martedì 30 luglio 2024

MOONBOUND-“Back to Square Four”

 

MOONBOUND-“Back to Square Four”


Esattamente dodici anni fa, a Genova, nello splendido scenario di Villa Serra, partecipavo ad una delle serate del “Goa Boa Festival”, quella dedicata a due band seminali del prog italiano, BANCO e ORME.

Il BMS poteva ancora contare su Francesco Di Giacomo (Maltese era assente ma ancora tra noi) mentre i “veneziani” presentavano alcune diramazioni, logiche modifiche legate al tempo che passa, con Fabio Trentini al basso (voce affidata a Spitaleri).

Dover commentare un album dei MOONBOUND e trovare nella line up tre musicisti che furono protagonista quel fine luglio 2012 - Fabio Trentini (basso e voce), Alessandro Papotto (fiati) e Maurizio Masi (batteria) -, con un quarto uomo titolare fisso della band di Aldo Tagliapietra - Matteo Ballarin (chitarra e cori) - potrebbe idealmente condurre ad un sunto di un nobile passato, magari rinforzato dalla gioventù, un prodotto sicuramente di qualità, vista la valenza dei partecipanti al progetto; ma bastano pochi secondi di ascolto di uno qualsiasi dei quattro brani del nuovo EP per scoprire che il rock progressivo italiano risiede nel DNA della band, ma non ne condiziona il percorso.

Il titolare di “MOONBOND” è Trentini, che diede vita al suo progetto solista una ventina di anni fa, ma mi soffermo sul presente, giacché nella corposa intervista a seguire emergono molti dettagli interessanti ed esaustivi.

Sono quattro i brani che compongono “Back to Square Four” - alla cui produzione partecipa Markus Reuter - (“If I Were”, “That's The Truth”, “Twenty Years” e “What Will Be Left”) di cui esistono magnifici video realizzati con la formula “live in studio”, con tanto di pubblico (cliccare sul singolo titolo per vedere/ascoltare).

Le mie preferenze musicale - e il mio gusto - mi indirizzano quasi sempre verso un genere specifico, ma all’interno della famiglia allargata del rock trovo quasi sempre soddisfazione, e capita talvolta di essere catturato da un brano nell’arco di pochi secondi, tanto da sentire la necessità di un riascolto immediato. È quanto mi è successo in questa occasione, e ricordo di aver pensato che avrei voluto essere presente alla performance live di cui sopra, perché questa… è la Musica con la M maiuscola, e lasciamo fuori la catalogazione all’interno di generi riconosciuti dall’ortodossia.

Di inusuale - ma funzionale al progetto - la tipologia strumentale, perché inserire i fiati in un power trio significa sottolineare atmosfere e melodie che non sempre sono prese in considerazione dagli amanti del pop-rock, e forse questo tipo di contaminazione è quello che ha a che fare col DNA a cui facevo accenno.

I brani hanno una durata tra i tre e i cinque minuti, quindi potenzialmente utili, anche, al passaggio radiofonico.

Le liriche, proposte in lingua inglese, prendono spunto dal quotidiano e da sentimenti comuni che si possono estrapolare dopo depurazione di una contenuta cripticità, facendoli propri dopo eventuale traduzione,

Con il primo, “If I were (Let's Make It Real)”, emergono gli assi portanti dell’attuale sound MOONBOUD: una voce caratterizzante, una sezione ritmica “pulita” ma coinvolgente, un profumo di “Police” legato soprattutto ad un tocco ricercato di Ballarin (lo conoscevo più come “gilmouriano”), il tutto cesellato dall’intervento di Papotto, creatore e cesellatore di atmosfere uniche.

Let’s make it real tonight, make it real today

Life won’t pass me by, no time to linger

Let it be real tonight, make it real today…


Si prosegue con “That's The Truth” e le convinzioni si rafforzano: in un altro paese, in un’altra era… sarebbe una hit!

Sto sottolineando il lavoro di grandi professionisti, ma non sempre la somma di skills fornisce un risultato godibile e spesso il virtuosismo resta fine a sé stesso, ma non è questo il caso: un pezzo che induce un certo spleen, sottolineato dal passaggio finale dei fiati che attribuisce al tutto il concetto di “sad but wonderful”.

We all struggle to see clearly

And we disguise what we refuse

We go all out to sweeten poison

We just don’t want to face what’s true

But that’s the truth…


Con “Twenty Years” il tempo si dilata e si superano i cinque minuti.

È forse questo il brano più vicino al prog: tempi dispari, atmosfere cupe, chitarra dominante e ipnotica, con Papotto che lascia il clarinetto e svisa sul flauto traverso e Trentini che stupisce - mi stupisce! - per il colore della sua voce. Quando i Jethro Tull incontrano i Police!

Traccia da… innamoramento fulmineo!

Twenty years together

And twenty years more, chasing a dream

We’ve shared for a lifetime

We thought it would last forever

Cities, countries and no peace into your heart


L’epilogo è affidato a “What Will Be Left”, un pezzo che sottolinea la forza e le caratteristiche di questo gruppo, con l’entrata in scena della lap steel guitar che Ballarin utilizza per i due minuti finali.

When hate prevails

When love starts taking other forms

Winds change and we’re not made to last

So what will be left?


Che altro dire… un gran bel disco, una sorta di simbolo dell’equilibrio in ambito pop rock, a mio giudizio lavoro trasversale, in grado di toccare tutti i palati, almeno quelli di chi fruisce musica in modalità “open mind”.

Per approfondire suggerisco la lettura dell’intervista a seguire…


Il progetto Moonbound nasce molti anni fa e ritorna oggi con un nuovo volto, un diverso assetto dovuto a protagonisti differenti… quasi tutti. Che cosa lega, musicalmente parlando, questa proposta rispetto ai quattro lavori precedenti?

Fabio: In effetti il progetto Moonbound esiste da quasi 20 anni, ho iniziato quando ancora vivevo in Germania. È sempre stato il mio progetto solista, malgrado il prezioso contributo di tanti ospiti internazionali, anche molto illustri. Dopo il terzo album avevo un po’ perso lo slancio, sentivo di aver detto tutto, almeno in quella forma. Quando Alessandro e Maurizio mi hanno proposto di riportare in vita il progetto insieme in forma di band, ho pensato che fosse un’idea interessante, anche perché siamo musicisti con gusti musicali in parte simili e in parte molto diversi, ma sicuramente complementari. L’arrivo di Matteo ha reso la line-up perfetta, ed il nuovo EP “Back To Square Four” credo mostri una notevole freschezza ed energia tipica delle nuove band, pur mantenendo una forte coerenza col passato discografico del progetto.

Fabio Trentini

Per chi conosce il prog italiano il quartetto Trentini/Ballarin/Papotto/Masi appare una garanzia, un supergruppo da cui è lecito aspettarsi solo buona musica: come nasce il connubio tra musicisti provenienti da differenti esperienze e geograficamente lontani?

 

Maurizio: Con Fabio ci siamo conosciuti praticamente sul palco. Il Banco e Le Orme negli anni 2011/2012 decidono di andare in tour insieme. Serate con doppio concerto e con una parte finale tutti insieme sul palco (circa 11 musicisti): doppia batteria, 2 bassi, tastiere, chitarre, voci, ecc. Lì ci conosciamo e abbiamo anche l’opportunità di frequentarci e soprattutto di suonare insieme. La stima reciproca e la giusta sintonia come musicisti ci hanno portato poi a collaborare. Con Matteo ci siamo invece conosciuti in occasione della preparazione dell’EP ed è stato un acquisto determinante sotto tutti i punti di vista.

Matteo: Durante il periodo Covid ho ricevuto una chiamata da Fabio, per iniziare a lavorare assieme ad un progetto molto ambizioso su Peter Gabriel (cosa che prossimamente prenderà concretamente vita assieme al nostro compagno di tasti Francesco Signorini); dopo un incontro verbale molto positivo, abbiamo iniziato a collaborare assieme in vari progetti musicali, con grande intesa sia musicale che umana, fino ad arrivare al traguardo più importante: Moonbound. A tal punto ho avuto l’enorme piacere di conoscere Maurizio e Alessandro e l’opportunità di suonare al loro fianco in questa fantastica band.

Matteo Ballarin

Etichettare la musica non mi pare mai una buona cosa, ma diventa un’esigenza quando occorre afferrare nuovo pubblico, incerto o curioso: come definireste il vostro sound attuale?

Fabio: Credo sia un sound sicuramente coerente con quello della discografia precedente del progetto Moonbound: un pop-rock raffinato ed orecchiabile, dal taglio “vintage” arricchito da elementi moderni, e caratterizzato da marcati “guizzi” prog. Con l’arrivo di Alessandro si è aggiunto il suono degli strumenti a fiato che espande notevolmente la gamma di colori a nostra disposizione.

Alessandro: Le canzoni dei Moonbound fanno sicuramente parte di un genere molto ampio come quello del Pop-Rock ma le diverse sfumature presenti in ogni singolo brano rendono molto difficile etichettare il sound. Gli strumenti utilizzati richiamano gli anni ’70 e il Progressive Rock dei Genesis o dei King Crimson, gli arrangiamenti richiamano gli anni ’80 e quel Pop raffinato dei Police o dei Talking Heads, ma se analizziamo questa musica nei particolari possiamo vedere come in ogni brano si trovino alcune caratteristiche dal sapore moderno, elementi che rappresentano una novità musicale, qualcosa che non si riesce ad etichettare. Si tratta insomma di un progetto che “guarda” con rispetto alla musica del passato ma allo stesso tempo cerca di costruire una strada personale per il suo presente e per il futuro.

Alessandro Papotto

Facile abbinare i vostri nomi a due gruppi di riferimento del prog rock italiano - BANCO e ORME -, ma ad un primo ascolto - che intensificherò nei prossimi giorni - non ho trovato atmosfere che riportano a quegli esempi, piuttosto un sound molto originale… mi sbaglio?

Fabio: Penso che sia proprio la fusione delle nostre molteplici influenze ed esperienze a dare forma al suono attuale del gruppo. Le Orme non sono state solo una band di cui ero fan fin da ragazzino, ma anche una delle mie esperienze musicali più importanti. Tuttavia, sono sempre stato molto attratto dalla musica internazionale e credo che nel mio songwriting si senta chiaramente l’influenza di gruppi come i Beatles e i Police, o di Peter Gabriel, ma anche di cose meno “facili” come i King Crimson ed i Japan.

Matteo: Avendo un background sonoro e di ascolti abbastanza diverso dalle sfumature e dallo stile Moonbound, per me è una costante sfida nella ricerca di suoni e soluzioni musicali a livello chitarristico; sicuramente un’opportunità enorme di crescita musicale. Inoltre, lavorare con musicisti con un’esperienza tale è per me una cosa estremamente stimolante.

Alessandro: Il Banco del Mutuo Soccorso e Le Orme rappresentano il nostro background, le nostre radici, una enorme esperienza musicale e di vita. Poi, ovviamente, ognuno di noi porta all’interno di Moonbound una grande quantità di esperienze diverse che vanno dalla Musica Classica al Jazz, dalla Fusion al Pop, dalla Canzone d’Autore alla Musica Popolare. Questo processo crea una commistione di elementi unica, una ricchezza di spunti creativi che rappresenta il motore di una band come la nostra ma anche di un sound che possa risultare personale e originale al tempo stesso.

Come e quando nasce “Back to Square Four”? È sgorgato facilmente o il parto è stato difficoltoso?

Fabio: Inaspettatamente, è stato molto facile, almeno per me. Quando abbiamo deciso di produrre qualcosa di nuovo insieme (nel 2022) ho detto ai miei colleghi che erano ormai sei anni che non componevo più brani per Moonbound e che non sapevo se sarei stato capace di sfornare materiale nuovo di buona qualità quasi “a comando”. Invece, vuoi per la lunga pausa, vuoi per l’entusiasmo della nuova band, nel giro di un paio di mesi i demo dei pezzi dell’EP erano pronti e sono piaciuti subito a tutti. Il resto, cioè la produzione, è stato tutto in discesa, anche perché abbiamo tutti grande esperienza anche come turnisti.

Ho visto i video dei quattro brani dell’EP, e mi ha entusiasmato la modalità “live in studio”, con un pubblico attento e partecipativo, che mi ha ricordato vagamente il rito del vinile, ovvero la socializzazione legata alla fruizione della musica: come è nata l’idea?


Fabio: In realtà questo tipo di formula esiste già da parecchio, un esempio notevole è quello che diedero gli Snarky Puppy coi loro incredibili concerti in studio alcuni anni fa. Abbiamo pensato che un tipo di spettacolo di quel genere, tecnicamente molto curato ed esclusivo, a “numero chiuso”, fosse un’idea migliore e meno “volatile” rispetto a un classico concerto di presentazione in qualche locale. I feedback che stiamo ricevendo e l’oggettiva qualità del materiale audio e video ci stanno dando ragione.

Maurizio: Gli Snarky Puppy sono stati sicuramente il nostro riferimento. Ci piacevano i loro video su YouTube dove il pubblico, immerso completamente nel concerto grazie all’ascolto in cuffia, sembrava gradire particolarmente questa modalità. In realtà eravamo partiti per presentare il nostro EP in un locale con uno showcase standard ma sinceramente un po’ di preoccupazione aleggiava tra di noi. Avevamo lavorato tanto, sia durante le prove che a Bassano del Grappa durante le registrazioni del disco, nella ricerca di equilibri, suoni, incastri, dinamiche… e c’era un po’ il timore di non riuscire a comunicare nella maniera migliore tutto questo impegno. Abbiamo pensato quindi di provare a fare una cosa diversa. Il coinvolgimento dei nostri amici e grandi professionisti Alex ed Andrea Di Nunzio del NMG Recording Studio di Palestrina e di Lele Anastasi e Giancarlo Proietti per la realizzazione dei video ha fatto il resto. Per noi è stata un’esperienza emozionante e gratificante allo stesso tempo e credo di poter parlare anche per gli altri. Suonare sapendo di poter comunicare esattamente quello che volevi arrivasse alle orecchie del pubblico e di avere la completa attenzione di chi ascolta è una cosa molto bella.

 

Maurizio Masi

Rivedendovi e riascoltandovi pensavo che un tale assortimento strumentale è unico e inusuale: frutto di ricerca specifica o fatto casuale?


Fabio: Per quanto mi riguarda credo un po’ entrambe le cose. Da una parte c’è un certo tipo di ricerca ed estetica sonora negli arrangiamenti, spesso costruiti intorno alle mie linee di basso, che è sempre stato un elemento distintivo del progetto. Dall’altra ci sono tutti i nuovi e favolosi colori che i membri del gruppo apportano: il drumming solido, ricco e fantasioso di Maurizio, l’estro ed il virtuosismo di Alessandro con i suoi vari strumenti a fiato ed il sax midi, ed il chitarrismo poliedrico di Matteo, che possiede sia la sensibilità che la visione sonora perfetta per il progetto.

Alessandro: Credo che il coinvolgimento di tutta la band nell’arrangiamento dei brani sia la soluzione ottimale, quella che permette di esprimere la creatività di ciascun musicista. Inoltre, ognuno di noi sa suonare molti strumenti musicali diversi e queste capacità vengono messe al servizio della musica e del progetto che portiamo avanti. Secondo me con il futuro coinvolgimento della band anche dal punto di vista compositivo si creeranno i presupposti per un progetto ancora più stimolante, presupposti che regaleranno nuova linfa vitale ai Moonbound. A proposito di assortimento strumentale colgo l’occasione per ringraziare il nostro amico tastierista Francesco Signorini, che ci supporta durante i concerti e ci permette di avere molte più possibilità espressive durante la performance.

 

Che cosa significa avere nel team di produzione Markus Reuter, in termini di sound finale?


Fabio: Markus è sempre stato un elemento chiave del progetto Moonbound, sia come co-produttore, che come label e anche musicista in alcuni pezzi. Non ha un approccio “invasivo”, è il tipo di produttore che sa come aiutarti a vedere il tuo lavoro da nuove angolazioni. A volte ti fa notare solo un dettaglio apparentemente piccolo, ma che finisce per migliorare significativamente il pezzo. Collaborare con lui è sempre stata una manna per me, e credo che sia il musicista/produttore da cui ho imparato di più in assoluto.

 

L’EP è uscito nel mese di aprile… avete in programma live o momenti di pubblicizzazione?


Fabio: Ci piacerebbe molto poter partire “on the road” al più presto ma al momento siamo ancora alla ricerca di partner per realizzare un tour di livello adeguato. Attualmente ci stiamo concentrando molto sulla promozione online. Non è escluso che si organizzi qualche altro evento “mirato”, come il live in studio a Palestrina, in un futuro prossimo. Di certo, produrremo materiale nuovo a breve/media scadenza.

 

Un’ultima cosa: c’è qualcuno di voi che mi sintetizza il pensiero comune legato all’attuale stato della musica?

Fabio: Non è una domanda facile. Da una parte vedo molta decadenza, una significativa perdita di know-how e cultura musicale, e una strana “smania di allinearsi” con ciò che fanno gli altri, soprattutto nel mainstream, ma spesso anche in altri generi. Quello che personalmente mi manca di più è il songwriting di qualità. Non c’è più molta gente in giro capace di scrivere brani veramente validi, è come se si desse più importanza all’impatto sonoro complessivo, rispetto al valore delle composizioni. Spesso, ascoltando la musica attuale, mi resta solo la sensazione di un suono d’insieme, piuttosto che di belle canzoni. Tuttavia, a volte mi capita di imbattermi in artisti semi-sconosciuti che producono cose fresche ed interessanti, magari autoprodotte ma di altissimo livello (ad esempio su piattaforme come Bandcamp). Quindi c’è sicuramente una sorta di “mondo parallelo” dove gli artisti e la musica di spessore esistono ancora. Il problema ovviamente è la diffusione su larga scala e la commercializzazione, poiché il mercato mainstream sembra essere completamente scollegato da questa realtà, e la difficile sostenibilità di tanti di questi prodotti (specialmente se parliamo di band) è un punto estremamente critico della questione. Se poi pensiamo al fatto che con l’intelligenza artificiale ormai si sta arrivando a produrre musica praticamente senza il bisogno di coinvolgere artisti, credo che nell’insieme le prospettive per il futuro siano a dir poco incerte.





domenica 28 luglio 2024

Alla scoperta del "Prog da Camera" dei iamthemorning

 


Tra le tante diramazioni della musica progressiva, il “Prog da Camera” proposto dai iamthemorning mi pare emerga per la sua nobiltà intrinseca.

Vediamo di scoprire qualcosa in più su di loro.

 

iamthemorning è un duo russo di rock progressivo/chamber pop formatosi nel 2010, composto dalla cantante Marjana Semkina e dal pianista Gleb Kolyadin.

L’ensemble si è formato all'inizio del 2010. Il loro nome è tratto dalla canzone "I Am the Morning" dall'album di debutto degli Oceansize, Effloresce. La band ha auto-pubblicato il loro album di debutto, ~, nell'aprile 2012.

Il secondo album in studio, Belighted, è stato pubblicato da Kscope nel settembre 2014. Registrato e mixato a Londra da Marcel van Limbeek (Tori Amos), l'album vede la partecipazione di Gavin Harrison dei Porcupine Tree. Il loro terzo album in studio, Lighthouse, vede la partecipazione del bassista Colin Edwin, anch'egli dei Porcupine Tree (ex), e del cantante Mariusz Duda dei Riverside oltre a Harrison e Limbeek. La band ha prodotto tutti e tre gli album.

La band ha vinto il premio “album dell'anno” con il loro Lighthouse ai Progressive Music Awards del 2016.

La musica di iamthemorning è generalmente descritta come "Chamber Prog" o "Chamber Progressive Rock" sia dai recensori che dalla band stessa, in riferimento alla combinazione di musica rock progressivo e musica da camera. Sebbene Marjana Semkina e Gleb Kolyadin siano gli unici membri ufficiali della band, iamthemorning include tipicamente diversi altri strumenti come chitarra, basso, batteria, quartetti d'archi e vari strumenti a fiato.

Il giudizio al lettore...

 

Discografia

Album Studio

~ (2012)

Belighted (2014)

Lighthouse (2016)

Ocean Sounds (2018)

The Bell (2019) 

EP

Miscellany (2014)

Counting the Ghosts (2020)

Album Live

From the House of Arts (2015) 

DVD

Ocean Sounds (2018)

 

sabato 27 luglio 2024

Osanna a Finale Ligure il 25 luglio- Open act Missing Ink-Commento alla serata

Il 25 luglio scorso una delle band seminali del prog rock italiano ha fatto tappa a Finale Ligure, cittadina della Riviera del Ponente ligure, che in questa parte dell’anno raccoglie un pubblico naturale fatto, anche, di passanti per caso.

Il gruppo in questione è quello degli OSANNA, di cui racconterò le mie impressioni relative alla performance, ma per andare in ordine cronologico mi soffermo su quello che un tempo era definito “gruppo spalla”, in questo caso i locali Missing Ink, freschi di album di esordio, “Undrawn”, prodotto e distribuito dalla Ma.Ra.Cash. Records di Massimo Orlandini.

Ho immaginato la loro emozione nell’anticipare un pezzo di storia di casa nostra, ma la loro grinta e scioltezza è stata premiata dal gradimento del pubblico.

I Missing Ink sono, in ordine alfabetico: Gloria Berra (voce solista), Antonio Capezio (basso e cori), Elia Colnaghi (chitarre e cori), Gabriele Sbarra (batteria) e Diego Sgarlato (tastiere e cori).

Propongono buona parte dell’album, come dimostrano i brani inseriti nella set list:

The Blood of Liars

Prophets of Sarax

Changing World

Time Machine pt.1 - Boombox

New Deal 

Tanta energia e la ricerca di idee nuove da miscelare con gli ingredienti obbligati del prog, con la front woman che tiene il palco con sicurezza, con l’impressione che il top della loro carburazione sia arrivato al momento del passaggio di consegne. Poco male, per ascoltarli in modo più completo basterà aspettare poco più di un mese e il Festival di Veruno darà loro una chance ancora più completa.

Per dare un’idea di quanto accaduto propongo un medley, di scarsa qualità, ma utile a fornire un esempio della loro proposta musicale.


Il clou era ovviamente rappresentato dagli OSANNA, band di cui ho scritto in ogni modo possibile, ascoltata un paio di volte alle origini della loro storia, e moltissime altre nel nuovo millennio, quello caratterizzato da un nuovo nucleo di musicisti che accompagnano il vate Lino Vairetti.

Per me assistere ad un loro concerto non rappresenta mai un’incognita, so perfettamente cosa possono fornire dal vivo, sia nella formazione basica che con l’aggiunta di guest importanti, come accade con David Jackson o Gianni Leone.

Musica di grande qualità, ensemble di musicisti eccezionali, scenografia di forte impatto visivo, rispetto totale di amici e “colleghi”, musica contaminata che, partendo dall’amore per il prog, unisce elementi di cultura locale e aspetti teatrali.

Li ho trovati al tavolo della cena e a fine serata ho avuto la sensazione che la serenità che si percepisce all’impatto si trasferisca poi sul palco, dove il pubblico comprende la loro essenza, venendo catturato dal mix di gioia e musica.

Tra i gruppi di genere, soprattutto tra quelli storici, credo che gli OSANNA siano quelli più impattanti dal vivo, capaci di catturare un pubblico trasversale, non necessariamente conoscitore del prog.

E anche questa volta ho trovato conferma alle mie usuali impressioni.

Pazzesco il loro approccio al palco, tra storia e attualità, tra rock puro e contaminazione, tra virtuosismo e melodia.

Non si dimenticano mai gli amici, c’è sempre spazio per Luis Bacalov e Danilo Rustici e per tutta una serie di gruppi a cui sono legati nomi conosciuti, il tutto raccolto, in questo caso, in un medley prog, che unisce Francesco Di Giacomo e il suo BANCO, la PFM, gli Area e Demetrio Stratos. Lascio per ultimo il ricordo dedicato a Vittorio De Scalzi - la cui dipartita si è ricordata in questi giorni -, omaggiato nella sua terra, su suggerimento di Franco Vassia, con un brano simbolo dei New Trolls, “Una miniera”.

Il mattatore è l’antico Lino Vairetti (voce, chitarra e armonica), coadiuvato alla perfezione dal figlio Irvin (voce e synt), con Gennaro Barba alla batteria, Sasà Priore alle tastiere, Enzo Cascella al basso e Pasquale Capobianco alla chitarra.

Ci sarà spazio per tutti, perché oltre all’ovvio team work sono queste le occasioni in cui è possibile mettere in mostra le skills personali, quelle tanto amate dal pubblico, per cui arriva sempre il momento per l’assolo di batteria di Barba, per la messa in mostra delle abilità tecniche di Priore e Cascella (perché il basso può essere qualcosa in più della metà della sezione ritmica!), per gli assoli chitarristici di Pako e per il grande apporto vocale del giovin Vairetti, che disegna col padre duetti godibilissimi.

Lino è un animale da palcoscenico, e mixa l’esperienza al talento e, soprattutto, riesce sempre a trovare la sintonia col pubblico.

Non importa se ci sono vuoti di tecnologia, a volte anche un semplice telo gestito a quattro mani può diventare uno schermo su cui proiettare la storia, cosa avvenuta un paio di volte nel corso di serata.

La scaletta proposta ripercorre la storia della band dal ’70 ad oggi ed è la seguente…

 

L’UOMO

INTRO ANIMALE SENZA RESPIRO

MIRROR TRAIN

TAKA BOOM

IN UN VECCHIO CIECO

VADO VERSO UNA META

CE VULESSE

PRELUDIO

THERE WILL BE TIME

PRELUDIO (reprise)

‘A ZINGARA

NON SEI VISSUTO MAI

ANTOTRAIN

UOMO DEL PROG

TU

PROG GARDEN MEDLEY

FUJE ‘A CHISTU PAESE


Un set senza tregua, dove anche il rito del bis viene eliminato, perché non c’è tempo da perdere, le note sono preziosissime, nessuna deve andare persa!

Anche in questo caso propongo un po’ della loro musica, catturata da un telefonino e quindi di bassa qualità.



Alla fine, grande festa dietro il palco, con Lino e i suoi ragazzi che non si fanno pregare per lasciare a tutti un ricordo, perché i divi da queste parti hanno vita breve, mentre gli OSANNA sono… la storia della musica italiana.

Che dire, se non li avete mai visti suonare non perdete tempo e cercate il loro prossimo concerto, sono certo che concorderete con me che … ne valeva la pena!

Un ringraziamento agli organizzatori, in particolare a Marco Traverso e tutto lo staff del Raindogs.






venerdì 26 luglio 2024

Manassas negli Studi di Radio Brema


Beat-Workshop con Manassas negli Studi di Radio Brema

 Germania, 8 giugno 1972

 

I Manassas sono stati un gruppo rock statunitense formato da Stephen Stills nel 1971. Prevalentemente un veicolo per la musica di Stills, la band pubblicò due album: “Manassas”, del 1972 e “Down the Road” del 1973.

La band si sciolse nell'ottobre 1973.



I Manassas si formarono nell'autunno del 1971, dopo il tour di concerti di Stills per supportare il suo secondo album “Stephen Stills 2” (1971), il suo primo completato dopo l'acrimonioso scioglimento del 1970 di Crosby, Stills, Nash & Young (CSNY), e non fu ben accolto dalla critica.

Dopo un incontro casuale con il cantante/polistrumentista dei Flying Burrito Brothers Chris Hillman a Cleveland, dove il programma del tour di Stills si incrociava con quello dei Burritos – una band che, alla fine del 1971, aveva subito molteplici cambiamenti di personale ed era in difficoltà finanziarie – Stills vide l'opportunità di cambiare la sua direzione artistica.

Successivamente contattò Hillman, chiedendogli, insieme al chitarrista dei Burritos Al Perkins e al violinista Byron Berline, di unirsi a lui a Miami ai Criteria Studios per suonare. Stills invitò anche diversi membri della sua band in tour (il batterista Dallas Taylor, il bassista Calvin "Fuzzy" Samuels, il tastierista Paul Harris e il cantante/percussionista Joe Lala) a suonare alla sessione.

  

Cliccare per fruire dell’intero concerto




giovedì 25 luglio 2024

Storia in pillole di Ginger Baker's Air Force


Ginger Baker's Air Force è stato un supergruppo jazz-rock fusion guidato dal batterista Ginger Baker.

La band si formò alla fine del 1969 dopo lo scioglimento dei Blind Faith.

La formazione originale era composta da Ginger Baker alla batteria, Steve Winwood all'organo e alla voce, Ric Grech al violino e al basso, Jeanette Jacobs alla voce, Denny Laine alla chitarra e voce, Phil Seamen alla batteria, Alan White alla batteria, Chris Wood al sax tenore e flauto, Graham Bond al sax contralto, Harold McNair al sax tenore e flauto, e Remi Kabaka alle percussioni.

I loro primi spettacoli dal vivo, al Birmingham Town Hall nel 1969 e alla Royal Albert Hall nel 1970, includevano anche Eleanor Barooshian (sia Jacobs che Barooshian erano ex membri del gruppo femminile The Cake).

La band pubblicò due album, entrambi nel 1970: Ginger Baker's Air Force e Ginger Baker's Air Force 2.

Il secondo album coinvolgeva personale sostanzialmente diverso dal primo, con Ginger Baker e Graham Bond che erano le costanti primarie tra gli album.

L'Air Force di Ginger Baker suonò anche un set allo stadio di Wembley il 19 aprile 1970, durante l'inizio del Rally della Coppa del Mondo, che andava da Londra a Città del Messico.






martedì 23 luglio 2024

Il "Cantagiro" della mia adolescenza


Nei miei ricordi antichi il "Cantagiro" era qualcosa di interessante e allo stesso tempo da tenere a debita distanza.
Provai esattamente questo feeling quando attorno al 1972 vidi dalla finestra di casa mia la carovana di auto piene degli artisti più in voga, salutata dal pubblico ai bordi della strada, esattamente come al passaggio della Milano-Sanremo.
Perché provavo sentimenti contrastanti?

Nella mia intransigenza e rigorosità dell'epoca era quasi una sacrilegio vedere Jimmy Fontana, Nicola di Bari, Massimo Ranieri, Rita Pavone, accanto a nuovi gruppi beat come Dik Dik, Nomadi, Equipe 84; per non parlare poi degli stranieri che ci facevano respirare odore d'oltremanica, come Mal e i Primitives, Motowns, Sorrows.

Tempi lontani, tanto lontani, ma anche adesso, nonostante mi senta ormai scevro da ogni pregiudizio musicale, quel pomeriggio estivo di tanti anni fa mi procura un senso di disagio, forse solo legato al fatto che per qualche motivo "disciplinare", non ottenni il permesso per partecipare alla festa serale.
Ed ecco una definizione del Cantagiro del primo periodo, quello a cui ho appena fatto riferimento.


La prima edizione della manifestazione si è svolta nel 1962.
La formula era presa a modello del Giro d'Italia di ciclismo, e consisteva in una carovana canora in giro per l'Italia con diversi cantanti che gareggiavano tra loro, giudicati da giurie popolari scelte tra il pubblico delle varie città.
Ogni sera veniva proclamato il vincitore di tappa, e nella tappa finale (a Fiuggi) veniva annunciato il vincitore assoluto. Per 5 edizioni consecutive (dal 1968 al 1972) la finale fu disputata a Recoaro Terme, nello scenario delle Fonti Centrali. La finale era articolata in tre serate, con la diretta tv su RaiUno della serata conclusiva.
Gli interpreti ed i relativi brani erano divisi in sezioni: il Girone A comprendeva artisti di fama, il Girone B le "nuove proposte canore", il Girone C i gruppi musicali.
Con l'avvento del nuovo decennio ed il declino del successo, l'organizzazione si fermò con l'edizione del 1974. Le ultime due edizioni, chiamate Cantagiro Show, ebbero meno riscontro rispetto al passato.


Un piccolo esempio...

lunedì 22 luglio 2024

“Tiz & Clo”, il nuovo libro di Gianni Sapia

 


Dopo moltissimi anni, trovo la connessione tra un antico racconto pop e un romanzo attuale, avventuroso, inaspettato.

Il termine “connessione” è forse inappropriato, giacché porta ad immaginare un fil rouge, ad un proseguimento concettuale tra i due lavori, cosa che è lontana dai propositi dell’autore, come lui stesso sottolinea nell’esaustiva intervista a seguire.        

Ma a me piace immaginare, sempre, una evoluzione di un percorso, perché chi decide di mettersi in gioco nel campo della scrittura, tra una fantasia spinta ed una mezza verità, lascia più o meno volontariamente la propria indelebile impronta, che si traduce sempre in coinvolgimento personale.

Quando poi esiste una buona conoscenza tra chi scrive e chi legge - ed è questo il caso - il lavoro di sintesi si semplifica, o forse condiziona, ma trovo che conoscere la persona che regala al pubblico le proprie storie fornisca facilità di comprensione per chi si cimenta nell’opera del commento.

Lui è Gianni Sapia, savonese, discreto e timido, una sorta di “propositore sottovoce”, qualunque sia l’idea/progetto.

Lo conobbi molti anni fa, e quando trovò il coraggio di dirmi che, in altri tempi, aveva scritto un libro, provai curiosità, che si trasformò in stupore quando mi resi conto della gradevolezza di quelle pagine e, soprattutto, del nostro comune e forte amore, quello per la musica.

Quando iniziò l’avventura del progetto MusicArTeam e del web magazine musicale MAT2020, gli chiesi di farne parte e per molto tempo fu una delle colonne portanti, perché Gianni è uno di quelli che sa scrivere, qualunque sia l’oggetto, mai una riga fuori posto, mai un concetto esasperato… nulla di nulla, tutto al posto giusto, equilibrando il proprio gusto con l’oggettività.

Un po’ di tempo fa Gianni mi ha comunicato l’uscita di un nuovo libro, “Tiz & Clo”, un romanzo a carattere “noire”, ma con una buona dose di comicità e avventura, ed è nata così una lettura centellinata, da gustare, misurata, day by day, immaginando di passare ogni giorno dal bar di via XX Settembre - da lui gestito per molto tempo - e tra il cappuccino e il croissant apprendere un nuovo capitolo dell’avvincente storia dei due principali protagonisti.

Utilizzerò la sinossi ufficiale impressa nel book per fornire il succo degli eventi, tra avventura, amori, violenza e viaggi, elementi che sono corredati di colonna sonora, con un epilogo “open”, che lascia pensare ad una “nuova stagione”, come accade per le serie TV che tanto piacciono di questi tempi.

Una lettura scorrevole, divertente, a tratti molto territoriale nell’idioma, quel modo di parlare in cui quelli come me non fanno fatica a riconoscersi… una storia quasi da film, in cui i colpi di scena arrivano ad ogni nuovo angolo del percorso.

Lettura consigliatissima!

“Quindi era vero, per quanto vera possa essere una storia del genere. Quindi il destino dell’umanità di pendeva da noi. Al posto dell’umanità mi sarei preoccupato. Non eravamo certo gli Avengers, né Indiana Jones, e nessuno di noi di cognome faceva Skywlaker. Un barista, una cameriera aspirante medico e il Muto. Cazzo, un po’ pochino per salvare il mondo. Ma in fondo, anche i Blues Brothers erano stati in missione per conto di Dio, perché noi no?  Un raggio di sole passò dal vasistas che stava sopra la porta e illuminò Clo. Ha visto la luce, pensai! Lei ha visto la luce! Non mi misi a fare capriole, ma James Brown ormai mi rimbombava nella testa. Era fatta!”

Tre persone ordinarie si ritrovano ad avere a che fare con fatti e persone straordinarie. Tiz, un barista disilluso dalla vita, Clo, studentessa di medicina che lavora come cameriera per pagarsi gli studi e il Muto, il Muto e basta. E poi c’è l’Avvocato, che dà inizio all’avventura. Il racconto si snoda tra Savona, Napoli e la Costa Rica, tra eventi tragici, comici e inaspettati, sulle tracce di una sacra reliquia che l’Avvocato ha cercato per una vita. Braccati dal Capo, da Angelica e dalla polizia, i tre antieroi affrontano un viaggio avventuroso guidati dalla speranza e dal Rock & Roll.

 


L’INTERVISTA A GIANNI SAPIA

Sono abituato ai tuoi raffinati scritti dedicati alla musica, ma ciò che proponi con “TIZ & CLO” - sebbene le canzoni siano sempre in sottofondo - è un vero noire, un romanzo che scorre fluente con colpi di scena presenti ad ogni angolo: da dove hai tratto ispirazione e quanto tempo hai impiegato per delineare il lay out delle vicende raccontate?

La musica è in tutto quello che penso. La musica è la mia imprevedibile compagna di viaggio. È l'input per tutto quello che faccio, senza musica probabilmente non esisterei. È la musica che mi ispira, sempre. Ascolto e inizio a viaggiare, immagino facce, luoghi e mi ritrovo a vivere storie che crescono nella mia mente e in quella di tutti quelli che convivono dentro di me. Niente di predefinito né di intenzionale, scrivo qualcosa e poi ci scrivo ancora intorno, finché la storia inizia a prendere forma, senza sapere bene dove mi porterà. Può volerci un giorno, un anno, dipende anche dalla mia pigrizia.

Esiste un fil rouge che unisce questo book al tuo primi scritto, “Ellepi-Lepiota Procera”?

Se non si considerasse appunto la musica e Savona, direi di no. Sono storie piuttosto diverse. Come ho detto, credo ormai di essermi rassegnato al fatto che dentro di me convivono svariate personalità e ognuna vuole raccontare la sua storia. Per questo motivo passo dal raccontare genesi, fortune e disgrazie di una rock'n' roll band, per passare a un'avventura quasi mistica vissuta da persone qualunque, che comunque, forse, proprio qualunque non sono. Se proprio dovessi trovare una connessione tra le due storie, potrei pensare al fatto che gli eroi di entrambe le vicende, lo sono involontariamente. Ci si trovano in mezzo e vivono.

Per tutti il corso della lettura, dietro ad ogni parola - e ad ogni azione - di Tiz ho visto il tuo volto, anzi, ti ho visto proprio dietro al bancone del bar di via XX Settembre: quanto c’è di esperienza autobiografica nell’avventurosa storia che hai raccontato?

Inevitabilmente, quando qualcuno decide di inventare una storia, magari involontariamente, attinge da quelle che sono le proprie esperienze, il suo vissuto, quindi sì, in Tiz c'è qualcosa di me, ma non solo di me, anche di altri, così come ne Il Muto, nell'Avvocato. Le persone reali restano, almeno per me, soltanto spunti da cui attingere, dopodiché i miei personaggi assumono una loro identità, una propria vita.

Non voglio entrare nel personale, ma Clo è qualcuno che hai conosciuto da vicino?

Eccome. Clo nasce da una delle ragazze più “brave e belle” che io conosca, una persona che, quando sorride, accende la luce. Lei è Cinzia, per me Cinzietta Meraviglia.

L’iter narrativo parte da Savona ma si dipana per altri luoghi del mondo, sino al ritorno alla base: tutto questo è rappresentativo della tua storia personale?

In parte sicuramente sì. Amo tanto il viaggio quanto amo il ritorno. Considero viaggiare la miglior forma di apprendimento e valorizzazione della diversità, forse l'unica forma e la diversità è l'unica cosa che può insegnarci qualcosa, con la dovuta umiltà e rispetto verso cose che non conosciamo. La diversità alimenta i dubbi e i dubbi accrescono le nostre capacità intellettive. Le certezze sono pericolose, non certo le diversità. Quindi viaggiare per apprendere, ma anche ritornare, per godere di ciò che si è appreso.

I messaggi seriosi si miscelano all’estrema fantasia, e a me è sembrato un modo per gridare la tua denuncia rispetto a ciò che il mondo sta vivendo, la descrizione del bene e del male, ma prendendo le dovute precauzioni: mi sbaglio?

Non lo so, non so rispondere. Quando scrivo non penso a denunce o messaggi. Mi limito a raccontare una storia che, inevitabilmente, sarà impregnata di quello che penso riguardo a vita, società, modo di essere. Chi legge poi ci potrà trovare denunce o messaggi, dipenderà dalle sue conoscenze, dal momento che sta vivendo, dalle sue emozioni di quell'istante. È un po' come con le canzoni: chi le scrive lo fa per raccontare un suo certo stato d'animo, chi le ascolta ci trova quello che vuole, in base al momento che sta vivendo. La stessa canzone può far ridere il cuore a qualcuno ma può farlo sanguinare ad altri.

La musica resta sempre in primo piano, con svariate citazioni di brani che forniscono atmosfera al momento specifico: come è nata la colonna sonora del libro?

La colonna sonora nasce dal bisogno. Come ho detto, la musica ricopre un ruolo molto importante nella mia vita e quindi, quando faccio qualcosa, qualunque cosa, arriva un punto in cui ho bisogno di musica. La musica per me è un po' come l'olio per la miscela del mio vecchio motorino: se non ce lo metti, dopo poco, il motorino grippa e non va più avanti. Così la mia vita, senza musica non va avanti. E così le mie storie. La scelta del brano dipende certamente dalle azioni che avvengono in quel momento del racconto e quasi sempre pesco dal ventennio, quello bello però, quello che comprende gli anni '60 e '70 del Novecento, che vide nascere quel rock che deflagrò, letteralmente, con gente come Led Zeppelin, The Who, Jimi Hendrix, The Doors, Rolling Stones e tanta altra meraviglia.

Mi piacerebbe chiederti lumi sull’epilogo, che mi ha lasciato spiazzato: sin dove puoi arrivare nell’auto-spoileraggio?

Non tanto lontano, sono piuttosto timido e riservato generalmente. Posso dire che l'epilogo, forse, potrebbe essere lo spunto per uno spin off... la vita a volte ti sorprende.