martedì 13 ottobre 2026

Tagliolo Monferrato: l'11 ottobre si è parlato degli anni '70

 


Un'immersione negli anni '70 tra musica, memoria e cultura visiva


L'evento inserito nella rassegna Autori al Vento - Crocevia Letterario, a Tagliolo Monferrato, si è rivelato un percorso articolato e profondo dentro uno dei decenni più complessi e creativi del Novecento. L'incontro, nato e strutturato attraverso una lunga rete di contatti virtuali partita mesi fa da Luciano Boero e consolidata poi con Nico Priano come punto di riferimento operativo locale, si è svolto nell'ampia sala consiliare del Comune, un ambiente accogliente e perfettamente attrezzato, dominato sullo sfondo dal grande palco allestito per l'esibizione musicale programmata per la seconda parte del pomeriggio. Ad accogliere gli ospiti con grande disponibilità è stato il gruppo di lavoro locale, tra cui i rappresentanti della Biblioteca Nelson Mandela: la presidente del consiglio di biblioteca Margherita Rita Gestro e i tuttofare Marco e Grazia, oltre a Nico Priano che ha curato l'introduzione dopo i saluti iniziali della Sindaca.

 

L'intero pomeriggio è stato suddiviso in due sezioni da quarantacinque minuti ciascuna, concepite per analizzare gli anni '70 attraverso l'intreccio tra contesto sociale, psicologia, musica e arte visiva. Ognuno dei passaggi chiave ha trovato una precisa testimonianza documentale nei filmati registrati durante l'incontro, che ripercorrono passo dopo passo lo svolgimento i momenti salienti del pomeriggio.

Il primo blocco si è aperto con l'intervento di Mauro Selis, psicologo e dirigente del SerD. Grazie alla sua lunga esperienza sul campo, Selis ha tracciato una disamina chiara e documentata sullo stato dell'arte dell'epoca per quanto riguarda il fenomeno delle sostanze stupefacenti, contestualizzandone le implicazioni cliniche, culturali e sociali. A questo contributo ha fatto seguito uno scambio di battute arricchito da un ricordo personale dello scrivente, legato al Festival di Altare del 1974, uno degli eventi simbolo di quella stagione giovanile. 

La parola è passata poi a Luciano Boero, cofondatore e bassista de La Locanda delle Fate, che ha portato il punto di vista di chi la scena musicale di quegli anni l'ha vissuta e creata dal di dentro. La narrazione ha toccato le dinamiche del rock progressivo italiano e la vita della band, con un momento di particolare intensità emotiva legato alla presenza in sala della sorella di Alberto Gaviglio, altro musicista del gruppo, scomparso prematuramente, figura determinante per l'identità sonora della formazione. 

La seconda metà dell'evento è stata riservata a una presentazione sintetica del volume dedicato al mondo dei vinili anni '70 - Vinili anni ’70: 40+1 - Album tra arte e psicografia (Enrile, Castellani, Oliveri e Gatti) - con un focus specifico su un album pietra miliare del 1977: Forse le lucciole non si amano più, de La Locanda delle Fate. Mentre Boero ha ripercorso la genesi del gruppo e le tappe che portarono alla nascita del disco, il dibattito si è spostato sull'impatto e sul significato dell'opera grafica, una presentazione che ha potuto contare sulla presenza dei quattro autori. 

In questo ambito, Renata Gatti ha offerto un'analisi critico-artistica della celebre copertina, mettendone in luce i richiami figurativi e la composizione estetica. Successivamente, Antonella Oliveri ne ha tracciato una lettura psicologica, evidenziando le sollecitazioni cognitive e simboliche racchiuse nell'immagine; un'interpretazione articolata che ha sorpreso lo stesso Boero, a dimostrazione di come un'opera visiva discografica possa custodire livelli di significato inaspettati. 

Fabrizio Castellani, in questa seconda fase, ha guidato i presenti attraverso una dimostrazione pratica del rito dell'ascolto in vinile. Dalla delicata estrazione del disco dalla custodia protettiva, alla pulizia della superficie con il panno antistatico, fino al posizionamento del braccio e della puntina sul solco dell'incisione, accompagnato da un breve momento di ascolto condiviso. Il brano ascoltato, neanche a dirlo, la title track del disco in oggetto, troncata purtroppo a metà per la  lunghezza tipica del prog, che mal si presta ad iniziative di questo genere, che impongono tempi ristretti. 

Un bilancio dell'iniziativa

L'incontro si è concluso confermando la validità di un approccio che unisce la testimonianza diretta all'analisi tecnica e culturale. Una giornata che ha saputo rievocare lo spirito degli anni '70 senza concedere spazio alla mera nostalgia, restituendo valore e profondità a un'epoca che continua a far discutere e a generare interesse. 

E speriamo che sia piaciuta!




 

Compie gli anni Chris Farlowe

 

Tanti auguri a Chris Farlowe, leggenda britannica del rhythm & blues, del blue-eyed soul e del blues rock. Nato come John Henry Deighton a Londra il 13 ottobre 1940, l'artista festeggia oggi i suoi 86 anni.

Farlowe è noto per la sua voce potente e graffiante, che lo ha reso un interprete straordinario nel panorama musicale britannico. Il suo nome è indissolubilmente legato alla hit "Out of Time" del 1966, una cover del brano dei Rolling Stones (scritta da Mick Jagger e Keith Richards) che raggiunse la prima posizione nelle classifiche del Regno Unito, diventando la sua canzone simbolo.

La sua carriera, iniziata a fine anni '50, lo ha visto alla guida dei Chris Farlowe and the Thunderbirds e, successivamente, come voce inconfondibile di band di spessore come gli Atomic Rooster e, in particolare, i Colosseum, gruppo di progressive/jazz rock di cui è ancora un membro fondamentale.

Con un repertorio che spazia dal blues più puro al rock progressivo, Chris Farlowe ha mantenuto intatta la sua passione per la musica, continuando a esibirsi e a registrare. La sua longevità artistica e la sua capacità di spaziare tra i generi lo rendono una delle voci più rispettate e amate della scena musicale inglese.

Buon compleanno a Chris Farlowe, il cui talento continua a risuonare potente dopo decenni di carriera.







Buon Compleanno a Paul Simon: la Leggenda del Folk Rock compie oggi gli anni

 


Il 13 ottobre del 1941, nasceva Paul Simon, cantautore, chitarrista, attore e umorista statunitense. E sono 85!

Simon è una figura iconica, celebre soprattutto per essere stato metà del leggendario duo Simon & Garfunkel, formato con l'amico d'infanzia Art Garfunkel. Insieme hanno creato brani immortali che hanno segnato la storia della musica, come "The Sound of Silence", "Mrs. Robinson" e "Bridge over Troubled Water".

Dopo la separazione del duo nel 1970, Paul Simon ha intrapreso una carriera da solista di grande successo, dimostrando la sua versatilità e continuando a produrre album acclamati come Still CrazyAfter All These Years e l'innovativo Graceland.

Vincitore di numerosi Grammy Awards (ben 16), Simon si è ritirato dai tour nel 2018, ma la sua eredità musicale continua a ispirare generazioni di artisti e appassionati.

Buon compleanno a Paul Simon, il cantore intimista e raffinato del folk americano.






lunedì 12 ottobre 2026

Un pomeriggio oltre il tempo: California Dreamin’ risuona tra le mura d’autore del loft Bianchi e Bosoni



Un pomeriggio oltre il tempo: California Dreamin’ risuona tra le mura d’autore del loft Bianchi e Bosoni


Ci sono giorni in cui il confine tra dimensione domestica e spazio culturale si dissolve, dando vita a un flusso in cui le note e la memoria collettiva dialogano senza filtri. È quanto accaduto sabato 10 ottobre a Savona, dove il loft studio d'architettura Bianchi e Bosoni si è trasformato in un avamposto di storie e suggestioni sonore. Un appuntamento nato dalla passione autentica dei padroni di casa, Alberto e Moira, che, aprendo le porte del proprio luogo di vita e di lavoro a una cinquantina di ospiti selezionati su invito, hanno confermato come la condivisione culturale trovi nella dimensione intima la sua forma più potente ed elettrica.

Appena varcata la soglia, la cifra stilistica dello studio si svela con immediatezza: alzando lo sguardo tra le travi e gli ambienti dal design curato, a catturare l'attenzione è una batteria vissuta, testimone di una comune passione musicale condivisa da padre e figlio. Non una semplice scenografia, ma il manifesto discreto di uno spazio in cui l'arte e la quotidianità convivono organicamente, riflettendo la visione progettuale dei due architetti.

Al centro della scena c'era California Dreamin’, il volume firmato da Ezio Guaitamacchi edito da Hoepli, che ripercorre cinquant'anni di epopea rock attraverso i miti e le contraddizioni della West Coast. La presentazione si è mossa lontana da rigidi schemi accademici o formati di stampo tradizionale. La conduzione si è affidata a un canovaccio fluido, fatto di aneddoti, memorie e rimandi storici che Guaitamacchi ha dominato con la consueta autorevolezza, affiancato da alcuni miei interventi.

A dare corpo e vibrazione ai racconti è intervenuta la musica dal vivo, sostenuta da un set acustico essenziale ma rigoroso - quattro chitarre, un autochord, il mixer e i diffusori integrati nell'ambiente. Su questo tappeto sonoro si è mossa la voce di Brunella Boschetti Venturi, un talento vocale di spessore raro, capace di incantare la platea e di restituire lo spirito originario delle tracce evocate nel libro.

Quello che poteva sembrare un incontro di normale durata si è dilatato in una dimensione temporale insolita per un evento letterario e musicale: due ore e mezza di narrazione e suoni che sono letteralmente volate, sostenute da un'alchimia palpabile tra i protagonisti e il pubblico. La sala gremita ha risposto con un gradimento totale, avvertendo quel senso di comunità e di partecipazione che solo gli eventi pensati con cura e privi di sovrastrutture sanno generare.

La giornata, tuttavia, non si è esaurita con l'ultimo accordo. Per chi ha avuto il privilegio di trattenersi, l'incontro si è sciolto attorno a una cenetta che racchiudeva l'essenza stessa dello spirito ligure: apparentemente spartana nella sua schiettezza, ma profondamente ricercata nella qualità e nella cura. 

Un momento conviviale che ha funzionato da perfetta cartina tornasole per definire l'ambiente, l'evento e la generosa ospitalità dei padroni di casa, suggellando un sabato che difficilmente scivolerà via dalla memoria di chi vi ha preso parte.

E chissà cosa ci riserverà il futuro!





El Bastardo Outlaw Picker Don't Test My Hand / Town Of Dirty Dancers


El Bastardo Outlaw Picker

Don't Test My Hand / Town Of Dirty Dancers


Ricevere un CD singolo nel 2026 ha qualcosa di piacevolmente anacronistico. Due soli brani, un lato A e un lato B proprio come accadeva ai tempi dei 45 giri, quando spesso bastavano pochi minuti di musica per definire un'identità artistica.

È il caso di El Bastardo Outlaw Picker, progetto solista di Luca Cocchiere, musicista che da anni coltiva una sincera passione per le sonorità della tradizione americana e per gli strumenti che ne hanno scritto la storia. Da questo punto di vista Don't Test My Hand e Town Of Dirty Dancers offrono un quadro già piuttosto chiaro.

L'ascolto trasporta immediatamente nel cuore musicale degli Stati Uniti, tra country, bluegrass e suggestioni roots che sembrano arrivare da strade polverose, piccoli club e locali di frontiera. La chitarra acustica occupa naturalmente il centro della scena, sostenuta da un approccio che privilegia autenticità e immediatezza.

Particolarmente convincente risulta la componente vocale. La voce di Luca Cocchiere possiede infatti un carattere realistico e credibile, perfettamente inserito nel contesto musicale che propone. Non cerca effetti speciali ma accompagna il racconto con spontaneità, contribuendo a rendere ancora più vivido quel paesaggio sonoro che costituisce il cuore del progetto.

Pur trattandosi soltanto di due brani, il singolo riesce a funzionare come una piccola dichiarazione d'intenti. In pochi minuti emergono coerenza stilistica, amore per la tradizione e una notevole familiarità con i linguaggi del country americano. Sono caratteristiche che rendono l'ascolto piacevole e che lasciano intuire quanto questa musica possa esprimersi al meglio nella dimensione dal vivo.

Don't Test My Hand e Town Of Dirty Dancers sembrano infatti nati per risuonare nei club, nei pub, durante i festival dedicati alla musica delle radici e in tutti quei contesti dove il contatto diretto con il pubblico conta più di qualsiasi artificio tecnologico.

Chi ama il genere troverà in questo piccolo lavoro un'atmosfera genuina e convincente, capace per qualche minuto di far immaginare l'altra parte dell'oceano senza allontanarsi da casa.


Contatti e link

E-mail: info@honky-tonk.it

Telefono: +39 347 4090535

Sito ufficiale: El Bastardo Outlaw Picker

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domenica 11 ottobre 2026

11 ottobre 1971: l'uscita di "Imagine", l'inno di John Lennon che invitava il mondo a sognare

 

L'11 ottobre 1971 segnò la pubblicazione del singolo "Imagine" di John Lennon negli Stati Uniti, un brano che sarebbe diventato il suo pezzo solista più celebre e un inno universale di pace, speranza e unità.

Sebbene l'omonimo album, il secondo lavoro in studio di Lennon dopo lo scioglimento dei Beatles, fosse già uscito negli USA il 9 settembre dello stesso anno (e poco dopo nel Regno Unito), la scelta di estrarre Imagine come singolo ne consacrò immediatamente la portata.

Registrata a Tittenhurst Park, la residenza di Lennon e Yōko Ono in Inghilterra, e co-prodotta dalla coppia insieme al leggendario Phil Spector, "Imagine" si distingue per la sua semplicità melodica e la profondità lirica.

Il testo, ispirato in parte dalla raccolta di poesie sperimentali Grapefruit di Yōko Ono (in particolare l'opera "Cloud Piece"), invitava l'ascoltatore a immaginare un mondo senza confini, senza religioni, senza proprietà e senza le divisioni che spesso portano a violenza e guerra.

"Immagina che non ci siano paradisi... è facile se ci provi. Nessun inferno sotto di noi, sopra di noi solo il cielo. Immagina che tutta la gente viva per l'oggi..."

Il messaggio era diretto e radicale, un manifesto contro nazionalismo, religione e materialismo, ma celato in una melodia così dolce e orecchiabile da risuonare con un vasto pubblico, spesso ignaro della sua carica sovversiva. Lennon stesso, in seguito, ironizzò sulla popolarità della canzone, definendola "anti-religiosa, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettata solo perché è coperta di zucchero".

È fondamentale ricordare che, sebbene all'epoca fosse accreditata al solo John Lennon, l'artista riconobbe poco prima della sua morte il ruolo essenziale di Yōko Ono nell'ispirazione concettuale del brano. Dal 2017, la canzone è stata ufficialmente accreditata a Lennon e Ono, riconoscendo il contributo fondamentale della visione della sua compagna.

Pubblicata nel pieno della Guerra del Vietnam e in un clima di Guerra Fredda, "Imagine" rispose a un desiderio profondo di pace e fratellanza che attraversava le generazioni.

Il successo fu immediato e duraturo. Il singolo scalò le classifiche e, negli anni, è diventato un'icona globale, reinterpretato da centinaia di artisti di ogni genere e utilizzato in innumerevoli occasioni ufficiali, cerimonie di pace e tributi, a dimostrazione che il sogno di un mondo unito e in pace, per quanto utopico, resta vivo e necessario.





sabato 10 ottobre 2026

Ricordo di Édith Piaf a 63 anni dalla sua morte

 

Edith Piaf a New York nel 1950


Il 10 ottobre del 1963 ci lasciava Édith Piaf.

Nel dicembre del 2015, mese in cui ricorreva il centenario della sua nascita, scrissi questo articolo per ricordarla. 


Dicembre 2015

Il ricordo di Edith Piaf a cento anni dalla sua nascita

                                                                                                              

Se Edith Piaf fosse ancora viva compirebbe 100 anni!

Ma cosa scrivo… “il passerotto” è più vivo che mai, e non solo perché a lei ci si aggrappa nei momenti difficili, i più complicati in assoluto!

Un’ancora? Un punto di sicuro ristoro? Una certezza?

Ma sì… i tempi passano, e più aumenta il nostro “ammodernamento” è più si moltiplicano le guerre, che ora sono intelligenti, da microchirurgia, da scienziati della materia. E mentre diventano comuni concetti come “boots on the ground” ci accorgiamo di quanto vorremmo essere lontani da certi modi di pensare, di quanto ci piacerebbe ricorrere alla canzonetta - se amiamo la musica - per trovare momenti di socializzazione, quell’unione di intenti che sembra ormai una bestemmia per milioni di persone.

LEI è ancora viva, più presente che mai.

Non ho mai comprato i suoi dischi, eppure la conosco da sempre. A dire il vero non credo di aver mai comprato un disco francese… rock o pop non fa differenza, eppure amo profondamente quella gente e quella cultura che ho conosciuto dall’interno per oltre vent’anni; il problema è che… l’unione dei suoni e dell’idioma francese mi provoca una grande tristezza immediata: provo ancora profondo malessere nell’ascoltare “La poupèe qui fait no”, di Michel Polnareff, la prima canzone che ho imparato a suonare alla chitarra: roba da psicanalisi!

Ma cosa c’entrano i miei accadimenti personali con Edith Piaff?

Esistono cantanti, artisti, musicisti, che ti entrano dentro senza che tu abbia intenzione di cercarli, e si inseriscono nella tua vita puntellando avvenimenti sul momento insignificanti, che scopri nel tempo come fondamentali alimentatori del ricordo.

Il mio amico e maestro Andrè Vetel, non più tra noi, nei momenti difficili, quelli carichi di tensione, riusciva a riportare la tranquillità facendo roteare il suo corpo ingombrante e fischiettando “La vie en rose”: che meraviglia!



Già, “La vie en rose” e la Piaf!

Sono passati cento anni dalla sua nascita, ed Edith Piaf rimane agli occhi del mondo l'icona, il simbolo della Francia, come hanno dimostrato in questi giorni i numerosi tributi rivolti da ogni paese alla capitale dopo la strage del 13 novembre, omaggi forniti attraverso le canzoni del “passerotto”, appellativo attribuitole a causa della sua minuscola fisicità.

Nata il 19 dicembre del 1915 nel popolare quartiere di Belleville, si trasforma nel tempo in un punto di riferimento del suo paese, prendendo posto accanto alla bandiera tricolore, alla Tour Eiffel e alla “Marsigliese”.

In lacrime, Madonna ha interrotto il suo concerto di Stoccolma per cantare "La Vie en rose". È con "L'Hymne à l'amour”, a Los Angeles, che Celine Dion ha scelto di rendere omaggio alle vittime durante gli American Music Awards (AMA).

In Messico, la società di calcio Tigres, dove gioca il calciatore della nazionale André - Pierre Gignac, ha diffuso "La Môme" dopo il minuto di silenzio, mentre sui social network fiorivano estratti dalla versione originale di "Sous le ciel de Paris" e video di cantanti anonimi che riproponevano "Je ne regrette rien".


Prima del contenuto delle sue canzoni è la sua voce che ha toccato e contaminato uomini e donne in tutto il pianeta, quella timbrica vocale che resiste al tempo e ai confini, spesso rigidi e ruvidi, ed è commovente constatare che la fragile ragazzina di Belleville ha ormai un posto in prima fila quando il paese piomba nella tragedia e si aggrappa istintivamente alle certezze. Ma più che la Francia Edith simboleggia lo spirito parigino, la fraternità, il popolo.

Di lei si ricorda la vita un pò… perturbata e il suo cammino è stato tutt’altro che ortodosso, tanto che leggendo la sua storia risulterebbe difficile considerarla a priori una eroina, una portatrice sana dei valori francesi, quelli che solitamente si trasmettono con l’esempio di vita, con i comportamenti. Ma tutto questo svanisce al cospetto del suo fuoco sacro, della passione assoluta per il suo mestiere, della sua forza inarrestabile.

Edith Piaf è la prima artista francese ad aver avuto un pubblico veramente internazionale, con un seguito copioso negli Stati Uniti e, assieme a Charles Aznavour, rimane tra i pochi ad aver trovato il grande successo estero cantando nella propria lingua.

Dal giorno della sua morte, arrivata prematuramente il 10 ottobre 1963, la sua fama non ha mai vacillato. "La Vie en rose", di cui aveva scritto le parole, continua a figurare tra le canzoni che producono maggiori introiti legati ai diritti d’autore, segno che la sua notorietà non ha mai conosciuto momenti di crisi.

Il successo mondiale del film di Olivier Dahan - La Môme - e l'Oscar come miglior attrice ottenuto da Marion Cotillard, ha maggiormente evidenziato l'aura di un’artista le cui canzoni sono state riproposte da Lady Gaga e da Grace Jones, dalla rocker inglese Anna Calvi e da Frank Sinatra. La prova del gradimento che la Piaf continua a generare, un centinaio di anni dopo la sua nascita è l’interesse che le sue canzoni e la sua vita suscitano ancora in tutto il mondo, da Rio a Budapest via Londra o New York, in un teatro importante o in un piccolo locale di periferia.

A conclusione propongo una canzone, “Milord”, tra i suoi brani più conosciuti, che presenta un testo di Georges Moustaki.








giovedì 8 ottobre 2026

T.C.O.F. a Villa Spingardi - Due giorni di musica a MASCA 2026, Spigno Monferrato, 19-20 settembre 2026

 


T.C.O.F. a MASCA 2026, due giorni immersi nella musica

Spigno Monferrato (AL), 19 e 20 settembre, Villa Spingardi


La manifestazione MASCA 2026 - Il ritorno della strega ha trasformato per due giorni Spigno Monferrato in un luogo dove tradizioni popolari, spettacoli, musica, racconti, artigianato, animazioni e momenti di convivialità si sono intrecciati in un programma particolarmente ricco. La festa ha coinvolto il paese per tutto il fine settimana, proponendo iniziative dedicate ad adulti e bambini e restituendo quel senso di comunità che caratterizza le manifestazioni più riuscite.

Mi piacerebbe poter raccontare ogni aspetto dell'evento, ma mi risulta impossibile, visto che il mio impegno con i T.C.O.F. (The Cost Of Freedom) mi ha assorbito quasi completamente. Tra preparazione, concerti, pause, incontri con il pubblico e gestione della strumentazione, sono nate poche occasioni per seguire il resto delle attività. Il mio racconto è quindi quello di chi ha vissuto la festa soprattutto dal palco, o meglio, dal prato.

Per i T.C.O.F. era il secondo anno consecutivo all'interno della manifestazione. La prima volta avevamo trovato spazio alla fine di una strada, in una posizione un po' decentrata e leggermente in salita. Quest'anno invece la sorpresa è stata Villa Spingardi, una location che nella precedente edizione era rimasta chiusa, da noi guardata con ammirazione dall’esterno, e che si è rivelata uno dei luoghi più affascinanti dell'intera festa.

I proprietari ci hanno accolto con grande cordialità e disponibilità, facendoci sentire immediatamente a nostro agio. Un gesto che ha contribuito fin dall'inizio a creare un clima speciale. Grazie a Luca e Caterina!

Il vero valore aggiunto della nuova location era però il magnifico giardino della villa. Abbiamo suonato immersi nel verde, direttamente sull'erba, in uno spazio che sembrava fatto apposta per ospitare musica e incontri, senza distanze artificiali tra la band e il pubblico. Le persone potevano passeggiare, fermarsi ad ascoltare, sedersi su panche e seggiole, o avvicinarsi ai musicisti per qualche chiacchiera. Questa dimensione informale ha reso ogni esibizione particolarmente piacevole e ha contribuito a creare un'atmosfera autentica e rilassata.

Sulla carta la posizione poteva sembrare ancora più nascosta rispetto a quella dello scorso anno. In realtà è accaduto l'esatto contrario. Fin dal pomeriggio di sabato la musica ha richiamato continuamente persone, creando un flusso costante di visitatori. Molti arrivavano per partecipare alle altre iniziative della festa e si fermavano ad ascoltare qualche brano, altri sono tornati più volte nel corso delle due giornate.

Tra le cinque ore del sabato, dalle 17 alle 22, e le tre ore della domenica pomeriggio, concluse attorno alle 19, abbiamo proposto circa sei ore effettive di musica, ripercorrendo quasi tutto il repertorio del gruppo. Un lungo viaggio nel rock americano degli anni Settanta che rappresenta la nostra principale passione.

La formazione vede Roberto Storace nel ruolo di motore della band, impegnato tra chitarre (e banjo in una occasione), voce e armonica. Al suo fianco Marco Briano alle chitarre e cori, Ivo Bologna al basso e cori, Fabrizio Cruciani alla voce e alle percussioni e il sottoscritto Athos Enrile tra chitarra, percussioni e cori.

Come già accaduto un anno fa, anche questa volta il tempo è stato clemente e oltre. Due giornate di sole hanno accompagnato la manifestazione, rendendo ancora più piacevole la permanenza nel giardino di Villa Spingardi. Famiglie, gruppi di amici, bambini che giocavano e persone di ogni età che si fermavano ad ascoltare la musica hanno contribuito a creare un'atmosfera che riportava alla mente le feste di paese di una volta, quando l'importanza maggiore era stare insieme.

Al termine del weekend rimane soprattutto questa sensazione. Al di là delle canzoni eseguite, delle ore trascorse a suonare e delle chiacchiere con il pubblico, resta il ricordo di due giornate vissute in un ambiente accogliente e sereno, all'interno di una manifestazione capace di coinvolgere un intero paese. Per i T.C.O.F. è stata un'altra esperienza bellissima da aggiungere ai ricordi, resa ancora più speciale dalla scoperta di una incredibile location, e dall'affetto delle tante persone che hanno condiviso con noi questo viaggio musicale.



Compassionizer – The Faithful of the Land


 

Compassionizer – The Faithful of the Land


Esistono dischi che chiedono di essere ascoltati come una semplice successione di brani e altri che invitano a entrare in un ambiente sonoro, quasi in uno spazio mentale. The Faithful of the Land, quinto album dei russi Compassionizer, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il progetto guidato da Ivan Rozmainsky prosegue infatti un percorso ormai riconoscibile, nel quale avanguardia, sensibilità melodica e ricerca spirituale convivono in un equilibrio raro. L'album è dedicato a coloro che seguono una vocazione superiore e ricercano una forma di bellezza interiore, una visione che attraversa l'intero lavoro come un filo invisibile.

Nati nel 2020 dall'iniziativa di Ivan Rozmainsky, già noto per la sua attività con i Roz Vitalis, i Compassionizer hanno sviluppato negli anni una personalità ben definita all'interno della scena avant prog contemporanea. La loro musica unisce chamber rock, ambient, folk, musica da camera e progressive sperimentale, mantenendo sempre al centro la melodia e l'atmosfera. Lo stesso progetto dichiara come propria finalità artistica quella di favorire valori quali empatia, comprensione e compassione, elementi che trovano una chiara traduzione nella dimensione sonora dell'album.

Fin dai primi minuti emerge una scrittura che rifugge i percorsi prevedibili. Le composizioni si sviluppano seguendo traiettorie mutevoli, nelle quali momenti contemplativi si alternano a passaggi più complessi senza mai smarrire il filo narrativo. La sensazione è quella di attraversare un paesaggio in continuo movimento, dove ogni brano apre nuove prospettive e nuovi colori.

Uno degli aspetti più affascinanti dell'opera risiede nella straordinaria ricchezza timbrica. Chitarre, clarinetti, rubab, balalaika, theremin, organo a canne, ukulele e una vasta gamma di percussioni convivono con sintetizzatori e campionamenti in una tavolozza sonora sorprendentemente coerente. La varietà degli strumenti non rappresenta un semplice sfoggio di possibilità espressive, ma contribuisce alla costruzione di un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.

Particolarmente significativa è la presenza della cantante slovena Sabina Vostner, protagonista vocale della maggior parte dei brani. La sua interpretazione si inserisce con naturalezza nelle architetture sonore progettate da Rozmainsky, aggiungendo una dimensione lirica che amplifica il carattere evocativo dell'intero lavoro.

I sette episodi che compongono l'album scorrono come capitoli di un'unica narrazione. Dall'intenso Blessed Is He That Considereth the Poor alla lunga title track conclusiva, il viaggio sonoro si dipana attraverso suggestioni folk, atmosfere cameristiche, aperture cinematografiche e passaggi di intensa spiritualità. Anche nei momenti più audaci e sperimentali la componente melodica continua a fungere da bussola, permettendo all'ascoltatore di seguire il percorso senza smarrirsi.

Più che impressionare attraverso il virtuosismo, The Faithful of the Land conquista grazie alla sua capacità di evocare immagini interiori e stati d'animo. È un'opera che richiede attenzione e disponibilità all'ascolto profondo, ma che sa restituire un'esperienza ricca di sfumature e significati. In un panorama sempre più affollato di formule consolidate, i Compassionizer continuano a percorrere una strada personale, confermando maturità artistica e coerenza espressiva.


Tracklist

1.   Blessed Is He That Considereth the Poor (10:07)

2.   In Exchange for His Soul (Part 1) (09:19)

3.   My Joy and Crown (03:38)

4.   Some That Trouble You (07:03)

5.   In Exchange for His Soul (Part 2) (03:11)

6.   Deep Calleth unto Deep at the Noise of Thy Waterspouts (07:41)

7.   The Faithful of the Land (11:21)


Line-up

-Serghei Liubcenco: chitarre elettriche e acustiche, basso, rubab, batteria e percussioni

-Leonid Perevalov: clarinetti bassi, piccolo clarinetto, flauto dolce

-Ivan Rozmainsky: concept, composizione, sintetizzatori e campionamenti

-AndRey Stefinoff: clarinetti

-Sabina Vostner: voce, ukulele


Ospiti

Dmitry Chichagov (balalaika), Kota Davudova (voce), Alexey Evlanov (chitarra acustica e balalaika), Alexey Krupa (theremin), Konstantin Mochalov (chitarra elettrica), Anna Nitsman (organo a canne Herberts Kolbe), Oleg Prilutsky (tromba).


Crediti

Musiche e concept di Rozmainsky.
Mixaggio e mastering di Anatoly Nikulin.
Artwork di Dmitry Petrov-Tverskoy e Alexander Medvedev.
Pubblicato da ArtBeat Music il 15 settembre 2026.


Un lavoro originale e immersivo, capace di coniugare ricerca, spiritualità e sensibilità melodica in una forma personale e convincente.

Spotify link

https://open.spotify.com/album/6VHEPe07WzugkIdIVWzBhZ

YouTube link

https://m.youtube.com/watch?v=X-LfWAda1v4&list=RDX-LfWAda1v4&start_radio=1&t=256s&pp=ygUjQ29tcGFzc2lvbml6ZXIgZmFpdG


Essential Links

https://compassionizer.bandcamp.com/music 

https://www.progarchives.com/artist.asp?id=11480





 

mercoledì 7 ottobre 2026

Flashback Beat: 31anni senza Victor Sogliani, il motore ritmo-psichedelico dell'Equipe 84

 

Era il 7 ottobre 1995 quando si spense Victor Sogliani (1943-1995). A 31 anni di distanza, ricordiamo il bassista che ha dato il groove a brani simbolo dell'Equipe 84, incarnando l'anima più elettrica e irriverente degli anni d'oro italiani.

Il 7 ottobre è una data segnata dal ricordo di un uomo che, senza essere il frontman, ha tenuto unita la rivoluzione musicale di un decennio. Victor Adolfo Maria Sogliani era il bassista, il fondamento ritmico dell'Equipe 84, e la sua prematura scomparsa, trent'anni fa, lasciò un vuoto improvviso nel cuore del rock italiano.

Nato a Modena, portò nel gruppo – accanto a Maurizio Vandelli, Franco Ceccarelli e Alfio Cantarella – una passione viscerale per il beat di Liverpool e per le nascenti sonorità psichedeliche.

Mentre la voce di Vandelli dipingeva melodie indimenticabili, il basso di Sogliani era il vero motore pulsante dell'Equipe 84.

Ascoltate brani iconici come "Io ho in mente te", "29 Settembre" o l'ipnotica "Tutta mia la città": la linea di basso non è un mero riempitivo, ma un elemento di propulsione, sofisticato e incalzante, che trasportava l'ascoltatore dalle radio di Bandiera Gialla ai club più underground.

Sogliani era il musicista che teneva i piedi piantati nel rock, anche quando la band sperimentava con arrangiamenti orchestrali e psichedelici, garantendo sempre quella spinta elettrica essenziale.

Negli ultimi anni della sua vita, Sogliani mostrò una coerenza ammirevole. L'Equipe 84 subì diverse interruzioni e rinascite, ma Victor non rinunciò mai alla sua arte. Proprio nel 1995, si era lanciato in un ultimo, coraggioso progetto: l'Equipe Extra-D, un tentativo di riportare il beat ai suoi standard più elevati, libero da compromessi.

Victor Sogliani ci ha lasciato l'8 ottobre di trent'anni fa, ma le sue linee di basso, potenti e riconoscibili, continuano a vibrare in ogni remaster e cover dell'Equipe 84. Il suo ricordo è legato indissolubilmente a un'epoca in cui il rock in Italia era sinonimo di libertà, sperimentazione e, soprattutto, tanto inarrestabile groove.

Grazie Victor, la tua città, la tua musica, è ancora un po' tutta tua.




Auguri ad Alvaro Fella, voce leggendaria del Progressive Italiano, tra passato e sperimentazione

 

Oggi, 7 ottobre, è il compleanno di Alvaro Fella, una figura centrale e di spicco nel panorama musicale italiano. Noto per essere il carismatico cantautore e frontman della storica band di Rock Progressivo Italiano dei Jumbo, Fella è un artista la cui carriera non si è mai fermata, evolvendo con coraggio tra tradizione e nuove frontiere tecnologiche.

La sua eredità musicale è cementata dalla trilogia di album dei Jumbo nei primi anni '70: Jumbo (1972), DNA (1972) e Vietato ai minori di 18 anni? (1973). Fella ha saputo infondere contenuti sociali e una rara intensità emotiva, utilizzando la sua voce straordinaria per veicolare testi impegnati e attuali, distinguendosi nettamente nel panorama progressivo dell'epoca.

Il mio legame con Alvaro è profondo e personale. Avendo avuto il privilegio di intervistarlo più volte, ho sempre ammirato la sua inesauribile passione e lucidità nel narrare un'epoca cruciale della musica italiana. Proprio attraverso i suoi racconti, ho scoperto l'importanza storica di una serata in particolare: quella del 22 agosto 1972 al Teatro Alcione di Genova, in cui i Genesis, allora poco conosciuti, furono affiancati sul palco dagli Osanna e dai suoi Jumbo.

PER SAPERNE DI PIU' SU ALVARO FELLA-INTERVISTA

La prova più lampante della sua modernità e del suo spirito avanguardista è un progetto recentissimo di cui sono stato intermediario, un vero e proprio esperimento musicale che ha unito due mondi distanti.

In questa iniziativa, Alvaro Fella ha prestato la sua inconfondibile voce a un brano la cui musica era stata interamente composta da Gerd Weyhing utilizzando l'intelligenza artificiale per creare un'autentica melodia in stile Rock Progressivo degli anni Settanta.

LINK ALL'ARTICOLO E ASCOLTO DEL BRANO

Questo progetto non solo dimostra che Fella è un artista libero da preconcetti, ma sottolinea come la sua interpretazione unica sia in grado di dare anima e spessore persino a una composizione generata da algoritmi. È un ponte audace che collega il meglio del passato analogico con il futuro digitale della musica, seppur discutibile e imprevedibile negli sviluppi.

Fella è, a tutti gli effetti, un pioniere: lo fu negli anni '70 con la sua musica di contenuto, e lo è oggi, abbracciando la sperimentazione tecnologica. La sua carriera è un esempio di come l'arte, quando è autentica, superi le barriere temporali.

Tanti auguri di buon compleanno Alvaro!





Pink Floyd a Pompei


The Pink Floyd
Pompei, 4-7-ottobre 1971
Tratto dal libro"Io C'ero", di Mark Paytress


I Pink Floyd sono sempre stati il meno appariscente fra i gruppi progressive.

Già nel 1966, quando erano in procinto di abbandonare il R&B in favore del nuovo suono psichedelico, i quattro timidi ragazzi amavano nascondersi dietro le frangette e le luci caleidoscopiche del palco. Nel 1971, uscito da tempo di scena Syd Barrett, il compositore più prolifico del gruppo, quest’attitudine elusiva non era ancora venuta meno. Stavolta però erano montagne di modernissime apparecchiature a celarli alle platee. Infine, nell’autunno di quell’anno, il progetto di un vero e proprio fil musicale li indusse a rinunciare del tutto alla presenza del pubblico.
L’idea era quella di riprendere un concerto, ma senza la situazione di contorno tipica di un teatro o di un college. Così, su suggerimento del regista Adrian Maben, i quattro si trasferirono in un anfiteatro fra le rovine di Pompei, un’ambientazione perfetta per i loro lunghi brani, quasi del tutto strumentali . Mentre vapori e acque calde sgorgavano dal Vesuvio, i paesaggi sonori del gruppo si dipanavano con l’epica maestosità di piccole sinfonie post psichedeliche come “ Echoes” e “Sacerful of Secrets”.

“Il fatto che fosse girato in esterni e con immagini un po’ sgranate, compensò ampiamente l’assenza di pubblico. Era un posto straordinario, battuto dal vento, ma non sentimmo su di noi il peso della storia. Quando arrivammo con le apparecchiature non ci vennero in mente cose del tipo :” Ecco, mille anni dopo, invece dei leoni e dei cristiani , ci sono i Pink Floyd”. Ci sembrò più che altro un posto interessante. Ci rendemmo davvero conto dove eravamo quando, lasciato l’anfiteatro, visitammo le rovine intorno. La cosa più importante è che si tratta di una performance sorprendentemente buona, anche riascoltata dopo tanti anni. Era un periodo molto produttivo, forse il più produttivo nella storia del gruppo”.
Nick Mason, 2005.







martedì 6 ottobre 2026

L'ultimo assolo: ricordando Eddie Van Halen mancato il 6 ottobre 2020

 


Il 6 ottobre 2020 ci lasciava Eddie Van Halen, chitarrista e co-fondatore della band Van Halen. La sua scomparsa è avvenuta all'età di 65 anni, dopo aver combattuto a lungo contro il cancro.

Eddie Van Halen è stato un rivoluzionario in ambito musicale. È universalmente riconosciuto per aver ridefinito il modo di suonare la chitarra elettrica, introducendo tecniche e suoni che hanno cambiato per sempre il rock and roll.

La sua tecnica più iconica è senza dubbio il "tapping" (suonare le corde con entrambe le mani sulla tastiera), resa celebre dal capolavoro strumentale "Eruption" (1978). Quella breve, folgorante traccia divenne un vero e proprio manifesto, spingendo innumerevoli chitarristi a imparare e imitare il suo stile frenetico e innovativo.

Oltre alla tecnica, Eddie era un ingegnere del suono autodidatta. Non soddisfatto degli strumenti disponibili, creò la sua chitarra iconica, la "Frankenstrat", assemblando componenti di diverse marche per ottenere il suono aggressivo e personale che desiderava. Questo approccio pionieristico al modding degli strumenti e degli amplificatori è parte integrante del suo lascito.

Insieme al fratello Alex alla batteria, Eddie fondò i Van Halen nel 1972, una band che dominò le classifiche per decenni. Con il carismatico frontman David Lee Roth, la band sfornò successi intramontabili che spaziano dall'hard rock energico a inni pop più orecchiabili:

L’impatto di Eddie non si limitò solo ai brani della band. Celebre fu il suo contributo all'album Thriller di Michael Jackson, dove l'assolo di chitarra in "Beat It" aggiunse un tocco di rock incisivo a un brano pop, dimostrando la sua versatilità e il suo tocco inconfondibile.

Il suo stile, un misto inconfondibile di tecnica fulminea e pura gioia, non è svanito con l'ultimo accordo. È rimasto impresso nel DNA stesso del rock, un modello sonoro che le future generazioni non potranno ignorare.