Ci sono percorsi che non nascono da un’accademia, da un
talent o da una linea retta, ma da una vita vissuta, da un’ostinazione
silenziosa, da un rapporto con la musica che non ha bisogno di essere
dichiarato perché semplicemente esiste. Denise
Rizzotto appartiene a questa
famiglia di interpreti che non inseguono la scena, ma nella scena trovano un
modo per respirare. Oggi emerge con una maturità che non chiede clamore, perché
è già tutta nella sua storia.
La sua vicenda comincia nei garage di provincia, quando da
bambina costruiva piccoli spettacoli per amiche e parenti. Non era imitazione,
ma un primo tentativo di dare forma a un’urgenza. I pomeriggi da sola, mentre i
genitori lavoravano, diventavano un laboratorio intimo: ascoltare, cantare,
tradurre testi inglesi, cercare un senso nelle parole degli altri per trovare
il proprio. È lì che nasce la Denise di oggi, quella che riconosce nella musica
un luogo identitario, un modo per moltiplicarsi e ritrovarsi.
L’incontro con Massimo Vigone, “Zio Max”, è il primo snodo
reale. Non un maestro scolastico, ma una figura che le insegna a scegliere, a
interpretare, a capire che la voce non è solo tecnica ma presenza. Con lui
affronta concorsi come Castrocaro, ma capisce presto che quel mondo non le
appartiene: troppo freddo, troppo codificato, troppo distante da ciò che per
lei significa cantare. È la prima presa di coscienza: la musica sì, ma non a
qualsiasi prezzo.
Nel 2005 arriva Roma, con il Cinecittà Campus e
l’insegnamento di Maria Grazia Fontana. Sono anni intensi, fatti di studio,
disciplina, danza hip-hop, prove continue. Un contesto che la prepara a una
lunga fase nell’intrattenimento, tra resort, hotel e soprattutto quattro anni
sulle navi Costa. Qui Denise diventa presentatrice in cinque lingue, affronta
palchi da duemila persone, gestisce situazioni complesse. Eppure, ogni volta
che può, torna a cantare. Anche quando la musica non è il centro del lavoro, resta
il centro di sé.
Il 2012 è l’anno della svolta: parte da sola per la Cina. Non
per un progetto definito, ma per un bisogno di movimento, di scoperta, di vita.
Shanghai, Hong Kong, le jam session del lunedì, gli strumenti non
convenzionali, i musicisti incontrati per caso e diventati compagni di palco. È
un viaggio che la cambia dentro e fuori, che la costringe a misurarsi con
culture diverse e con una scena musicale tecnicamente avanzata. Ovunque vada,
la musica la trova.
Poi arriva la Spagna, prima Barcellona e poi Benidorm. Tre
anni di ascolto, di jam, di immersione nella musica dal vivo, seguiti da
un’esperienza complessa come production manager per una produzione inglese. Un
ruolo che la mette alla prova, che la costringe a gestire, organizzare, tenere
insieme persone e situazioni. Anche questo diventa parte della sua identità
artistica: capire cosa significa stare dietro lo spettacolo per poi tornare
davanti con più consapevolezza.
Il ritorno ad Albisola è affettivo e insieme professionale.
Denise ricomincia a cercare musicisti, a costruire un repertorio, a proporsi
nei locali. Non è un percorso lineare, non lo è mai stato, ma è un percorso
vero. Ogni collaborazione è un tassello, ogni concerto un passo avanti, ogni
prova un modo per capire chi è e chi vuole diventare. È in questa fase che la
sua voce, più matura e più consapevole, comincia a emergere con una chiarezza
nuova.
A questo si aggiunge un pensiero che Denise ha confidato
quasi in punta di piedi: la sua timidezza. Non quella sociale, ma quella che
nasce quando il canto diventa un gesto esposto, un frammento di sé che non si
può proteggere. Per lei cantare è un atto intimo, qualcosa di profondamente
personale. Si riconosce in quella timidezza che apparteneva a figure come Patti
Smith, Freddie Mercury, Jimi Hendrix e ad altri artisti che hanno trasformato
la vulnerabilità in presenza scenica. Denise sente di appartenere a quella
famiglia emotiva, a chi vive la musica come un luogo privato che diventa
pubblico solo nel momento in cui la voce esce.
Proprio perché la sua storia non è fatta di scorciatoie,
l’intervista che accompagna questo articolo - insieme a un sample video -
permette di ascoltare direttamente la sua voce, non solo quella musicale ma
quella interiore, quella che racconta senza filtri il percorso, i dubbi, le
scelte, le partenze e i ritorni. È un modo per entrare ancora di più nel suo
mondo, per capire come una vita così mobile possa trovare un centro stabile
proprio nel canto.
Oggi Denise è un’interprete in evoluzione. Studia di nuovo
canto, pensa a una scuola di musica, si mette in discussione. A volte si chiede
se sia tardi, ma la risposta è già nella sua storia: non è mai tardi per chi ha
una voce che non ha smesso di cercare il proprio spazio. La sua maturazione è
lenta, dilatata, costruita fuori dai riflettori ma dentro esperienze reali. È
questo che la rende interessante: non la promessa di un talento acerbo, ma la
solidità di un talento che ha avuto il coraggio di crescere nei margini.
La sua voce non è solo uno strumento, ma un luogo, un modo per attraversare emozioni, per annullare il resto, per ritrovare un centro. In un panorama che premia la rapidità e la visibilità immediata, Denise rappresenta un’altra possibilità, quella di un’artista che non ha mai smesso di cercare, e che proprio per questo oggi ha qualcosa da dire.
Quando ripensi ai tuoi primi anni con la musica, qual è l’immagine che ti rappresenta meglio oggi?
Il profumo dei fiori secchi. La prima canzone che ho registrato in studio è stata Labirinth di Elisa, e nel ritornello c’è quel verso, “Scent of dried flowers”, che mi accompagna ancora. È un’immagine che porto con me, una canzone che continua a risuonare nella mia mente e un’artista, Elisa, che resta una fonte costante di ispirazione.
Nel percorso con Massimo Vigone cosa hai imparato davvero: la tecnica, l’interpretazione o il modo di scegliere i brani?
Con “Zio Massimo” ho imparato soprattutto l’arte dell’interpretazione, il lasciare andare. Ho capito che quando canti, reciti o suoni, ovunque tu sia, diventi un personaggio: indossi una maschera che non è falsità, ma un modo per esprimerti con libertà. L’artista e il tuo “Io” convivono, viaggiano insieme, pur restando due entità distinte.
Castrocaro e i concorsi ti hanno lasciato più insegnamenti o più distacco verso quel mondo?
Mi hanno lasciato soprattutto distacco. Troppa freddezza, poca crescita reale, e io ero troppo giovane per trarne qualcosa di significativo.
L’esperienza al Cinecittà Campus è stata intensa: cosa ti sei portata dietro da quei mesi romani?
Da Cinecittà ho portato con me insegnamenti tecnici, il lavoro sul canto di gruppo, ottimi docenti e amicizie vere che, in un modo o nell’altro, fanno ancora parte della mia vita.
Le navi in cui hai lavorato ti hanno dato un ruolo molto esposto ma non sempre musicale. Come riuscivi a ritagliarti uno spazio per la tua voce?
Sulle navi ho avuto un ruolo versatile e artistico, l’esperienza più significativa della mia vita. Ho presentato in teatro in cinque lingue davanti a duemila persone, affrontato sbarchi complessi e trovato una vera “famiglia” in quei cinque mesi. All’epoca però la musica non era al centro: non credevo abbastanza in me stessa, ero immatura e pensavo soprattutto a lavorare per avere uno stipendio. Quando c’era lo spettacolo dell’equipaggio, però, cantavo sempre una canzone in teatro. La musica, in fondo, non mi ha mai lasciata.
La Cina è un capitolo forte della tua vita. Cosa ti ha cambiata di più: il viaggio, il lavoro o le jam session?
La Cina è stata un viaggio nel viaggio, dentro e fuori di me. Sono partita da sola ed è stata un’esperienza intensissima. Il viaggio mi ha cambiata, le jam session mi hanno fatto crescere musicalmente, ogni incontro mi ha insegnato qualcosa. Per quanto riguarda il lavoro, ho dato solo qualche lezione privata di inglese a Hong Kong, che mi ha permesso di legare con una famiglia del posto. È stato soprattutto un viaggio, nel senso più pieno del termine.
Hong Kong e Barcellona sono due città molto diverse. In che modo hanno influenzato il tuo modo di cantare?
Entrambe mi hanno riportata sul palco nei locali, mi hanno aiutata a lasciarmi andare nell’interpretazione, a ritrovare un po’ di sicurezza e a conoscere musicisti. La scena di Hong Kong era molto più internazionale e variegata, anche negli strumenti. Era il 2012. Barcellona è arrivata cinque anni dopo: ho fatto musica solo nell’ultimo anno, perché prima lavoravo troppo. Ero diversa io, ma la voglia di cantare era sempre lì, pronta a riemergere appena avevo un po’ di tempo.
A Benidorm hai lavorato come production manager: cosa hai scoperto di te stessa stando “dietro” allo spettacolo?
È stata un’esperienza completamente diversa. Gestire un gruppo di ragazzi inglesi molto giovani, con una cultura differente, non era semplice. Ero sia dietro sia davanti allo spettacolo, come presentatrice. Ho scoperto che essere responsabile non è facile: serve polso, ma anche comprensione, e bisogna conciliare tutto con la propria vita quotidiana. A volte ci si sente soli, perché per quanto tu sia flessibile ed “easy”, resti comunque il capo.
Tornare ad Albisola e ricominciare a costruire un repertorio è un gesto di coraggio. Qual è stata la parte più difficile?
Tornare ad Albisola è stata una scelta d’amore verso mio padre. Ed è stato bello potermi dedicare un po’ alla musica. Costruire un repertorio è stato divertente e stimolante.
Oggi stai investendo di nuovo nella formazione. Che tipo di cantante senti di voler diventare nei prossimi anni?
Sento di voler migliorare molto: nella tecnica, nella presenza scenica - che ho affinato soprattutto sulle navi - e nella sicurezza. C’è sempre da imparare. Vorrei diventare una cantante più forte, più consapevole, e soprattutto fare musica sempre: sul palco, in casa, per strada.

