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venerdì 4 ottobre 2024
La Seconda Genesi
giovedì 3 ottobre 2024
Marco Bonino-"The singer in the band": commento all'album e intervista all'autore
Ovviamente c’era di mezzo un concerto il cui resoconto è fruibile cliccando sul seguente link: https://athosenrile.blogspot.com/2024/09/serata-beat-e-rock-and-roll-ai-giardini.html
Musica beat, musica a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, performata
da un gruppo apparentemente improvvisato ma con un solido collante musicale.
In quella occasione ho conosciuto Marco
Bonino, musicista e chitarrista di lungo corso e di adeguata fama, il
cui pensiero - e parte della sua storia - emerge dall’intervista che propongo
a seguire.
Ma, oltre a cose “antiche” a cui non si può ovviamente rinunciare, esiste uno sguardo attento verso nuovi progetti, e Marco mi ha mostrato - e donato - il suo ultimo album, “The singer in the band”, rilasciato nel 2023, diffuso in digitale ma realizzato anche in formato fisico per un numero limitato di copie.
Tutto l'album, e i contenuti extra sulla chiavetta USB, sono disponibili su:
www.crislermusic.com (per maggiori info: info@crislermusic.com)
L’immagine a seguire sintetizza track list e crediti…
Dodici tracce suddivise su una quarantina di minuti con un
rispetto temporale della forma canzone, ed emerge come la collaborazione tra
Marco Bonino e Mike Shepstone sia una costante e qualcosa che trova
finalizzazione nella creazione di brani che, pur lasciando il profumo del
passato, si propongono come attuali e di una gradevolezza d’ascolto assoluta.
Per avere info recenti su Mike cliccare sul seguente link: https://athosenrile.blogspot.com/2024/09/intervista-mike-dei-rokes-mike.html
Vado ad intuito, avendo la certezza che “The singer in the
band” possa essere ascoltato da un pubblico trasversale e ogni singola
traccia abbia la potenzialità per trovare spazio in ogni rotazione radiofonica,
ma… credo che il progetto sia intimamente molto più complesso, ovvero, l’azione
creativa mi appare come legata ad una precisa necessità in questo particolare
momento della vita dell’autore.
Il percorso musicale di Bonino è stato lungo e variegato, ma
se facciamo riferimento ad album “da solista”, per trovare traccia di musica in
proprio occorre ritornare agli anni ’80, il che potrebbe significare che non c’è
stato tempo per realizzarla, ma, come accade in ogni campo artistico - anche in
ambito dilettantistico - quando arriva la giusta motivazione tutti gli alibi
cadono e ad ogni pensiero segue una rapida azione.
Ecco, nel mio “immaginare la situazione” ho idealizzato
Bonino che, arrivato ad un certo momento della vita, tira le fila delle sue
esperienze e riassume in musica la sua storia, l’incedere di un percorso
condizionato da un’era che lui definisce fortunata - e io concordo -, e nulla
come le rappresentazioni artistiche è in grado di disegnare uno stato d’animo
personale, che a quel punto va condiviso col mondo e resterà una testimonianza
per sempre.
Anticipo uno stralcio dell’intervista, quella dove l’autore dice: “La mia intenzione era quella di “fissare” in un album le canzoni scritte da me che più mi rappresentavano. Ci sono le influenze dei Beatles, c’è Randy Newman, Neil Sedaka, John Martyn… il rock and roll, il blues, la pop music anglosassone e anche qualche melodia latina. Insomma, c’è tutta la mia vita”.
Il cantato è rigorosamente in lingua inglese e ogni singola
traccia riporta a trame sonore che sono intrappolate nella testa di chi ha
qualche lustro alle spalle.
Melodie orecchiabili proposte con una voce delicata e sorprendente, con arrangiamenti notevoli.
Si inizia con Gipsy Heart, canzone sognante,
tra fratelli Gibb e Paul Young, con cori cesellatori e un solo di chitarra che,
verso la fine, svolta verso il rock, il tutto a delineare un cuore zingaro…
Summer Love si mantiene sul binomio voce/piano per oltre un minuto per
poi sfociare in un combo completo, romantico, dove la melodia si fa driver e la
memoria ritorna a momenti davvero formativi, quando Bonino, viveva la sua
adolescenza con gli echi di ciò che stava rivoluzionando il mondo, partendo da
San Francisco.
Long Time, come per il brano iniziale, ripropone l’ausilio autorale di
Shepstone e appare una cartolina inviata dal duo Lennon-McCartney: ma che bella!
Con Little More Marco si mette totalmente in
proprio e sciorina un pop ottantiano accattivante e ballabile, e a questo punto
dell’ascolto appare chiaro che ad ogni angolo è possibile aspettarsi la
sorpresa sonora.
Giving è una ballad lenta, ed è facile realizzare il parallelo con
quanto accadeva cinquant’anni fa nelle sale da ballo o nelle discoteche, con l’alternanza
tra canzoni dinamiche e altre adatte al ballo lento.
Ma questo ricordo non deve mettere in secondo piano la vera
essenza musicale che una slide sognante e una voce molto “Lennon”, evidenziano.
A questo punto del percorso arriva la title track,
a cui è dedicata una domanda specifica dell’intervista a seguire, ma, di più,
posso proporre un magnifico video che, partendo da tracce di “Mr. Tambourine
Man”, smuove miriadi di ricordi. In questi giorni la canzone “The singer
in the band” è entrata di diritto nella mia play list quotidiana,
canzone che, ne sono certo, non abbandonerò più.
Eileen è, a mio giudizio, una delle perle dell’album, una di quelle
canzoni che non necessita di una etichetta o di uno spazio di collocazione, è
bella e basta! Piano e voce, con un arrangiamento orchestrale e la messa in mostra
di qualche virtuosismo messo al servizio dell’atmosfera generale.
In un altro momento, in un’altra vita, sarebbe diventato un
must irrinunciabile… ma per questo c’è ancora speranza!
Lost and Forsaken conduce verso il modus espressivo del
Dylan elettrico, con una certa misura, quasi sottovoce, brano da viaggio coast
to coast!
Smile Again propone una ulteriore versione di Bonino, un misto tra pop, soul
music, jazz e soft rock, insomma, un caleidoscopio di skills e buon gusto
concentrato in quattro minuti che strappano all’ascoltatore ben più di un altro
sorriso!
One More Time si presenta come una sorta di pop d’oltreoceano, con il
sax a sottolineare la capacità di movimento all’interno di ambientazione soul.
Non avrei scommesso sul tocco autorale di Mike, e invece…
United Again ha un sapore aulico e riporta ad un sound che mette
in primo piano la melodia, la pacatezza di volumi, l’eleganza compositiva e
interpretativa e, un ascolto non preparato, mi avrebbe condotto verso lidi lontani,
non certo italici.
L’album si conclude con Mama Song, una canzone
che immagino abbia un grande valore affettivo, una spremuta di ricordi che
ritornano a galla ogni volta che certe musiche emergono, più o meno volontarie.
La degna chiusura di un viaggio, gioioso e sofferto, stati d'animo che solo
l’album dei ricordi può provocare, un bilancio di vita, con la triste
consapevolezza che gran parte del percorso è stato fatto, ma con l’immensa
gioia di aver vissuto il meglio, e con la speranza/certezza che ci sia ancora
molto da dire e da fare.
Un album che consiglio, che fila via liscio mentre la nostra
auto ci trasporta, e la nostra mente vagola alla ricerca di momenti del passato
che solo la musica riesce a stimolare.
Grazie a Marco Bonino che, sfortunatamente, ho conosciuto con colpevole ritardo. Ma c’è ancora tempo!
Vorrei iniziare con un tuo pensiero rispetto a quanto è andato in scena il 19 settembre a Savona… il tuo feeling di serata…
Amo da sempre cantare e suonare in spazi piccoli in cui il pubblico è “amico” e non “spettatore”. Nel periodo, ad esempio dei miei concerti con Ron, Dalla e gli Stadio nei grandi spazi quasi non riuscivo a vedere se il pubblico ci fosse o no. Mi piace molto anche parlare con gli spettatori. Ai Serenella c’era proprio l’atmosfera che preferisco.
Potresti raccontare l’evoluzione della tua storia musicale
che, a quanto ho sentito appare corposa?
Ho iniziato prestissimo. A 10 anni cantavo e suonavo Elvis, Sedaka e Anka. A 12 i Beatles. A 20 i Genesis con il gruppo OFF. Tra il 1978 e il 1982 i concerti come supporter e chitarrista con David Bromberg, John Martyn,i Flying Burrito, i Pentangle, gli Strawbs e Mike Bloomfield. Fantastico periodo di crescita. Poi la “Paul Kelly Band” e il blues. Poi il lavoro di arrangiatore e produttore musicale per i Nuovi Angeli, Mal, Gian Pieretti, Donatello, Dino, Camaleonti e i Rokes per cui ho suonato e scritto varie canzoni. E ancora i miei album da solista: “Help me to hear” (MAMA BARLEY), 1981, con la partecipazione di Bromberg, Byrds, Kelly, Happy Traum e John James. Poi nel 1984 “Unknown great hits” (Homberger Records) e con i Blaze (“Green grass”(Acid Jazz Records) pubblicato in UK nel 1998 e entrato nelle classifiche inglesi). E arriviamo al mio nuovo album nuovo, “The singer in the band” (PULL Records 2024).
Esiste un momento della tua vita che giudichi decisivo per
l’indirizzo del tuo percorso musicale?
Certo. I Beatles. Soprattutto John Lennon con il suo atteggiamento e la sua ironia. Dal punto di vista musicale un’altra svolta è arrivata con Randy Newman, un compositore ineguagliabile per intensità e melodia che ha influenzato molto il mio modo di comporre musica.
Riesci a trovare nella tua storia personale un incontro
positivamente “sconvolgente”, di quelli mai avresti pensato di fare?
Tanti gli incontri e molti importanti. Quello con Bloomfield, ad esempio, che voleva portarmi a Pasadena con lui. O quello con John Martyn che di notte mi insegnava le sue “accordature aperte”.
Ho appena ascoltato il tuo album “The singer in the band”,
che a breve commenterò, ma ho qualche curiosità, e la prima riguarda la tua
collaborazione autorale con Mike Shepstone (ex batterista dei The Rokes): come
è nato il connubio?
Una decina di anni fa ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di comporre canzoni insieme. Prima abbiamo completato un album di loro hits e qualche inedito (“Rokes4ever”, 2016, Azzurra Music). Un’emozione grandissima anche suonare con Mike e Bobby Posner, l’altro “Rokes” con la voglia di continuare. Con Mike poi c’è davvero una sintonia magica. Stiamo scrivendo da anni anche nuovi brani per un grande produttore americano, Shel Talmy, che produsse negli anni ‘60 i primi dischi degli WHO e dei KINKS. D’altronde Mike dopo l’esperienza dei Rokes tornò in UK e divenne un autore di grande successo (Sylvie Vartan, Joe Dassin, Freda, Middle of the road, Francoise Hardy, Demis Roussos).
Nei crediti ho visto il nome di un altro ex Rokes, quello di
Bobby Posner…
Anche con Bobby c’è una profonda amicizia e una grande passione per il rock and roll. Da un po’ di anni vive in Italia e così almeno regolarmente ci ritroviamo da me in studio a suonare e a ... ricordare: una persona fantastica!
La title track riporta alla nota “Mr Tambourine Man”, con
l’arpeggio iniziale alla “Byrds”, cioè il brano che avete usato come bis nella performance
savonese: cosa lega te e Mike a quel pezzo?
Ho voluto inserire quel riff di Rickenbacker 12 corde per puntualizzare che il “sound” del mio album voleva essere quello di un disco “vero”, tutto “suonato”, senza elettronica, e mi sembrava che non ci fosse nulla di più caratteristico di quel “riff”.
Mi piace cercare la concettualità in ogni album e anche in
questo caso mi viene spontaneo trovare il fil rouge, ma vorrei sapere il tuo
punto di vista sul collante che lega le varie tracce e quale sia l’esigenza
personale che ti ha portato alla creazione del progetto.
Il brano “Summer love” ha chiari riferimenti storici e lo
utilizzo per chiederti… come hai vissuto quegli anni in cui eri adolescente e
che influenza hanno avuto su di te?
La mia generazione è stata davvero fortunata. Sogni di libertà, pace, musica e amore. Come una lunga interminabile “estate”. Sì, mi sento davvero fortunato. La mia “visione della vita” non è mai cambiata, nonostante quello che sta succedendo oggi.
Un’ultima cosa… pensi che potrà esserci occasione per
proporre dal vivo “The singer of the band?”.
Nonostante l’album sia stato presentato ormai da mesi, in
effetti non ho ancora iniziato una promozione vera. La sto organizzando a breve
perché è arrivato il momento di dedicare il mio tempo al pubblico. Quindi per
l’ennesima volta canterò e suonerò dal vivo e sicuramente con i miei “amici
storici”. Questa è la mia vita.
mercoledì 2 ottobre 2024
First International Pop Festival: storia del primo, disastroso festival italiano (1968)
Siamo nella Roma del 1968, suonano i Pink Floyd al Palazzo dello Sport ma nessuno ci va. Come mai? Questa è la storia del First International Pop Festival
Sono capitato casualmente su di un video di ottima qualità
che riporta ad un festival pop romano del 1968, evento di cui non avevo mai
sentito parlare, il First International Pop Festival. Era il 1968.
Nelle righe a seguire è possibile chiarirsi le idee attraverso
informazioni che ho catturato da un articolo stilato da RollingStone, ma
anticipo un paio di chicche, per me assolute novità.
La prima riporta ai Ten Years After e a suo leader Alvin
Lee che per la prima volta ho visto con… i riccioli!
Ma la seconda è ancora più sorprendente perché fa riferimento
ai The Nice e… non avevo idea che anche Keith Emerson avesse mai un ruolo
vocale e devo dire che la sua voce non era niente male!
Il primo festival mai organizzato in Italia viene ricordato
come un totale disastro economico e organizzativo. Questo nonostante fossero
nel cartellone gruppi non proprio sconosciuti come Pink Floyd, Byrds o Captain
Beefheart in persona.
Si deve a una coppia di giovani americani, Jerry e Patricia Fife, l’idea dell’intero evento. Solo un anno prima, i due videro Jimi Hendrix rottamare col fuoco la sua chitarra sul palco del Monterey Pop Festival. È il momento culminante della Summer Of Love e, trasportati dall’onda dell’entusiasmo per questo nuovo movimento giovanile, non passa molto prima che prendano una decisione: bisogna ripetere il tutto in Europa.
Ma perché “pop”? E perché proprio Roma? Alla prima domanda
qualsiasi papà potrà rispondere: all’epoca non c’è nessuna etichetta distintiva
fra rock, psych o persino il prog che verrà qualche anno più tardi. Si chiamavamo
tutto pop, musica pop, non intesa come popolare o commerciale, ma semplicemente
pop.
Quanto alla scelta di Roma come location, probabilmente va ricercata nel crescente movimento di “capelloni” di Piazza di Spagna e del circolo ristretto della Roma bene che qualche anno prima aveva dato vita al Piper. Un’élite che grazie ai suoi vari dandy e viveur aveva permesso al mito dolcevitiano di sopravvivere agli anni Cinquanta, facendo della capitale uno snodo centrale dell’arte e della cultura mondiale.
Peccato però che, come vedremo, le sole élite benpensanti non bastino a riempire il Palazzo dello Sport dell’EUR.
E così, il First International Pop Festival viene
lanciato a inizio 1968. Sui primi volantini si legge che i quattro giorni del
festival si terranno il mese successivo, a febbraio.
A guardare i nomi sbandierati nel fantomatico cartellone c’è
da impallidire. Sono davvero grossi, forse un po’ troppo grossi per essere
veri: The Who, Pink Floyd, Cream, Soft Machine, Jimi Hendrix, Byrds, Nice,
Quicksilver Messenger Service. Poi però, tirate le prime somme, ci si rende
conto che 1) non è una mossa furba lanciare un evento del genere con un solo
mese di anticipo e 2) non esiste minimamente la cifra richiesta per pagare
tutti gli artisti promessi nei primi flyer. Ma neanche per pagarne la metà.
Così, dopo un paio di slittamenti, l’evento viene fissato
definitivamente a maggio 1968, da sabato 4 a martedì 7 compresi.
Quanto agli artisti, la prima lista viene ovviamente
ridimensionata. In compenso tra i confermati rimangono Pink Floyd, Byrds,
Nice, Captain Beefheart con la sua Magic Band, Nice, Soft Machine
più una sfilza di gruppi beat minori, tra cui gli italianissimi Camaleonti e
Giganti.
Anche Jimi Hendrix sulle prime conferma, ma per problemi di incastri fra date è costretto a rinunciare in un secondo momento. Riuscirà ad arrivare nella capitale il 25 maggio, dove suonerà in una doppia data in un Teatro Brancaccio letteralmente preso d’assalto dalla folla.
Non soddisfatti di essersi dilapidati un patrimonio in artisti famosi (si dice che Jerry Fife fece fuori tutti i soldi che aveva ereditato dai parenti), gli organizzatori invitano anche fior fiore di stampa internazionale, tra cui la BBC, Melody Maker, la TV bavarese o la radio olandese VPRO. Ma è chiaro fin da subito che per colpa di una totale mancanza di comunicazione e promozione preventiva, i giovani hippie europei non si presentano né alla prima né alle altre serate al Palazzo dello Sport, immensa struttura costruita otto anni prima in occasione delle Olimpiadi. Nemmeno i giovani capelloni romani danno segno di vita, condannando il festival a una presenza giornaliera di 800-1000 persone e a una complessiva di 4000. Per il gran finale di martedì le porte del Palazzo nemmeno vengono aperte. La serata viene infatti dirottata al più intimo Piper Club.
Va da sé che alla stampa straniera non rimane che stroncare malamente gli sforzi ammirevoli ma maldestri di Jerry e Patricia Fife. Melody Maker definisce il festival “The pop-flop of ´68”, la BBC si limita a un pacato girato con poco commento e qualche veloce in quadratura al pubblico (uno spezzone sta qualche riga qui sopra), mentre il commentatore olandese di VPRO ci va più pesante di tutti: “La scelta di Roma è stata assurda. Per quanto riguarda la musica pop l’Italia è così indietro. Non esiste una scena underground di alcun genere, che è ciò di cui solitamente campano questi festival. Roma è una strana città formale piena di impiegati statali. L’idea che la gioventù sarebbe arrivata in auto da tutta l’Europa è stata un tipico errore di valutazione americano, perché i giovani europei non hanno automobili. Per farla breve, mi è venuto un nodo alla gola a vedere i Byrds esibirsi davanti a 800 persone, metà delle quali ha chiacchierato per tutto il tempo».
La performance dei Floyd, tra l’altro una delle prime in
assoluto con David Gilmour al posto di Crazy Diamond Barrett, è assolutamente
dignitosa. È la sera del 6 maggio, i quattro attaccano con Astronomy Domine e
proseguono nella brevissima scaletta con altri tre pezzi: Pow R. Toc H,
Interstellar Overdrive e Set the Controls for the Heart of the Sun. Fanno un
bell’inchino davanti alle poche centinaia di fan soddisfatti e se ne vanno. È
dopo di loro che iniziano i problemi.
Salgono sul palco i Move di Roy Wood, che a metà esibizione
accendono dei fuochi d’artificio per movimentare lo spettacolo. La polizia non
capisce e interviene sparando lacrimogeni all’interno del Palazzetto. Panico.
La folla si disperde, la strumentazione viene danneggiata (non ci sarà verso di
convincere il service a sostituirla per il giorno dopo).
Il First International Pop Festival finisce così, con quattro gatti al Piper e un buco nell’acqua grande come un Palazzo dello Sport.
Parlando di rock blues… Al Kooper…
martedì 1 ottobre 2024
Ohio Express, la band dell'indimenticabile “Yummy Yummy Yummy”
“A Plague of Lighthouse Keepers": la suite di "Pawn Hearts" - I Van der Graaf Generator tra solitudine e speranza
All’interno dell’album “Pawn Hearts” (1971) dei Van der Graaf Generator,
uno dei miei preferiti in assoluto, troviamo la suite “A Plague of Lighthouse Keepers”, suddivisa in
dieci sezioni.
Venne incisa nel corso di molte
sessioni, in alternanza all'attività live della band. Per questo motivo ci
vollero circa quattro mesi per registrarne tutte le singole parti, unite poi
in fase di mixaggio.
Il pensiero del tecnico, il
produttore John Anthony, tende ad enfatizzare la tecnologia del momento: “La
traccia presentava una maggiore ricercatezza rispetto agli altri album, e abbiamo
spinto al limite le capacità del Trident, utilizzando ogni singolo strumento
presente negli studi di registrazione".
Le sperimentazioni di cui parla
Anthony includevano varie tecniche, come la manipolazione del nastro e perlustrazioni
sonore tramite l'utilizzo di mellotron e sintetizzatore. David Jackson affermò
che una parte venne sovraincisa ben 16 volte. Alle registrazioni partecipò
anche Robert Fripp dei King Crimson come ospite alla chitarra, il cui
contributo può essere ascoltato nei minuti 8:10-10:20 e verso la fine della
canzone.
A proposito delle liriche, Peter
Hammill dichiarò: "È semplicemente la storia di un guardiano del faro,
di base è solo quella. Viene narrato il suo senso di colpa e i suoi complessi
nel vedere morire le persone, lasciando che esse periscano senza poterle
aiutare. Non c'è una vera una fine, sta all’ascoltatore decidere la conclusione
più appropriata.”
Il narratore lotta contro la solitudine,
l'isolamento, la disperazione e il tormento, mentre aspetta che qualcuno lo
salvi dalla sua terribile situazione. Il suo isolamento interiore e fisico è reale,
ed egli lancia una nota profetica sul fatto che il disastro lo annienterà se
non agirà al più presto.
Dalla canzone sgorgano molteplici
immagini molto chiare che riflettono il tumulto interiore dell’uomo: gli
spettri e gli scheletri delle navi che passano davanti alla sua torre, le onde
che si infrangono contro le pietre, le maschere bianche di ossa e mascelle di
ferro dei fantasmi.
Mentre il guardiano è testimone di
molte cose orribili, si rende anche conto di essere bloccato in un ciclo
infinito di sofferenza, e alla fine sembra accettare il suo destino e abbraccia
la presenza della notte, riprendendosi dalla tristezza, dal lutto e dal dolore
che ha vissuto.
Sono questi gli effetti dell'isolamento,
della solitudine, che portano alla sensazione di essere intrappolati a causa
delle circostanze determinate dalla vita.
A mio giudizio un capolavoro, rappresentativo di un album di cui non si può fare a meno.
Artista:
Van der Graaf Generator
Autore/i:
Peter Hammill, Hugh Banton, Guy Evans, David Jackson
Album: Pawn Hearts
Data:1971
Etichetta: Charisma
Durata: 23:04














