Il 22 maggio 2026, il Teatro Govi ha accolto
una serata speciale, costruita per celebrare i cinquantacinque anni di
attività dei Delirium, una storia
che attraversa generazioni e continua a rinnovarsi senza perdere la propria
identità. Un pubblico numeroso, fatto di amici, appassionati e volti familiari,
ha riempito la sala con quell’attenzione affettuosa che si riserva alle
occasioni importanti.
L’evento aveva un valore doppio: la festa per un traguardo
che pochi gruppi possono vantare e la presentazione ufficiale del nuovo album,
“Sesta Strada Lungo il Tempo”, un lavoro che approfondirò molto presto in
un’intervista dedicata e in una recensione specifica. Qui resta il suo debutto
dal vivo, inserito nel flusso naturale di una serata pensata per raccontare un
percorso lungo mezzo secolo.
A introdurre il concerto è stata una giovane presentatrice, che ha ripercorso la storia della band con leggerezza e rispetto. Più volte, durante la serata, è affiorato il nome di Mauro La Luce, paroliere storico scomparso da pochi mesi, presenza discreta e fondamentale nella loro poetica. Il suo ricordo ha attraversato la sala unendo passato e presente.
Prima di arrivare ai Delirium, la serata ha portato sul palco la Fungus Family, che ha aperto
la serata con un set solido e coinvolgente, mostrando una band in piena
trasformazione. Il percorso, guidato da Dorian Deminstrel e Carlo
Barreca, cuore fondativo del progetto, sta portando il gruppo verso un
linguaggio più diretto e incisivo, come dimostra La Morte del Sole, l’ultimo
album che segna un passaggio netto rispetto alle radici più visionarie degli
esordi.
Le atmosfere psichedeliche e prog restano riconoscibili, ma
oggi si intrecciano con un suono più asciutto, una scrittura più concreta e
l’uso dell’italiano che aggiunge una diversa intensità espressiva. Non è un
paragone con il passato ma solo il sottolineare un cambiamento, che lo stesso
Dorian ha raccontato dal palco. Dal vivo questa evoluzione funziona, perché la
band appare compatta, attenta alle dinamiche, capace di alternare tensione e
aperture melodiche senza perdere fluidità.
Il pubblico ha colto subito questa energia nuova e ha
risposto con calore. Un bel momento è arrivato verso la fine, quando Mauro
Serpe (Panther & C.) si è aggregato alla formazione, portando il suo
flauto dentro il tessuto sonoro con naturalezza, ampliando il respiro melodico
e creando un ponte ideale con la tradizione prog ligure.
Nel complesso, la Fungus Family ha m offerto un’apertura intensa e coerente, perfetta per introdurre la serata dedicata ai Delirium.
Delirium – 55 anni di storia
La sala del Teatro Govi era gremita, con molti amici presenti
e quell’atmosfera speciale che si crea quando una band non è solo un gruppo
musicale, ma una parte viva della storia di una città. I Delirium sono
questo per Genova: un’istituzione, un punto di riferimento, un pezzo di memoria
collettiva che continua a rinnovarsi senza perdere identità.
Il concerto ha ripercorso musicalmente l’intero arco della
loro produzione, riportando sul palco brani storici tratti dai vecchi album,
quei passaggi che hanno segnato la loro evoluzione e che il pubblico riconosce
fin dalle prime note. È stato un viaggio attraverso le diverse stagioni della
band, dalle radici più progressive alle svolte più melodiche, con quella
capacità tutta loro di far convivere poesia, teatralità e tensione musicale.
Accanto a questo percorso, la serata ha ospitato anche la presentazione
ufficiale del nuovo album, “Sesta Strada Lungo il Tempo”, che
approfondirò presto in un’intervista dedicata e in una recensione specifica.
Qui resta il suo debutto dal vivo, inserito nel flusso naturale di una
celebrazione che guardava avanti senza dimenticare ciò che l’ha resa possibile.
La formazione sul palco era quella attuale, completa e affiatata:
Ettore Vigo – tastiere, cori
Martin Grice – fiati, cori
Fabio Chighini – basso, voci
Alessandro Corvaglia – voce solista, tastiere aggiuntive, chitarra acustica, cori
Michele Cusato – chitarre, cori
Enrico Tixi – batteria, percussioni, cori
Con la presenza di Alice Vigo in un brano
Ettore Vigo, unico presente alla storica performance
sanremese di Jesahel, ha portato sul palco la sua consueta eleganza
musicale; Martin Grice, inglese ormai genovese d’adozione, ha intrecciato fiati
e colori melodici con la naturalezza di chi vive questa storia dall’interno. La
sezione ritmica, con Chighini e Tixi, ha dato solidità e dinamica, mentre
Corvaglia e Cusato hanno aggiunto intensità vocale e timbrica.
A impreziosire la serata, un intervento del coro di
Sant’Olcese, ospite per un momento particolarmente suggestivo che ha
ampliato il respiro collettivo del concerto.
Il sound è stato potente, curato, attento alle sfumature. Una
concentrazione necessaria soprattutto per affrontare la lunga suite di apertura
del nuovo album, Schiavo della viltà, ventidue minuti che richiedono
equilibrio, ascolto reciproco e una tenuta espressiva non comune. La band ha
mostrato una padronanza totale del materiale, alternando passaggi di
virtuosismo a momenti più narrativi, con un coinvolgimento crescente del pubblico.
Il culmine emotivo è arrivato con l’ultimo brano, il loro manifesto: Jesahel. La sala si è alzata in piedi, trasformando il teatro in un unico coro. È il momento che ho scelto di allegare a questo reportage, pur sapendo che il video, girato da lontano e con un cellulare, ha solo il valore semplice e affettuoso di un ricordo. Ma è proprio questo che conta: la partecipazione, la voce condivisa, l’energia che attraversa le generazioni.
Che dire, i Delirium sono tornati, e lo hanno fatto con la
forza tranquilla di chi sa ancora parlare al proprio pubblico senza bisogno di
effetti. Ma vale la pena tenere d’occhio anche la Fungus Family, perché
nelle loro proposte si avverte quella qualità che il mainstream non riesce più
a donarci, una libertà che nasce dal basso e cresce solo quando la musica resta
viva, curiosa, in movimento.
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