venerdì 23 gennaio 2026

Il "Sacro Graal" dei Pink Floyd: spuntano 10 minuti inediti del leggendario tour del 1977



Un frammento di storia riemerge dal passato: le immagini restaurate dell’Anaheim Stadium mostrano la band all’apice della sua potenza visiva e sonora

 

Nel mondo del collezionismo musicale, ci sono momenti che ridefiniscono la comprensione di un’epoca. La recente comparsa su YouTube di dieci minuti di riprese inedite dei Pink Floyd, risalenti alla tappa nordamericana del tour In The Flesh del 1977, è senza dubbio uno di questi.

Il filmato, girato il 7 maggio 1977 all'Anaheim Stadium in California, è stato riportato alla luce e meticolosamente restaurato dal Pink Floyd Research Group. Non si tratta solo di un documento per appassionati, ma di una testimonianza visiva di rara qualità che cattura la band in un momento di transizione monumentale.

Un documento tecnico e artistico senza precedenti

Secondo il collettivo che ha curato il rilascio, l'importanza di questa clip è difficile da sovrastimare:

"È il primo vero filmato di alta qualità della loro esecuzione di Wish You Were Here nel 1977. Cattura inquadrature straordinarie di tutti e sei i membri sul palco, inclusi i turnisti Snowy White e Dick Parry, e primi piani ravvicinati di David Gilmour durante gli assoli di Money."

Il video offre una panoramica dettagliata delle iconiche proiezioni circolari e degli effetti scenici che hanno reso i Pink Floyd i pionieri della "musica da guardare", mostrando con una nitidezza sorprendente le sezioni 6-9 di Shine On You Crazy Diamond.

Il contrasto con la critica dell’epoca

Nonostante oggi il tour del 1977 sia considerato leggendario, l'accoglienza della stampa contemporanea fu sorprendentemente gelida. In una recensione dell'epoca, Rolling Stone descrisse lo spettacolo di Anaheim con toni quasi sprezzanti, definendolo un "circo" e un "insulto roboante".

Secondo il magazine, la band stava scivolando verso un distacco cinico dal proprio pubblico: "A differenza dei loro dischi, gli spettacoli non mostrano mai la sicurezza organica di uno dei gruppi più innovativi dell'ultimo decennio... è un luogo di acrimonia e disprezzo".

Il seme della discordia: verso "The Wall"

Questa tensione percepita dalla critica non era un'illusione. Il tour del 1977 fu il catalizzatore del crollo emotivo di Roger Waters. Proprio la sensazione di alienazione provata davanti a folle oceaniche e distratte portò Waters, pochi mesi dopo ad Anaheim, al celebre episodio di Montreal in cui sputò a un fan.

Fu proprio quel gesto di disprezzo a far scattare la scintilla creativa per il capolavoro del 1979: "Ho immaginato un muro costruito all'interno dell'arena, con la band che suona nascosta dietro di esso", raccontò in seguito Waters.

Oggi, grazie a questo nuovo filmato, possiamo osservare quegli ultimi istanti di "libertà" scenica prima che il muro, reale e metaforico, venisse definitivamente innalzato.

Il filmato inedito a seguire:







giovedì 22 gennaio 2026

Il suono del Museo Rosenbach: tra visione artistica e impronta produttiva-Chiacchierando con Alberto Moreno

 


Il prog italiano tra rigore tecnico e visione sonora, con Zarathustra come manifesto di un’epoca


Questo articolo nasce da una intervista realizzata con Alberto Moreno del Museo Rosenbach e si inserisce all’interno di un progetto editoriale più ampio dedicato all'evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è estrapolare contenuti e riflessioni che possano diventare un racconto interessante e di respiro storico-critico, capace di mettere in luce il rapporto tra creatività artistica e visione tecnica nella storia della band.

Alberto Moreno


Zarathustra: 80% arte, 20% produzione 

Il primo album, Zarathustra (1973), è il caso emblematico di come il sound del Museo Rosenbach sia nato dall’incontro tra ispirazione artistica e intervento produttivo. Moreno attribuisce l’80% al  contributo creativo della band e il restante 20% alla visione del produttore Angelo Vaggi (Ricordi).

Fu lui a proporre una modifica strutturale decisiva: l’eliminazione di un’introduzione pianistica e la creazione, direttamente in studio, di un inizio sinfonico. Una scelta accolta all’unanimità e rivelatasi vincente.

I tecnici del suono, Carlo Martinet e Dino Gelsomino, si limitarono a registrare curando l’efficacia del suono. Il missaggio, gestito da Vaggi insieme ad Alberto Moreno, generò però qualche malcontento: il chitarrista Enzo Merogno si sentì penalizzato nei suoi interventi solistici. A peggiorare le cose, il riversamento da nastro a vinile risultò disastroso, con un suono impastato che tagliava le medie frequenze. Il confronto con Darwin del Banco, prodotto da Sandro Colombini, mise in evidenza la differenza qualitativa nella masterizzazione.

Accanto a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.


Exit: il Pop che spiazzò i fan 

Con Exit (2000), la produzione condivisa con Sergio Cossu segnò una svolta. Registrato a Bordighera con uno studio mobile, l’album si concentrava sulle dinamiche dell’amore, abbandonando il taglio epico richiesto dall’etichetta progressive. I provini furono trascritti in chiave Pop, con sonorità più morbide, e la presenza di un nuovo cantante accentuò la distanza dal sound originario.

Il risultato fu un disco percepito dai fan come un’opera minore, rimasto in una sorta di limbo, lontano dall’impatto di Zarathustra.


La tecnologia: analogico vs digitale 

Il Museo Rosenbach nacque nell’era analogica. Nel 2011, con Zarathustra live in studio (2012), la band decise di risuonare l’album senza sovraincisioni, come se fosse un live. Tre esecuzioni furono registrate e la migliore scelta come definitiva. Fondamentale fu il lavoro del fonico Maurizio Macchioni, che curò anche il missaggio.

Al contrario, in Barbarica (2013) le parti furono incise a strati, con un risultato giudicato “freddo”. La versione Live in Tokyo (2014), sempre con Macchioni, restituì invece la vitalità originaria e rimane una delle testimonianze più efficaci del suono autentico della band.


L’invenzione accidentale: la voce di Lupo 

Se il sound del Museo Rosenbach ha un elemento iconico, questo è la voce di Stefano “Lupo” Galifi. La sua passione per James Brown e Joe Cocker sembrava inconciliabile con le basi progressive della band. Eppure, l’inserimento di una voce blues su strutture rock e sinfoniche si rivelò una scelta coraggiosa e vincente. Non un errore, ma un’intuizione che arricchì il sound con una contrapposizione inedita.


Oltre i modelli archeologici 

Guardando al presente, Moreno sottolinea un rischio comune alle band indipendenti: quello di riproporre modelli “archeologici” del progressive. Il genere, per sua natura, deve evolvere e rispondere al tempo in cui viene prodotto. Suite e strutture ritmiche spezzettate restano tratti distintivi, ma devono essere aggiornati al senso artistico contemporaneo.


Conclusione 

Il percorso del Museo Rosenbach dimostra come il sound di una band non sia mai il risultato di una sola voce, ma di un intreccio tra creatività, tecnica e contesto storico. Le scelte produttive, talvolta controverse, hanno contribuito a definire un’identità sonora che ancora oggi viene discussa, reinterpretata e messa in relazione con il presente.







Il compleanno di Paul Stanley


Ha compiuto gli anni Paul Stanley, nato il 20 gennaio 1952 a New York City.

È il co-fondatore, frontman, chitarrista ritmico e co-cantante dei Kiss, dalla sua fondazione nel 1973 fino al loro ritiro nel 2023.

Stanley è stato l'autore o co-autore di molte delle canzoni più popolari della band e ha creato per la sua persona nei Kiss il personaggio "The Starchild".

È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2014 come membro dei Kiss.

Nel 2006, la rivista Hit Parader lo ha classificato al 18º posto nella lista dei Top 100 Metal Vocalists of All Time. Inoltre, un sondaggio dei lettori di Gibson.com nel 2010 lo ha nominato 13º nella lista dei Top 25 Frontmen.

Oltre alla sua carriera musicale, Stanley ha recentemente fatto notizia per le sue dichiarazioni sui social media riguardo alle cure di affermazione di genere per i minori, che hanno generato feedback divisivi. Ha successivamente rilasciato una nuova dichiarazione per chiarire le sue intenzioni e supportare coloro che lottano con la loro identità sessuale.







mercoledì 21 gennaio 2026

I Sincopatici: la rivoluzione sonora della "Potëmkin" cento anni dopo

 


Dimentichiamo la parodia e il polveroso ricordo accademico: nel 2026, il capolavoro di Sergej Ejzenštejn smette di essere un monumento intoccabile per diventare materia viva, pulsante e ferocemente moderna. A cento anni esatti dalla sua prima proiezione pubblica il 21 gennaio 1926, l’ensemble milanese I Sincopatici compiino un’operazione che definire audace è riduttivo: liberare La Corazzata Potëmkin dal mito e restituirla alla sua natura originaria di "grido umanista" attraverso un’esperienza sensoriale totale. Sotto la guida della compositrice Francesca Badalini, il gruppo ha rilasciato una versione che non si limita a "commentare" le immagini, ma le rigenera attraverso un linguaggio sonoro viscerale e una veste estetica inedita.

La prima grande sorpresa è visiva: il film originale è proposto in una versione ricolorata tramite Intelligenza Artificiale. Questa scelta conferisce vitalità alle inquadrature centenarie, creando un contrasto potente con la partitura musicale che spazia dal rock alla musica classica di ricerca. Le musiche, ideate dalla Badalini (attiva dal 1999 con la Cineteca Italiana) e rielaborate collettivamente, mantengono un'anima live e improvvisativa. La registrazione, effettuata presso l’XLR Studio di San Donato Milanese, ha voluto preservare intatto quel pathos tipico dei cine-concerti che il gruppo porta sui palchi da dieci anni.

Seguendo la struttura originale del film, il lavoro si divide in cinque tracce corrispondenti ai cinque atti:

Atto I: Uomini e vermi - L’incipit cupo sulla carne deteriorata e l’ingiustizia dei superiori.

Atto II: Dramma sul ponte - Il momento della rivolta, dove il ritmo si fa incalzante.

Atto III: Il morto chiama - Il lutto per Vakulinčuk e l'omaggio della città di Odessa.

Atto IV: La scalinata di Odessa - Il climax drammatico. Qui la musica regge il peso di immagini iconiche come la carrozzina e gli occhiali frantumati.

Atto V: Una contro tutte - La solidarietà finale tra i marinai sotto la bandiera rossa.

 

Il cuore del progetto risiede nel contrasto timbrico tra i componenti:

Francesca Badalini (Pianoforte e Chitarra Elettrica): Fondatrice ed esperta di musicazione per il cinema muto.

Silvia Maffeis (Violino): La sua anima classica (già al fianco di Einaudi) dona lirismo ai momenti più umani.

Andrea Grumelli (Basso Fretless): Porta l'esperienza del jazz-rock e del metal, dando profondità alle frequenze della corazzata.

Teo Ravelli (Batteria ed Elettronica): Il motore ritmico che mescola glitch, noise e improvvisazione. 

Sulla scia del successo del precedente Decimo Cerchio (2024), I Sincopatici riescono finalmente a scrostare il film dal suo sbiadito passato. Non è più una "punizione" cinefila, ma un’esperienza travolgente: il cinema come non lo avete mai sentito.

 

https://www.facebook.com/I.Sincopatici/

https://www.instagram.com/i.sincopatici/

https://isincopatici.bandcamp.com



Ricordando Richie Havens, nato il 21 gennaio

 


Nasceva il 21 gennaio del 1941 Richie Havens, cantante, compositore e chitarrista americano, noto per il suo stile unico e la sua voce profonda. La sua carriera musicale si è estesa per oltre cinque decenni, caratterizzata da una passione immensa per la musica folk e un impegno costante per le cause sociali e politiche.

La storia musicale di Richie Havens iniziò nei club del Greenwich Village negli anni '60, un'epoca in cui il folk revival stava prendendo piede. Grazie al suo talento e alla sua presenza scenica, Havens attirò l'attenzione di artisti e produttori influenti.

Il suo debutto discografico avvenne nel 1965 con l'album "A Richie Havens Record", ma fu con l'album "Mixed Bag" del 1967 che ottenne il successo critico e commerciale.

La carriera di Richie Havens raggiunse un punto culminante durante il Festival di Woodstock nel 1969. Havens fu il primo artista a salire sul palco e la sua performance aprì l'iconico festival. Con una combinazione di canzoni originali e cover, tra cui una potente versione di "Freedom", Havens conquistò il pubblico e divenne un simbolo del movimento controculturale degli anni '60. La sua esibizione a Woodstock rimane una delle più memorabili nella storia della musica.

Dopo il successo di Woodstock, Richie Havens continuò a pubblicare album e a organizzare concerti in tutto il mondo. La sua musica, che univa elementi di folk, rock e blues, gli permise di collaborare con molti artisti di spicco, tra cui Bob Dylan, Jimi Hendrix e Joan Baez.

Havens fu apprezzato non solo per la sua musica, ma anche per il suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. Partecipò a numerosi eventi e manifestazioni, utilizzando la sua voce e la sua notorietà per promuovere il cambiamento sociale.

Havens fu anche un filantropo e un attivista. Fondò la Northwind Undersea Institute, un centro di educazione ambientale per i giovani, e supportò varie organizzazioni benefiche.

A causa di un attacco cardiaco Havens morì il 22 aprile 2013 all’età di 72 anni, ma il suo impatto sulla musica e sulla società rimane vivo.

Le sue canzoni, cariche di emozione e significato, sono un tributo duraturo alla sua visione artistica e al suo impegno per la giustizia.







martedì 20 gennaio 2026

20 gennaio 1982-Ozzy Osbourne e l'incidente del pipistrello: cronaca di una follia rock



Nella vasta mitologia del rock and roll, esistono momenti che superano il confine della semplice esibizione per diventare veri e propri spartiacque culturali. Uno dei più celebri e discussi rimane, senza dubbio, quello avvenuto la sera del 20 gennaio 1982 al Veterans Memorial Auditorium di Des Moines, Iowa. Durante una tappa del tour promozionale dell'album Diary of a Madman, Ozzy Osbourne fu protagonista di un gesto che avrebbe segnato la sua carriera per sempre: il morso a un pipistrello vero sul palco.

Quello che molti oggi ricordano come un atto di ribellione calcolato o una macabra trovata pubblicitaria, fu in realtà il risultato di un incredibile quanto disgustoso malinteso. All'epoca, i concerti di Ozzy erano noti per un’atmosfera carica di eccessi, dove il pubblico era solito lanciare sul palco oggetti di ogni tipo, inclusi animali di gomma e pezzi di carne cruda.

Quando un fan nelle prime file lanciò un piccolo corpo scuro sul palco, Ozzy, accecato dalle luci e immerso nel personaggio, si convinse che si trattasse di un giocattolo in plastica. Raccolse l'animale e, con un gesto teatrale volto a scioccare la folla, gli staccò la testa con un morso. La reazione immediata non fu però quella prevista: il cantante avvertì immediatamente il calore del sangue e un sapore amaro e metallico, rendendosi conto con orrore che l'animale era reale.

Nonostante il panico iniziale, lo show proseguì, ma le conseguenze non tardarono ad arrivare. Subito dopo la fine del concerto, Osbourne fu trasportato d'urgenza in ospedale per iniziare un doloroso ciclo di trattamenti antirabbici, una serie di iniezioni che lo avrebbero accompagnato per diverse settimane. L'episodio scatenò proteste feroci da parte delle associazioni per i diritti degli animali e contribuì a creare intorno alla figura di Ozzy un'aura di pericolosità che lo portò persino a essere bandito da diverse città.

Paradossalmente, proprio questo incidente trasformò l'ex frontman dei Black Sabbath in un'icona immortale della cultura pop. Ciò che nacque come un errore grottesco è diventato il simbolo della sua natura selvaggia, un aneddoto tramandato di generazione in generazione che ancora oggi, dopo oltre quarant'anni, continua a definire l'essenza stessa del "Principe delle Tenebre".







Queen: Rock in Rio, Rio De Janeiro, 12-19 gennaio 1985


Queen
Rock in Rio, Rio De Janeiro, 12-19 gennaio 1985

Il sole fa davvero la differenza. Qui anche la gente fiorisce. E’ un pubblico meraviglioso. Adoro il modo in cui esprime le sue emozioni.” (Freddie Mercury)

Sui biglietti figurava la presuntuosa dicitura “il miglior festival di tutti i tempi”. Ma se non fu il migliore, fu certamente il più grande.
Con novanta ore di musica nell’arco di dieci giorni e un totale di tre milioni di spettatori, il primo e più memorabile “Rock In Rio” superò ogni più rosea aspettativa dell’organizzatore, l’uomo d’affari brasiliano Roberto Medina. Gran parte del merito va ascritto ai Queen, le cui esibizioni, in particolare quella molto intensa  dell’ultima giornata del festival, restano un momento chiave nella lunga e lenta invasione rock dell’America Latina.
Il cantante Freddie Mercury rappresentava al meglio la tipica ossessione degli anni ’80 per la spettacolarità, e il suo inimitabile gusto kitsh veniva esaltato dagli spazi di grandi dimensioni. Ma anche lui dovette sentirsi minuscolo al momento di salire su un palco di 7000 metri quadrati, in grado di ospitare contemporaneamente tutti i gruppi in cartellone. Di fronte c’erano 300.000 persone abbronzate e cariche di voglia di divertirsi che salutarono il gruppo con un’ovazione assordante.
Mai i Queen avevano potuto contare su una platea tanto allegra e vitale. Alle spalle dell’arena allestita per l’occasione era cresciuta una specie di città virtuale con decine di negozi e il più grande McDonald al mondo. In lontananza si stagliavano le montagne che circondavano Barra da Tijuca. Era un’ambientazione straordinaria e, come al solito, Mercury si dimostrò all’altezza della situazione.
Il concerto spaziò lungo tutta la carriera del gruppo, dai primi timidi successi di inizio anni’70, come Keep Yoursekf Alive, alle più recenti e celeberrime Hammer to fall e Radio Gaga, quest’ultima accompagnata dalla folla con un potentissimo battimano ritmico.
Un accenno di contestazione arrivò quando Mercury sfoggiò un abbigliamento non propriamente maschile per I Want To Break Free, turbando la componente machista, peraltro in minoranza, del pubblico. Ciò non impedì al cantante di innamorarsi del Brasile e dell’intero Sudamerica: “Mi piacerebbe comprarmi tutto il continente e farmi eleggere presidente.”
(Mark Paytress)







lunedì 19 gennaio 2026

Carmine Capasso chiude il suo tour a Genova, tra emozioni, tecnica e storia del prog

 


L’ultima tappa del tour “Assenza di gravità… and more” di Carmine Capasso si è trasformata in una serata speciale, quasi un rito di chiusura, dove passato, presente e futuro della musica si sono intrecciati con naturalezza. Il pubblico non era numeroso, ma la sala era ricca di musicisti e ascoltatori attenti: un clima da “cerchia competente”, dove ogni dettaglio viene colto e valorizzato.

A inaugurare la serata è stato Gianmaria Zanier, solo sul palco con chitarra e basi. Un compito impegnativo, soprattutto per chi è abituato a promuovere gli altri artisti più che sé stesso. E invece Zanier ha affrontato la sfida con una sincerità che ha colpito: ha proposto alcuni brani dal suo Diario di Bordo, portando un’intimità che ha funzionato proprio perché priva di artifici. La sua esibizione è stata un gesto di coraggio e autenticità: un artista che decide di mettersi in gioco, pur senza grande esperienza da palco, e che riesce a creare un clima di ascolto vero. Un’apertura positiva, umana, che ha predisposto il pubblico alla serata.

La seconda parte ha visto l’ingresso della Carmine Capasso Band, formazione affiatata e potente:

Carmine Capasso – voce, chitarre, theremin, synth

Sep Sarno – piano, Hammond, Moog

Piero “BlackBass” Chiefa – basso, chitarra

Jacopo Casadio – batteria, cori 

Capasso si conferma un frontman completo: tecnico, espressivo, capace di guidare la band e di coinvolgere il pubblico con naturalezza. La scaletta ha attraversato i brani del suo album Assenza di gravità, alternandoli a momenti dedicati alle sue esperienze con The Trip, proponendo anche un brano da lui composto per la nuova formazione. Non sono mancati omaggi a gruppi e artisti che fanno parte del suo DNA musicale: Timoria, Genesis, Ivan Graziani, Black Sabbath. Una sezione centrale energica, varia, costruita con intelligenza musicale.

La terza parte ha portato sul palco Giorgio “Fico” Piazza, in splendida forma. Con lui la serata ha assunto una dimensione storica, quasi documentaria.

Il percorso musicale ha rivisitato le sue origini con I Quelli, proponendo pezzi storici come “La bambolina che fa no no no” (brano di Michel Polnareff, portato al successo in Italia proprio dai Quelli), “Hush” dei Deep Purple, altro cavallo di battaglia della band pre-PFM.

Dalla stagione dei Quelli si è passati alla nascita della PFM, di cui Piazza è stato membro fondatore e protagonista nei primi due album. Il pubblico ha potuto ascoltare canzoni come “Impressioni di settembre”, “La carrozza di Hans”, introdotta da una citazione potente dei King Crimson, ovvero “21st Century Schizoid Man”.

Greg Lake è sempre nei suoi pensieri e "Lucky Man" ne è una testimonianza.

La chiusura è stata affidata a un classico intramontabile “È festa” (con Zanier a completare la big band), brano che ha trasformato la sala in un piccolo rito collettivo, con il pubblico ai piedi del palco.

Piazza non si è limitato a suonare: ha raccontato, ha condiviso aneddoti, ha riportato alla luce un pezzo di storia del progressive italiano. La sua presenza ha completato la serata, aggiungendo profondità e memoria.

Alla fine, ciò che resta di questa ultima tappa del tour “Assenza di gravità… and more” è la sensazione di aver attraversato un viaggio completo, fatto di coraggio, tecnica, memoria e condivisione. L’apertura di Zanier ha dato il tono umano alla serata, come se qualcuno avesse spalancato una porta invitando tutti ad accomodarsi senza formalità. La parte centrale, con la Carmine Capasso Band, ha mostrato invece la solidità di un gruppo che sa esattamente dove andare: un suono compatto, una guida sicura, un repertorio che alterna introspezione e potenza, passato e presente, con quella naturalezza che solo i musicisti veri sanno mantenere.

E poi l’arrivo di Giorgio “Fico” Piazza ha aggiunto la dimensione del racconto, quella che non si impara e non si costruisce: si porta addosso. Le sue storie, i suoi brani, i suoi ricordi trasformati in musica hanno completato il quadro, come se la serata avesse improvvisamente trovato la sua profondità storica, il suo orizzonte più ampio. Insieme, questi tre momenti hanno creato un flusso unico, un intreccio di generazioni e sensibilità che ha restituito al pubblico un’esperienza piena, viva, capace di guardare avanti senza dimenticare da dove arriva.

E proprio guardando avanti, la chiusura del tour assume un significato particolare: Carmine Capasso ora si fermerà per un po’, una pausa necessaria per dedicarsi al nuovo disco. Se questa serata è stata un punto d’arrivo, è anche un punto di ripartenza. E la sensazione, uscendo dalla sala, è che ciò che verrà dopo avrà ancora più peso, più maturità, più visione. Perché quando un viaggio si conclude così, con questa intensità e questa cura, significa che un altro è già pronto a cominciare.





Il Prog Rock salpa sul Reno: Rick Wakeman e Steve Hackett protagonisti di una crociera esclusiva

 


Un evento senza precedenti tra lusso e set acustici: la nuova sfida di Trading Boundaries


Il mondo del progressive rock si sposta dai grandi stadi alle acque tranquille del Reno. Trading Boundaries, il celebre locale e hub culturale dell'East Sussex noto per essere un punto di riferimento per il genere, ha annunciato una nuova, ambiziosa iniziativa: una crociera fluviale di lusso interamente dedicata alla musica prog, prevista per luglio 2026.

L'evento vedrà alternarsi leggende viventi e icone del design visionario a bordo della Emerald Astra, una nave fluviale all'avanguardia che trasformerà il viaggio tra Svizzera e Paesi Bassi in un’esperienza sensoriale unica.


Due viaggi, un'unica leggenda 

La crociera si articolerà in due tratte consecutive di una settimana ciascuna, offrendo set acustici intimi e un contatto senza precedenti con gli artisti.

  • Viaggio I (11 - 18 luglio 2026): Da Basilea ad Amsterdam Il primo itinerario vedrà come punta di diamante il leggendario "Mantled Wonder" Rick Wakeman. Accanto a lui, si esibiranno gli Acoustic Asia (in formazione trio), Thijs van Leer & Menno Gootjes dei Focus, gli Acoustic Caravan e il collaudato duo formato da Adam Wakeman e Damian Wilson. Ad arricchire l'atmosfera ci sarà la presenza costante di Roger Dean, l'artista dietro le iconiche copertine di Yes e Asia.
  • Viaggio II (18 - 25 luglio 2026): Da Amsterdam a Basilea Per il viaggio di ritorno, il testimone passerà a Steve Hackett, che si esibirà con la sua band. Il programma vedrà il ritorno degli Acoustic Asia e dei membri dei Focus, con l'aggiunta di Peter Jones (Tiger Moth Tales) e di una chicca per i fan dei Genesis: Frank Grabowski, che presenterà "The Lamb Lies Down on Broadway" in una suggestiva versione per pianoforte.


Formazioni speciali e dettagli tecnici

Ciò che rende questo evento imperdibile è la natura esclusiva delle performance:

  • Acoustic Asia: Geoff Downes, John Mitchell e Harry Whitley si esibiranno in un'inedita veste di trio senza batteria, spogliando i classici della band per rivelarne l'essenza melodica.
  • Acoustic Caravan: la storica band di Canterbury sarà rappresentata da Pye Hastings, Geoffrey Richardson e Mark Walker.
  • Esperienza Immersiva: oltre ai concerti, gli ospiti potranno assistere a sessioni di domande e risposte e presentazioni d'arte curate da Roger Dean.

Lusso a cinque stelle sulla Emerald Astra 

Non si tratta solo di musica, ma di un'esperienza di viaggio di altissimo livello. L'Emerald Astra offre suite eleganti (dalle State Rooms alla prestigiosa Owner’s One Bedroom Suite), cucina raffinata, un solarium e persino una piscina a bordo. Navigare attraverso i paesaggi della Valle del Reno, patrimonio dell'UNESCO, accompagnati dalle note che hanno definito un'era, promette di essere il sogno di ogni appassionato di prog.


Curiosità aggiuntive sul mondo Prog

Se sei un fan di questi artisti, ecco alcuni dettagli extra che rendono l'evento ancora più interessante:

1.   L'eredità di Roger Dean: la presenza di Dean non è casuale. Trading Boundaries ospita una delle gallerie d'arte permanenti più importanti dedicate alle sue opere. Sarà possibile vedere da vicino come nascono i mondi fantastici che hanno decorato album come Fragile o Close to the Edge.

2.   Il ritorno di Steve Hackett: Hackett sta vivendo una "seconda giovinezza" artistica, con tour mondiali sold-out. Vederlo in un contesto fluviale così ristretto è un'opportunità estremamente rara rispetto ai grandi teatri abituali.

3.   Il legame dei Wakeman: la presenza di Rick e del figlio Adam sottolinea la natura "familiare" e di continuità del genere prog, che continua a rigenerarsi attraverso le generazioni.

Nota per i viaggiatori: data la capacità limitata della Emerald Astra rispetto alle grandi navi da crociera oceaniche, i posti sono estremamente limitati e la richiesta è altissima.


domenica 18 gennaio 2026

18 gennaio 2023 – 18 gennaio 2026: il vuoto incolmabile lasciato da "Croz".



 "I don't want to be a star. I want to be a musician." 

 David Crosby


Oggi, 18 gennaio, ricorre il terzo anniversario della scomparsa di David Crosby, una delle figure più influenti, complesse e magnetiche della storia del rock. Scomparso nel 2023 all'età di 81 anni, "Croz" (come lo chiamavano gli amici) l'incarnazione stessa della controcultura degli anni '60 e '70.

Se il rock degli anni '60 fosse un arazzo, David Crosby ne sarebbe il filo più lucente e, a tratti, più ruvido. Fondatore di due delle band più leggendarie di sempre, The Byrds e Crosby, Stills, Nash & Young, Crosby ha ridefinito il concetto di armonia vocale, trasformando la musica folk in un'esperienza psichedelica e universale.

Con i Byrds, Crosby ha contribuito a creare il "folk-rock", elettrizzando la poesia di Bob Dylan con brani come Mr.Tambourine Man. Ma era nel trio (poi quartetto con Neil Young) CSNY che il suo genio raggiungeva vette divine. La sua capacità di intrecciare la propria voce a quella dei compagni non era semplice canto: era una geometria perfetta di suoni che sembrava sospesa nel tempo. Canzoni come Guinnevere, Almost Cut My Hair e Wooden Ships restano oggi monumenti alla libertà creativa.

Crosby non è stato solo un artista immenso; è stato un sopravvissuto. La sua biografia è un romanzo di eccessi, cadute rovinose e rinascite miracolose. Ha attraversato decenni di dipendenze, problemi giudiziari e gravi problemi di salute (incluso un celebre trapianto di fegato finanziato dall'amico Phil Collins), riuscendo sempre a tornare sul palco con quella sua voce cristallina che, incredibilmente, il tempo non è mai riuscito a scalfire.

Ciò che ha reso gli ultimi anni di Crosby straordinari è stata la sua incredibile produttività. Mentre molti suoi contemporanei si limitavano a celebrare il passato, lui ha vissuto una vera e propria "seconda giovinezza" artistica, pubblicando album solisti di altissimo livello (come Croz, Sky Trails o For Free) e collaborando con musicisti giovanissimi, a dimostrazione che la sua curiosità intellettuale non si era mai spenta.

David Crosby ci ha lasciato il 18 gennaio 2023, poco dopo aver annunciato un nuovo tour e un nuovo album. Se n'è andato con la stessa urgenza con cui aveva vissuto: pensando alla musica.

Oggi lo ricordiamo non solo per i baffi a manubrio e il sorriso sornione, ma per averci insegnato che le armonie più belle nascono spesso dal contrasto e che, nonostante tutto, c'è sempre un motivo per continuare a cantare.




sabato 17 gennaio 2026

Commento all'album "Terra", di PG Petricca & Gianluca Giannasso

 


Terra- PG Petricca & Gianluca Giannasso

 

Ci sono album che non si limitano a evocare un luogo: lo restituiscono nella sua complessità, con le sue luci, le sue ombre, le sue contraddizioni. Terra, il nuovo lavoro di PG Petricca insieme a Gianluca Giannasso, appartiene a questa categoria. È un disco che non cerca la cartolina folkloristica, ma la verità ruvida delle radici, dei dialetti, delle storie che resistono al tempo.

Dopo l’introspezione claustrofobica di Bad Days - “un disco al chiuso, tra quattro mura”, come ricorda Giannasso - “Terra” apre lo sguardo. Non verso un orizzonte rassicurante, ma verso un paesaggio umano più vasto, dove la memoria non è nostalgia, bensì materia viva. “All’aria aperta non vuol dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce c’è ombra, no?”, osserva Giannasso. Ed è proprio in questo chiaroscuro che l’album trova la sua forza.

Petricca, figura di riferimento del blues arcaico italiano, compie qui un gesto controcorrente: invece di guardare al Delta, torna al Fucino. Il dialetto abruzzese/fucense diventa lingua naturale per raccontare storie che non potrebbero esistere in nessun altro idioma. “Il collegamento tra il dialetto e le storie raccontate è indissolubile”, afferma Petricca. E infatti i personaggi dell’album - contadini, donne violate, figure marginali, bambini addormentati con filastrocche antiche - vivono e pensano in dialetto perché è lì che esistono.

Il blues, in questo contesto, non è imitazione: è strumento di memoria. “La musica del popolo è una voce storica”, ricorda Petricca, e “Terra” ne è una testimonianza limpida.

L’album alterna brani originali, canti tradizionali e narrazioni che sembrano emergere da un archivio emotivo condiviso.

In Maria, una delle pagine più dure, la violenza viene raccontata senza filtri: “Le braccia de ne maschie / che te strignene all’arrete / nen te lassane scappà.” È un blues che non consola, ma denuncia.

In Terra, il brano manifesto, la fatica dei contadini diventa poesia civile: “Schine curve che le zappe… Terra addo nen nasce gniente / terra che assuga la gente.” Qui il dialetto è ritmo, è respiro, è corpo.

Giovedì Sante e Pasqualine riportano alla luce riti e figure popolari, oscillando tra ironia, malinconia e osservazione sociale. Ninna Nanna e Ninnella custodiscono invece la memoria orale, quella che passa di bocca in bocca, di generazione in generazione.

La presenza di Giannasso è essenziale: la sua batteria è terrosa, rituale, mai invadente. La sua scrittura in Pzir Nir, in dialetto di Torremaggiore, amplia ulteriormente il raggio geografico del disco. “È un ulteriore esperimento di contaminazione tra linguaggi”, spiega. E la parola contaminazione qui torna alla sua radice più autentica: incontro umano, sociale, culturale.

Se in studio “Terra" è un lavoro di scavo, dal vivo diventa un organismo in movimento. “Lasciamo alla musica la scelta di dove portarci”, dice Giannasso. Il dialetto, in questo contesto, non è barriera ma colore, un timbro in più nella tavolozza emotiva del duo.

In un panorama italiano spesso tentato dall’imitazione, “Terra” rappresenta un gesto di autenticità: riportare il blues a casa, nelle nostre campagne, nelle nostre ferite, nelle nostre storie. Non inventa nulla, come ammettono gli stessi autori, ma aggiunge un tassello prezioso a un mosaico culturale che merita di essere ascoltato e tramandato.


BIOGRAFIE

PG PETRICCA 

Rappresentante del blues arcaico e acustico, Petricca nasce artisticamente come busker, portando il Delta Blues nelle strade, nei club e nei festival specializzati. Dopo l’esperienza con i Papa Leg Acoustic Duo, con cui incide Railroad Blues (2007) e Back to Mississippi (2009) e suona in Europa e negli Stati Uniti, avvia una carriera solista che lo porta a pubblicare At Home (2015), Tales and Other Stories (2016) e Bad Days (2021), accolto con entusiasmo dalla stampa internazionale. La sua chitarra resofonica, nutrita dallo studio dei maestri del Delta, e la sua scrittura da songster contemporaneo lo rendono una delle voci più originali del blues italiano.


GIANLUCA GIANNASSO

Autodidatta alla batteria, si forma tra Milano e Roma, collaborando con artisti come Luca De Nuzzo, Alessandro Orlando Graziano e Fabio Cinti. Partecipa a live estemporanei con Morgan e attraversa generi diversi, dal rock all’elettronica (con il progetto solista Rev.). Nel blues suona con Dead Shrimp, Spookyman e G-Fast Freaks Orkestar, fino a essere chiamato in tournée da artisti americani come Reed Turchi e Luther Dickinson. Musicista versatile, capace di unire groove, sensibilità timbrica e ricerca linguistica, in Terra porta una visione ritmica essenziale e profondamente narrativa.

A seguire, l’intervista integrale a PG Petricca e Gianluca Giannasso, che approfondisce genesi, visioni e significati di Terra, offrendo ulteriori chiavi di lettura per entrare in un album che parla di radici, memoria e resistenza.

Dal buio di “Bad Days” alla luce di “Terra”: come descrivereste il passaggio emotivo e musicale tra questi due album?

Gianluca: Bad Days è un disco “al chiuso”, tra quattro mura. Terra è invece un disco all’aria aperta, di conseguenza anche più aperto alle contaminazioni. Però attenzione: all’aria aperta non vuol dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce c’è ombra, no?

PG: Bad Days nasce dalla necessità di raccontare un periodo confuso e contraddittorio, dettato dalla pandemia mondiale del 2020, con tematiche lirico-musicali che rimandano al folk/blues americano. Terra, invece, è un’immersione nel passato, trae ispirazione dalle nostre radici ed è un album raccontato attraverso tutte quelle influenze musicali che ci hanno accompagnato durante la nostra formazione.

Il titolo Terra evoca radici, fatica, ma anche speranza. Qual è il significato più profondo che volete trasmettere con questo lavoro?

Gianluca: È un moto di riconnessione con le proprie radici, senza ipocrisie. Riconoscendo sì le luci di luoghi e tempi non proprio contemporanei, ma accettando anche le ombre e le situazioni più controverse. È anche un modo per esorcizzare queste ultime.

PG: Tornare alle proprie origini significa scavare nella memoria. Terra ha il compito di riportare in superficie ricordi e sensazioni di un vissuto, e di consegnarli all’attenzione di chi ascolta il nostro lavoro, affinché possa immedesimarsi e tuffarsi alla ricerca del proprio passato.

Molti brani di “Terra” sono in dialetto abruzzese/fucense. Perché avete scelto di raccontare storie così forti e quotidiane attraverso la lingua delle vostre radici?

Gianluca: Ho una teoria legata alla lingua che si parla. Penso che il linguaggio influenzi pesantemente il pensiero; quindi, anche la scelta degli argomenti che si decide di raccontare è influenzata dalla lingua in cui lo si fa. Il rapporto tra parola e pensiero non è a senso unico.

PG: Il collegamento tra il dialetto e le storie raccontate è indissolubile. I personaggi e le loro azioni prendono forza proprio perché radicati nel loro territorio e legati alla loro lingua. I contadini del Fucino sono stati raccontati da Ignazio Silone in Fontamara: sono i “cafoni”, personaggi al pari dei gauchos argentini o dei peones messicani, destinati alla sottomissione e ai soprusi del latifondismo. Questi contadini parlano e pensano in dialetto: è la dimensione in cui esistono.

Da “Ninna Nann”a a “Giovedì Sante”, fino a “Pasqualine”: come avete scelto quali tradizioni riportare in musica e che ruolo hanno nel progetto?

PG: Ho attinto principalmente ai ricordi della mia infanzia, trascorsa in compagnia dei nonni paterni e dei loro racconti, che hanno popolato la mia fantasia. Negli anni mi sono poi imbattuto in alcune registrazioni di canzoni popolari abruzzesi realizzate da diversi etnomusicologi, che hanno contribuito alla scelta degli argomenti e delle tradizioni da privilegiare in questo lavoro.

Testi come “Maria” o “Terra” parlano di violenza, fatica, resistenza. Quanto è importante per voi che il blues diventi anche strumento di memoria collettiva?

Gianluca: In fondo il blues è sempre stato uno strumento di memoria, principalmente individuale, ma spesso riconducibile a una scala più ampia. Tutto sommato, la società non è altro che la somma delle singole esistenze e delle loro relazioni.

PG: La musica del popolo è una voce storica: è il racconto di chi ha resistito e resiste, di chi ha sofferto e soffre ancora, per le ingiustizie sociali o per le difficoltà della vita quotidiana. Intonare un canto, sia esso con espressioni primitive, con semplici passaggi armonici e poche parole, significa interpretare il sentire di una singola persona o di un’intera comunità in un determinato periodo storico. Il fatto che tale canto venga poi trasmesso di generazione in generazione lo rende uno strumento di memoria collettiva, fondamentale per capire il nostro passato e le nostre origini.

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

PG: La collaborazione con Gianluca nasce durante il Covid, quando decidemmo con Max Pieri di registrare alcune canzoni in trio con il titolo Dispersi. Avendo già ascoltato Gianluca dal vivo, pensai che il suo sound fosse adatto al tipo di progetto che avevamo in mente. Poi, stringendo amicizia, abbiamo scoperto molti interessi musicali in comune e abbiamo deciso di convogliarli in questo nuovo lavoro: Terra.

Come cambia l’impatto dei brani dialettali e tradizionali quando li portate sul palco rispetto all’ascolto in studio?

Gianluca: Dal vivo ci piace sempre giocare con le canzoni, sia con i pezzi tradizionali in inglese sia con quelli dialettali. Lasciamo molto all’interpretazione estemporanea e permettiamo alla musica di scegliere dove portarci. Il dialetto è soltanto un altro colore del nostro modo di esprimerci.

Siete parte di una scena che unisce revival e innovazione. Quale contributo pensate di dare con “Terra” e con la vostra ricerca sulle tradizioni locali?

Gianluca: È un ulteriore esperimento di contaminazione tra linguaggi, sia musicali che fonetici. In fondo anche la musica da cui partiamo - blues e folk - è frutto di contaminazioni, prima umane e sociali, poi musicali. Direi che è un processo naturale nell’arte. Non stiamo inventando nulla di nuovo, ma aggiungiamo un tassello in più a questo variegato panorama musicale.

Dopo “Terra”, quali territori sonori o culturali immaginate di esplorare insieme?

Gianluca: Sicuramente Terra è un punto di partenza dal quale sviluppare nuovi brani, ma credo che lasceremo tutto evolversi spontaneamente, com’è stato per le canzoni di questo disco. Quindi dovrete aspettare il prossimo album per scoprirlo.

PG: La curiosità di sapere dove potremmo approdare sarà uno stimolo per gettare le basi del lavoro futuro. Concordo con Gianluca: lasceremo che tutto cresca spontaneamente e con la massima libertà di espressione musicale.





giovedì 15 gennaio 2026

Elisa Montaldo- Looking Back Moving Forward-Intervista all'autrice

 


Elisa Montaldo-Looking Back Moving Forward

 Un ritorno che trasforma il tempo in materia sonora, tra memoria, visioni e nuove frontiere progressive


A dieci anni dal primo Fistful of Planets, Elisa Montaldo torna con un’opera che segna un punto di svolta nella sua traiettoria artistica. Looking Back Moving Forward non è soltanto un nuovo album solista, ma la sintesi di un decennio di lavoro sotterraneo, di crescita tecnica e spirituale, di esplorazioni sonore che hanno ampliato il suo linguaggio fino a renderlo oggi più personale che mai.

Il nuovo lavoro porta con sé il peso - e la ricchezza - di anni trascorsi tra produzioni, colonne sonore, collaborazioni e ricerca individuale. Elisa ha affinato strumenti, orecchio e visione, costruendo un arsenale timbrico che spazia dai synth vintage al Roli Seaboard, dai flauti nativi americani alle percussioni africane. Tutto ciò confluisce in un album che respira di artigianalità, cura e consapevolezza.

Il titolo non è un vezzo poetico: è la chiave concettuale dell’intero progetto. Il passato riaffiora in forma di melodie rielaborate, di echi provenienti dai suoi lavori precedenti, mentre il futuro si manifesta nei suoni elettronici, nelle texture sperimentali, nella libertà con cui gli strumenti vengono sottratti alla loro identità originaria. Il risultato è un’opera che vive in una dimensione sospesa, dove memoria e immaginazione si intrecciano senza nostalgia.

Al centro dell’album si apre una parentesi inattesa: sei brani strumentali che formano un mini-album autonomo, una zona liminale in cui il tempo sembra rallentare. Qui l’autrice lavora sulla percezione, sulla spazialità, sulla qualità tattile del suono. Rumori, frequenze “sporche”, suggestioni infantili e atmosfere ipnotiche costruiscono un’esperienza immersiva che invita all’ascolto in cuffia, in solitudine, in quiete. È musica che non chiede attenzione: la cattura.

Pur essendo un album profondamente solista, alcuni ospiti intervengono in punti strategici, ampliando la tavolozza senza mai sovrastarla. Le batterie di Mattias Olsson, le armonizzazioni vocali di Francesco Ciapica, le trame psichedeliche di Carmine Capasso, la viola e la voce di Barbara Rubin, le chitarre di Giacomo Castellano: ogni contributo è calibrato, funzionale, parte di un disegno più grande.

La limited edition - con bandana, shopper e soprattutto l’opera in legno con ingranaggi funzionanti - estende il concept del tempo in forma fisica. È un gesto che restituisce valore al supporto materiale, trasformando l’album in un oggetto narrativo, da toccare e da vivere, non solo da ascoltare.

Looking Back Moving Forward è un’opera che parla di trasformazione, di guarigione, di missione artistica. Elisa non si limita a comporre: costruisce spazi interiori, invita a respirare, a rallentare, a lasciarsi attraversare dalla musica come da un vento che porta via il superfluo. È un album che non si consuma: si abita.

Con questo lavoro, Elisa Montaldo firma la sua opera più matura e identitaria. Un disco che unisce rigore e immaginazione, artigianato e visione, radici e futuro. Un viaggio sonoro che prepara perfettamente il terreno all’intervista che segue, offrendo al lettore le coordinate emotive e concettuali per entrare nel suo universo. 


TRACKLIST

1.   Raining Solitude – 8:10

2.   Still Floating / We Didn’t Waste Time – 5:13

3.   Alone or Not (Modern Vampire) – 5:32

4.   The Bunyan Effect – 3:30

5.   You’re With Me – 3:22

6.   Al di là delle idee – 4:54

7.   Northern Woods – 4:13

The Dreamcore Bubble

8.   Out of the Cold White Desert – 4:08

9.   1941 – The Path – 3:53

10.   Pastel Markers – 2:37

11.  30 January – 5:25

12.   Wesak (LoFi Version) – 2:41

13.   Watermelon in Easter Hay – 5:34

14.    Looking Back, Moving Forward – 7:07

Durata totale: circa 66 minuti 

 


 L'INTERVISTA A ELISA MONTALDO

Cosa ti ha spinto a tornare con un nuovo album solista proprio ora, e come senti sia cambiata la tua prospettiva musicale in questo decennio?

In realtà, in questi anni non ho mai smesso di comporre brani per il mio progetto personale, ma sono stata molto impegnata con il lavoro e con collaborazioni discografiche varie che mi permettono di avanzare (anche se a fatica) come professionista nella produzione musicale. Dopo aver prodotto la colonna sonora di un film e lavorato ai dischi di Mater a Clivis Imperat, Albus Diabolus e varie altre collaborazioni ancora non edite, mi sono finalmente dedicata allo sviluppo del mio lavoro solista e ho voluto fortemente che potesse vedere la luce esattamente a dieci anni dal mio primo “Fistful of Planets”. È stata dura, ma ce l’ho fatta. Durante questo decennio, per necessità e per scelta, ho concentrato tutte le mie energie sullo sviluppo personale, sulla produzione musicale, sulla creazione di arrangiamenti e su tutte le fasi che precedono il mastering di un disco. Ho ampliato il mio parco strumenti e dedicato molto tempo a costituire una selezione di suoni elettronici, vintage, VST realistici, ecc. In questo album ho cercato soprattutto di esprimere l’evoluzione che ho fatto su questi punti.

Il titolo “Looking Back Moving Forward” suggerisce un dialogo tra passato e futuro. In che modo le tue esperienze personali hanno influenzato questa visione?

Le mie esperienze personali hanno influenzato moltissimo l’album in sé e l’approccio che ho avuto nella sua produzione, sia a livello tecnico che creativo. I brani sono scritti in modo “evocativo/fantastico”, ma sono anche molto autobiografici. Racconto sensazioni che ho vissuto, riflessioni, paure e gioie, sogni e visioni. Il titolo è arrivato di getto quando ho guardato al mio album in modo distaccato e ne ho “scoperto” l’architettura: guardarsi indietro per andare avanti. È qualcosa che ho fatto personalmente in questi anni e che ha cambiato profondamente il mio modo di vivere e relazionarmi al mondo intorno. Fin dai tempi del primo album de “Il Tempio delle Clessidre” ho sempre inserito il concetto di “tempo” nelle mie composizioni: è abbastanza chiaro che per me sia una materia strettamente legata al mio modo di concepire la musica e di usarla per la mia “missione”, per ispirare un’evoluzione e un’apertura mentale che vadano al di là dei limiti che noi umani ci siamo imposti.

Sei riuscita a creare un mini-album dentro l’album. Puoi raccontarci come è nata questa idea e quale funzione ha per l’ascoltatore?

La cosiddetta “dream core bubble”, che si può tradurre con “bolla onirica”, è un’idea che ho sviluppato con tanta dedizione e in cui credo molto. Oggi siamo invasi da informazioni, immagini e musica che scorrono veloci senza neanche potersi “aggrappare” al nostro cervello ed essere elaborate nel modo giusto. La pazienza in generale si è ridotta e le persone vogliono cose sempre più veloci e “pulite”. Ma esiste una controtendenza che secondo me vale la pena considerare: la ricerca del suono spurio, del dettaglio “sporco” che in qualche modo ci fa ricordare qualcosa del nostro passato, un rumore bianco che conforta il nostro subconscio o degli effetti d’ambiente che ci fanno tornare piccoli, come dentro un sogno infantile o sotto le onde del mare. Questo è ciò che ho voluto inserire in questi brani, tutti nati da ispirazioni che chiamo “pure”: mi sono come “arrivati” da non so dove e, in una sorta di trance, ho cercato di esprimerli in musica. Sono brani strumentali che possono essere considerati come la “colonna sonora dei tuoi pensieri”: da ascoltare per rilassarsi, durante un viaggio fisico o mentale, per staccare dalla realtà o addirittura per conciliare il sonno e i sogni lucidi. Ho studiato molto sulla sovrapposizione dei suoni, sulla loro posizione nello spazio (anche con l’aiuto dello studio di Daniele Giane, che ha mixato l’intero disco). Ho anche inserito un po’ della mia esperienza nella produzione di musica per ipnosi e coerenza cardiaca (che ho fatto nel 2023/24). Sono brani strumentali e brevi, quindi “tascabili”, pronti all’uso per quel poco tempo in cui si può magari staccare la spina e ricaricare le energie.

Consigli di vivere la “bolla Dreamcore” in solitudine, con cuffie e corpo rilassato. Perché questa modalità è così importante per entrare nel tuo universo sonoro?

Perché penso sia uno dei modi migliori per concedersi la calma e l’attenzione per “assorbire” ciò che ho cercato di inserire nella musica. L’orecchio attento riconoscerà magari melodie già ascoltate (nei miei primi due Fistful of Planets), o suoni che ha già sentito in altra musica di diverso genere, o ancora avvertire dei rumori e farsi cullare da come essi attraversano lo “spazio uditivo” (percepibile se ascoltato in cuffia). Meglio ancora se con il corpo rilassato, predisposto a una respirazione corretta e naturale e aperto ad accogliere stati di rilassamento o distacco dalla realtà.

Nel disco suoni una gamma impressionante di strumenti, dal Roli Seaboard Rise 2 al flauto hulusi, fino alle percussioni africane. Quale di questi ha aperto nuove strade nella tua ricerca sonora?

Negli anni ho raccolto diversi strumenti sia per necessità lavorative, sia soprattutto per la mia passione nella sperimentazione degli stessi in contesti “esterni” alla loro identità. In questo disco ho voluto inserirne il più possibile perché adoro i loro suoni acustici, come ad esempio il flauto High Spirits, originario dei Nativi Americani, che ha un suono molto particolare e richiama l’armonia con la Natura e l’unione dello Spirito con essa (l’ho inserito sia in The Bunyan Effect che in Northern Woods proprio per richiamare il carattere “mistico” dei due brani). Sicuramente lo strumento che ha più arricchito la mia creatività e produzione sonora è il Roli Seaboard: si tratta di un sintetizzatore con tastiera in gomma, sulla quale si possono suonare le note in modo “multidimensionale”, quindi glissando tra le note, vibrando e modificando i parametri del suono semplicemente con le dita, cosa non possibile con le normali tastiere. I suoni di Moog e altri famosi synth vintage diventano dunque molto più espressivi e si possono creare parti spontanee ed efficaci.

Hai coinvolto musicisti come Mattias Olsson, Barbara Rubin e Carmine Capasso. Come hai scelto i tuoi ospiti e che ruolo hanno avuto nel plasmare l’atmosfera dell’album?

In partenza, per questo album non avevo intenzione di coinvolgere musicisti, poiché la distanza dai miei colleghi e la mia necessità di gestire tutto da sola rendono difficile questo tipo di produzione. Ho deciso dunque di occuparmi di tutti gli aspetti della produzione stessa. Procedendo con il lavoro, però, mi sono resa conto che alcuni brani necessitavano di interventi come la batteria: ho chiesto dunque a Mattias di partecipare in due brani, perché con lui esiste questa intesa artistica e ho potuto contare sulla sua sensibilità musicale, riuscendo ad avere il risultato che volevo molto fluidamente. A Francesco Ciapica ho chiesto di inserire dei cori sul brano Alone or Not, perché ho sempre amato la sua voce e apprezzo molto la sua creatività, soprattutto per quanto riguarda le armonizzazioni vocali. Il risultato ha confermato ciò, dando al brano un’identità molto interessante e delle influenze beatlesiane. Nello stesso brano ho proposto a Carmine Capasso, appassionato di strumenti etnici e non convenzionali come me, di creare delle texture psichedeliche nel finale, e ha accettato divertendosi con theremin, santur, chitarre e sitar, dando alla coda del brano un valore non indifferente e un’ulteriore spinta psichedelica. Con Barbara Rubin stiamo collaborando attivamente da fine 2022 e ci aiutiamo a vicenda nei nostri rispettivi lavori: per questo disco le ho proposto di interpretare la melodia della prima parte di Looking Back Moving Forward (la title track) con il suo bellissimo suono di viola e di cantare una piccola parte (insieme a Francesco) nel ritornello del brano stesso che chiude il disco. Ultimo, ma non per importanza, Giacomo Castellano (uno dei chitarristi più influenti e importanti che abbiamo in Italia) è presente nella nostra reinterpretazione di un brano di Frank Zappa. Le sue chitarre sono come sempre sublimi. Giacomo è stato il co-produttore di Fistful of Planets Part 1 ed è per me molto importante che sia in questo nuovo lavoro.

Shopper, bandana e soprattutto l’opera in legno con ingranaggi. Da dove nasce l’idea di legare oggetti fisici e artigianali al concetto musicale del tempo?

Mi sono sempre piaciute le edizioni limitate dei dischi, i gadget esclusivi e quelle piccole cose che rendono unico e da collezione un album. Trovo che oggi, con l’utilizzo sempre più massivo dei servizi di streaming, il supporto fisico soffra moltissimo: sappiamo quanto sia diventato complicato per gli artisti poter vendere la propria musica e quanto sia praticamente impossibile rientrare nelle spese sostenute per produrla. Ho voluto investire su un limitato numero di pezzi che potessero dare qualcosa in più del semplice CD: ho disegnato la bandana e la shopper, che sono stati prodotti in Italia, per dare un’identità maggiore al design portante del disco, alla palette colori e allo stile. Sono appassionata di design, stile e moda e, ovviamente, coi pochi mezzi a disposizione non ho potuto fare grandi cose, ma tengo molto a questo aspetto della comunicazione visiva e ho cercato di creare qualcosa che potesse piacere e soprattutto essere utile a tutti. Per quanto riguarda i due ingranaggi in legno, il discorso è più profondo: ho avuto questa idea perché ho pensato che, quando si ascolta il CD, la custodia con il display trasparente rimane vuota; allora ho voluto creare qualcosa di molto semplice che potesse incastrarsi al perno e girare proprio come gli ingranaggi di un orologio, esprimendo in modo fisico il concetto di “looking back moving forward”. Questi ingranaggi sono stati creati al laser da un laboratorio di una persona molto speciale: non posso svelarne l’identità, ma è uno scienziato che ha partorito alcune tra le invenzioni più importanti degli ultimi decenni e che collabora con marchi di orologeria svizzera di lusso. Se volete saperne di più, ho recentemente pubblicato un articolo dedicato sul mio blog del mio sito. Ovviamente questi piccoli ingranaggi hanno un valore simbolico, ma mi sento di dire che probabilmente non esiste nulla del genere in quanto a gadget di edizioni da collezione di un disco…

Nel disco ritornano echi di melodie dai tuoi lavori passati. È un modo per riconciliarti con la tua storia musicale o per offrire continuità agli ascoltatori?

È più che altro un modo per esprimere concretamente il concetto di “looking back moving forward”. Le melodie presenti nei dischi precedenti ritornano dal passato in modo più maturo: alcune sono sviluppate in vere e proprie canzoni, altre sono vestite di suoni nuovi e arrangiamenti più complessi. È anche un modo per dire che il viaggio tra i pianeti è tuttora attuale e che l’universo in cui fluttuano si muove ed evolve, senza dimenticare le proprie origini.

Tu parli di “aprire la mente e respirare un’aria fresca e catartica”. Qual è la tua speranza più profonda per chi ascolta questo album?

Ho sentito fin da quando ero piccola di essere su questa terra per compiere una missione, come ogni essere umano penso senta, ma nel mio caso la risposta è stata molto contorta da trovare. Ancora non so bene quale direzione prendere, ma negli ultimi anni ho avuto chiari segnali che il mio scopo, in quanto persona e artista, è quello di utilizzare la Musica come mezzo di comunicazione e di guarigione. Non so se dovrò approfondire gli aspetti puramente curativi della musica, ma sento che l’ispirazione trasmessa da essa possa essere davvero importante nel mondo attuale. Penso che il potere della Musica sia immenso e che possa davvero cambiare il mondo, partendo dalle piccole cose, da una canzone, da un suono. Ci sono persone che hanno avuto intuizioni geniali grazie alla musica, altre che sono uscite da tunnel di depressione o che sono riuscite a comunicare con altre ancora. Insomma, io vivo per questo, e in LBMF ho messo tutta la mia anima e la conoscenza che ho cercato di ampliare con dedizione per rendere i messaggi più chiari, sebbene spesso subliminali. La magia della Musica è quella di sussurrare nelle orecchie delle persone qualcosa che il loro cervello magari non può spiegare, ma che risuona profondamente nel loro corpo e nella loro anima.

Dopo Looking Back Moving Forward, quali nuovi territori sonori o concettuali immagini di esplorare?

Ho intenzione di continuare la mia sperimentazione sonora individuale e ho già nuovi strumenti con cui poterlo fare. La vita di tutti i giorni occupa molto tempo ed energie per riuscire a sopravvivere in questo mondo, ma vorrei poter ritagliare tempo per lavorare su svariati progetti: in cantiere ci sono già diverse idee, in primis la collaborazione con Barbara Rubin nella creazione di un album che spezza un po’ i codici della musica finora esplorata da entrambe e che vuole essere qualcosa di inaspettato e nuovo. Vorrei dare alla luce l’album colonna sonora del film che ho prodotto tempo addietro, perché penso sia molto interessante e possa piacere agli amanti del progressive e delle colonne sonore. Ho poi in programma la collaborazione con Samael Von Martin per i nuovi Mater a Clivis Imperat e Albus Diabolus (in cui sono occupata in gran parte della produzione e che quindi sarà impegnativo), avrò alcune collaborazioni nell’ambito della musica elettronica con un produttore di techno e, soprattutto, vorrò finalmente tornare al mio amato progressive e, se tutto va bene, ci saranno interessanti novità… Il 2026 sarà un altro anno impegnativo e spero che intorno ci sia interesse a scoprire ancora nuova musica, perché è vero che ce n’è davvero tanta, ma l’essere umano ne ha costante bisogno.