sabato 18 dicembre 2010
Circus 2000
giovedì 16 dicembre 2010
“Savona Beatles Week” 2010
La settimana appena terminata ha avuto un unico comune denominatore che ha unito milioni di persone.
Nelle città italiane, nel nostro continente, in tutti i continenti, si è ricordato John Lennon a trent’anni dalla sua morte. Il 2010 è anche l’anno in cui John avrebbe compiuto settant’anni, ed è anche la ricorrenza, quarant’anni, dallo scioglimento dei Beatles. Tante, troppe ricorrenze per essere ricordate con passività.
Nella mia città, Savona, gli eventi sono iniziati il giorno 8 (fu quello il momento in cui Chapman arrivò alla fine del proprio folle progetto) e sono terminati domenica 12.
Non sono interessato a stabilire graduatorie di merito, comparando il “nostro” programma cittadino con quello di altri siti, ma da spettatore, da “fruitore del servizio”, non posso che essere soddisfatto.
Il gruppo di lavoro costituitosi per pianificare gli interventi mi è parso nutrito, e sicuramente dimenticherei qualche attore importante se li elencassi, ma è dato certo che per chi ama la musica, il rock soprattutto, avere in città un assessore alla cultura appassionato ed esperto del settore rappresenta una garanzia di qualità e continuità.
Prima di arrivare alla serata conclusiva, ci sono state alcune tappe significative, dalla maratona radiofonica alla visone del film “The U.S. vs John Lennon”(preceduto da con un set acustico/teatrale), passando per la presentazione dei volumi “Beatles a fumetti” (Enzo Gentile e Fabio Schiavo) e “Shoot me” (Joe Santangelo). E qualcosa di certo dimenticherò.
Ma un commento personale mi… esce spontaneo.
Per chi si occupa di musica in maniera appassionata, ogni settimana nascerebbe l’occasione per ricordare e raccontare un evento, un uomo, un gruppo, una situazione.
Tra morti e nascite, tra festival simbolo e inganni, tra sogni e delusioni, ci sarebbe lavoro (e soddisfazione) per schiere di musicisti, musicofili, musicanti. Ma John Lennon, con i Beatles, ha rappresentato ciò che probabilmente nessuno avrà mai più la possibilità di rivivere, perché, alla faccia dei corsi e ricorsi storici, quel fenomeno di costume, musicale e culturale, non tornerà più, mai più.
Molti di quelli che hanno partecipato a queste giornate a tema non sono stati toccati dal fenomeno Beatles, se non a posteriori. La “storia” assume significati certi dopo lungo studio e spazio temporale, e forse chi domani “costruirà” una tesi di laurea sulla vita di Lennon ne saprà più dei tanti uomini “antichi” presenti al Teatro Chiabrera, ma il segno che i Beatles hanno lasciato sulla mia persona è enorme ed è argomento di cui potrei scrivere per ore, sicuro comunque di non rendere appieno l’idea.
Forse meglio utilizzare qualche citazione, come quella di Ezio Guaitamacchi che associa l’8 dicembre alla figura di quel “… coglione di barista che al mattino, mentre serviva il cappuccino mi diceva, senza la minima emozione, tra un croissant e l’altro, che John era stato ucciso!”, oppure quella di Giuseppe Terribile, musicista dei Cavern, che dal palco ha dichiarato( come spesso penso anche io) che avrebbe voluto avere qualche anno in più, per poter vivere appieno, con maggior libertà, certi momenti.
La serata conclusiva, il “Lennon Memorial”, si è svolta nella migliore location possibile, il Teatro Chiabrera.
Serata lunghissima, con tre set distinti, ognuno dei quali poteva rappresentare singolarmente un evento principale.
Ce ne ricorderemo. Me ne ricorderò.
Alle 21 il demarrage con “John Lennon. Omicidio di una rockstar”, invenzione di Guaitamacchi, che sull’onda del recente libro “Delitti Rock” ha realizzato un progetto raffinato, coinvolgente e di qualità.
Occupandomi di musica trovo sempre più spesso nuove proposte che presentano lavori complessi, unione tra più arti che si sposano a meraviglia, con risultati sorprendenti.
In questo caso abbiamo assistito al racconto di una vita, e che vita, attraverso la recitazione, la musica, la tecnologia e la pittura.
Gli episodi fulcro della John Lennon’s life sono stati raccontati da un Guaitamacchi al centro di un cerchio di chitarre, immagine forte e concettuale che ben si è linkata alla pittura di Carlo Montana, e che ha contribuito a realizzare la miglior scenografia possibile per l’argomento scelto. Brunella Boschetti, Laura Fedele e Boris Savoldelli hanno mischiato le carte, reinterpretando alcune arie beatlesiane in modo originale e sentito.
Una parola in più per Savoldelli, che conoscevo solo per sentito dire, e che usa la tecnologia in modo davvero originale, con l’utilizzo di una serie di loop che lo trasformano in un “uomo orchestra”, corrispettivo tecnologico del tipico musicista “one man band”.
Molto azzeccati gli arrangiamenti, e risentire canzoni come “Love Me Do”( di solito codificata secondo precise e immodificabili coordinate) ritoccate in modo così originale ha dato valore aggiunto allo spettacolo.
Davvero un bel modo per raccontare delle storie.
Lo step successivo ha visto on stage Claudio Bellato, bravissimo chitarrista savonese che, prima da solo, e poi in compagnia di Eliana Zunino (voce ) e Antonella Trovato (oboe e piano), ha riproposto brani dei Fab Four da lui riarrangiati.
Bellato è un virtuoso dello strumento, conoscitore di tutte le tecniche più evolute e capace di trasportare verso dimensioni più “profonde” attraverso una buona effettistica applicata al suo strumento acustico, e ci ha dato prova di come certe canzoni “facili” (molte di quelli dei Beatles lo erano), possano trovare un ammodernamento che soddisfa anche i più tradizionalisti.
Personalmente ho trovato felice l’inserimento dell’oboe, fiato non troppo usato nel “mio mondo rock”, ma di grande impatto.
Anche in questo caso piena soddisfazione.
Ultima parte dedicata alla sola musica, presentata nel modo più realistico e fedele possibile dai Cavern, la band di Savona che per tutta la vita ha continuato a portare sul palco la musica di John, Paul, George e Ringo.
Conosco molto bene la band e quindi sapevo cosa avrei ascoltato, anche se ogni volta rimango impressionato dalla cura delle voci, dai particolari, dalla maniacalità positiva che riporta alla Liverpool degli anni ’60.
Brani conosciuti, ma anche alcuni tra i più ”nascosti” nei vari album, hanno riportato a galla mille ricordi, mille scene in bianco e nero, tanti frammenti di giovinezza che niente come la musica è in grado di far riemergere.
L’atto conclusivo è quello che di solito si utilizza per alimentare lo spirito di condivisione.
Per “Hey Jude” i Cavern chiamano accanto a loro alcuni tra i musicisti che si sono esibiti in precedenza, parte degli organizzatori e qualche autorità cittadina. Bella immagine.
La città ha risposto e l’affluenza di ieri è stata significativa, ma non eccezionale, e per un evento del genere, per giunta gratuito, adatto a meno giovani e giovani, qualche sforzo in più si poteva fare, ma come qualcuno sottolineava dal palco.. “Savona è luogo bizzarro … “, “… e difficile resta la lettura dei comportamenti …”, aggiungo io.
A me rimarrà un ricordo indelebile, e la voglia di cercare e sperimentare altre strade… il solito effetto domino!!!
Il comunicato stampa
Savona celebra il più grande gruppo di sempre, i Beatles, con una settimana ricca di eventi ed iniziative, un evento che cade in occasione del trentesimo anniversario della scomparsa di John Lennon, figura carismatica della band di Liverpool. “Il programma è ricchissimo, e testimonia la vocazione culturale e musicale di questa città, anche nei riguardi di una icona del nostro tempo come i Beatles” hanno sottolineato i due assessori promotori della manifestazione, Ferdinando Molteni e Francesco Lirosi.
“Savona Beatles Week”, questo il titolo dell’evento, si terrà dall’8 al 12 dicembre 2010, ad ingresso libero. Ecco il programma:
8 dicembre
h 8-24 • Beatles Radio Marathon
su Radio Savona Sound con Alfa & il Professore, Andrea, Chiara, Flavio, Marco, Mister Rock, Sabrina e tanti ospiti. Collegamenti dalla postazione mobile al Molo 8.44 di Vado Ligure
9 dicembre
h 20,30 • Ricordando John al Filmstudio
con le immagini di “Beatles go to Baroque” e il film “The U.S. vs John Lennon” • Interventi live di Jacopo Marchisio e Zibba
10 dicembre
h 18 • Teatro Sacco
Libreria Economica presenta il volume “Beatles a fumetti” (Skirà) con gli autori Enzo Gentile e Fabio Schiavo intervistati da Chiara Giuria. Apertura live con The Lonesome Pines
h 18-21,30
Truelove di via Vacciuoli
Inaugurazione della mostra “Yesterday… ritagli di ieri”
Dj set “Come together” con Sim1 e Count Jo-Jo
11 dicembre
h 18 • Libreria Ubik
Joe Santangelo presenta il suo libro “Shoot me” (Chinaski). Intervengono Alfa & il Professore
12 dicembre
h 21 • Lennon Memorial al Teatro Chiabrera
I parte: Ezio Guaitamacchi presenta “John Lennon. Omicidio di una rockstar” con Brunella Boschetti, Laura Fedele, Boris Savoldelli e Carlo Montana
II parte: Cavern live in concert. Ospiti speciali: Eliana Zunino, Claudio Bellato
1-20 dicembre • Vetrina Carisa di corso Italia
“A Little Beatles Exhibition”
Una rassegna di copertine originali e immagini presentata da Elisa Scarcella
mercoledì 15 dicembre 2010
Intervista a Loris Furlan,"Lizard"


martedì 14 dicembre 2010
"Apeirophobia"- IFSOUNDS

Approfitto dello spazio e faccio pubblicità a due cari amici, che in realtà sono solo-performers. Il primo è un pianista-compositore straordinario che si chiama Corrado Rossi, un vero maestro dell'atmosfera: mi ha mandato il suo ultimo album solista “The Wood of Kites” ed è pieno di potenziali temi per colonne sonore da pelle d'oca.
Il secondo è un bassista veneziano che si fa chiamare Hox Vox. Un pazzo totale, un genio dell'art rock nel senso più letterale del termine (lui sì che fa musica davvero sperimentale), oltre che dell'arte multimedia (vedere per credere i suoi video!).
sabato 11 dicembre 2010
"Ombre"-Luca Olivieri

Fino al 3 gennaio 2011 è possibile scaricare gratuitamente "Ombre", brano originariamente realizzato nel 1996 per "Trigenta", primo disco di Luca Olivieri.
Si tratta di un inedito assoluto, mai pubblicato prima, per augurare a tutti un sereno periodo natalizio e festeggiare insieme la riedizione del disco che a pochi giorni dall'uscita sui principali digital stores (al prezzo speciale di 5.99 Euro) ha raggiunto la top ten sul circuito di vendita Mondadori rimanendovi per otto giorni consecutivi!
Per scaricare il brano aprire il link qui sotto, cliccare sulla freccia di download e confermare:
http://soundcloud.com/lucaolivieri/ombre
venerdì 10 dicembre 2010
Il tour natalizio di Ian Anderson

Ne ho preparate tre, tanto per partecipare al gioco, e il mio sforzo linguistico non ha trovato enorme soddisfazione nelle risposte, ma… resta l’illusione di aver dialogato con lui.
A conclusione del post la testimonianza di una “vera” intervista italiana, in tempi ormai lontani..
LE INNOCENTI DOMANDE
Poco più di un anno fa, subito dopo lo sfortunato (dal punto di vista meteorologico)concerto di Bergamo, preso da improvvisa nostalgia di un nuovo album dei Jethro Tull, ho inventato una recensione di un ipotetico “This is”...
Non ne sono sicuro … era una mail o un messaggio per gli dei? (nella risposta inglese c’è un gioco di parole che riporta a “This Was”).
Le tue visite in Italia sono sempre frequenti, tra tour ufficiali, convention e presenze in qualità di ospite, e sembrerebbe questo un tuo gradimento umano, non solo musicale. Che cosa ti lega maggiormente alla nostra terra?
Beh … è la passione per il popolo italiano… veramente! Per la musica, per il buon cibo… il vino e le Ferrari. Io stesso sono più di un uomo della McLaren!
I concerti natalizi hanno sempre un sapore diverso, e sembrano costruiti su misura per regalare momenti lieti e dimenticare, almeno per un attimo, i dispiaceri del quotidiano. Al di là della retorica, quanto pensi sai reale il potere che ha la musica, la tua musica, di dare attimi di serenità?
Sì, a volte è come l’aspirina dell’anima, ma altre volte provoca… “pensieri”, e in alcune situazioni porta a buoni gesti, basati su carità e rispetto. Io sono abbastanza arrabbiato a Natale e allo stesso tempo più “gentile e tranquillo”, predisposto verso il prossimo.
Ecco le date definitive della tourneè di IAN ANDERSON in Italia
Ian Anderson Plays Jethro Tull at Christmas
9 - dicembre - Bergamo - Palacreberg
10- dicembre - Vicenza - Teatro Comunale
11 -dicembre - Bolzano - Palasport
mercoledì 8 dicembre 2010
John Lennon Memorial Garden a Durness(Scozia)

All my life, though some have changed
Some forever, not for better
Some have gone and some remain
All these places had their moments
With lovers and friends, I still can recall
Some are dead and some are living
In my life, I've loved them all
But of all these friends and lovers
There is no one compares with you
And these memories lose their meaning
When I think of love as something new
Though I know I'll never lose affection
For people and things that went before
I know I'll often stop and think about them
In my life, I'll love you more
Though I know I'll never lose affection
For people and things that went before
I know I'll often stop and think about them
In my life, I'll love you more
lunedì 6 dicembre 2010
"Nei giardini di Babilonia"-Quintessenza

“… qual è il fine del mio essere qui?
“Hai nel destino una scelta da fare: vivere o conoscere. Avanti uomo … fa la tua scelta!”
“Nei giardini di Babilonia” è il terzo album dei “Quintessenza”, gruppo toscano nato una quindicina di anni fa.
La biografia del gruppo: http://athosenrile.blogspot.com/2010/09/quintessenza.html
Questo terzo album è il risultato di un progetto molto ambizioso: un opera rock.
La musica progressiva, quella a cui in parte si rifà Quintessenza, è piena di esempi di “dischi concettuali”, legati da un unico filo conduttore, ma un’opera rock è qualcosa di ancora più complesso, che aggiunge alla musica arti differenti, come la recitazione e le arti visuali.
Gli esempi importanti del passato non mancano, ma come sottolineo nell’intervista a seguire, sono sempre di più i “nuovi” musicisti che non si accontentano, ed esplorano i campi più svariati, tentando di riunirli nel loro progetto.
Sempre nel mio scambio di battute con la band, introduco il concetto di “musica didascalica”, un mio pallino alimentato dal banale “controllo” dell’iter formativo dei miei figli, ed è un mio sogno quello di vedere un “lavoro” come “Nei giardini di Babilonia”, presentato e trattato come materiale da trasformare in elemento di discussione, stimolando gli ascoltatori a riflessioni che non derivino solo dai testi, ma dalla globalità della proposta.
Le frasi in apertura di post rappresentano l’inizio di un viaggio, quello dell’uomo semplice che, condotto dalla propria anima a Babilonia, luogo immaginario, verrà accolto dalla guida che gli indicherà il percorso da fare, inducendolo ad un lavoro introspettivo che alla fine lo renderà diverso, nuovo, migliore.
Ma ciò che potrebbe apparire semplice è in realtà un cambiamento radicale, che richiede coraggio, forse incoscienza, ma in ogni caso determinazione. E dove nasce una determinazione così forte da accantonare il “certo e conosciuto” a favore dell’ignoto, abbellito dal concetto di verità? Le allegorie dichiarate in questo album non portano a concetti del passato, ma sono estremamente attuali e la scelta tra “vivere o conoscere” è quella che tutte le teste pensanti prima o poi vorrebbero trovarsi a fare, a maggior ragione nel mondo contemporaneo, dove la realtà supera spesso l’immaginazione, senza che nessuno trovi adeguate risposte ai questi quotidiani.
In questo senso trovo che “Nei giardini di Babilonia” potrebbe contribuire a qualche riflessione supplementare, superando il concetto di mero “album musicale”.
Ma ovviamente è dalla musica che Quintessenza parte.
La catalogazione ufficiale cita una sorta di “progressive”, termine che ormai faccio fatica a rendere/rendermi chiaro, se penso a ciò che ha rappresentato per me negli anni 70. Qualcuno mi ha fatto notare come ciò che contiene elemento di dinamicità è preceduto dal prefisso “prog”, e in questo senso evidenzio che,“Nei giardini di Babilonia”, rappresenta un continuo movimento in avanti, una progressione continua che alla fine ritorna all’origine, entrando in quel loop caratteristico delle vicende umane.
Il cantato si mischia al recitato, alle melodie più vicine alla nostra cultura, con una base molto “dura”, a tratti metal , alternata ad attimi di dolcezza, tipica del flauto traverso.
Non sono molto bravo nel muovermi tra le tante categorie e sottocategorie che pretendono di appiccicare un’etichetta a ogni musicista, per cui mi limiterò a definire “Nei giardini di Babilonia” un album di musica rock (l’unica macrofamiglia che riconosco) pieno di spunti interessanti, di novità, e di complessità. E’ un progetto ambizioso, e “faticoso”, e non è casuale che la sua genesi risalga a una decina di anni fa.
Difficile pensare a una proposta live, ma non impossibile … i precedenti non mancano.
Ma conosciamo meglio “Quintessenza” attraverso le mie domande.

L’INTERVISTA
Sempre più spesso mi imbatto in gruppi di artisti che si rifanno al prog, ma puntano a qualcosa di più completo, che supera il fattore musica, e congloba arti differenti, come il teatro o il visual. Pensate sia una nuova necessità … un vero esempio di “progressione”, o è fatto casuale?
Hai centrato perfettamente il punto: pensiamo che alcune storie, per poter essere narrate comunicando il più possibile, abbiano la necessità di essere non solo ascoltate ma “vissute” dal fruitore. Abbiamo scelto il Progressive perché permette una varietà di licenze che altri generi non consentono, ma ci piacerebbe poter integrare la narrazione con qualcosa di tridimensionale, a tutto tondo, come la rappresentazione teatrale.
La riproposizione della vostra “opera rock” dal vivo è cosa ardua. Non pensate potrebbe avere funzione didascalica in ambito scolastico(è un mio pallino!)?
Beh, portare qualcosa in teatro in modo convincente e che riesca a trasmettere musica e parole senza risultare tedioso è sempre una scommessa … è molto costoso e richiede tempo e dedizione di un sacco di persone, te lo può dire Diego che da anni si impegna nella realizzazione di Musical come il Jesus Christ Superstar ed altri originali anche di sua stesura.Ma è una sfida che ci piacerebbe intraprendere, se ne avessimo le facoltà, e questo purtroppo implica una produzione artistica di un certo livello che ancora non abbiamo. Con funzione didascalica intendi trasformarla in una sorta di insegnamento? Non ci riteniamo così bravi da poter insegnare qualcosa.
Leggendo la vostra biografia ho notato l’evoluzione della line up, con partenze, ritorni e nuove partenze. Quanto è difficile trovare i giusti componenti di un gruppo di lavoro musicale, e quanto è complicato condividere gli stessi obiettivi?
Complicatissimo, dal momento che ci muove soprattutto la passione per la musica originale e, come è ben noto, in Italia questa non paga. Ci sarebbero migliaia di validissimi musicisti sulla piazza (sicuramente migliori di noi a livello tecnico), ma a noi servono elementi motivati e volenterosi, più che musicisti cosiddetti professionisti. Ed allora è dura, perché è una qualità che non si studia in conservatorio.
”Nei giardini di Babilonia” ha avuto lunga gestazione. Che cosa vi ha frenato dal terminare il più rapidamente possibile qualcosa iniziato dieci anni fa?
Sicuramente il fatto di aver abbandonato ogni vincolo discografico, anche minore, che ti spinge a produrre in fretta e in funzione di un benché risicato mercato. Abbiamo deciso che se non esiste una realtà discografica che consenta di esprimersi nei tempi e nei modi che si confanno alla nostra musica, allora non ci interessa alcuna realtà discografica. Ma siamo pronti alla smentita in qualunque momento, ovviamente.
Siete partiti da un‘autoproduzione(Pharmakon-2004) per passare alla Videoradio (Cosmogenesi -2006)per poi tornare alle origini. Quali motivazioni ci sono dietro a questi mutamenti di rotta?
Ecco, come dicevamo la motivazione è proprio quella del non volersi vincolare a pseudo contratti con scadenze e limitazioni, nonché notevoli COSTI. Marco volutamente questa parola, COSTI, perché la realtà discografica per i gruppi emergenti e che propongono generi non convenzionali è quella di dover pagare per un contratto, esperienza che non ci teniamo a ripetere. Cosmogenesi ha venduto meno copie di Pharmakon, ci crederesti? Certo, stare sotto ad una Label, anche minore, ci ha fatto guadagnare un po’ di nome… ma purtroppo viviamo in tempi che viaggiano alla velocità della luce e quello che fai oggi ha valore fino a domattina, poi devi saperti rinnovare. Continuamente.
Ripensando ai gruppi prog degli anni 70, ne esiste uno che, nonostante le vostre differenti culture musicali, vi può rappresentare in toto… una band su cui tutti vi trovate in pieno accordo?
Credo si tratti del Banco, un po’ perché ha sempre trattato la musica con ogni sfumatura si addicesse al caso, un po’ perché ha coraggiosamente proposto anche all’estero delle stesure in italiano e non di facile lettura armonica, che alla fine sono state premiate anche dai più difficili in termini di gusti.
Le collaborazioni con altri musicisti per la realizzazione di un album, sono qualche volta … un obbligo, un impegno morale?
No, non per noi almeno; chi partecipa alle nostre “pazzie” lo fa per il piacere di farlo, per amicizia o per gioco. Noi affrontiamo questa nostra passione con serietà quando serve, ma anche divertendoci, perché quando un musicista smette di divertirsi diventa un esecutore. Lungi da noi!
Incuriosisce l’utilizzo dello “Chapman Stick”, strumento non largamente diffuso. Quanto conta per voi la sperimentazione musicale?
Tantissimo. Federico ha deciso anni fa di apprendere l’utilizzo di questo grandioso strumento di cui il vessillo più conosciuto è certamente Levin e ne siamo felici, anche se questo significa rinunciare al basso in qualche brano. Per il futuro ci piacerebbe introdurre anche altri strumenti e sonorità, la musica è un linguaggio così articolato che sarebbe un peccato usare solo qualche vocabolo tra i più inflazionati.
Ho assistito alla Prog Exhibition di Roma e ho visto quale e quanto entusiasmo sia ancora in grado di suscitare musica di 40 anni fa. Il prog può diventare eterno come la musica classica?
C’ero anche io (Gabriele) e devo dirti che ho vissuto per due giorni in un’altra dimensione. Mi guardavo attorno mentre sul palco suonavano questi grandissimi Italiani coadiuvati da IMMENSI artisti come Ian Anderson, David Cross, David Jackson, e non credevo ai miei occhi, oltre che alle mie orecchie. Il Progressive è un genere che forse non ha mai totalizzato cifre da finanziaria di un piccolo stato, ma che ha saputo sopravvivere a tutte le mode più o meno commerciali ed esplosive della storia della musica, un genere che non morirà mai. Tra altri quarant’anni, sono certo che chi ascolterà Nursery Crime o Darwin sospirerà di soddisfazione esattamente come oggi faccio io. Inoltre, il prog ha molto in comune con la musica classica, non ce lo dimentichiamo.
Cosa vorreste vi accadesse, musicalmente parlando, entro i prossimi cinque anni?
Vorremmo che tornasse la cultura della musica suonata, e questo è un augurio non solo per noi ma per tutti i musicisti che sono mossi dalla passione e non dal guadagno facile. Tutto questo fingere, mettere basi, scomodare attrezzature da migliaia di euro per canticchiare su un file MIDI deve lasciare spazio a chi si dedica da tutta la vita ad uno strumento, è fisiologico che accada. Per quanto ci riguarda direttamente, speriamo di conservare questa passione e di lavorare ancora tanto assieme per fare quello che ci piace fare: comporre e suonare.