sabato 18 dicembre 2010

Circus 2000


Era il 1973, credo, ed era estate


Sull'onda lunga dei grandi festival, "alla pozza" di Altare, sulle alture di Savona, venne organizzato un festival rock di due giorni.
L'atmosfera era quella giusta.
Sole, campi verdi e... un contenitore d'acqua inquinata (la pozza appunto), dove era possibile tuffarsi nudi, emulando ciò che avevamo appena visto nel film " Woodstoock".
Naturalmente tanta musica... Battiato riccioluto ed irriconoscibile, Alan Sorrenti, non ancora votato al commerciale, ed anche il Circus 2000.
I loro brani li ricordo poco, ma mi è rimasta impressa la loro tenda familiare, rossa, che al cospetto delle altre era una villa.
Io ero presente e dormii sotto il palco, con svariati amici.

La proposta musicale dei Circus 2000 è stata una delle più interessanti del panorama pop italiano dei ’70, arrivando molto prima di altri a dimostrare quale sarebbe stata l’evoluzione del beat che stava morendo.
Si può con certezza affermare quindi che, insieme ai The Trip, questa band ha rappresentato l’avanguardia del prog italiano.
Alla fine dei ’60 il gruppo si fa le ossa suonando prevalentemente jazz nel locale ‘Swing Club’ di Torino, ma nelle prime sedute di registrazione, nel 1970, viene fuori lo stile definitivo dei Circus 2000 e si registrano i brani che finiranno sul primo omonimo lavoro.
Gli ingredienti della formula proposta sono i testi in inglese, con la splendida voce di Silvana Aliotta che, oltre a cantare, suona le percussioni, arricchendo ancora di più un background sonoro formato dalla chitarra a tratti "Hendrixiana" del bravo Marcello "Spooky" Quartarone, da un basso molto cupo suonato da Gianni Bianco e dalla sezione di batteria precisa e mai invadente di Franco "Dede" Lo Previte.
Ed è appunto una certa inquietudine e cupezza che avvolge le atmosfere del primo album,.
Tra i pezzi più significativi ci sono ‘Magic bean’ e ‘I’m the Witch’, dove emerge l’energia della bravissima cantante.
L’alone suggestivo che avvolge le atmosfere di questi brani rende indefinibile il genere.
E' musica a tratti riflessiva e autunnale, ma volutamente sommersa e omogenea,.
Si stabilisce così uno stile che trova subito consensi, che porteranno nel 1971 all’incisione di ‘Regalami un Sabato Sera’, sigla della trasmissione TV "Teatro 10" e anche ‘Sono la Strega’, versione in italiano di ‘I’m the witch’.
Il gruppo, che è sotto contratto con la RI-FI riscuote un buon successo di pubblico, ed è dal vivo che si esprime al meglio, partecipando a molte manifestazioni e "raduni" come si chiamavano allora. Tra questi il Viareggio Pop ’71, il Festival D’Avanguardia e Nuove Tendenze al Foro Italico, Roma 1972, insieme fra gli altri a Banco Del Mutuo Soccorso e Jumbo.
Il secondo lavoro, intitolato ‘An Escape From A Box ’ esce nel 1972 sempre per la RI-FI e si colloca ancora meglio nel panorama musicale del momento, con una grande energia, ricchezza compositiva e parti vocali in evidenza.
Il sound diventa più raffinato, in linea con la matrice inglese che nel mentre aveva delineato tutto un nuovo genere, e i pezzi sono meno frammentati e danno luogo a più ampie atmosfere.
Il gruppo però, dal punto di vista discografico, si ferma a questo punto.

Silvana Aliotta suonerà le percussioni nell’album d’esordio di Bennato e in ‘Io Sono Nato Libero’ del Banco, (1973) per poi tenta la carriera solista come “Silvana dei Circus 2000” incidendo il singolo ‘Bugie’, mentre Lo Previte entra nel Duello Madre e successivamente nei Nova e nei Kim & the Cadillacs.


Hey Man





giovedì 16 dicembre 2010

“Savona Beatles Week” 2010

(foto di Maddalena Revelli)

La settimana appena terminata ha avuto un unico comune denominatore che ha unito milioni di persone.
Nelle città italiane, nel nostro continente, in tutti i continenti, si è ricordato John Lennon a trent’anni dalla sua morte. Il 2010 è anche l’anno in cui John avrebbe compiuto settant’anni, ed è anche la ricorrenza, quarant’anni, dallo scioglimento dei Beatles. Tante, troppe ricorrenze per essere ricordate con passività.
Nella mia città, Savona, gli eventi sono iniziati il giorno 8 (fu quello il momento in cui Chapman arrivò alla fine del proprio folle progetto) e sono terminati domenica 12.
Non sono interessato a stabilire graduatorie di merito, comparando il “nostro” programma cittadino con quello di altri siti, ma da spettatore, da “fruitore del servizio”, non posso che essere soddisfatto.
Il gruppo di lavoro costituitosi per pianificare gli interventi mi è parso nutrito, e sicuramente dimenticherei qualche attore importante se li elencassi, ma è dato certo che per chi ama la musica, il rock soprattutto, avere in città un assessore alla cultura appassionato ed esperto del settore rappresenta una garanzia di qualità e continuità.
Prima di arrivare alla serata conclusiva, ci sono state alcune tappe significative, dalla maratona radiofonica alla visone del film “The U.S. vs John Lennon”(preceduto da con un set acustico/teatrale), passando per la presentazione dei volumi “Beatles a fumetti” (Enzo Gentile e Fabio Schiavo) e “Shoot me” (Joe Santangelo). E qualcosa di certo dimenticherò.
Ma un commento personale mi… esce spontaneo.
Per chi si occupa di musica in maniera appassionata, ogni settimana nascerebbe l’occasione per ricordare e raccontare un evento, un uomo, un gruppo, una situazione.
Tra morti e nascite, tra festival simbolo e inganni, tra sogni e delusioni, ci sarebbe lavoro (e soddisfazione) per schiere di musicisti, musicofili, musicanti. Ma John Lennon, con i Beatles, ha rappresentato ciò che probabilmente nessuno avrà mai più la possibilità di rivivere, perché, alla faccia dei corsi e ricorsi storici, quel fenomeno di costume, musicale e culturale, non tornerà più, mai più.
Molti di quelli che hanno partecipato a queste giornate a tema non sono stati toccati dal fenomeno Beatles, se non a posteriori. La “storia” assume significati certi dopo lungo studio e spazio temporale, e forse chi domani “costruirà” una tesi di laurea sulla vita di Lennon ne saprà più dei tanti uomini “antichi” presenti al Teatro Chiabrera, ma il segno che i Beatles hanno lasciato sulla mia persona è enorme ed è argomento di cui potrei scrivere per ore, sicuro comunque di non rendere appieno l’idea.
Forse meglio utilizzare qualche citazione, come quella di Ezio Guaitamacchi che associa l’8 dicembre alla figura di quel “… coglione di barista che al mattino, mentre serviva il cappuccino mi diceva, senza la minima emozione, tra un croissant e l’altro, che John era stato ucciso!”, oppure quella di Giuseppe Terribile, musicista dei Cavern, che dal palco ha dichiarato( come spesso penso anche io) che avrebbe voluto avere qualche anno in più, per poter vivere appieno, con maggior libertà, certi momenti.
La serata conclusiva, il “Lennon Memorial”, si è svolta nella migliore location possibile, il Teatro Chiabrera.
Serata lunghissima, con tre set distinti, ognuno dei quali poteva rappresentare singolarmente un evento principale.
Ce ne ricorderemo. Me ne ricorderò.
Alle 21 il demarrage con “John Lennon. Omicidio di una rockstar”, invenzione di Guaitamacchi, che sull’onda del recente libro “Delitti Rock” ha realizzato un progetto raffinato, coinvolgente e di qualità.
Occupandomi di musica trovo sempre più spesso nuove proposte che presentano lavori complessi, unione tra più arti che si sposano a meraviglia, con risultati sorprendenti.
In questo caso abbiamo assistito al racconto di una vita, e che vita, attraverso la recitazione, la musica, la tecnologia e la pittura.
Gli episodi fulcro della John Lennon’s life sono stati raccontati da un Guaitamacchi al centro di un cerchio di chitarre, immagine forte e concettuale che ben si è linkata alla pittura di Carlo Montana, e che ha contribuito a realizzare la miglior scenografia possibile per l’argomento scelto. Brunella Boschetti, Laura Fedele e Boris Savoldelli hanno mischiato le carte, reinterpretando alcune arie beatlesiane in modo originale e sentito.
Una parola in più per Savoldelli, che conoscevo solo per sentito dire, e che usa la tecnologia in modo davvero originale, con l’utilizzo di una serie di loop che lo trasformano in un “uomo orchestra”, corrispettivo tecnologico del tipico musicista “one man band”.
Molto azzeccati gli arrangiamenti, e risentire canzoni come “Love Me Do”( di solito codificata secondo precise e immodificabili coordinate) ritoccate in modo così originale ha dato valore aggiunto allo spettacolo.
Davvero un bel modo per raccontare delle storie.
Lo step successivo ha visto on stage Claudio Bellato, bravissimo chitarrista savonese che, prima da solo, e poi in compagnia di Eliana Zunino (voce ) e Antonella Trovato (oboe e piano), ha riproposto brani dei Fab Four da lui riarrangiati.
Bellato è un virtuoso dello strumento, conoscitore di tutte le tecniche più evolute e capace di trasportare verso dimensioni più “profonde” attraverso una buona effettistica applicata al suo strumento acustico, e ci ha dato prova di come certe canzoni “facili” (molte di quelli dei Beatles lo erano), possano trovare un ammodernamento che soddisfa anche i più tradizionalisti.
Personalmente ho trovato felice l’inserimento dell’oboe, fiato non troppo usato nel “mio mondo rock”, ma di grande impatto.
Anche in questo caso piena soddisfazione.
Ultima parte dedicata alla sola musica, presentata nel modo più realistico e fedele possibile dai Cavern, la band di Savona che per tutta la vita ha continuato a portare sul palco la musica di John, Paul, George e Ringo.
Conosco molto bene la band e quindi sapevo cosa avrei ascoltato, anche se ogni volta rimango impressionato dalla cura delle voci, dai particolari, dalla maniacalità positiva che riporta alla Liverpool degli anni ’60.
Brani conosciuti, ma anche alcuni tra i più ”nascosti” nei vari album, hanno riportato a galla mille ricordi, mille scene in bianco e nero, tanti frammenti di giovinezza che niente come la musica è in grado di far riemergere.
L’atto conclusivo è quello che di solito si utilizza per alimentare lo spirito di condivisione.
Per “Hey Jude” i Cavern chiamano accanto a loro alcuni tra i musicisti che si sono esibiti in precedenza, parte degli organizzatori e qualche autorità cittadina. Bella immagine.
La città ha risposto e l’affluenza di ieri è stata significativa, ma non eccezionale, e per un evento del genere, per giunta gratuito, adatto a meno giovani e giovani, qualche sforzo in più si poteva fare, ma come qualcuno sottolineava dal palco.. “Savona è luogo bizzarro … “, “… e difficile resta la lettura dei comportamenti …”, aggiungo io.
A me rimarrà un ricordo indelebile, e la voglia di cercare e sperimentare altre strade… il solito effetto domino!!!




Il comunicato stampa

Savona celebra il più grande gruppo di sempre, i Beatles, con una settimana ricca di eventi ed iniziative, un evento che cade in occasione del trentesimo anniversario della scomparsa di John Lennon, figura carismatica della band di Liverpool. “Il programma è ricchissimo, e testimonia la vocazione culturale e musicale di questa città, anche nei riguardi di una icona del nostro tempo come i Beatles” hanno sottolineato i due assessori promotori della manifestazione, Ferdinando Molteni e Francesco Lirosi.

“Savona Beatles Week”, questo il titolo dell’evento, si terrà dall’8 al 12 dicembre 2010, ad ingresso libero. Ecco il programma:

8 dicembre
h 8-24 • Beatles Radio Marathon
su Radio Savona Sound con Alfa & il Professore, Andrea, Chiara, Flavio, Marco, Mister Rock, Sabrina e tanti ospiti. Collegamenti dalla postazione mobile al Molo 8.44 di Vado Ligure

9 dicembre
h 20,30 • Ricordando John al Filmstudio
con le immagini di “Beatles go to Baroque” e il film “The U.S. vs John Lennon” • Interventi live di Jacopo Marchisio e Zibba

10 dicembre
h 18 • Teatro Sacco
Libreria Economica presenta il volume “Beatles a fumetti” (Skirà) con gli autori Enzo Gentile e Fabio Schiavo intervistati da Chiara Giuria. Apertura live con The Lonesome Pines

h 18-21,30
Truelove di via Vacciuoli
Inaugurazione della mostra “Yesterday… ritagli di ieri”
Dj set “Come together” con Sim1 e Count Jo-Jo

11 dicembre
h 18 • Libreria Ubik
Joe Santangelo presenta il suo libro “Shoot me” (Chinaski). Intervengono Alfa & il Professore

12 dicembre
h 21 • Lennon Memorial al Teatro Chiabrera

I parte: Ezio Guaitamacchi presenta “John Lennon. Omicidio di una rockstar” con Brunella Boschetti, Laura Fedele, Boris Savoldelli e Carlo Montana
II parte: Cavern live in concert. Ospiti speciali: Eliana Zunino, Claudio Bellato

1-20 dicembre • Vetrina Carisa di corso Italia
“A Little Beatles Exhibition”
Una rassegna di copertine originali e immagini pres
entata da Elisa Scarcella

mercoledì 15 dicembre 2010

Intervista a Loris Furlan,"Lizard"




Loris Furlan con la targa del Premio Progawards come migliore etichetta nel 2007
Ho conosciuto casualmente, non ricordo come, Loris Furlan, figura di riferimento della Lizard, etichetta discografica indipendente. Ho ascoltato alcune delle sue produzioni e mi sono fatto un’ idea del suo modo di lavorare, confermata dall’intervista a seguire.

Siamo a livelli di passione pura e impegno enorme, con lo scopo di trovare e dare spazio a proposte di qualità, rispettando al massimo la libertà degli artisti.

Grande poi la soddisfazione derivante dalla condivisione, e in questo, io e lui, siamo molto simili.

Personaggio ed etichetta fuori dagli schemi canonici, quasi controcorrente, non per una voglia di diversità ( forse necessità sì…)ma per coerenza di comportamento nel rispetto di ferrei e sani principi musicali.

Le prossime righe saranno certamente chiarificatrici.


L’INTERVISTA


Lizard esiste da quindici anni. Mi racconti la sua evoluzione? E’ cambiato nel tempo il tuo modo di proporre musica?


Inevitabilmente agli inizi c’è sempre una certa dose di entusiasmo misto ad incoscienza. Non chiamiamola ingenuità, tuttavia si affronta un mondo, quello discografico di nicchia, con l’amore per il disco e l’ebbrezza dell’avventura. In fondo quel presupposto avventuroso non è mai venuto a mancare, è tuttora integro: la voglia della scoperta, la ricerca, il forte senso di condivisione. Semmai è il solco dell’esperienza a spostare l’ago della bussola, annettendo un piglio più smaliziato. Del resto sono successe molte cose dai primi anni 90 ad oggi. Ora si deve convivere con downloading e masterizzatori agguerriti, ma soprattutto con una diversa concezione della ricerca e della fruizione della musica. In fondo per la Lizard non c’è mai stato il fine del guadagno, e dunque non si è sofferto drammaticamente tale evoluzione. L’amore per certa “altra” musica e il disco o cd è ancora vivo, nella sua fase cercare-scoprire-condividere-proporre. Se prima eravamo un po’ di più e ora siamo rimasti in pochi non si sta così male, finchè c’è un senso artistico ed emozionale. E per certi versi quando si è in pochi si rafforza una dimensione di scambio tra proposta e utenza più univoca ed amicale. Se invece mi chiedi del percorso della lucertola in termini strettamente musicali, potrei sintetizzare il concetto che la musica, in quanto scelta a pelle, emozionale, e non nell’ottica prioritaria del consumo, viaggia in simbiosi con l’evoluzione personale più intima. Un’evoluzione che piano piano, inconsapevolmente, è scivolata dal progressive più consolidato verso tanta psichedelia di diversa estrazione e propaggini avant-prog. Ho ideato nel tempo delle side-labels per cogliere istanze più specifiche e differenziate, come “La Luna e i Falò” per ambiti cantautoriali un po’ folkish, la “Zeit Interference” per estremità avanguardistiche-ambientali, e “La Locanda del vento” a ricondurre un po’ agli amori antichi del progressive tipicamente italiano che sapeva raccontare storie con uno spirito un po’ autoctono, prima di ubriacarsi di tempi dispari, derive anglofone e sovraesposizioni tecnicistiche. Con circa un’ottantina di produzioni dovrei aprire un vasto libro, ricco di capitoli spesso molto diversi tra loro. Già la convivenza delle diversità, una questione mica da poco, un filo conduttore un po’ filosofico spirituale che anima la Lizard da sempre.


Da quel poco che ho capito della tua etichetta, ciò che conta è la proposta di qualità e la voglia di condivisione. Come si riesce a sopravvivere, musicalmente parlando? Ci si indirizza verso nicchie specifiche e conosciute?


In verità non ho mai cercato con attenzione delle nicchie specifiche. Si è sempre fatto con molta passione ed istintività, e poi ti accorgi che sono le nicchie che ti vengono incontro, anche se non le hai mirate a priori. Spesso abbiamo prodotto con entusiasmo dei dischi che poi hanno venduto pochissimo, consapevoli da subito, ma non per questo perderanno mai il loro valore intrinseco. E’ sempre il percorso che conta, che arricchisce, che propone nuovi orizzonti. Poi è chiaro che quando realizzi che un disco di matrice progressive sinfonico-settantiana vende un po’ di copie in più del solito, e ti va a recuperare le spese e qualcosina in più, allora si sa riconoscere un target, un’utenza un po’ più florida. E diventa buon ossigeno per la nostra attività. Il punto di partenza è la musica nel suo ideale di libertà di espressione e creatività, e già questo concetto in sé stride con il doversi collocare in nicchie codificate da modelli, stereotipi e convenzioni. Diciamo che con la Lizard non si perde mai di vista quello spirito di libertà, senza condizionamenti, poi si cerca di coniugarli con qualche situazione più riconoscibile e fruibile. Nello specifico la Lizard è un po’ conosciuta come etichetta progressive “aperta”, dunque aperta a ricerca, sperimentazione, commistioni sonore. E’ una definizione un po’ semplicistica, più complessa da raccontare, ma sommariamente può rappresentare un manifesto di riconoscibilità. La sopravvivenza oggi per un’etichetta e per certa musica, per quel che mi riguarda, è figlia di uno scenario nuovo, importante ed imprescindibile: non si campa più vendendo dischi, col produttore da una parte e i musicisti dall’altra che firmano contratti stravaganti, capestri o altro. Oggi si può sopravvivere dignitosamente se si sa mettere assieme le due esperienze in modo costruttivo, come un valore aggiunto e sinergico. Alla Lizard non esistono contratti, bensì fiducia e collaborazione. Questa è la nuova frontiera per la sopravvivenza della musica underground. Se poi qualche musicista si nutre ancora di sogni di gloria ed ambizioni da star embrionale, si rivolga pure altrove. Ci sono tanti gatti e volpe fuori della porta ad attendere.

Come si conduce una piccola etichetta discografica? C’è un gruppo li lavoro alla base o e tutto sulle spalle di un’unica mente, la tua?


E’ difficile dare continuità ad un gruppo di lavoro. In tutti questi anni ci sono stati dei compagni di avventure, collaborazioni di passaggio, ma una piccola etichetta discografica riflette quasi sempre una singola specifica personalità, ed è indubbio che io sia stato ideatore e filo conduttore persistente, nel tenere in vita l’attività, contatti, relazioni, tessere nuove trame, semplicemente lavorarci, dedicando del tempo “rubato” alla propria quotidianità, ore notturne incluse.Tuttavia non posso non citare un certo sostegno collaborativo di Nicola Pivato, presente quasi dagli inizi, certi aiuti sul fronte grafico da parte di amici come Roberto Menegon, Nicoletta Bortolozzo, Andrea Albanese (Nema Niko) e i collaboratori lontani (ma vicini per spirito e attitudine) come Samuele Santanna (Raven Sad) e Luca Vicenzi (Zita Ensemble e Orchestra Panica). C’è pure la mia gentil signora Fiorella Val a darmi una mano preziosa, ad esempio con le tediose pratiche Siae e pacchi da spedire. Non siamo esattamente una macchina da guerra, ma già non è poco non sertirsi soli. E in tal senso dovrei citare una serie di nomi di amici che da anni ci seguono e sostengono, un elenco stratificato nel tempo, nemmeno tanto breve.


Che cosa ti induce a credere in un nuovo artista che ti porta un demo? Che caratteristiche musicali ti colpiscono di una band o di un musicista che non conosci?


Tutto può avere inizio da quella scintilla che di solito scaturisce magicamente anche ad un primo ascolto. Spesso figlia di una particolare magia creativa, quell’estro che sa distinguersi dalle convenzioni, dalle mode, dalla mediocrità. Poi naturalmente subentrano altre riflessioni in prospettiva, si mettono a fuoco musica e musicisti, per capire se c’è il medesimo amore per un viaggio senza compromessi, senza lusinghe di successo. Dunque talento, personalità,originalità, slancio creativo, coniugati a consapevolezza, realismo, umiltà. Da anni mi accorgo che sono attratto spontaneamente da situazioni strumentali, spesso immaginifiche, che sanno far viaggiare la mente senza la retorica incombente della parola, oltre le emulazioni anglo-americane (credimi, ci sono un sacco di gruppi particolarmente interessanti in Paesi come il Cile, l’Argentina, il Messico o l’Est europeo in genere). Un fatto spontaneo, anche curioso sapendo quanto sia affezionato alla poesia e alla letteratura in genere (tra le varie esperienze mi è capitato di mettere a disposizione qualche mio testo ai Nema Niko e a Davide Camerin, ma sono state situazioni estemporanee).


Mi ha colpito lo stupore di un intervistato che lavora con la tua etichetta che mi ha detto:” Furlan ci lascia lavorare in tutta tranquillità, senza mai interferire”. Che tipo di rapporto hai con chi produci?


Trovo imprescindibile che il musicista operi in un contesto totalmente libero, privo di pressioni e condizionamenti non solo da parte mia, ma anche legati a possibili calcoli ed ammiccamenti per poter piacere e vendere qualche disco in più nella logica dello stereotipo fruibile. Poi sappiamo che “la libertà è partecipazione”, gli slanci sono anche miei, da mettere insieme a volte su un comune tavolo di lavoro, magari l’aggiunta di un sax o di un violoncello, ed è entusiasmante essere anche propositivi (senza mai sovrapporsi al musicista) e veder crescere un progetto. Allora capita, spesso, che sussistano rapporti di totale fiducia, come con gli Airportman che di tanto in tanto mi dicono di avere un master pronto (di solito registrano in sessioni live notturne), e me lo passano già definitivo, senza che abbia ascoltato praticamente nulla prima. Oppure succede di imbattermi in un gruppo di bravi giovanotti toscani, peraltro umili e gentili, come i Labirinto di Specchi, di apprezzare la loro musica, al punto da farmela immaginare con delle parti recitate da Paolo Carelli dei vecchi straordinari Pholas Dactylus. Allora puoi immaginare la soddisfazione e la magia quando l’incontro e l’alchimia avvengono davvero e a breve uscirà il loro debutto discografico col ritorno della voce di Carelli, se mi consenti lo spot, intitolato “Hanblecheya”. Spesso i musicisti si confrontano con me, si dialoga appassionatamente della loro musica e dintorni, ma ripeto, amo la spontaneità e la libertà espressiva, se sposo e sostengo il loro progetto mi vanno circa bene come sono, senza astute mire espansionistiche, anche se ci fosse del margine di maturazione, che deve avvenire coscientemente, non per mia forzatura.


Come potresti spiegare, in sintesi, il cambiamento avvenuto nel mondo del business musicale, da quando ti occupi di musica?


Diciamo che, con l’avvento del cd, poi masterizzabile da chiunque, e del veicolare della musica in internet, c’è stato un progressivo sgretolamento di certezze, di punti di riferimento e di numeri accettabili per il mondo underground che ci riguarda, ma anche per le majors. Per questo il business musicale, di cui non abbiamo mai fatto parte, si è spostato soprattutto verso i concerti e lo sfruttamento d’immagine. Tutto si è ridimensionato (c’è da dire che i prezzi ne avevano pure un po’ bisogno), e le indie-labels sopravvivono perlopiù per passione e amore per la musica, cercando di mantenere in vita l’oggetto vinile o cd originale. Un tempo la musica era anche la meraviglia di una copertina, era qualcosa da leggere e da ascoltare. Non c’era nulla di sbagliato nel concepirlo come un libro, e non un virtuale mp3 usa e getta. Una casa piena di libri e dischi è già un fatto meraviglioso, è una questione culturale, al di là del collezionismo. Allora credo che involontariamente, senza dichiarare guerra a nessuno, etichette come la nostra rappresentano degli avamposti di resistenza, che per fortuna qualcuno sa ancora apprezzare e condividere.


Sempre riferito alla musica, hai qualche rimpianto per un treno che è passato e non hai preso per eccessiva cautela?


Direi di no, anzi di solito quando mi sono fatto prendere la mano per qualche disco che mi piaceva particolarmente, sostenendolo senza mezze misure, ci abbiamo sempre rimesso. Artisticamente qualcosa di ragguardevole mi sarà pure scappato, ma di rimpianti nessuno. La faccenda è peraltro complessa: posso scoprire un talento straordinario e pubblicarne il disco, ma non farebbe la differenza. Avrebbe bisogno di grande promozione, e non è una nostra prerogativa. Ricordo ad esempio i contatti avuti agli inizi con gli Scisma (ci sarebbe sempre la loro primissima registrazione di circa 15 anni fa, pubblicabile se l’amico Paolo Benvegnù la ritrovasse fra il suo marasma iperattivo), con i Giardini di Mirò, con Le Luci della Centrale Elettrica. Di recente eravamo vicini ad un bel progetto con Pat Mastelotto. Ma mi capita di pensare, sorridendone con un po’ di ironia, che se li avessimo prodotti con la Lizard avremmo precluso loro la carriera (relativa) che hanno avuto poi.


Se avessi un cifra illimitata da investire nella Lizard, quali sono le prime tre cose che faresti?


Mah…una domanda come questa mi coglie molto impreparato. Tuttavia provo a fare uno sforzo d’immaginazione: vinco svariati milioni con la lotteria, finalmente smetto di lavorare (il lavoro della pagnotta, che non è nella musica), costruisco in zona campagna un bell’auditorium, non troppo grande, roba da 200-300 posti, un po’ una Lizard Knitting Factory del profondo Veneto, e organizzo dei concerti tutte le settimane, coi gruppi Lizard e altri della scena italiana spesso dispersi nella terra di nessuno, ma anche Godspeed Y.B.E.,Sigur Ros, Crippled Black Phoenix, Magma, Univers Zero, Present, Minimum Vital, Van Der Graaf, Jethro Tull, Gong, Hawkwind, Kwoon, After Crying (solo se tornano a cantare in ungherese) e tanti altri. Organizziamo un festival internazionale di “rock in opposition”, pensa un po’, in zona leghista. Proviamo a riaccendere la ritualità del rock, quella che fu tra il finire dei 60 e la prima metà dei 70 con Grateful Dead, Doors, Tangerine Dream e tanto kraut-rock, magari una bella jam-session con Mariposa e Gong, a dispetto di tanta banalità concertistica odierna con la sua preponderante e stucchevole concezione della musica come spettacolo, intrattenimento e foraggio pagato lautamente dalle masse giovanili. Presentiamo dischi, libri, film. E naturalmente l’attività discografica diventerà ancor più florida, e potremmo permetterci di fare ad esempio un disco con Peter Gabriel o Peter Hammill con Robert Fripp coi Sigur Ros sullo sfondo. Ho esagerato?


Nella sfera lavorativa vedo enorme difficoltà nell’emergere da parte del mondo femminile, relegato sempre a categorie marginali. Cosa accade nel tuo ambiente? Che tipo di dinamiche muovono le relazioni tra musicisti di sesso opposto?


Ancora una volta vale il significato vero della parola libertà. Ho piacere di incontrare talvolta gruppi con presenze femminili e maschili assieme, li ritengo spesso dotati di apertura, arricchiti di sensibilità diverse. Ma è pur vero che non accade frequentemente, e, se mi ci fai pensare, pur non avendo alcun preconcetto o predilezione specifica, i gruppi con elementi femminili nel nostro catalogo rappresenteranno non più del 5%. Penso sia una faccenda profondamente culturale: finchè si continua a disseminare mediaticamente modelli femminili sculettanti (vincenti?), sempre protesi a rifarsi il look per piacere… alla cultura macho maschile, non accade facilmente che una donna decida di suonare uno strumento con spirito interiormente creativo, senza mirare ad un ruolo, ancora mediatico, di pop-star. Ed è davvero un peccato perché la sensibilità e l’intelligenza femminile hanno in serbo potenzialità notevoli che potrebbero dare un apporto straordinario allo scenario musicale più autentico. Dalle sponde Lizard cito delle situazioni persino entusiasmanti: i bravissimi Floating State con due sesti femminili (batteria e sax) e gli altrettanto notevoli Flora (voce e sax) e Bededeum (arpa e voce). Inoltre approfitterei per menzionare la vittoria della giovane, talentuosa Simona Gretchen del Premio Fuori del Mucchio (vi ho contribuito in quanto giornalista saltuario al Mucchio). Segnali incoraggianti, forse sempre meno isolati, nonostante l’imperversare volgare e deprimente di veline ed escort.


Come ti immagini, realisticamente parlando, la Lizard nel 2020?


Una domanda problematica per chi opera sostanzialmente alla giornata o giù di lì. Suppongo che la Lizard potrebbe dare un senso migliore alla mia vecchiaia. Ma poiché nel 2020 non sarò ancora da pensione mi toccherebbe tener duro, e sperare possa essere ancora una dimensione musicale stimolante ed accogliente. La Lizard è in fondo un modo di essere. Difficilmente potrò affezionarmi al proporre e vendere in via virtuale-digitale, dunque confido nella già menzionata resistenza del cd, magari del vinile o di chissà quale supporto degno dei suoi predecessori, auspicandomi sempre realmente vivo e curioso nello scoprire qualcosa di nuovo da tramutare in un altro scrigno prezioso di note, suoni ed emozioni. Se invece fare dischi non avrà più senso realistico (e la prospettiva pare questa, con qualche residua riserva underground), nel 2020 la Lizard sarà forse qualcos’altro, raccogliendo e deviando l’energia ancora disponibile verso altre situazioni propositive e organizzative in ambito musica e dintorni. Almeno la musica non ce la toglierà nessuno, nemmeno le aggressive strategie di mercato (“quell’assalto di tecnologia ci ha sconvolto la vita”, cantava Gaber poco prima di andarsene) che vorrebbero appiattire l’individuo in un consumatore spersonalizzato e senza vera facoltà di scelta.




martedì 14 dicembre 2010

"Apeirophobia"- IFSOUNDS


Sono rimasto molto colpito da “Apeirophobia”, degli IFSOUNDS.
E’ un album che, secondo i miei canoni di gradimento, è riuscito in pieno.
Nell’intervista a seguire emergono un paio di aspetti importanti che vale la pena sottolineare.
Innanzitutto la voce di Elena Ricci.
La timbrica vocale è una caratteristica che contraddistingue un gruppo( alla stregua del suono della chitarra di Mark Knopfler o di Santana, che “è solo loro”), e anche quando non si gradisce, resta una peculiarità che, al primo ascolto, ci riporta a quella particolare band o a quell’artista conosciuto.
Di belle voci, ma “comuni”, scopiazzate e inespressive, il mondo della musica è pieno, ma quella di Elena ha qualcosa che resta, una sorta di retrogusto che magari non si apprezza appieno all’impatto, ma ti rimane dentro e non si dimentica più. Scelta vincente quindi quella che ha portato al rinnovamento della line up:
Un altro punto su cui ho dialogato a distanza con Dario Lastella, uno dei fondatori del gruppo nel 1993, è la questioni testi.
L’utilizzo della lingua inglese è spesso un obbligo per chi vive di rock, e rappresenta una facilitazione espressiva, essendo predisposta per il rispetto di una metrica “musicale”. Esprimere determinati concetti in italiano può risultare arduo e frustrante. Nondimeno, le poesie vanno capite e le storie analizzate, e nonostante tutti ormai utilizzino quotidianamente la lingua di Albione, la comprensione immediata di una lirica non è cosa semplice. Ma in fondo il primo gradimento arriva dalla musica, ed è per questo che, da ragazzini, ci siamo innamorati di canzoni di cui non capivamo assolutamente una parola. Il passo successivo resta comunque lo scoprire che tipo di messaggio è racchiuso, più o meno ermeticamente, nei testi.
I temi trattati da IFSOUNDS sono variegati, ma ne scelgo uno che è forse il simbolo dell’album, e rappresenta una riflessione che probabilmente è caratteristica di particolari fasce di età, quella di chi capisce che non ha più una vita davanti e chi, all’opposto, è solo agli inizi ma è angosciato “dal dopo”, da ciò che troverà in quel cielo blu che non sempre si può definire confortante:
La paura più profonda che avessi mai provato mi bloccò i sensi e mi spezzò il respiro.
Per la prima volta ebbi coscienza della fine, di un giorno senza più domani, di un giornosenza più oggi.
“Dove vivrò la mia eternità? È un luogo dove vivremo in pace? È un luogo dove non avremo più necessità?
Forse è solo un oceano vuoto, il più oscuro dei mari. Dove non avremo più né futuro, né ricordi. Affogherò nella luce eterna di pace? Affogherò nell’oscurità?
Visione pessimistica del futuro? No, accade con regolarità, a me e ai miei figli, ed è una condizione mentale che ci accompagna per tutta la vita.
Le canzoni non potranno cambiare il mondo, ma possono dare un aiuto sulla via della riflessione, di questo sono certo.
La musica.
Come spesso scrivo, il “catalogare” un gruppo è un esercizio sterile, ma utile a chi si avvicina per la prima volta a quella particolare proposta.
Spesso parlo di nuove band collocate nell’area prog, a cui vengono associati prefissi del tipo… new, metal, dark and so on.
Il prog che io riconosco come DOC è quello che mi ha fatto di lui innamorare ad inizio anni 70, e questo “Apeirophobia” mi riporta a quelle atmosfere.
Le influenze si “intravedono”, e accanto a qualche trama pinkfloideggiante ho ritrovato certi passaggi di Steve Howe e atmosfere ad ampio respiro che riportano a Tony Banks.
Ma l’album brilla di luce propria e ciò che mi appare piacevolmente evidente è che la complessità e i virtuosismi tecnici che lo compongono, sono legati tra loro da melodie di comprensibile impatto, ed è questo uno dei motivi per cui potrebbe essere scambiato per un LP seventies.
A corroborare questo mio feeling, l’utilizzo di una lunga suite, caratterizzata dalla variazione dei temi e dei ritmi, ma con una buona e rassicurante dose di equilibrio. Una suite che, come dice Dario Lastella, potrebbe essere l’omaggio alle celebrazioni dei 40 anni di prog italiano.

Una bella sorpresa.




L’INTERVISTA

L’idea del concept album è tipica di una parte della musica rock, quella progressiva e da quanto ascolto ultimamente è una strada che molti stanno percorrendo. Nel vostro particolare caso, sono i testi che si adattano alla musica o le trame armoniche si sposano con testi già precostituiti? O entrambe le cose?

Di solito è molto più semplice scrivere prima la musica e poi i testi. Ovviamente quando decidi di fare un concept tutta la scrittura diventa un processo differente, più simile alla scrittura di un romanzo che a quello della classica canzone pop da 3 minuti. Nel caso di Apeirophobia (parlo soprattutto della suite omonima) ho prima scritto una specie di “sceneggiatura” con dei testi in prosa, poi abbiamo messo su la musica e infine ho riadattato la prima bozza in versi sulla struttura musicale. Comunque davvero non esiste una regola fissa, anche se, per quanto mi riguarda, l'ultimo tocco è quanto meno adattare bene la metrica e la musicalità delle parole alla base strumentale.

Il tono vocale, più delle reali qualità tecniche del vocalist, diventa una delle caratteristiche principali di una band, che diventa così riconoscibilissima, nel bene e nel male. Che tipo di valore aggiunto ha dato, in questo senso, Elena Ricci?

Vedo con piacere che hai colto nel segno. Dopo il “divorzio consensuale” con Paolo De Santis, abbiamo chiesto ad Elena di entrare nel gruppo innanzi tutto perché è una nostra amica da tanti anni, ma anche e soprattutto perché ha un tono estremamente personale e riconoscibile. A mio avviso Elena ha una voce molto bella, anche se probabilmente non è ancora completamente cosciente delle sue potenzialità. Ad ogni modo credo che l'obiettivo sia stato raggiunto: in molti hanno apprezzato molto il colore della sua voce, altri ne hanno visto il punto debole del nostro suono, ma non ha lasciato nessuno indifferente e questo è un successo quando vuoi definire un sound.

La lingua inglese è inscindibile dalla musica rock, ma utilizzarla significa “nascondere” le liriche e rimandarne la comprensione a ulteriori ascolti o a letture successive. Sono molti i gruppi italiani, non affermati, che cantano in lingua originale e vengono distribuiti in tutto il mondo. Nel vostro caso qual è l’esigenza primaria?

Quando cominciai a scrivere i miei eroi musicali erano tutti britannici, quindi il mio songwriting è andato in quella direzione. Per quanto riguarda il “nascondere” le liriche non sono completamente d'accordo, tant'è che proprio per l'importanza che diamo ai testi abbiamo messo a disposizione a tutti il libretto tradotto in italiano sul nostro sito (lo trovi cercando in questo link: http://www.ifsounds.com/?page_id=183, oltre al fatto che in inglese i testi sono immediatamente comprensibili a un pubblico piuttosto vasto. Poi considera che scrivere dei testi così “impegnativi” in italiano è durissima soprattutto a livello di metrica. Ad ogni modo un pezzo in italiano lo avevamo pure fatto, ma poi lo abbiamo lasciato fuori dall'album solo per scelta artistica. Questo dimostra che in futuro non escludiamo testi in italiano.

Ho letto ciò che pensate in generale delle etichette che attualmente producono e distribuiscono la musica. Io ho esempi di persone che fanno questo mestiere mossi, in primis, dalla passione. Quali sono, secondo voi, i macro problemi che affliggono il businnes che gira attorno al mondo musicale?

Verissimo, infatti il mio era un discorso in generale: per esempio Nick Katona, il patron della Melodic Revolution Records è uno che lavora duro per la sua label solo per passione. Tuttavia ci sono troppi “squali” che non essendo abbastanza forti per “azzannare” il mercato, si rifanno su tanti gruppi di ragazzi sciacallando sui loro sogni. Sui macro problemi potrei scrivere un libro, anzi te ne segnalo uno già scritto da Hank Bordowitz che sto leggendo proprio adesso e si chiama “Dirty little secrets of the record business”... davvero molto istruttivo! Giusto per focalizzare un problema, segnalerei l'imbarbarimento dei costumi e dei gusti a cui anche l'industria discografica si è drammaticamente adattata. Il problema è ovviamente molto più ampio e grave rispetto a quattro canzonette, tuttavia, essendo l'industria discografica un settore in crisi nera (soprattutto per miopia e incapacità dei “padroni del vapore”), nel mondo della musica è molto più evidente.

Qualcuno ha detto: “ …. nella vita l’importante è avere una colonna sonora..”. La musica che più amiamo scaturisce da qualcosa di irrazionale che non ha niente a che vedere col lato prettamente tecnico, e io non sarei in grado di spiegare perché sono accompagnato da sempre dai Jethro Tull. E’ possibile individuare, una musica, un gruppo, che da sempre accompagna IFSOUNDS?

Il mio gruppo preferito sono i Pink Floyd, non è un mistero, anche se abbiamo sempre combattuto per non essere un gruppo-clone e mantenere una forte identità personale, che nel corso degli anni diventa (spero) sempre più evidente. Poi alla fine le influenze della musica che ti piace vengono fuori inevitabilmente, quindi ai vecchi Floyd aggiungici altri mostri sacri come Genesis, Beatles, Who, Banco del Mutuo Soccorso, Premiata Forneria Marconi, ma anche Police, Queen, e tanti altri. L'importante però è che alla fine “suoniamo a ifsounds” e non a brutta copia di qualche altro artista, per grande che sia.

Quale ruolo ha la sperimentazione nel vostro “lavoro”?

Notevole, almeno concettualmente. Certo è che nel 2010 si può dire che si è già sperimentato tutto (e probabilmente questo “tutto” era già stato sperimentato nel 1980!). Ad ogni modo siamo sempre alla ricerca di nuovi linguaggi artistici “non convenzionali”, anche se personalmente non amo la sperimentazione fine a se stessa, soprattutto se a portarla avanti sono dei non-musicisti che se ne escono con “destrutturazioni” che in realtà nascondono il fatto che non sanno suonare. Apprezzo (anche se a volte non comprendo a pieno) i lavori di Stockhausen, Berio e (tornando alla musica popolare) i primi album di Battiato o “Ummagumma” dei Floyd. Lì comunque vedi una ricerca artistica e di un linguaggio emozionale nuovo. Per quanto riguarda il nostro lavoro la sperimentazione spesso l'abbiamo cercata negli arrangiamenti e negli accostamenti. Nel nostro vecchio album “The Stairway” per esempio c'è un pezzo (“Uneasy sleep Part 2”) di musica completamente sperimentale, ma comunque contestualizzato nel concept e mai fine a se stesso.

Un amico, musicista blues, Fabrizio Poggi, racconta di come non esista differenza tra pubblico e musicista, tranne la posizione, uno di fronte all’altro, a sottolineare l’integrazione necessaria per la buona riuscita di una performance. Che tipo di relazione riuscite a stabilire col vostro pubblico durante i concerti?

È vero, ma a certi livelli è difficile avere un pubblico che riesca a mettersi sulla tua stessa lunghezza d'onda e a cui riesci davvero a parlare. Purtroppo poi, a causa della nostra particolare situazione geografica (io vivo in Spagna, mentre gli altri sono in giro per l'Italia), ultimamente non stiamo avendo troppe opportunità di esibirci dal vivo e quindi di instaurare questo rapporto speciale con il pubblico.

Esiste qualche gruppo della nuova generazione, italiano, che consigliereste agli amanti della musica di qualità?

Gente brava ce n'è tanta, ma spesso non in sintonia con i miei gusti. Comunque un nome di un gruppo che ho ascoltato recentemente e mi è piaciuto è Psicosuono.
Approfitto dello spazio e faccio pubblicità a due cari amici, che in realtà sono solo-performers. Il primo è un pianista-compositore straordinario che si chiama Corrado Rossi, un vero maestro dell'atmosfera: mi ha mandato il suo ultimo album solista “The Wood of Kites” ed è pieno di potenziali temi per colonne sonore da pelle d'oca.
Il secondo è un bassista veneziano che si fa chiamare Hox Vox. Un pazzo totale, un genio dell'art rock nel senso più letterale del termine (lui sì che fa musica davvero sperimentale), oltre che dell'arte multimedia (vedere per credere i suoi video!).

Tra il Festival di Sanremo e una musica “d’impegno”, può esistere una via di mezzo che possa soddisfare entrambe le situazioni, non tanto per l’obbligo del compromesso, ma per pubblicizzare la qualità musicale utilizzando un grande mezzo di diffusione capace di arrivare a milioni di persone?

È un vecchio dibattito, ma è sempre d'attualità. Sono anni che ormai non vedo il Festival, ma temo che sia stato “sorpassato a destra” da tali schifezze che forse sarebbe necessario riformulare la questione. Riferendomi al Festival “classico” posso dire che a volte c'erano anche buoni brani, ma che comunque normalmente si trattava di brutta musica fatta da professionisti almeno dignitosi (se non buoni) che ci dovevano campare. Oggi la musica di Sanremo non ha più neppure successo ed è comunque ampiamente sovrastata nella scala dell'osceno da musica fatta da chiunque abbia alle spalle una buona macchina di marketing, “tanto il popolo idiota mangia qualunque merda” pensano nei piani alti dove si prendono le decisioni e si tirano fuori i soldi. Per fortuna esiste internet, che è un mezzo realmente democratico: pensa che ifsounds, ovvero un oscuro gruppo art rock molisano, ha centinaia di migliaia de segnalazioni su Google ed è stato ascoltato da decine di migliaia di persone. Tutto sommato questa è una diffusione di massa. Ad ogni modo per arrivare al “grande pubblico”, quello fatto da milioni di persone, un musicista è ancora legato ai mass-media tradizionali, che per definizione cercano le cose che “fanno audience”. Da questo punto di vista la situazione è addirittura peggiorata rispetto a 30-40 anni fa, visto che i gusti della “massa” sono oggi osceni. Tuttavia c'è una sacca di resistenza che appunto nel web ha un mezzo attraverso il quale prendere coscienza e conoscenza di forme musicali più impegnate e interessanti. Questi coraggiosi “resistenti” finalmente hanno avuto il coraggio di spegnere la TV e le radio commerciali tradizionali e cercano la loro musica altrove. Il percorso è ancora lungo, ma sono ottimista!

Come vorreste che fosse , musicalmente parlando, il percorso di IFSOUNDS nei prossimi 5 anni?

Spero che tra cinque anni ci sia ancora tanta gente che ascolti e apprezzi la nostra musica, spero che la nostra proposta possa arricchirsi ed espandersi anche ad altre espressioni artistiche multimediali, ma soprattutto spero di avere ancora tante cose da trasmettere con i nostri suoni!


sabato 11 dicembre 2010

"Ombre"-Luca Olivieri


Fino al 3 gennaio 2011 è possibile scaricare gratuitamente "Ombre", brano originariamente realizzato nel 1996 per "Trigenta", primo disco di Luca Olivieri.

Si tratta di un inedito assoluto, mai pubblicato prima, per augurare a tutti un sereno periodo natalizio e festeggiare insieme la riedizione del disco che a pochi giorni dall'uscita sui principali digital stores (al prezzo speciale di 5.99 Euro) ha raggiunto la top ten sul circuito di vendita Mondadori rimanendovi per otto giorni consecutivi!


Per scaricare il brano aprire il link qui sotto, cliccare sulla freccia di download e confermare:

http://soundcloud.com/lucaolivieri/ombre

venerdì 10 dicembre 2010

Il tour natalizio di Ian Anderson


In occasione dei concerti natalizi italiani di Ian Anderson è stata data la possibilità di formulare qualche domanda via mail (il minimo indispensabile…).
Ne ho preparate tre, tanto per partecipare al gioco, e il mio sforzo linguistico non ha trovato enorme soddisfazione nelle risposte, ma… resta l’illusione di aver dialogato con lui.
A conclusione del post la testimonianza di una “vera” intervista italiana, in tempi ormai lontani..

LE INNOCENTI DOMANDE

Poco più di un anno fa, subito dopo lo sfortunato (dal punto di vista meteorologico)concerto di Bergamo, preso da improvvisa nostalgia di un nuovo album dei Jethro Tull, ho inventato una recensione di un ipoteticoThis is”...
(http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Jethro%20Tull-%22This%20is%22) e l’ho regalata agli amici, nella speranza che evocare un disco portasse anche alla sua realizzazione. Hai captato qualcosa della mia innocente supplica?

Non ne sono sicuro … era una mail o un messaggio per gli dei? (nella risposta inglese c’è un gioco di parole che riporta a “This Was”).

Le tue visite in Italia sono sempre frequenti, tra tour ufficiali, convention e presenze in qualità di ospite, e sembrerebbe questo un tuo gradimento umano, non solo musicale. Che cosa ti lega maggiormente alla nostra terra?

Beh … è la passione per il popolo italiano… veramente! Per la musica, per il buon cibo… il vino e le Ferrari. Io stesso sono più di un uomo della McLaren!

I concerti natalizi hanno sempre un sapore diverso, e sembrano costruiti su misura per regalare momenti lieti e dimenticare, almeno per un attimo, i dispiaceri del quotidiano. Al di là della retorica, quanto pensi sai reale il potere che ha la musica, la tua musica, di dare attimi di serenità?

Sì, a volte è come l’aspirina dell’anima, ma altre volte provoca… “pensieri”, e in alcune situazioni porta a buoni gesti, basati su carità e rispetto. Io sono abbastanza arrabbiato a Natale e allo stesso tempo più “gentile e tranquillo”, predisposto verso il prossimo.

Accontentiamoci!

Ecco le date definitive della tourneè di IAN ANDERSON in Italia
Ian Anderson Plays Jethro Tull at Christmas
9 - dicembre - Bergamo - Palacreberg
10- dicembre - Vicenza - Teatro Comunale
11 -dicembre - Bolzano - Palasport



mercoledì 8 dicembre 2010

John Lennon Memorial Garden a Durness(Scozia)


Oggi ricorre l'anniversario della morte di John Lennon... e sono 30 !
In tutto il mondo viene celebrato l’evento… ricordi, manifestazioni, incontri.
Cristina Mantisi ha rispolverato vecchie foto di un viaggio passato e mi ha scritto le seguenti righe:
“Riguardando vecchie foto, questa sera ho ritrovato quelle del viaggio in Scozia.
Quelle che ti mando sono state tutto sommato una scoperta perché non mi ricordavo più né il posto né la sua particolarità.
A Durness c'è questo semplice giardino, mi ha fatto pensare molto ad un giardino zen per la sua semplicità così ricca, però, di motivi di meditazione.
E' il John Lennon Memorial Garden.
John trascorse a Durness le sue vacanze estive tra i nove e i quindici anni in una piccola fattoria di sua cugina.
Vi ritornò dopo con sua moglie Yoko Ono e i figli Julian e Kyoko nel 1969.
Durness ebbe un ruolo importante nella vita del giovane Lennon. Si dice che la canzone "In my life" sia stata ispirata proprio in questo villaggio.
Le due stele di pietra ne riportano alcune parole.
Trovo che le parole della canzone siano bellissime come tutte le sue canzoni, vere poesie”.

In my life
There are places I'll remember

All my life, though some have changed

Some forever, not for better

Some have gone and some remain

All these places had their moments

With lovers and friends, I still can recall

Some are dead and some are living

In my life, I've loved them all



But of all these friends and lovers

There is no one compares with you

And these memories lose their meaning

When I think of love as something new

Though I know I'll never lose affection

For people and things that went before

I know I'll often stop and think about them

In my life, I'll love you more

Though I know I'll never lose affection

For people and things that went before

I know I'll often stop and think about them

In my life, I'll love you more

lunedì 6 dicembre 2010

"Nei giardini di Babilonia"-Quintessenza


“… qual è il fine del mio essere qui?

Hai nel destino una scelta da fare: vivere o conoscere. Avanti uomo … fa la tua scelta!”

Nei giardini di Babilonia” è il terzo album dei “Quintessenza”, gruppo toscano nato una quindicina di anni fa.

La biografia del gruppo: http://athosenrile.blogspot.com/2010/09/quintessenza.html

Questo terzo album è il risultato di un progetto molto ambizioso: un opera rock.

La musica progressiva, quella a cui in parte si rifà Quintessenza, è piena di esempi di “dischi concettuali”, legati da un unico filo conduttore, ma un’opera rock è qualcosa di ancora più complesso, che aggiunge alla musica arti differenti, come la recitazione e le arti visuali.

Gli esempi importanti del passato non mancano, ma come sottolineo nell’intervista a seguire, sono sempre di più i “nuovi” musicisti che non si accontentano, ed esplorano i campi più svariati, tentando di riunirli nel loro progetto.

Sempre nel mio scambio di battute con la band, introduco il concetto di “musica didascalica”, un mio pallino alimentato dal banale “controllo” dell’iter formativo dei miei figli, ed è un mio sogno quello di vedere un “lavoro” come “Nei giardini di Babilonia”, presentato e trattato come materiale da trasformare in elemento di discussione, stimolando gli ascoltatori a riflessioni che non derivino solo dai testi, ma dalla globalità della proposta.

Le frasi in apertura di post rappresentano l’inizio di un viaggio, quello dell’uomo semplice che, condotto dalla propria anima a Babilonia, luogo immaginario, verrà accolto dalla guida che gli indicherà il percorso da fare, inducendolo ad un lavoro introspettivo che alla fine lo renderà diverso, nuovo, migliore.

Ma ciò che potrebbe apparire semplice è in realtà un cambiamento radicale, che richiede coraggio, forse incoscienza, ma in ogni caso determinazione. E dove nasce una determinazione così forte da accantonare il “certo e conosciuto” a favore dell’ignoto, abbellito dal concetto di verità? Le allegorie dichiarate in questo album non portano a concetti del passato, ma sono estremamente attuali e la scelta tra “vivere o conoscere” è quella che tutte le teste pensanti prima o poi vorrebbero trovarsi a fare, a maggior ragione nel mondo contemporaneo, dove la realtà supera spesso l’immaginazione, senza che nessuno trovi adeguate risposte ai questi quotidiani.

In questo senso trovo che “Nei giardini di Babilonia” potrebbe contribuire a qualche riflessione supplementare, superando il concetto di mero “album musicale”.

Ma ovviamente è dalla musica che Quintessenza parte.

La catalogazione ufficiale cita una sorta di “progressive”, termine che ormai faccio fatica a rendere/rendermi chiaro, se penso a ciò che ha rappresentato per me negli anni 70. Qualcuno mi ha fatto notare come ciò che contiene elemento di dinamicità è preceduto dal prefisso “prog”, e in questo senso evidenzio che,“Nei giardini di Babilonia”, rappresenta un continuo movimento in avanti, una progressione continua che alla fine ritorna all’origine, entrando in quel loop caratteristico delle vicende umane.

Il cantato si mischia al recitato, alle melodie più vicine alla nostra cultura, con una base molto “dura”, a tratti metal , alternata ad attimi di dolcezza, tipica del flauto traverso.

Non sono molto bravo nel muovermi tra le tante categorie e sottocategorie che pretendono di appiccicare un’etichetta a ogni musicista, per cui mi limiterò a definire “Nei giardini di Babilonia” un album di musica rock (l’unica macrofamiglia che riconosco) pieno di spunti interessanti, di novità, e di complessità. E’ un progetto ambizioso, e “faticoso”, e non è casuale che la sua genesi risalga a una decina di anni fa.

Difficile pensare a una proposta live, ma non impossibile … i precedenti non mancano.

Ma conosciamo meglio “Quintessenza” attraverso le mie domande.



L’INTERVISTA

Sempre più spesso mi imbatto in gruppi di artisti che si rifanno al prog, ma puntano a qualcosa di più completo, che supera il fattore musica, e congloba arti differenti, come il teatro o il visual. Pensate sia una nuova necessità … un vero esempio di “progressione”, o è fatto casuale?

Hai centrato perfettamente il punto: pensiamo che alcune storie, per poter essere narrate comunicando il più possibile, abbiano la necessità di essere non solo ascoltate ma “vissute” dal fruitore. Abbiamo scelto il Progressive perché permette una varietà di licenze che altri generi non consentono, ma ci piacerebbe poter integrare la narrazione con qualcosa di tridimensionale, a tutto tondo, come la rappresentazione teatrale.

La riproposizione della vostra “opera rock” dal vivo è cosa ardua. Non pensate potrebbe avere funzione didascalica in ambito scolastico(è un mio pallino!)?

Beh, portare qualcosa in teatro in modo convincente e che riesca a trasmettere musica e parole senza risultare tedioso è sempre una scommessa … è molto costoso e richiede tempo e dedizione di un sacco di persone, te lo può dire Diego che da anni si impegna nella realizzazione di Musical come il Jesus Christ Superstar ed altri originali anche di sua stesura.Ma è una sfida che ci piacerebbe intraprendere, se ne avessimo le facoltà, e questo purtroppo implica una produzione artistica di un certo livello che ancora non abbiamo. Con funzione didascalica intendi trasformarla in una sorta di insegnamento? Non ci riteniamo così bravi da poter insegnare qualcosa.

Leggendo la vostra biografia ho notato l’evoluzione della line up, con partenze, ritorni e nuove partenze. Quanto è difficile trovare i giusti componenti di un gruppo di lavoro musicale, e quanto è complicato condividere gli stessi obiettivi?

Complicatissimo, dal momento che ci muove soprattutto la passione per la musica originale e, come è ben noto, in Italia questa non paga. Ci sarebbero migliaia di validissimi musicisti sulla piazza (sicuramente migliori di noi a livello tecnico), ma a noi servono elementi motivati e volenterosi, più che musicisti cosiddetti professionisti. Ed allora è dura, perché è una qualità che non si studia in conservatorio.

”Nei giardini di Babilonia” ha avuto lunga gestazione. Che cosa vi ha frenato dal terminare il più rapidamente possibile qualcosa iniziato dieci anni fa?

Sicuramente il fatto di aver abbandonato ogni vincolo discografico, anche minore, che ti spinge a produrre in fretta e in funzione di un benché risicato mercato. Abbiamo deciso che se non esiste una realtà discografica che consenta di esprimersi nei tempi e nei modi che si confanno alla nostra musica, allora non ci interessa alcuna realtà discografica. Ma siamo pronti alla smentita in qualunque momento, ovviamente.

Siete partiti da un‘autoproduzione(Pharmakon-2004) per passare alla Videoradio (Cosmogenesi -2006)per poi tornare alle origini. Quali motivazioni ci sono dietro a questi mutamenti di rotta?

Ecco, come dicevamo la motivazione è proprio quella del non volersi vincolare a pseudo contratti con scadenze e limitazioni, nonché notevoli COSTI. Marco volutamente questa parola, COSTI, perché la realtà discografica per i gruppi emergenti e che propongono generi non convenzionali è quella di dover pagare per un contratto, esperienza che non ci teniamo a ripetere. Cosmogenesi ha venduto meno copie di Pharmakon, ci crederesti? Certo, stare sotto ad una Label, anche minore, ci ha fatto guadagnare un po’ di nome… ma purtroppo viviamo in tempi che viaggiano alla velocità della luce e quello che fai oggi ha valore fino a domattina, poi devi saperti rinnovare. Continuamente.

Ripensando ai gruppi prog degli anni 70, ne esiste uno che, nonostante le vostre differenti culture musicali, vi può rappresentare in toto… una band su cui tutti vi trovate in pieno accordo?

Credo si tratti del Banco, un po’ perché ha sempre trattato la musica con ogni sfumatura si addicesse al caso, un po’ perché ha coraggiosamente proposto anche all’estero delle stesure in italiano e non di facile lettura armonica, che alla fine sono state premiate anche dai più difficili in termini di gusti.

Le collaborazioni con altri musicisti per la realizzazione di un album, sono qualche volta … un obbligo, un impegno morale?

No, non per noi almeno; chi partecipa alle nostre “pazzie” lo fa per il piacere di farlo, per amicizia o per gioco. Noi affrontiamo questa nostra passione con serietà quando serve, ma anche divertendoci, perché quando un musicista smette di divertirsi diventa un esecutore. Lungi da noi!

Incuriosisce l’utilizzo dello “Chapman Stick”, strumento non largamente diffuso. Quanto conta per voi la sperimentazione musicale?

Tantissimo. Federico ha deciso anni fa di apprendere l’utilizzo di questo grandioso strumento di cui il vessillo più conosciuto è certamente Levin e ne siamo felici, anche se questo significa rinunciare al basso in qualche brano. Per il futuro ci piacerebbe introdurre anche altri strumenti e sonorità, la musica è un linguaggio così articolato che sarebbe un peccato usare solo qualche vocabolo tra i più inflazionati.

Ho assistito alla Prog Exhibition di Roma e ho visto quale e quanto entusiasmo sia ancora in grado di suscitare musica di 40 anni fa. Il prog può diventare eterno come la musica classica?

C’ero anche io (Gabriele) e devo dirti che ho vissuto per due giorni in un’altra dimensione. Mi guardavo attorno mentre sul palco suonavano questi grandissimi Italiani coadiuvati da IMMENSI artisti come Ian Anderson, David Cross, David Jackson, e non credevo ai miei occhi, oltre che alle mie orecchie. Il Progressive è un genere che forse non ha mai totalizzato cifre da finanziaria di un piccolo stato, ma che ha saputo sopravvivere a tutte le mode più o meno commerciali ed esplosive della storia della musica, un genere che non morirà mai. Tra altri quarant’anni, sono certo che chi ascolterà Nursery Crime o Darwin sospirerà di soddisfazione esattamente come oggi faccio io. Inoltre, il prog ha molto in comune con la musica classica, non ce lo dimentichiamo.

Cosa vorreste vi accadesse, musicalmente parlando, entro i prossimi cinque anni?

Vorremmo che tornasse la cultura della musica suonata, e questo è un augurio non solo per noi ma per tutti i musicisti che sono mossi dalla passione e non dal guadagno facile. Tutto questo fingere, mettere basi, scomodare attrezzature da migliaia di euro per canticchiare su un file MIDI deve lasciare spazio a chi si dedica da tutta la vita ad uno strumento, è fisiologico che accada. Per quanto ci riguarda direttamente, speriamo di conservare questa passione e di lavorare ancora tanto assieme per fare quello che ci piace fare: comporre e suonare.