Enzo Carella è uno di quegli autori che sfuggono alle definizioni, non
perché fosse indecifrabile, ma perché la sua musica viveva in un altrove tutto
suo, un equilibrio sottile tra sensualità, ironia, groove mediterraneo e una
scrittura che sembrava arrivare da un’altra stanza. Barbara lo
porta a Sanremo nel 1979, lo mette sotto i riflettori, lo consegna per un
attimo al grande pubblico. Ma Carella non era un artista da riflettori: era un
autore da ascolto attento, da scoperta lenta.
Album come Vocazione (1977), Barbara e altri Carella (1979) e Sfinge (1981) mostrano un mondo sonoro che non
assomiglia a nessuno. Chitarre sinuose, ritmi che oscillano tra funk e canzone
d’autore, testi di Pasquale Panella che aprono spiragli surreali, sensuali,
obliqui. Una coppia artistica che anticipa un modo di scrivere canzoni che
l’Italia avrebbe capito solo molto più tardi.
Carella non ha sfondato perché non voleva essere
semplificato. Non cercava la formula, non cercava il ritornello che si incolla,
non cercava la riconoscibilità immediata, preferiva la deviazione, la piega
inattesa, la frase che non si lascia afferrare. In un panorama che chiedeva
chiarezza, lui offriva ambiguità luminosa.
C’era poi la sua natura schiva, quasi appartata. Nessuna
esposizione, nessuna costruzione del personaggio, nessuna volontà di
trasformare la propria unicità in un marchio. Carella era un autore puro, uno
che lasciava parlare la musica e si ritraeva un passo indietro. Una scelta che
lo ha reso meno visibile, ma più vero.
Riascoltandolo oggi, tutto appare sorprendentemente moderno.
Le sue armonie, il suo modo di cantare, la sua scrittura che sfiora il teatro
dell’assurdo senza mai perdere sensualità, parlano a un presente che ha
finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede subito. Carella non è
mai stato un fenomeno, è stato un’eleganza, una di quelle che non si spiegano…
si riconoscono.
Enzo Carella è morto a Roma il 20 febbraio 2017 in seguito a un
arresto cardiaco, dopo alcune settimane trascorse in terapia intensiva.
