra
quattro mura. Terra è invece un disco all’aria aperta, di conseguenza
anche più aperto alle contaminazioni. Però attenzione: all’aria aperta non vuol
dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce c’è ombra, no?
PG: Bad Days nasce dalla necessità di raccontare un
periodo confuso e contraddittorio, dettato dalla pandemia mondiale del 2020,
con tematiche lirico-musicali che rimandano al folk/blues americano. Terra,
invece, è un’immersione nel passato, trae ispirazione dalle nostre radici ed è
un album raccontato attraverso tutte quelle influenze musicali che ci hanno
accompagnato durante la nostra formazione.
Il titolo Terra evoca radici, fatica, ma anche speranza. Qual
è il significato più profondo che volete trasmettere con questo lavoro?
Gianluca: È un moto di riconnessione con le proprie
radici, senza ipocrisie. Riconoscendo sì le luci di luoghi e tempi non proprio
contemporanei, ma accettando anche le ombre e le situazioni più controverse. È
anche un modo per esorcizzare queste ultime.
PG: Tornare alle proprie origini significa scavare nella
memoria. Terra ha il compito di riportare in superficie ricordi e
sensazioni di un vissuto, e di consegnarli all’attenzione di chi ascolta il
nostro lavoro, affinché possa immedesimarsi e tuffarsi alla ricerca del proprio
passato.
Molti brani di “Terra” sono in dialetto abruzzese/fucense.
Perché avete scelto di raccontare storie così forti e quotidiane attraverso la
lingua delle vostre radici?
Gianluca: Ho una teoria legata alla lingua che si parla.
Penso che il linguaggio influenzi pesantemente il pensiero; quindi, anche la
scelta degli argomenti che si decide di raccontare è influenzata dalla lingua
in cui lo si fa. Il rapporto tra parola e pensiero non è a senso unico.
PG: Il collegamento tra il dialetto e le storie raccontate
è indissolubile. I personaggi e le loro azioni prendono forza proprio perché
radicati nel loro territorio e legati alla loro lingua. I contadini del Fucino
sono stati raccontati da Ignazio Silone in Fontamara: sono i “cafoni”,
personaggi al pari dei gauchos argentini o dei peones messicani, destinati alla
sottomissione e ai soprusi del latifondismo. Questi contadini parlano e pensano
in dialetto: è la dimensione in cui esistono.
Da “Ninna Nann”a a “Giovedì Sante”, fino a “Pasqualine”: come
avete scelto quali tradizioni riportare in musica e che ruolo hanno nel
progetto?
PG: Ho attinto principalmente ai ricordi della mia
infanzia, trascorsa in compagnia dei nonni paterni e dei loro racconti, che
hanno popolato la mia fantasia. Negli anni mi sono poi imbattuto in alcune
registrazioni di canzoni popolari abruzzesi realizzate da diversi
etnomusicologi, che hanno contribuito alla scelta degli argomenti e delle
tradizioni da privilegiare in questo lavoro.
Testi come “Maria” o “Terra” parlano di violenza, fatica,
resistenza. Quanto è importante per voi che il blues diventi anche strumento di
memoria collettiva?
Gianluca: In fondo il blues è sempre stato uno strumento
di memoria, principalmente individuale, ma spesso riconducibile a una scala più
ampia. Tutto sommato, la società non è altro che la somma delle singole
esistenze e delle loro relazioni.
PG: La musica del popolo è una voce storica: è il racconto
di chi ha resistito e resiste, di chi ha sofferto e soffre ancora, per le
ingiustizie sociali o per le difficoltà della vita quotidiana. Intonare un
canto, sia esso con espressioni primitive, con semplici passaggi armonici e
poche parole, significa interpretare il sentire di una singola persona o di
un’intera comunità in un determinato periodo storico. Il fatto che tale canto
venga poi trasmesso di generazione in generazione lo rende uno strumento di memoria
collettiva, fondamentale per capire il nostro passato e le nostre origini.
Com’è nata la collaborazione tra voi due?
PG: La collaborazione con Gianluca nasce durante il Covid,
quando decidemmo con Max Pieri di registrare alcune canzoni in trio con il
titolo Dispersi. Avendo già ascoltato Gianluca dal vivo, pensai che il
suo sound fosse adatto al tipo di progetto che avevamo in mente. Poi,
stringendo amicizia, abbiamo scoperto molti interessi musicali in comune e
abbiamo deciso di convogliarli in questo nuovo lavoro: Terra.
Come cambia l’impatto dei brani dialettali e tradizionali
quando li portate sul palco rispetto all’ascolto in studio?
Gianluca: Dal vivo ci piace sempre giocare con le canzoni,
sia con i pezzi tradizionali in inglese sia con quelli dialettali. Lasciamo
molto all’interpretazione estemporanea e permettiamo alla musica di scegliere
dove portarci. Il dialetto è soltanto un altro colore del nostro modo di
esprimerci.
Siete parte di una scena che unisce revival e innovazione.
Quale contributo pensate di dare con “Terra” e con la vostra ricerca sulle
tradizioni locali?
Gianluca: È un ulteriore esperimento di contaminazione tra
linguaggi, sia musicali che fonetici. In fondo anche la musica da cui partiamo -
blues e folk - è frutto di contaminazioni, prima umane e sociali, poi musicali.
Direi che è un processo naturale nell’arte. Non stiamo inventando nulla di
nuovo, ma aggiungiamo un tassello in più a questo variegato panorama musicale.
Dopo “Terra”, quali territori sonori o culturali immaginate
di esplorare insieme?
Gianluca: Sicuramente Terra è un punto di partenza
dal quale sviluppare nuovi brani, ma credo che lasceremo tutto evolversi
spontaneamente, com’è stato per le canzoni di questo disco. Quindi dovrete
aspettare il prossimo album per scoprirlo.
PG: La curiosità di sapere dove potremmo approdare sarà
uno stimolo per gettare le basi del lavoro futuro. Concordo con Gianluca:
lasceremo che tutto cresca spontaneamente e con la massima libertà di
espressione musicale.
Un ritorno che trasforma il tempo in
materia sonora, tra memoria, visioni e nuove frontiere progressive
A dieci anni dal primo Fistful of Planets, Elisa Montaldotorna
con un’opera che segna un punto di svolta nella sua traiettoria artistica. Looking Back Moving Forwardnon è soltanto un nuovo album solista, ma la
sintesi di un decennio di lavoro sotterraneo, di crescita tecnica e spirituale,
di esplorazioni sonore che hanno ampliato il suo linguaggio fino a renderlo
oggi più personale che mai.
Il nuovo lavoro porta con sé il peso - e la ricchezza - di
anni trascorsi tra produzioni, colonne sonore, collaborazioni e ricerca
individuale. Elisa ha affinato strumenti, orecchio e visione, costruendo un
arsenale timbrico che spazia dai synth vintage al Roli Seaboard, dai flauti
nativi americani alle percussioni africane. Tutto ciò confluisce in un album
che respira di artigianalità, cura e consapevolezza.
Il titolo non è un vezzo poetico: è la chiave concettuale
dell’intero progetto. Il passato riaffiora in forma di melodie rielaborate, di
echi provenienti dai suoi lavori precedenti, mentre il futuro si manifesta nei
suoni elettronici, nelle texture sperimentali, nella libertà con cui gli
strumenti vengono sottratti alla loro identità originaria. Il risultato è
un’opera che vive in una dimensione sospesa, dove memoria e immaginazione si
intrecciano senza nostalgia.
Al centro dell’album si apre una parentesi inattesa: sei
brani strumentali che formano un mini-album autonomo, una zona liminale in cui
il tempo sembra rallentare. Qui l’autrice lavora sulla percezione, sulla
spazialità, sulla qualità tattile del suono. Rumori, frequenze “sporche”,
suggestioni infantili e atmosfere ipnotiche costruiscono un’esperienza
immersiva che invita all’ascolto in cuffia, in solitudine, in quiete. È musica
che non chiede attenzione: la cattura.
Pur essendo un album profondamente solista, alcuni ospiti
intervengono in punti strategici, ampliando la tavolozza senza mai sovrastarla.
Le batterie di Mattias Olsson, le armonizzazioni vocali di Francesco
Ciapica, le trame psichedeliche di Carmine Capasso, la viola e la
voce di Barbara Rubin, le chitarre di Giacomo Castellano: ogni
contributo è calibrato, funzionale, parte di un disegno più grande.
La limited edition - con bandana, shopper e soprattutto
l’opera in legno con ingranaggi funzionanti - estende il concept del tempo in
forma fisica. È un gesto che restituisce valore al supporto materiale,
trasformando l’album in un oggetto narrativo, da toccare e da vivere, non solo
da ascoltare.
Looking Back Moving Forward è un’opera che parla di trasformazione, di
guarigione, di missione artistica. Elisa non si limita a comporre: costruisce
spazi interiori, invita a respirare, a rallentare, a lasciarsi attraversare
dalla musica come da un vento che porta via il superfluo. È un album che non si
consuma: si abita.
Con questo lavoro, Elisa Montaldo firma la sua opera più
matura e identitaria. Un disco che unisce rigore e immaginazione, artigianato e
visione, radici e futuro. Un viaggio sonoro che prepara perfettamente il
terreno all’intervista che segue, offrendo al lettore le coordinate emotive e
concettuali per entrare nel suo universo.
TRACKLIST
1.Raining
Solitude – 8:10
2.Still
Floating / We Didn’t Waste Time – 5:13
3.Alone
or Not (Modern Vampire) – 5:32
4.The
Bunyan Effect – 3:30
5.You’re
With Me – 3:22
6.Al
di là delle idee – 4:54
7.Northern
Woods – 4:13
The Dreamcore Bubble
8.Out
of the Cold White Desert – 4:08
9.1941
– The Path – 3:53
10.Pastel
Markers – 2:37
11.30
January – 5:25
12.Wesak
(LoFi Version) – 2:41
13.Watermelon
in Easter Hay – 5:34
14.Looking
Back, Moving Forward – 7:07
Durata totale: circa 66 minuti
L'INTERVISTA A ELISA MONTALDO
Cosa ti ha spinto a tornare con un nuovo album solista
proprio ora, e come senti sia cambiata la tua prospettiva musicale in questo
decennio?
In realtà, in questi anni non ho mai smesso di comporre brani
per il mio progetto personale, ma sono stata molto impegnata con il lavoro e
con collaborazioni discografiche varie che mi permettono di avanzare (anche se
a fatica) come professionista nella produzione musicale. Dopo aver prodotto la
colonna sonora di un film e lavorato ai dischi di Mater a Clivis Imperat,
Albus Diabolus e varie altre collaborazioni ancora non edite, mi sono
finalmente dedicata allo sviluppo del mio lavoro solista e ho voluto fortemente
che potesse vedere la luce esattamente a dieci anni dal mio primo “Fistful
of Planets”. È stata dura, ma ce l’ho fatta. Durante questo decennio, per
necessità e per scelta, ho concentrato tutte le mie energie sullo sviluppo
personale, sulla produzione musicale, sulla creazione di arrangiamenti e su
tutte le fasi che precedono il mastering di un disco. Ho ampliato il mio parco
strumenti e dedicato molto tempo a costituire una selezione di suoni
elettronici, vintage, VST realistici, ecc. In questo album ho cercato
soprattutto di esprimere l’evoluzione che ho fatto su questi punti.
Il titolo “Looking Back Moving Forward” suggerisce un dialogo
tra passato e futuro. In che modo le tue esperienze personali hanno influenzato
questa visione?
Le mie esperienze personali hanno influenzato moltissimo
l’album in sé e l’approccio che ho avuto nella sua produzione, sia a livello
tecnico che creativo. I brani sono scritti in modo “evocativo/fantastico”, ma
sono anche molto autobiografici. Racconto sensazioni che ho vissuto,
riflessioni, paure e gioie, sogni e visioni. Il titolo è arrivato di getto
quando ho guardato al mio album in modo distaccato e ne ho “scoperto”
l’architettura: guardarsi indietro per andare avanti. È qualcosa che ho fatto
personalmente in questi anni e che ha cambiato profondamente il mio modo di
vivere e relazionarmi al mondo intorno. Fin dai tempi del primo album de “Il
Tempio delle Clessidre” ho sempre inserito il concetto di “tempo” nelle mie
composizioni: è abbastanza chiaro che per me sia una materia strettamente
legata al mio modo di concepire la musica e di usarla per la mia “missione”,
per ispirare un’evoluzione e un’apertura mentale che vadano al di là dei limiti
che noi umani ci siamo imposti.
Sei riuscita a creare un mini-album dentro l’album. Puoi
raccontarci come è nata questa idea e quale funzione ha per l’ascoltatore?
La cosiddetta “dream core bubble”, che si può tradurre con
“bolla onirica”, è un’idea che ho sviluppato con tanta dedizione e in cui credo
molto. Oggi siamo invasi da informazioni, immagini e musica che scorrono veloci
senza neanche potersi “aggrappare” al nostro cervello ed essere elaborate nel
modo giusto. La pazienza in generale si è ridotta e le persone vogliono cose
sempre più veloci e “pulite”. Ma esiste una controtendenza che secondo me vale
la pena considerare: la ricerca del suono spurio, del dettaglio “sporco” che in
qualche modo ci fa ricordare qualcosa del nostro passato, un rumore bianco che
conforta il nostro subconscio o degli effetti d’ambiente che ci fanno tornare
piccoli, come dentro un sogno infantile o sotto le onde del mare. Questo è ciò
che ho voluto inserire in questi brani, tutti nati da ispirazioni che chiamo
“pure”: mi sono come “arrivati” da non so dove e, in una sorta di trance, ho
cercato di esprimerli in musica. Sono brani strumentali che possono essere
considerati come la “colonna sonora dei tuoi pensieri”: da ascoltare per
rilassarsi, durante un viaggio fisico o mentale, per staccare dalla realtà o
addirittura per conciliare il sonno e i sogni lucidi. Ho studiato molto sulla
sovrapposizione dei suoni, sulla loro posizione nello spazio (anche con l’aiuto
dello studio di Daniele Giane, che ha mixato l’intero disco). Ho anche inserito
un po’ della mia esperienza nella produzione di musica per ipnosi e coerenza
cardiaca (che ho fatto nel 2023/24). Sono brani strumentali e brevi, quindi
“tascabili”, pronti all’uso per quel poco tempo in cui si può magari staccare
la spina e ricaricare le energie.
Consigli di vivere la “bolla Dreamcore” in solitudine, con
cuffie e corpo rilassato. Perché questa modalità è così importante per entrare
nel tuo universo sonoro?
Perché penso sia uno dei modi migliori per concedersi la
calma e l’attenzione per “assorbire” ciò che ho cercato di inserire nella
musica. L’orecchio attento riconoscerà magari melodie già ascoltate (nei miei
primi due Fistful of Planets), o suoni che ha già sentito in altra
musica di diverso genere, o ancora avvertire dei rumori e farsi cullare da come
essi attraversano lo “spazio uditivo” (percepibile se ascoltato in cuffia).
Meglio ancora se con il corpo rilassato, predisposto a una respirazione
corretta e naturale e aperto ad accogliere stati di rilassamento o distacco
dalla realtà.
Nel disco suoni una gamma impressionante di strumenti, dal
Roli Seaboard Rise 2 al flauto hulusi, fino alle percussioni africane. Quale di
questi ha aperto nuove strade nella tua ricerca sonora?
Negli anni ho raccolto diversi strumenti sia per necessità
lavorative, sia soprattutto per la mia passione nella sperimentazione degli
stessi in contesti “esterni” alla loro identità. In questo disco ho voluto
inserirne il più possibile perché adoro i loro suoni acustici, come ad esempio
il flauto High Spirits, originario dei Nativi Americani, che ha un suono
molto particolare e richiama l’armonia con la Natura e l’unione dello Spirito
con essa (l’ho inserito sia in The Bunyan Effect che in Northern
Woods proprio per richiamare il carattere “mistico” dei due brani).
Sicuramente lo strumento che ha più arricchito la mia creatività e produzione
sonora è il Roli Seaboard: si tratta di un sintetizzatore con tastiera in
gomma, sulla quale si possono suonare le note in modo “multidimensionale”,
quindi glissando tra le note, vibrando e modificando i parametri del suono
semplicemente con le dita, cosa non possibile con le normali tastiere. I suoni
di Moog e altri famosi synth vintage diventano dunque molto più espressivi e si
possono creare parti spontanee ed efficaci.
Hai coinvolto musicisti come Mattias Olsson, Barbara Rubin e
Carmine Capasso. Come hai scelto i tuoi ospiti e che ruolo hanno avuto nel
plasmare l’atmosfera dell’album?
In partenza, per questo album non avevo intenzione di
coinvolgere musicisti, poiché la distanza dai miei colleghi e la mia necessità
di gestire tutto da sola rendono difficile questo tipo di produzione. Ho deciso
dunque di occuparmi di tutti gli aspetti della produzione stessa. Procedendo
con il lavoro, però, mi sono resa conto che alcuni brani necessitavano di
interventi come la batteria: ho chiesto dunque a Mattias di partecipare in due
brani, perché con lui esiste questa intesa artistica e ho potuto contare sulla
sua sensibilità musicale, riuscendo ad avere il risultato che volevo molto
fluidamente. A Francesco Ciapica ho chiesto di inserire dei cori sul brano Alone
or Not, perché ho sempre amato la sua voce e apprezzo molto la sua
creatività, soprattutto per quanto riguarda le armonizzazioni vocali. Il
risultato ha confermato ciò, dando al brano un’identità molto interessante e
delle influenze beatlesiane. Nello stesso brano ho proposto a Carmine Capasso,
appassionato di strumenti etnici e non convenzionali come me, di creare delle
texture psichedeliche nel finale, e ha accettato divertendosi con theremin,
santur, chitarre e sitar, dando alla coda del brano un valore non indifferente
e un’ulteriore spinta psichedelica. Con Barbara Rubin stiamo collaborando
attivamente da fine 2022 e ci aiutiamo a vicenda nei nostri rispettivi lavori:
per questo disco le ho proposto di interpretare la melodia della prima parte di
Looking Back Moving Forward (la title track) con il suo bellissimo suono
di viola e di cantare una piccola parte (insieme a Francesco) nel ritornello
del brano stesso che chiude il disco. Ultimo, ma non per importanza, Giacomo
Castellano (uno dei chitarristi più influenti e importanti che abbiamo in
Italia) è presente nella nostra reinterpretazione di un brano di Frank Zappa.
Le sue chitarre sono come sempre sublimi. Giacomo è stato il co-produttore di Fistful
of Planets Part 1 ed è per me molto importante che sia in questo nuovo
lavoro.
Shopper, bandana e soprattutto l’opera in legno con
ingranaggi. Da dove nasce l’idea di legare oggetti fisici e artigianali al
concetto musicale del tempo?
Mi sono sempre piaciute le edizioni limitate dei dischi, i
gadget esclusivi e quelle piccole cose che rendono unico e da collezione un
album. Trovo che oggi, con l’utilizzo sempre più massivo dei servizi di
streaming, il supporto fisico soffra moltissimo: sappiamo quanto sia diventato
complicato per gli artisti poter vendere la propria musica e quanto sia
praticamente impossibile rientrare nelle spese sostenute per produrla. Ho
voluto investire su un limitato numero di pezzi che potessero dare qualcosa in
più del semplice CD: ho disegnato la bandana e la shopper, che sono stati
prodotti in Italia, per dare un’identità maggiore al design portante del disco,
alla palette colori e allo stile. Sono appassionata di design, stile e moda e,
ovviamente, coi pochi mezzi a disposizione non ho potuto fare grandi cose, ma
tengo molto a questo aspetto della comunicazione visiva e ho cercato di creare
qualcosa che potesse piacere e soprattutto essere utile a tutti. Per quanto
riguarda i due ingranaggi in legno, il discorso è più profondo: ho avuto questa
idea perché ho pensato che, quando si ascolta il CD, la custodia con il display
trasparente rimane vuota; allora ho voluto creare qualcosa di molto semplice
che potesse incastrarsi al perno e girare proprio come gli ingranaggi di un
orologio, esprimendo in modo fisico il concetto di “looking back moving
forward”. Questi ingranaggi sono stati creati al laser da un laboratorio di una
persona molto speciale: non posso svelarne l’identità, ma è uno scienziato che
ha partorito alcune tra le invenzioni più importanti degli ultimi decenni e che
collabora con marchi di orologeria svizzera di lusso. Se volete saperne di più,
ho recentemente pubblicato un articolo dedicato sul mio blog del mio sito.
Ovviamente questi piccoli ingranaggi hanno un valore simbolico, ma mi sento di
dire che probabilmente non esiste nulla del genere in quanto a gadget di
edizioni da collezione di un disco…
Nel disco ritornano echi di melodie dai tuoi lavori passati.
È un modo per riconciliarti con la tua storia musicale o per offrire continuità
agli ascoltatori?
È più che altro un modo per esprimere concretamente il
concetto di “looking back moving forward”. Le melodie presenti nei dischi
precedenti ritornano dal passato in modo più maturo: alcune sono sviluppate in
vere e proprie canzoni, altre sono vestite di suoni nuovi e arrangiamenti più
complessi. È anche un modo per dire che il viaggio tra i pianeti è tuttora
attuale e che l’universo in cui fluttuano si muove ed evolve, senza dimenticare
le proprie origini.
Tu parli di “aprire la mente e respirare un’aria fresca e
catartica”. Qual è la tua speranza più profonda per chi ascolta questo album?
Ho sentito fin da quando ero piccola di essere su questa
terra per compiere una missione, come ogni essere umano penso senta, ma nel mio
caso la risposta è stata molto contorta da trovare. Ancora non so bene quale
direzione prendere, ma negli ultimi anni ho avuto chiari segnali che il mio
scopo, in quanto persona e artista, è quello di utilizzare la Musica come mezzo
di comunicazione e di guarigione. Non so se dovrò approfondire gli aspetti
puramente curativi della musica, ma sento che l’ispirazione trasmessa da essa
possa essere davvero importante nel mondo attuale. Penso che il potere della
Musica sia immenso e che possa davvero cambiare il mondo, partendo dalle
piccole cose, da una canzone, da un suono. Ci sono persone che hanno avuto
intuizioni geniali grazie alla musica, altre che sono uscite da tunnel di
depressione o che sono riuscite a comunicare con altre ancora. Insomma, io vivo
per questo, e in LBMF ho messo tutta la mia anima e la conoscenza che ho
cercato di ampliare con dedizione per rendere i messaggi più chiari, sebbene
spesso subliminali. La magia della Musica è quella di sussurrare nelle orecchie
delle persone qualcosa che il loro cervello magari non può spiegare, ma che
risuona profondamente nel loro corpo e nella loro anima.
Dopo Looking Back Moving Forward, quali nuovi territori
sonori o concettuali immagini di esplorare?
Ho intenzione di continuare la mia sperimentazione sonora
individuale e ho già nuovi strumenti con cui poterlo fare. La vita di tutti i
giorni occupa molto tempo ed energie per riuscire a sopravvivere in questo
mondo, ma vorrei poter ritagliare tempo per lavorare su svariati progetti: in
cantiere ci sono già diverse idee, in primis la collaborazione con Barbara
Rubin nella creazione di un album che spezza un po’ i codici della musica
finora esplorata da entrambe e che vuole essere qualcosa di inaspettato e nuovo.
Vorrei dare alla luce l’album colonna sonora del film che ho prodotto tempo
addietro, perché penso sia molto interessante e possa piacere agli amanti del
progressive e delle colonne sonore. Ho poi in programma la collaborazione con
Samael Von Martin per i nuovi Mater a Clivis Imperat e Albus Diabolus
(in cui sono occupata in gran parte della produzione e che quindi sarà
impegnativo), avrò alcune collaborazioni nell’ambito della musica elettronica
con un produttore di techno e, soprattutto, vorrò finalmente tornare al mio
amato progressive e, se tutto va bene, ci saranno interessanti novità… Il 2026
sarà un altro anno impegnativo e spero che intorno ci sia interesse a scoprire
ancora nuova musica, perché è vero che ce n’è davvero tanta, ma l’essere umano
ne ha costante bisogno.