mercoledì 13 maggio 2015

La musica di Sabrina Napoleone


Un manciata di giorni fa ho ascoltato per la prima volta Sabrina Napoleone.
Il concerto a cui ho assistito il 7 maggio a Genova era dedicato ad un’occasione particolare, musicale e benefica, con un focus su John Falko che, pur essendo il protagonista della serata ha pensato bene di circondarsi di amici musicisti, tra cui Sabrina, brillante cantautrice che con la sua band ha contribuito alla riuscita della serata.
Una tal chiosa sa di frase di circostanza, ma così non è, se è vero che mi è venuto spontaneo saperne di più, cercare la sua musica -ma devo approfondire maggiormente- e porre qualche domanda per far emergere il lato oggettivo e non solo il mio sentimento.
Genova è la patria del cantautorato, inutile ridisegnarne il tracciato, ma quello di Sabrina Napoleone mi è sembrato un modus innovativo, non troppo radicato al messaggio ma carico di significati… non troppo aggrappato ad un genere ma pieno di sfaccettature diversificate.
E poi quella voglia di spaziare, di trovare nuove vie e sonorità alternative che non mi sembra una qualità così diffusa nel concreto, anche quando esisto i buoni propositi.
La parte migliore è il titolo del suo album uscito circa un anno fa, e da quel disco è tratto il video a seguire, Dorothy, che mi pare rappresentativo della filosofia musicale di Sabrina.
Ma scopriamo qualcosa in più attraverso le sue risposte.


L’INTERVISTA

Possibile sintetizzare la storia di Sabrina Napoleone?

Certo, in sintesi ho iniziato a scrivere prestissimo, negli anni del liceo mi sono avvicinata alla musica e formato le prime band. Poi dal 2010 nasce il mio progetto “solista” che si è concretizzato nell’album La Parte Migliore (Orange Home Records 2014) con la produzione artistica di Giulio Gaietto.

Ti ho conosciuto con colpevole ritardo, e l’occasione è arrivata con il concerto che ha visto il ritorno di John Falko: come giudichi l’esperienza del 7 maggio scorso al Govi di Genova?

Quando John mi ha invitata mi ha fatto molto piacere e ho accettato subito. Direi che il 7 maggio al Teatro Govi si sono espresse e confrontate diverse anime del rock genovese, e questo accade più raramente di quanto si pensi.

La cosa che mi ha colpito della tua esibizione è stata l’originalità della proposta, ovvero una certa sperimentazione/ricerca utilizzata per confezionare il messaggio importante: sono lontano dal tuo modo di concepire la musica?

No anzi direi che hai colto l’essenziale. Forse la caratteristica fondamentale del mio lavoro è la ricerca di una sintesi equilibrata tra sperimentazione e perspicuità, tra urgenza espressiva e chiarezza espressiva. Questo mi allontana molto dal mainstream, ovvero il fatto di dare alle mie canzoni una forma che mi rappresenti e non una forma generale che possa andare bene a tutti. Chi ascolta ha comunque tutti gli strumenti per interpretare, comprendere o approfondire e, naturalmente, decidere se essere d’accordo o meno.

Anche la modalità vocale, che hai utilizzato a tratti, mi è sembrata inusuale, e raramente si vedono vocalist cercare di dilatare le possibilità dello strumento “voce”, preferendo copiare i modelli di successo, andando così sul sicuro: che cosa significa per te cantare?

Cantare significa dare un corpo ai pensieri. Affidate ad una melodia le parole smettono di essere meri enunciati ed accadono, si materializzano in modo sinestetico. Ci sono moltissimi modi codificati di farlo, legati alle diverse culture e tradizioni moltissime tecniche. Anche nel canto cerco di essere libera.

Quanta importanza attribuisci ai testi in una canzone? Riesci ad apprezzare una musica priva di liriche?

Io scrivo canzoni, spesso canzoni di tante parole, ma spesso quelle parole scaturiscono dal suono. Nella maggior parte dei casi so di cosa voglio parlare in una canzone ma è solo quando trovo il suono, il tempo ed il ritmo giusti che sgorgano le parole, che nascono i versi.

Veniamo al tuo ultimo album: come nasce e qual è la sua anima?

La Parte Migliore contiene dieci brani che in vari modi e da diversi punti di vista parlano della perdita. Non è un album negativo però; è vero che c’è della rabbia ma c’è anche tanto amore.

Che tipo di soddisfazioni ti ha dato dall’uscita ad oggi?

Le soddisfazioni sono state molte ed inaspettate. La critica ha risposto bene, dimostrando un vivo interesse che ci è valso una candidatura al Premio Tenco come migliore opera prima. Con i miei musicisti e collaboratori è nato un bel rapporto di affetto e collaborazione e questo ci ha portati in tour in alcuni dei più importanti club italiani assieme alla Lene Lovich Band. Questo mi da sicuramente la forza e la voglia di proseguire e di mettermi al lavoro sul prossimo album.

Mi dai una tua opinione sullo stato della musica in genere, ma soprattutto nella realtà che meglio conosci, quella italiana… magari genovese!

Che la situazione sia disastrosa è cosa nota a tutti. In generale scarseggia il pubblico e l’interesse. Il mondo major è al collasso ma si arrocca sui soliti quattro nomi, quattro accordi, quattro versi. Il mondo indie, ahimè, spesso cerca il consenso di un pubblico inesistente imitando forme pop trite e calcificate e per scarsità di mezzi lo fa peggio della concorrenza. In mezzo a questo caos però ci sono anche moltissimi artisti ed artiste notevoli. Ma si è un po’ tutti lì ad aspettare la folata buona per alzarsi in volo.

Hai dei punti di riferimento fondamentali, qualche artista/ band che ha influenzato il tuo modo di fare musica?

Credo moltissimi, poi quando mi viene chiesto quali non me ne viene in mente neppure uno… ma direi i cantautori italiani degli anni settanta/ottanta (soprattutto Battiato e Vecchioni), Patti Smith e Bjork.

Ma qual è “La parte migliore” di Sabrina Napoleone?


La parte migliore di me è quella che non trattengo, è quella che condivido.




lunedì 11 maggio 2015

THE BAD MEXICAN - "Due"


THE BAD MEXICAN  "Due"    

Ho sempre pensato di poter dare all'impatto un giudizio sufficientemente corretto di una nuova conoscenza… quindici minuti di parole per inquadrare chi ho davanti.
Anche nella musica ho spesso avuto questa convinzione… prendi un nuovo album, lo osservi con riguardo, lo leggi, lo odori, lo palpi, ricerchi tra i crediti e scopri, forse, che la label è la Lizard: di certo sarà un prog ricercato, magari ideale per la super nicchia… far conoscere l’altra faccia della musica può essere una missione.
Delle proprie convinzioni ci si può ricredere.
Questo album dal sapore matematico è frutto dell’impegno dei The Bad Mexican -lascio al lettore la soddisfazione di trovare motivazioni al nome, dopo lettura dell’intervista-, una seconda uscita discografica che manda in crisi le mie velleità  di analizzatore degli indizi di preascolto: non c’è etichetta precisa per questa musica -e loro  non aiutano a definirla; non c’è concettualità -una componente che riesco di solito a scovare anche nelle compilation di musica sacra… da discoteca; non ci sono riferimenti precisi del passato da incolpare o ringraziare; non ci sono nemmeno dei titoli che possano fare immaginare e sognare... solo calcoli!
E’ questa una di quelle occasioni casi in cui l’intervista diventa indispensabile, per evitare di fare pessime figure; e così si trovano le motivazioni ai numeri -gli episodi del disco- e si possono scalfire la superficie dello strato di sana follia e l'intelligenza musicale che costituiscono la patina pregiata di un album e di una band che stupisce, senza dare punti di riferimento, come una squadra che gioca rinunciando al play maker, perché tutti e nessuno assumono quel ruolo, all’occorrenza.
A domanda precisa si evidenzia come negli spettacoli live sia difficile associare i brani al titolo/numero, ma io trovo una enorme eterogeneità nella proposta, che è situazione voluta e diventa quindi peculiarità del disco e della band: non mi pare troppo complicata l'associazione cifra/brano, ammesso che sia elemento importante.
Insomma, è questo il caso in cui si ascolta il primo brano e si immagini ciò che poi non sarà, nel senso che non  si vede un singolo “numero” rappresentativo dell’ insieme degli elementi.
Ho trovato tempi composti impossibili, parti di chitarra complesse e tendenti al rock, giri vocali degni di una sorta dei sintesi tra la West Coast e i Gentle Giant, beat di fine anni ’60, atmosfere spagnoleggianti, utilizzo del sax per la creazione di mood fatti di atmosfera alternati alla “violenza” ricercata dei primi Crimson, e miscele elettroniche in grado di calmierare l’intera produzione.
Leggendo le parole dei TBM si scopre come, escluso Davide Vannuccini (sax ed elettronica), musicista proveniente dal Conservatorio, esista una formazione musicale personale fatta di esperienza, di lavoro incessante sul campo, e lo status di autodidatta sembra quasi una bandiera da mettere bene in mostra. Beh, c’è da essere orgogliosi dei risultati ottenuti, perché il livello tecnico che ho captato in fase di ascolto mi sembra elevatissimo, invidiabile ed è davvero un’ottima cosa quando la padronanza dello strumento e il know how acquisito diventano non il fine ma il mezzo per un’espressione totale, quella capacità di rappresentare la musica in modo originale, senza copiature, cercando una via nuova, con la voglia di stupire e stimolare pensieri e domande.
Due, è questo il nome dell’album, è probabilmente tutto quello che non abbiamo mai sentito in un unico contenitore.
Alla base delle scelte della band risulta palese l’uso di una marcata ironia, ma ogni tassello del mosaico sembra allontanare l’idea che ci sia in corso un gioco. Prendersi un po’ meno sul serio può essere utile, ma la musica è roba su cui non si può scherzare, per la sua capacità di nutrire in modo unico le nostre anime, e  i The Bad Mexican appaiono alfieri di questo concetto, perché capaci di creare e donare roba rara, varia, adatta ad ascolto eterogeno e in grado di sorprendere.

Un voto elevatissimo per questo album e per questo “Cattivo Messicano”.


L’INTERVISTA

Come nascono e che tipo di cultura musicale hanno alle spalle i The Bad Mexican?

I The Bad Mexican nascono nell'ormai lontano 2009 dalle ceneri di un gruppo Death Metal. La spinta verso questa nuova “direzione” è stata data dalla semplice curiosità di tentare strade per noi –musicisti autodidatti– nuove ed inesplorate, con la consapevole leggerezza di non avere niente da perdere. Per quanto riguarda la cultura musicale ti dirò che fino all'arrivo di Davide (sassofono/elettronica), che è un musicista “serio”, uscito dal Conservatorio e con un bel po' di esperienza, il nostro era un gruppo di quasi autodidatti, con alle spalle moltissima musica ascoltata e tantissime ore passate in sala prove; la classica situazione, se vuoi provinciale, in cui la mancanza di confronti diretti con realtà più grandi e varie ti porta a ricercare quasi inconsapevolmente un'originalità genuina.

Esistono punti di riferimento precisi che hanno influenzato il vostro attuale modo di suonare e che vi accomunano?

Guarda, forse la nostra fortuna è stata proprio quella di non avere punti di riferimento (oltre al metal naturalmente, ma quella se vogliamo è storia passata) in comune, ma allo stesso tempo di essere riusciti ad incastrare tutte le nostre influenze in modo per noi soddisfacente: il mio jazz-core si è sposato bene con l'elettronica di Filippo ed il prog-metal di Matteo, e se da una parte ogni influenza perde alcune caratteristiche all'interno dell'amalgama dall'altra ne esce rafforzata, meno incanalata e probabilmente molto più vivace.

Speso il nome di una band nasce senza una motivazione particolare: da dove arriva “il cattivo messicano”?

Posso solo consigliarvi di andare a leggere che cos'è il Dirty Sanchez, ovviamente con una buona dose di ironia.

Come raccontereste a parole la vostra musica a chi ancora non vi conosce?

Io ho sempre adorato la definizione che abbiamo sul sito, perchè è ironica e, seppur descrittiva, estremamente leggera. La lascio qua sotto, ed ognuno ne tragga le proprie conslusioni: “Pensa ad un genere, moltiplicalo per rock, dividilo per jazz, aggiungi psichedelia ed elettronica ed otterrai UN risultato. Noi siamo diversi. ”

Altra cosa che spinge alla curiosità: perché il vostro nuovo album è all’insegna dei numeri, tra titolo e brani?

Il nostro intento su questo fronte era quello di riuscire a far passare come secondario tutto ciò che fosse di contorno alla musica in sè (e con questo non parlo solo dei titoli, ma anche dei testi che sono alquanto nonsense e “ritmici”). Il nostro è un disco di 37 minuti e, seppur disomogeneo, volevamo (magari subdolamente, magari maldestramente) invogliare l'ascoltatore a considerarlo come un'entità unica e a non soffermarsi immediatamente su un singolo brano. Molti ci hanno criticato per questo, e ti confesso che dal vivo è abbastanza difficile associare il pezzo ad un numero, ma alla fine siamo soddisfatti così.

Qual è l’anima del disco? Trattasi di percorso concettuale?

Ti direi di no, il disco non ha nessuna anima o velleità concettuale. L'unico intento era quello di discostarsi dal precedente lavoro -molto dilatato, sporco e se vogliamo dispersivo- e concentrare voglie ed influenze in brani che fossero il più... non direi corti, ma concisi. Si è cercato in sostanza di esprimere le nostre influenze diciamo “particolari”, scostandoci da canoni di lunghezza e struttura che le contraddistinguevano. Non so dirti se ci siamo riusciti, ma sicuramente era la direzione che volevamo dare al nostro lavoro.

Esistono difficoltà nel proporlo dal vivo? Ma… come sono i The Bad Mexican on stage?

Non so darti un giudizio realmente oggettivo sulla nostra proposta live. Ti dirò che siamo sempre molto felici di suonare il disco e che la sua resa dal vivo, al netto delle minori libertà che si hanno in studio etc., è molto soddisfacente. Per quanto riguarda un giudizio su di noi, ti darò la risposta che suppongo ti hanno dato quasi tutti i gruppi che hai intervistato: veniteci a vedere e decidete voi.

Mi date un vostro giudizio sull’attuale stato della musica?

L'unica cosa che posso dirti è che noi come Bad Mexican abbiamo una visuale abbastanza distaccata da quello che è il... chiamiamolo music business di oggi. Se da un lato abbiamo avuto la fortuna di trovare un'etichetta e dei distributori/promotori per il nostro lavoro, dall'altro consideriamo e trattiamo i The Bad Mexican come una passione; questo ovviamente ci taglia fuori dalle logiche in cui si trovano coloro che, con molta determinazione e coraggio, hanno scelto la strada della musica rock come mestiere.

Che cosa pensate in generale dell’utilizzo della tecnologia in campo musicale, sia dal punto di vista della realizzazione del prodotto che della successiva pubblicizzazione?

Penso che la tecnologia negli ultimi anni abbia inglobato praticamente ogni settore inerente la distribuzione di materiale artistico, ed è una cosa con cui, volenti o nolenti, si deve fare i conti. Dirò sicuramente un'ovvietà, ma se da un lato chiunque adesso è in grado di registrare, produrre e distribuire nel mondo un lavoro di qualità eccezionale, dall'altro è cambiato radicalmente il modo di ascoltare e più in generale di consumare la musica; è sempre più raro che ci si approcci ad un disco nella sua interezza, o che un artista o un gruppo duri per più di due/tre dischi. Diciamo che è un mondo “veloce” e chi vuole rischiare deve stare al passo ed essere... non so, penso che “social” descriva bene quello che voglio dire.

Come è nato l’incontro con Loris Furlan e la Lizard?

Il nostro è stato un incontro fortuito e fortunato: alcuni nostri conterranei, i grandissimi Labirinto di Specchi, avevano già un disco sotto Lizard e ci consigliarono di spedire il nostro primo lavoro. Da lì è nata una splendida collaborazione che continua tutt'ora. P.S. Scusa Loris se non ti ho risposto alle ultime mail!

Possibile svelare qualcosa sui vostri intenti futuri?

Per adesso stiamo lavorando ancora sui nostri live, purtroppo siamo stati sei mesi senza un posto dove poter provare e stiamo ripartendo adesso. Ci sono nuovi pezzi, ma per adesso l'unica cosa che vogliamo fare è un live ancora più compatto e riuscire a fissare nuove date.



The Bad Mexican:
Tommaso Dringoli (chitarra, voce, percussioni)
Filippo Ferrari (basso, voce, elettronica, percussioni)
Matteo Salutari (batteria)
Davide Vannuccini (sassofono, elettronica)



Discografia:
"This is the first attempt of a band called The Bad Mexican"  2012
"Due"  2014


domenica 10 maggio 2015

Fabio Zuffanti & ZBand al Raindogs di Savona

Fotografia di Stefano Mantello

Fabio Zuffanti, nonostante la lunga carriera e l’irrisoria distanza da Genova -la sua città- non aveva mai avuto occasione di suonare a Savona, città che frequenta e in cui si trova a proprio agio.
Il giorno giusto è arrivato l’8 maggio scorso, quando assieme alla sua band, la ZBand, ha presentato un sunto musicale dei suoi venti anni di carriera al Raindogs House, una location tutta nuova che, per conformazione strutturale, riporta ai vecchi club londinesi nati a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70.
Alla fine il locale risulterà sufficientemente carico, il solito pubblico del prog, ma anche volti nuovi, di passaggio, rimasti concentrati sino alla fine.
E’ questo un aspetto che va sottolineato, perché contrasta con la concezione di “Club”, luogo in cui non è prevista la condizione di staticità, ma la musica proposta da Zuffanti and Friends necessita di una certa applicazione, se si vuole provare a cogliere alcuni dettagli che la caratterizzano.
Sul palco assieme a Fabio, i suoi attuali collaboratori: il fiatista Martin Grice, il batterista Paolo “Paolo” Tixi, il tastierista Giovanni Pastorino (lui giocava in casa!) e il giovane chitarrista Simone Amodeo, che non avevo mai avuto occasione di ascoltare.
Nomi noti nel mondo musicale, soprattutto l’antico Grice, pilastro dei Delirium.
Il concerto ha un titolo, “Un viaggio lungo 20 anni”, che è il preludio ad una sinossi musicale che, come si evince dalla “scaletta” a seguire, tocca alcuni dei progetti paralleli di Zuffanti, da Hostsonaten a Finisterre, da La Maschera di Cera ad Aries, sino all’opera rock “Merlin”. La parte di maggior spessore è quella che è propria della formazione sul palco, e fa riferimento all’album “La Quarta Vittima”, del 2014.
C’è spazio anche per una cover, davvero originale: trattasi de La Traccia Verde, colonna sonora di uno sceneggiato televisivo del 1975, un giallo cult dell’epoca.
Sono due gli ospiti presenti: un altro Delirium e MdC, Alessandro Corvaglia -vocalist in Ode al mare (brano dei Finisterre), nel suo ruolo di “Merlino” in Madman Sings, ne La guerra dei mille anni e nel bis La notte trasparente- e Simona Angioloni, presente in The moon rises again e La quarta vittima.
Non è musica semplice quella andata in onda al Raindogs, e mi riferisco agli aspetti compositivi e propositivi, perché l’ultima “fase Zuffanti” è quella della maturità, della soddisfazione legata, anche, alla produzione, ancor più che all’esibizione personale, e guardare il tutto da una visione diversa, in qualche modo privilegiata, permette di non creare paletti alla propria creatività.
Il concerto era da gustare, nota dopo nota, il tutto favorito dalla comodità della posizione davanti al palco, e il pubblico ha risposto con puntualità, apprezzando l’opera di virtuosi che presentano sfumature a volte non facili da afferrare. L’esperienza e la qualità di Grice è una garanzia; la forza d’urto e i tempi impossibili di Tixi sono uno spettacolo nello spettacolo; Pastorino un vero valore aggiunto, capace di portare novità e tecnologia nel team; Amodeo una bella scoperta, agile sul manico della sua Fender, ma capace di dosare le note secondo necessità; che dire di Corvaglia, grande vocalist e frontman… sta vivendo un periodo d’oro e la sua motivazione produce grandi risultati on stage; Simona Angioloni è la protagonista dell’unico momento intimistico -creato assieme a Pastorino e a Zuffanti-, quel The Moon Rises Again della produzione Aries, che ha permesso di far scoprire a chi non la conoscesse, una voce ed un talento straordinario.
Ultima citazione per Fabio Zuffanti, un artista “indiavolato”, nel senso dell’iperattività, che si traduce  in perenne situazione creativa, tra libri e contenitori musicali di varia natura.
Anche in questa occasione si dimostra play maker di grande qualità, il fulcro su cui far leva per alzare l’asticella della qualità.
Divertimento per il pubblico ma, questa è la mia impressione, anche per tutti i musicisti.
Il Raindogs non nasce con l’idea del prog, ma una spruzzatina periodica potrà accontentare la nicchia savonese!
Ecco un sunto video, meglio delle mie parole…



                                                               SCALETTA
Prologue     
Non Posso Parlare Più Forte
La Traccia Verde
L’interno Di Un Volto 
In Limine
The Moon Rises Again
La Quarta Vittima
Ode Al Mare
Madman Sings 
La Guerra Dei Mille Anni
Una Sera D’Inverno
Orizzonte Degli Eventi

Bis
La Notte Trasparente


sabato 9 maggio 2015

John Falko e i suoi amici: concerto a Genova


Il 7 Maggio l’incontro tra musica e beneficenza si rinnova al Teatro Govi di Genova, location testimone di un ricco e lungo spettacolo di alta qualità.
Sottolineo il “lungo e ricco”, perché un concerto di giovedì, di questi tempi, poteva anche rivelarsi un flop, nonostante le nobili motivazioni, e quindi non era certa la risposta al grande impegno organizzativo profuso, ma… dopo una iniziale affluenza “controllata”, il pubblico ha assunto una dimensione numerica dignitosissima e soddisfacente.
Completa diretta streaming su MA1TV, con Carlo Barbero in veste di mattatore, oltre che organizzatore.
Lo spettacolo aveva un titolo, “Bentornato John Falco”; John, musicista di lungo corso, dall’immagine musicale significativa, dopo un periodo non troppo felice legato a problemi fisici, ritorna alla musica attiva, ed era questa l’occasione per raccogliere attorno a sé un po’ di amici.
Rivisitando le serata a distanza di due giorni, viene naturale raccontare di un concerto in cui si sono susseguite diverse realtà musicali, tra queste Falko, che ha esercitato il ruolo di collante, lasciando spazi e tempi ai compagni di viaggio.
Nel filmato proposto a fine post, sarà lo stesso John a parlare rapidamente di sé e del suo attuale mood.
John Falko si riproporrà a più riprese, con abiti sonori diversificati, ma il comune denominatore delle sue presenze sarà sempre lo stesso, l’energia sommata all’originalità della proposta.
E’ stata per me l’occasione per scoprire un’altra faccia musicale di Genova, con tanti risvolti piacevoli e sorprese di qualità. Come Bobby Soul ad esempio, che scalda da subito il pubblico, dimostrando come una voce, una chitarra (quella di Alessio Corsi) ed un qualsiasi attrezzo ritmico possano bastare per far nascere la giusta alchimia tra due poli antistanti.
I cambi set sono da sempre buchi da coprire, ed un valido aiuto per Barbero e Falko è arrivato da Silvia Bazzano, a cui è spettato il difficile compito di utilizzare il verbo -di solito non troppo amato quando si è in attesa di una performance live- tra testi comici ed altri impegnati, dimostrando grande elasticità di repertorio e senso dell’improvvisazione, necessario in queste situazioni.
Altre sorprese -sottolineo “per me”- arrivano dal mondo femminile.
DOREMIFLO presenta il suo mix di pop, elettronica e rock, inventando un quadro originale che realizza un ponte temporale attraverso epoche diverse, innestando in me la voglia di… saperne di più.
Altra chicca la presenza di Sabrina Napoleone; parte letteralmente in sordina, per effetto di un volume vocale da settare, ma col passare dei minuti sorprende per quello che io ho interpretato come desiderio di allargare gli spazi, tra testi “seri” e ricerca ed ampliamento dei personali confini, utilizzando una decisa sperimentazione. Anche in questo caso viene naturale approfondire, e credo sia questa la corretta curiosità che dovrebbe colpire chi mette da parte i pregiudizi e… si apre al nuovo.
Arriva poi il momento di Grazia Quaranta, che fa esplodere il palco, utilizzando la Joplin, la Turner e Prince, con una voce incredibile che mi ha provocato qualche sano brivido.
E non oso pensare cosa possa accadere normalmente, quando alla sue spalle c’è una vera band e non una base su cui cantare. Felice della scoperta.
Il protrarsi della serata manda fuori tempo l’ultimo set, quello che ha visto sul palco Tiranti, Aldo De Scalzi, Trigona, Maragliano, Maddalone e Merli: superfluo il commento!
La loro conclusiva “Somebody to Love” è una chicca, che oltre a riportarci al mondo dei Queen (ma che bello il duetto tra Tiranti e Merli!) permette di ricordare come le sofferenze che in modo più o meno pesante toccano ognuno di noi possono essere ammorbidite, a volte guarite, dalla musica, che diventa un messaggio d’amore rivolto al mondo circostante… qualcuno da amare.
John Falco chiosa simbolicamente “Spara al tuo nemico”: lui ha ricominciato dal Govi a lanciare pallottole musicali che allontanano il colore scuro, quell’alone poco piacevole che circonda sempre il pessimismo, quello sì uno stato d’animo difficile da combattere! E ora suppongo che l’arma di John potrà sparare, positivamente, a getto continuo.
So di non aver citato molti dei presenti, che colpevolmente non conosco, ma non posso dimenticare uno dei registi, il fonico e musicista Ricky Pelle, ancora una volta a dirigere l’orchestra, in un angolino buio.

Il medley a seguire fornisce qualche dettaglio di serata, per tutto il resto MA1TV e Carlo Barbero restano a disposizione, con una importante novità, la prossima, imminente presenza sul digitale terrestre.




Sorry, We're CLOSED For Ever



Pubblico con molto dispiacere questa mail che riguarda la mia città, ma penso possa essere rappresentativa dell’intero paese, l’Italia, un luogo meraviglioso ma un po’ difficile da vivere, dove, ad esempio, la musica -e ciò che gira attorno- non è considerata cultura.
Con la chiusura dell’OFFICINA MUSICALE, Savona resterà con due soli punti di vendita per quanto riguarda i supporti fisici, ed un altro punto di attività va a scemare, schiacciato dalla tecnologia che avanza e dalle difficoltà economiche che riguardano qualsiasi impresa o commercio.
Il "Sorry, We're CLOSED For Ever", fa davvero male!

Officina Musicale

CIAO! UN PO DI NUMERI: 29-11-1997 /04-07-2015 SONO LE DATE DI APERTURA E CHIUSURA DELL’OFFICINAMUSICALE CHE DOPO QUASI 18 ANNI, NEI QUALI HO CERCATO DI PROPORRE LA MIA IDEA DI MUSICA, CINEMA & FUMETTI, CHIUDE SOFFOCATA SIA ECONOMICAMENTE CHE PSICOLOGICAMENTE DALLA COSTANTE PERDITA DI CLIENTI DEGLI ULTIMI 5 ANNI. CHIUDO SENZA RIMPIANTI,  GRAZIE AL BEL LAVORO CHE HO FATTO PER UN DISCRETO TRATTO DI VITA, IMPEGNATIVO, COMPLESSO, MA SICURAMENTE BELLO.
SARO ANCORA APERTO PER 59 GIORNI IN CUI NON POTRO PIU ORDINARE NESSUN NUOVO CD MA CERCHERO DI VENDERE/SVENDERE IL TANTISSIMO  MATERIALE ANCORA PRESENTE IN NEGOZIO.
DA OGGI ANCHE LE ULTIME NOVITA SONO, COME TUTTO IL RESTO, SCONTATE DEL 30%. APPROFITTATENE SE VOLETE.

GRAZIE PER IL VOSTRO SOSTEGNO DI QUESTI ULTIMI ANNI.
VI SAREI MOLTO GRATO SE FACESTE GIRARE LA VOCE DEI SALDI CON I VOSTRI CONOSCENTI CON I MEZZI CHE
 PIU VI AGGRADANO ( FACEBOOK,E-MAIL, ECC)

GRAZIE DI TUTTO


CLAUDIO

martedì 5 maggio 2015

Merry Go Round


E’ di fresca uscita l’album omonimo dei Merry Go Round, band toscana le cui fondamenta vengono gettate una trentina di anni fa e, dopo lunghe modellature e progressioni, trova oggi una dimensione probabilmente unica nel panorama musicale italiano.
Quarantasette minuti di musica dal sapore antico suddivisi su undici tracce, rilasciate in formato “moderno”, ovviamente, ma con un prossimo contenitore perfetto per la proposta, il vinile. Tipicità di Black Widow.
Parto per una volta dall’art work, perché la musica dei MGR non può essere fruita se non in modo globale, ed è sufficiente aprire a metà il booklet annesso al CD per intuire che cosa si potrà trovare all’interno, quali le atmosfere e le sonorità: l’ambientazione psichedelica da cui è avvolta la band è il preludio ad un ascolto molto preciso, e i giri di giostra assumono un profumo conosciuto.
Suoni vintage, amori analogici, strumentazione che ha una data di origine certa e che riporta ai giorni in cui un hammond ed un leslie convivevano col moog ed il mellotron, per la felicità di una moltitudine di anime.
Non ho idea di quale potrebbe essere la reazione di un giovane, magari curioso, al primo tocco con sonorità tipiche di un epoca non vissuta in prima persona, ma è certo che la musica dei MGR è in grado di scuotere le teste e i cuori di chi ha percorso i seventies sul versante rock.
La tipologia di formazione suggerisce il sentiero da visitare, perché quando l’amore per un certo tipo di strumentazione -e tecnologia- incontra una vocalist come Martina Vivaldi, si arriva alla sintesi e alla caratterizzazione del genere, e non credo esistano etichette, più o meno fantasiose, che possano definire correttamente la band… meglio utilizzare le tante componenti a disposizione e sarà sufficiente un indizio qualsiasi lasciato sul campo per trovare una cornice al quadro musicale dipinto dai MGR.
Sono molti gli accostamenti che emergono, e le cover inserite nel disco -tre- raccontano di affinità con artisti come Auger, Driscoll, Atomic Rooster, ma personalmente ho trovato una discreta identità con una band storica, per certi versi sottovalutata dall’aristocrazia musicale ai tempi in cui era in auge, gli Uriah Heep, e chiudendo gli occhi ho più volte visto materializzarsi davanti a me le tastiere di Ken Hensley.
Ho il rammarico di aver perso il loro recente concerto genovese, perché chi era presente mi ha raccontato meraviglie che solo certi live possono offrire, ma il lavoro in studio riesce a dare una idea precisa della filosofia musicale del quintetto toscano.
L’intervista a seguire permette di entrare un po’ in profondità e completare un mosaico davvero ricco e colorato.
In casi come questi mi riesce difficile mantenere assoluta obiettività, perché la musica dei MGR ha un grande potere, quello di riportarmi indietro nel tempo, e il viaggio a ritroso ha più a che fare con i sentimenti che con la razionalità, ma… cosa si può chiedere di più alla musica!
Grande album… grandissima band!



L’INTERVISTA

Potresti sintetizzarmi la vostra storia musicale, il percorso e l’evoluzione?

Sintetizzare 25 anni in poche righe non è facile. Comunque il tutto ruota intorno alla sala prove pontederese di Stefano Gabbani, che ha visto cronologicamente nascere prima gli "Storks" -gruppo beatgaragepunk- poi "BootHill Five" -gruppo freakoutpsych- successivamente "Standarte", noto gruppo progressive ed infine i Mgr, con componenti delle varie formazioni e l'aggiunta della cantante Martina Vivaldi.

Avete punti di riferimento precisi, comuni alla band?

Qualcuno ci ha accomunato a band come Atomic Rooster, Affinity, Indian Summer... direi che il paragone umilmente ci può stare, ma il nostro punto di riferimento principale è il gusto per i suoni datati che ricordano il periodo in cui le band si esprimevano senza l'aiuto di diavolerie elettroniche o altri marchingegni digitali.

Come definireste la vostra musica a chi non ha mai avuto l’occasione di ascoltarla?

Definire o classificare la musica con le parole è sempre riduttivo e limitato. Non ricordo bene chi, ma qualcuno ha definito il nostro disco "musica analogica". Ecco questo è proprio la quintessenza di quello che puoi percepire ascoltandoci; ed è anche un grande complimento per noi!

Come è avvenuto l’incontro con Black Widow, label che ha prodotto il vostro album omonimo?

Stefano e Michele, già componenti di Standarte, conoscevano da tempo Massimo Pino e Alberto, avendoci lavorato assieme per diversi anni. Quando abbiamo registrato il nostro primo demo lo abbiamo girato subito a loro: "Che dite  pubblichiamo qualcosa?", ci hanno risposto, così è nata la collaborazione. Alcuni pezzi sul disco sono addirittura attinti da quel demo.

Le sonorità che proponete favoriscono un salto a ritroso nel tempo: come avete scelto i tre brani di non vostra creazione, rivisitati nel disco?

Un omaggio a Julie Driscoll era nell'ordine naturale delle cose visto l'evidente somiglianza timbrica con Martina. Idem per i galletti atomici visto che il modo di suonare di Michele ricorda un pò quello di Crane. Per Free Ride la cosa è andata un pò diversamente, ovvero Stefano ha praticamente imposto a tutti la cover senza possibilità di controbattere, ma alla fine ha avuto ragione perchè è un pezzo nelle nostre corde.

Ascoltandovi, all’impatto, ho ripensato a quando da adolescenti, eravamo storditi da brani di cui non capivamo una parola: che importanza date alla liriche? Può essere la sola musica la “portatrice di messaggio”?

I brani nascono sempre da un'idea di fondo e sono costruiti e modellati intorno a questa. Alcune volte vengono fuori spontaneamente come riff musicali, più volte nascono da un testo preciso che qualcuno di noi scrive. La musica, almeno la nostra, non porta nessun messaggio, casomai analizza le cose, le commenta e dà dei suggerimenti, poi ognuno può trarre da ciò quello che vuole. Diamo molta importanza ai testi, tanto che li abbiamo inseriti in un libretto all'interno del disco: tante volte qualche adolescente non ne capisse il significato...

Cosa significa vedere i Merry Go Round su di un palco?

Significa fare un tuffo nel passato, se chiudi gli occhi puoi assaporare i suoni e le vibrazioni di qualche decennio fa, se poi li apri puoi vedere l'istrionica Martina che si muove armoniosa cantando sul palco... assolutamente da vedere!.

Mi parlate del fantastico artwork che avete utilizzato per l’album?

Bello vero? Frutto del lavoro del nostro grafico Alberto Boldrini sotto la supervisione di Stefano, un parto lungo e travagliato, ma che ha dato buoni frutti. Anche l'interno è tutto da scoprire, così come il vinile che uscirà in due versioni  differenti. Un grazie alla BW che ci ha dato carta bianca e ci ha stimolato a fare il massimo.

E’ prevista un’uscita in vinile quindi?

Certo, credo uscirà ai primi di giugno.

Cosa potrebbe esserci dietro all’angolo di casa “Merry…”

Non ricordo quale filosofo greco asseriva che il passato non esiste perchè ormai trascorso, come il futuro perché ancora da venire, così anche noi cerchiamo di vivere al meglio il presente e lasciarci trasportare dal destino. Nessuno sa cosa potrebbe esserci dietro l'angolo, ma noi sappiamo che dobbiamo andare avanti e fare ciò che più ci piace.



TRACK LIST:
1. DORA’S DREAMS
2. AFTER 
3. AUTUMN’S DAYS
4. POISON IVY
5. FREE RIDE
6. CHANGELING
7. TO DIE OF FEAR
8. INDIAN ROPE MAN
9. IN SEARCH OF LOST TIME
10. MESMERIZED WORLDS
CD Bonus track:
FRIDAY THE 13TH   Martina Vivaldi: Vocals  

LINE UP:
Renzo Belli: Electric Guitar
Sandro Vitolo: Electric Guitar
Michele Profeti: Hammond Organ, Mellotron, Moog
Stefano Gabbani: Bass Guitar
Sandro Maccheroni: Drums


BIO
Sono nati come Storks, nel 1985, a Pontedera (Pisa). La loro musica è Psychedelic Progressive con selvatici tocchi di rhythm & blues.
Dopo un demo-tape intitolato "Feeling Crawly",  la band partecipa a molti concerti e apre per i Pretty Things a Firenze, nel 1988. Nel 1990 Michele Profeti e Stefano Gabbana si uniscono a Daniele Caputo formando il leggendario gruppo di Psych-Prog chiamato Standarte.
Nel 2012 tutti i membri tonano insieme con l'aggiunta di un secondo chitarrista, Sandro Vitolo, e una nuova cantante, l'esplosiva Martina Vivaldi... una sorta di Janis Joplin che incontra Lynda Hoyle... MERRY GO ROUND sono nati. Le tastiere vintage (originali Mellotron, Hammon Organo e Moog) rendono il loro sound affascinante, chitarre elettriche duellano su un ritmo psico-blues, la loro musica vi conquisterà: un'immersione in una vera e propria atmosfera anni '70 Psych-Prog.
Per i fan degli Affinity, Julie Driscoll, Manfred Mann, Beggars Opera, Indian Summer, Still life …


domenica 3 maggio 2015

Intervista a Irvin Vairetti



Intervista già pubblicata sul web magazine UNPROGGED (http://www.unprogged.com)


Irvin Vairetti, musicista, è il conosciuto figlio di Lino, ed è questo sinonimo di musica di qualità.
Quando lo incontrai la prima volta, nel 2009, il nuovo corso degli Osanna stava nascendo e Irvin ne faceva parte a pieno titolo.
Credo che una delle più grosse soddisfazioni per un uomo sia quella di realizzare qualcosa di concreto assieme al padre -o al figlio- e un progetto musicale è davvero qualcosa di tangibile.
Non solo prog per Irvin, e nelle righe a seguire scopriremo qualcosa in più sulla sua storia e sui progetti futuri che, inevitabilmente, riguardano il mondo Osanna.


L’INTERVISTA

Ho spesso chiesto al padre… oggi tocca al figlio! E’ abbastanza ovvia l’origine del tuo amore per la musica, ma come sei arrivato ad assimilare la Musica Progressiva?

Forse ti sorprenderà, ma non sono un grande amante del progressive, almeno di quello classico. Ho respirato questo genere, come tante altre sfaccettature del Rock, sin da neonato ma, quando è arrivata l’ora di scegliere, ho preferito il sound dei Led Zeppelin, la composizione dei Beatles, il fascino psichedelico dei Pink Floyd e l’estro dei Police. Del progressive italiano adoro gli Osanna, la PFM, il Banco ed alcune cose degli Area. I New Trolls non li inquadro pienamente nel prog, ma sono un grande fan di Vittorio De Scalzi, un artista eccezionale! A livello internazionale i King Crimson su tutti e un po’ di Framk Zappa... il resto mi ha preso poco, compreso i Genesis. Oggi credo che il prog sia più un concetto che un genere: la voglia di contaminare il Rock con sfumature intelettuali, ricerca e sperimentazione. Io, ad esempio, adoro i Radiohead e ritengo che anche loro in qualche modo possono rientrare in un largo concetto di prog.

Ti senti più cantante, tastierista o… cos’altro?

Cantante senza dubbio. Diciamo che ho un buon approccio con tanti strumenti ed in molti apprezzano il mio modo di rapportarmi ad ognuno di loro. Il piano è lo strumento su cui ho lavorato di più rispetto agli altri, ma non ho mai maturato volontà da strumentista puro ed ho iniziato ad usare la mia poliedricità per fini compositivi ed arrangiativi.

Qual è l’insegnamento musicale più importante che hai ricevuto da Lino?

Il fare musica d’insieme lasciando esprimere l’anima dei musicisti; l’essere costanti nell’approccio creativo, perché la creatività non è solo un dono della natura, ma va anche coltivata ed allenata.

Gli Osanna ricevono apprezzamenti pressoché incondizionati ad ogni esibizione: che tipo di alchimia nasce nel corso delle vostre performance?

Il tutto parte giù dal palco. C’è una profonda amicizia che ci lega ed abbiamo sempre voglia di divertirci. Quando saliamo sul palco non facciamo altro che essere noi stessi, con qualche colore in più sul viso ed una bella quantità di adrenalina!

La band è anche un mix tra meno giovani e giovani: potrebbe essere questo uno dei segreti della qualità che proponete?

Sicuramente! Noi giovani siamo affascinati dalla storia e dall’evoluzione dei nostri padri (il Vairetti e il Barba) e a nostra volta cerchiamo di contaminarli con una sensibilità musicale sviluppatasi principalmente negli anni ’90, periodo in cui il progressive non godeva di buona salute!

Che cosa bolle nella pentola “Osanna”?

Stiamo finendo di realizzare “Palepolitana”, un doppio album che prevede una prima parte dedicata al remake dello storico Palepoli ed una seconda parte con brani nuovi legati da un profondo filo concettuale.

Mi parli dei tuoi progetti paralleli e delle diversità rispetto all’impegno primario?

Nel 2011, come ben sai, vide la luce il primo album degli Ansiria, band di rock d’autore che io e Pasquale Capobianco (chitarrista degli Osanna) abbiamo portato avanti per un bel po’ di anni. Diciamo che la finalità non era quella del successo, ma principalmente la voglia di fotografare alcuni anni della nostra storia musicale. Adesso questo progetto è in stand-by ed io sto lavorando ad un progetto solista, più cantautorale, prendendomi tutto il tempo necessario per realizzare un prodotto che sia ben rappresentativo della mia anima. Inoltre, in cantiere c’è un progetto che mi vede coinvolto con altri figli d’arte e di cui riuscirò a darti qualche notizia più dettagliata tra un paio di mesi.

Quanto cambia un musicista quando diventa padre… nonno?

Ti racconto un episodio: nel nostro ultimo live in Giappone nel novembre del 2011, durante l’esecuzione del brano “Fiume”, mi emozionai talmente tanto da cantare il brano con le lacrime agli occhi… mentre cantavamo ”tu sei il fiume che nasce dal suo ventre e inizi il tuo cammino”. Il nonno, inoltre, ha voluto dedicare il nostro DVD “Tempo” al mio piccolo Samuel.

Se dovessi scegliere un brano che più ti ha colpito di tutta la produzione Osanna, quale sceglieresti e perché?

Beh qui vado necessariamente sul classico e dico “L’uomo”. E’ uno dei quei brani il cui testo ha una potenza poetica così grande da essere sempre attuale e suggestivo. La semplicità dell’arrangiamento non è sinonimo di banalità, ma di maturità nel far uscire fuori il grande messaggio. Però devo dirti che un altro brano che mi resta forte nel cuore è anche “‘O napulitano” (incluso nell’album suddance). Anche qui l’alchimia tra testo e musica è da brividi e fa molto riflettere sulla situazione attuale a Napoli come nel resto d’Italia.

Vi vedremo presto in tour?

Da maggio in poi saremo in giro per l’Italia e per il mondo… il Giappone ci ha già “prenotato” per il 4 luglio!