martedì 14 aprile 2026

12ª lezione sul rock ’70 alla UniSavona-14 aprile 2026

 

La dodicesima lezione del percorso dedicato al rock degli anni Settanta, UniSavona, ha avuto quella continuità serena che ormai riconosco come un tratto distintivo delle mattinate alla Stella Maris. La partecipazione è stata buona, attenta, con quel clima di ascolto reciproco che permette ai brani di respirare e alle storie di trovare il loro spazio naturale.

Il viaggio è partito dai Golden Earring, con Radar Love (il solito brano del giorno, sganciato dal programma) che ha subito rimesso in moto l’immaginario della strada, del movimento, di quel rock che nasce per essere attraversato più che spiegato. Da lì il passaggio ai Cream è stato quasi un cambio di stanza, un modo per entrare in un’atmosfera più sospesa, dove White Room continua a mostrare la sua architettura elegante e inquieta.

Santana ha portato un’altra luce, un altro modo di far dialogare ritmo e melodia, e Evil Ways ha ricordato quanto quella miscela latina e rock resti ancora oggi un punto di equilibrio raro. I Ten Years After hanno riportato la lezione su un terreno più elettrico, più urgente, con Love Like a Man che ha fatto emergere la velocità e la precisione di Alvin Lee, sempre capace di sorprendere anche chi lo conosce bene.

Il momento dedicato ai Black Sabbath ha segnato un cambio netto, quasi un ingresso in un’altra stagione del rock. Paranoid ha mostrato ancora una volta quanto quel suono, nato all’inizio del decennio, sia rimasto intatto nella sua forza diretta, senza bisogno di spiegazioni. Con i Free l’atmosfera si è aperta di nuovo, e All Right Now ha riportato un sorriso collettivo, come accade ogni volta che un brano diventa parte della memoria comune.

Il capitolo dedicato ai Deep Purple ha trovato un suo ritmo naturale, accompagnato dal ricordo del concerto genovese del 1973 che ha evocato immagini vive e qualche aneddoto condiviso. Highway Star ha chiuso quel segmento con la sua corsa continua, sempre efficace nel restituire l’energia della band.

La parte finale ha attraversato gli Aerosmith con Dream On, i Boston con Don’t Look Back e gli AC/DC con Thunderstruck, un percorso che ha mostrato come il rock americano e quello australiano abbiano continuato a evolversi mantenendo però un filo diretto con le radici degli anni Settanta.

Da segnalare il solito intervento di Giacomo.

La prossima volta avremo ospiti, anzi più di uno, e questo darà alla giornata, probabilmente, un ritmo diverso, forse più imprevedibile, sicuramente più vivo.