lunedì 14 settembre 2009
Glauco Cartocci a Savona e Sassello
L’estate che sta per terminare è stata
densa di avvenimenti significativi.
Vorrei fare tra qualche giorno una
specie di lista, nella speranza che anche il mese di settembre mi regali
qualcosa da ricordare per sempre.
I miei momenti “importanti” sono
spesso legati al mondo musicale, ma alla fine le escursioni in quella che io
definisco la “sfera magica”, diventano un mezzo efficace per arrivare a nuove
conoscenze e quindi a nuove esperienze.
Scelgo oggi un incontro di metà
estate, riuscito sotto tutti i punti di vista, e nemmeno i contrattempi
caratteristici di ogni evento, sono riusciti a scalfire la sua qualità.
Faccio un passo indietro.
Da molti mesi la mia amica Danila
Cerato aveva preso un accordo con Glauco Cartocci per organizzare la
presentazione dei suoi tre libri “musicali” a Sassello, in provincia di Savona.
Glauco è un amico romano, dai più ampi
interessi, e nel caso specifico si sarebbe ovviamente presentato come
scrittore.
Col passare del tempo (la pensata era
di inizio anno), ha preso corpo l’idea di realizzare un doppio incontro, Savona
prima di Sassello, il tutto favorito dall’accordo con Sandro Signorile,
musicista e musicofilo, e Barbara Rossetti, che hanno messo a disposizione la
loro tipografia, che si è dimostrata una splendida location.
Per una serie di motivi la decisione
finale è stata presa solo nell’ultima settimana, e si è quindi dovuti ricorrere
ad una sorta di improvvisazione, almeno per Savona, la cui più grave
conseguenza è stata la mancanza di parte dei libri destinati ai presenti,
arrivati poi per il secondo incontro a Sassello.
Ma di quali libri sto scrivendo?
Sono tre, “Com’era nero il
vinile”, “L’uomo dei rockodrilli” e forse il più famoso, “Il
caso del doppio beatle”, il volume che ha favorito le numerose
frequentazioni di Glauco in televisione in qualità di esperto “beatlesiano”.
Nelle previsioni iniziali “Il caso
del doppio beatle” doveva rimanere argomento per la seconda serata, ma la
curiosità di conoscere la verità su Paul McCartney ha portato il pubblico competente
a spingere verso “Abbey Road”, e Cartocci non si è tirato indietro.
Il possibile flop di questa prima
presentazione era legato ad alcuni aspetti significativi.
Poco tempo per avvisare i possibili
interessati (tre giorni), una data infelice, il 31 luglio - vuoi per la gente
in vacanza, vuoi per il caldo e vuoi perché i venerdì sera estivi di una città
che vive (e quasi dorme) negli stabilimenti balneari, significano muscolate,
spaghettate e cene in compagnia.
Nonostante questo, il pubblico era
presente, e come sottolineavo prima, competente, e mi sono divertito nel porre le domande a Glauco.
La tipografia Sxs è stata
"modificata", trasformata dalla presenza massiccia di vinili,
strumenti e ampli, mentre una zona è stata allestita per il catering… un’organizzazione
davvero “adulta”.
Per la cronaca, la serata era nata
sotto il patrocinio dalla neonata associazione culturale “LiberArti”, di cui
molti dei presenti facevano parte.
Un po’ di presentazione dell’autore e
dei suoi tre libri, e tante domande che hanno stimolato Glauco ad approfondire
sino a livello di dettaglio.
L’impressione che ho avuto è che, in
assenza di naturali limiti di tempo, la serata sarebbe andata avanti a lungo,
con soddisfazione di tutti.
Sì, soddisfazione per la riuscita
dell’evento e per la rigorosità quasi scientifica con cui sono stati affrontati
certi aspetti.
Gratificazioni per Glauco e signora
(mi è sembrato di vederli a loro agio), per noi che già conoscevamo l’autore, e
anche per chi ha avuto questo primo contatto con lui.
Come scrivevo all’inizio, un’occasione
fantastica per nuove interessanti conoscenze.
Il giorno successivo, 1°agosto, replay
su una suggestiva piazzetta di Sassello, paese dell'entroterra stracolmo di
turisti nei mesi estivi.
Nuovo giro e nuova associazione
culturale.
Un’altra bella presentazione, con un
bravo introduttore, con presenza di musicisti in mezzo al pubblico. Finalmente
i libri sono arrivati!
Un’ora di domande e risposte e poi una
bella festa a casa di Danila, che ha approfittato per festeggiare la laurea
appena ottenuta.
Anche questa è stata un’occasione per
intrecciare conoscenze e interessi, e come sempre mi capita in queste occasioni
ho verificato come la musica sia un impareggiabile veicolo che conduce verso
nuove amicizie.
E così vedere parlare Glauco con
Albertino o i gemelli Terribile, come il giorno prima era accaduto con Franco,
Marina, Ferdinando e Bobo, tanto per citare alcuni dei presenti, come fossero
amici di lunga data, mi ha dato molta soddisfazione e devo dire che la “due
giorni” che ha collegato l’asse Roma- Savona, mi resterà nel cuore per sempre.
Era forse l’una del mattino quando
lasciavamo il giardino di Danila, stanchi e contenti, ma con un filo di
tristezza per la fine di una bella serata, non facilmente ripetibile.
(alzare al massimo il volume)
mercoledì 9 settembre 2009
Acqui Terme, 6-9-09, Piazza della Bollente
La mia frequentazione del mondo “Tulliano” ( inteso come tutto ciò che circonda i fan dei Jethro Tull), mi ha permesso di realizzare “quadretti musicali” un tempo impensabili.
Le Convention in particolare, garantiscono il contatto con gli artisti e, soprattutto, aiutano a realizzare delle collaborazioni sul palco inusuali, a favore di un pubblico estasiato.
Ho scritto in tutte le salse e in differenti spazi di quanto siano stati gradevoli i concerti di Alba e Oviglio, quelli che hanno visto la " base" della Beggar’s Farm miscelata con personaggi come Clive Bunker, Bernardo Lanzetti, Rodolfo Maltese e Aldo Ascolese.
Sottolineo che non si tratta di puri ospiti, ma di persone che integrano il gruppo. Questo è quello che arriva alla gente.
L'altra sera, a Acqui Terme, Piazza della Bollente, si è sconfinato nella zona di ciò che apparentemente sembrerebbe irrealizzabile.
Non mi riferisco al particolare tipo di musica, che può più o meno essere gradita (anche se dal vivo cambia la prospettiva e può risultare piacevole ciò che non si ama su disco), ma ai personaggi sul palco.
Chiunque abbia seguito il rock sa chi sia Clive Bunker, il primo batterista dei Tull, presente all’isola di Wight. E come non ricordarsi di Ian Paice, batterista dei Deep Purple?
Nomi altisonanti, tuttora in giro per i palchi del mondo, con enorme energia nonostante l’età non sia più verde.
Ma mai avrei pensato di poterli vedere assieme on stage, duettare tra rullanti e piatti, divertendosi come giovanotti in carriera.
Per gente come me, con ancora vivo il ricordo degli dagli anni '70 , sono queste immagini molto forti, ma non credo che certe emozioni siano riservate solo al pubblico “maturo”.
Alla fine del concerto mi si sono avvicinati due amici giovani, molto giovani, a cui avevo consigliato la partecipazione, e li ho trovati euforici mentre mi ringraziavano per il suggerimento dato.
Certi spettacoli non hanno età.
Ma partiamo dall’inizio, da quella fantastica piazza chiamata semplicemente “la bollente” per effetto della presenza di un'edicola marmorea da cui sgorga l'acqua bollente: 560 litri al minuto a 75 C° di “liquido curativo”.
Scenario suggestivo e risposta del pubblico incredibile che rimarrà sino alla fine (in piedi) dello spettacolo: almeno 3 ore di musica.
Franco Taulino conduce il gioco e tutta la prima parte dello spettacolo è dedicata ai Jethro Tull.
Negli ultimi concerti Franco mi era sembrato più defilato, più impegnato sugli aspetti organizzativi, ma nell’occasione ritorna a essere la figura musicale conosciuta.
La Beggar’s presenta due ex Tull doc, Clive Bunker e Jonathan Noice, e già questo sarebbe valso il prezzo del biglietto( è solo un modo di dire “calcistico”, perché lo spettacolo in realtà era gratis, altro aspetto incredibile della serata).
Il gruppo è ormai consolidato, ma spenderei una parola in più per Marcello Chiaraluce, il chitarrista, che bazzicherà il palco per tutta la serata, passando con scioltezza dai Jethro ai Deep Purple ai Led Zeppelin.
Lo vidi per la prima volta alla convention di Alessandria nel 2006, per niente in soggezione accanto a Ian Anderson eseguendo Aqualung, e mi sembra di notare miglioramenti continui e una notevole maturità di esecuzione.
Dopo un’ora di repertorio “Jethro”, condito da presenze differenti (Andrea Vercesi alla chitarra acustica, Andrea Garavelli al basso, Kenny Valle alle tastiere, Taulino junior al flauto, Phil Hilborne alla chitarra e Franco Gastaldo alla batteria), si cambia registro.
Sul palco arrivano Roberto Tiranti, famoso cantante della sfera metal, Neil Otupacca alle tastiere e… la stella, Ian Paice.
Si parte con “Child in Time” ovvero repertorio Deep Purple e non poteva essere diversamente.
Nel corso di questa sessione si alterneranno anche Phil Hilborne e il bassista Neil Murray.
Il repertorio è quello superconosciuto, che personalmente non amo molto, ma come evidenziavo prima, l’esibizione live può essere di forte impatto.
Anche la fantastica voce di Tiranti rientra in questo concetto… particolarissima, ma comunque straordinaria.
Che dire di Ian Paice , questi “vecchietti terribili” ci stanno abituando a esibizioni da superman, tenendo conto che la batteria richiede un sforzo puro superiore ad altri strumenti, e Paice dimostra un’energia invidiabile(la classe è rimasta quella di un tempo)
E arriva il momento del gruppo straniero… omogeneo.
Al mio arrivo sulla piazza avevo captato tensioni legate al comportamento un po’… vacanziero di questi musicisti, non troppo inclini a prove e soundcheck.
Ian Paice li presenta come una brancata di amici sul palco, chiedendo al pubblico un po’ di clemenza in caso di piccoli errori, ma il gruppo se la cava egregiamente e riesce a infiammare il pubblico dei più rockettari.
Tanto rock, con i pezzi più conosciuti dei Purple, da “Mistreated“ a “Smoke on the Water”.
Alla voce lo scozzese Doogie White (ex Rainbow).
La mezzanotte è superata ma c’è ancora spazio per tre brani dei Led Zeppelin, con l’apoteosi finale che vede tutti i protagonisti sul palco che segnano l’epilogo di una grande serata di rock.
Alla fine Franco Taulino appare soddisfatto e sottolinea che è stata una grande serata.
Anche Wazza Kanazza ha avuto grande successo al banco del merchandise e il pubblico non nasconde il gradimento per una serata diversa, dei ricordi per alcuni, della curiosità per altri, della soddisfazione per tutti i presenti.
Ancora una volta un grazie a chi ha permesso di mettere in scena uno spettacolo simile… ormai ci siamo abituati bene!!
lunedì 7 settembre 2009
Flektogon/Nodo Gordiano
Poco tempo fa ho ricevuto una copia del nuovo lavoro del “Nodo Gordiano”: “… sentilo e dimmi cosa ne pensi”.
Il nome mi riportava a qualcosa di conosciuto, e soltanto il giorno dopo, entrando nel sito “Itullians” in cui era contenuto un apposito post, ho collegato “Nodo Gordiano” a Carlo Fattorini, batterista (anche) degli OAK, romano, conosciuto lo scorso anno alla Convention dei Jethro Tull di Alessandria.
Una considerazione di carattere generale, poco “musicale”, e molto commerciale.
“Flektogon”, nome dell’album, mi sembra un lavoro molto complicato e curato, non di presa immediata, e l’impressione che ho avuto è che la formula usata sia quella della sperimentazione, della libertà espressiva, della contaminazione, con l’unico obiettivo rivolto alla qualità e alla soddisfazione personale. Insomma, nessuna concessione e nessun pensiero rivolto alla vendibilità del prodotto, avendo la coscienza che certa musica, questa musica, è da considerarsi di nicchia.
E’ questa nicchia è quella che prediligo.
Sempre rimanendo sul generale, ascoltando il CD in auto (la prima volta), ho desiderato avere tra le mani il vinile e ho immaginato di ricreare l’atmosfera di un tempo, quando ascoltare musica era anche un rito, quando si passavano ore, soli… ma meglio in compagnia, a sezionare, sviscerare, “leggere” una musica appena uscita, magari litigando con vigore per evidenziare i propri convincimenti.
Mettere sul un “piatto” “Selling England by the Pound”, tanto per ricordare un mio antico amore, e risentirlo a raffica, cercando di captarne le sfumature, è una cosa che non facciamo più, purtroppo.
“Flektogon" richiederebbe questo atto antico.
Una cinquantina di minuti di musica, quasi esclusivamente suonata, se si esclude la voce di Silvia Scozzi, presente nell’iniziale “Theatro di Memoria”, che riportano a suoni che appartengono ai musicofili “vintage” quale io sono, e su cui appare importante ricercare le influenze esterne.
La ricerca delle similitudini col passato, nell’ambito di questo mio “divertimento” non ha lo scopo di sminuire il lavoro che ho tra le mani, ma identificare un nuovo gruppo o una nuova musica con qualcosa di già conosciuto aiuta il lettore a farsi un’idea, salvo poi svilupparla con il solito effetto domino che appartiene ai più curiosi.

Il primo brano 8.08), il già citato “Theatro di Memoria”, mi ha ricondotto immediatamente a “ Larks' Tongues in Aspic”, brano/disco che riuscii a vedere eseguito dal vivo, ai tempi della sua uscita.
La contaminazione di Fripp e soci viene a galla e leggendo le note biografiche del gruppo l’amore per i King Crimson risulta palese. Ma il coro iniziale e la voce “lirica” di Silvia Scozzi , caratterizzante la seconda parte del brano, sono tocchi pregevoli che danno il senso dell’originalità.
Ho apprezzato particolarmente il crescendo concomitante con la fine del coro, che crea uno stato di tensione prima dell’esplosione dei ritmi e dei suoni.
Ozymandias part 1 (3.42) è segnato dal “divagare” percussivo, con una melodia precisa in sottofondo, e un’atmosfera da sogno, da altri mondi.
Sperimentazione e minimalismo, miscela tra ciò che un tempo si usava chiamare musica “contemporanea “ e new age.
“Avventure di Mastarna” è il brano più lungo dell’intero lavoro, oltre 30 minuti.
Situazioni e ritmi che mutano, calma dopo la tempesta, serenità e vigore.
“Devastante” l’impatto col sax, che riporta a Earthbound , primo live dei Re Cremisi.
Ozymandias part 2 (5.36) è incentrato sul lungo assolo di Fattorini, circa 3 minuti di ritmi e percussioni, inusuali per un lavoro in studio, e difficili da vedere anche nelle sezioni live.
L’ascolto attento riporta anche ad alcune atmosfere della musica di Canterbury, in particolare dei Gong.
Ultimo brano, Zeitgeist (5.23). Ho chiuso gli occhi è ho sentito un lungo duetto tra Steve Howe e Chris Squire, sensazione perfetta per l’epilogo di un disco da comprare.
Come definire questo disco del “Nodo Gordiano” … new prog?
Le etichette sono antipatiche, ma necessarie a dare una collocazione precisa.
Io lo classificherei come un bel disco di musica senza tempo, al di fuori delle mode e delle imposizioni.
Bravi musicisti, buone idee, coraggio e proposta gradevole.
Un ‘ultima considerazione: l’espressione “nodo gordiano” è di norma utilizzata per indicare una difficoltà elevatissima, superabile solo con estrema tenacia. Credo che la vita di chi fa musica, per amore della musica, possa apparire a volte senza chiari sbocchi, ma la soddisfazione legata alla realizzazione di un lavoro come “Flektogon” dovrebbe rappresentare una grossa gratificazione e motivare e spingere sulla sola strada della qualità.
Complimenti!
Tutte le informazioni sul Nodo Gordiano( storia, formazioni, album) si possono trovare sul sito:
http://www.nodogordiano.com/
Flektogon Può essere acquistato online al seguente indirizzo:
http://www.btf.it/
sabato 29 agosto 2009
Jethro Tull a Riolo Terme

Il concerto del 4
luglio a Bergamo aveva lasciato l’amaro in bocca.
Location fantastica, Jethro Tull in forma, ma tempo infame e performance ridotta
a 12 brani, per un totale di un’ora e quindici minuti:
Mi ero lasciato con
tanti conoscenti ipotizzando un nuovo incontro per rivedere i Tull, a Riolo
Terme, in provincia di Ravenna, il 27 agosto.
Decido all’ultimo
minuto e alle 15.35 sono al cospetto del mitico Alessandro Gaglione, che
nell’occasione somma il ruolo di eminenza tullica a quello di autista: il suo
navigatore prevede un arrivo attorno alle 19.
Con noi una nuova e
preparata fan, Caterina, conosciuta casualmente a Bergamo.
Il mio concerto inizia
qui o meglio, è iniziato nel momento in cui ho deciso di partire.
Il viaggio di andata
non pesa, abbiamo tante cose da scoprire e soprattutto l’eccitazione da evento
imminente.
Escono fuori scalette
ideali e Ale la butta lì:” Sarebbe bello ascoltare dal vivo Rocks on the
Road!”.
Il navigatore ci aiuta
a conoscere le colline di Riolo e all’ora prevista siamo davanti al parco
fluviale, luogo in cui si svolgerà, forse il concerto.
Eh sì, forse, anche
oggi il cielo lampeggia e tuona e qualcuno incomincia a pensare (e a dire) che
sia io la causa di tutto ciò. Ma all’entrata in Riolo non c’era scritto “Città
dell’acqua?!”
In coda trovo Danila e
Ludovica, Giampiero/ Hamrin che non vedo da ottobre scorso, e Michele/Chea.
Mangiamo una piadina
con i ciccioli ed entriamo.
Il palco e lo spazio
antistante mi deludono un po’, così come l’insieme della location: a Bergamo,
acqua a parte, era tutta un’altra cosa.
Qualche goccia cade e
già prevediamo il peggio.
Alle spalle del
bancone del mixer, trovo il merchandise, dove ovviamente la fa da padrone il
gestore Wazza Kanazza, nell’occasione accompagnato dalla moglie Gemma.
Ad aiutarlo Maurizio
Traina direttamente da Bergamo e alcuni amici romani.
Le prime gocce cadono
e nell’attesa ci mettiamo al riparo in una fantastica discoteca all’aperto (ma
con tettoia), vicina al merchandise.
L’opinione comune è
che se le discoteche presentassero quel tipo di musica, anche noi personaggi un
po’ vintage, potremmo approfittarne.
Non c’è tecno, ma ciò
che viene diffuso dalle casse è il miglior stimolo al movimento:
Clapton, Free, AC/DC,
Bowie, ZZ Top e così via.
Finalmente conosco
Jacopo/Galeans e Debora e Simone, amici virtuali da anni, nomi che ora possono
associarsi a un viso.
Inizia il gruppo
spalla, i “MAMAMICARBURO” da Correggio, e abbiamo la possibilità di ascoltare
un po’ di rock italico.
Sono emozionati e la
gente é lì per i Tull. Ne sono consci e svolgono egregiamente la loro funzione.
In ogni caso resterà per loro un ricordo indelebile: non è da tutti aprire per
i Jethro!!!
Sento i commenti più
disparati, ma la sezione ritmica mi convince e il chitarrista mi sembra ottimo.
Non amo sentire
cantare il rock in italiano e ciò mi condizione nella valutazione del cantante,
ma se dovessi scegliere tra i “Mama….” e qualche loro famoso conterraneo che
riempie gli stadi come fossero bicchieri d’acqua beh… viva i Mamamicarburo.
I Jethro sono sul
palco e inizia la solita magia.
Debora mi dirà più
volte, nel corso della serata, che è sempre una grande emozione ascoltarli, e
che bastano pochi dettagli per giustificare la spesa del biglietto. Concordo.
La voce di Ian non è
buona (relativamente allo standard attualmente possibile), ma è forse un fatto
legato a esercizi preliminari, se e vero che man mano che i brani si susseguono
la qualità si stabilizza su livelli discreti.
Buono il lavoro del
service.
Appaiono tutti in gran
forma, e anche i nuovi arrivati O’Hara e Goodier, che non mi hanno mai
convinto, si dimostrano all’altezza e più sciolti sul palco.
I brani ricalcano
quelli ascoltati a Bergamo con alcune differenze, anche importanti, legate
anche a una performance più lunga. Eh sì … il tempo regge!
A memoria manca “King
Henry's Madrigal “, assoluta novità a Bergamo, ma ci sono le altre, Nothing is
Easy, A new Day Yesterday, Mother Goose, Bourèe, Heavy Horses, Farm on the
Freeway, This as a Brick.
A metà serata ciò che
era stato evocato si materializza e assistiamo a una bella versione di Rocks on
the Road.
A Bergamo Thick as a
Brick era un tutt’uno con Aqualung, ma questa volta è presentato separatamente,
sostituito dal mio brano preferito, My God.
E’ una versione
assolutamente fantastica e l’energia che da sempre mi colpisce, quella che
suggerisce i cambi di ritmo tra l’arpeggio iniziale e il successivo attacco
“duro”, mantiene intatto il suo valore e, se possibile, lo rafforza.
Il pubblico partecipa,
il pubblico canta, il pubblico balla e gradisce.
Il bis canonico arriva
quando è quasi mezzanotte. Per bis canonico intendo ovviamente Locomotive
Breath.
Concerto finito e coda
composta. Non c’era il pienone.
Mi sono fatto vendere
da Wazza un’altra maglia e il book sul tour del quarantennale e ho recuperato
un poster dell’evento di Riolo. I soliti trofei da “… io c’ero!”
All’uscita un
musicista da strada dall’aspetto poco rassicurante, imbraccia e amplifica la
sua chitarra e si lancia nella peggior emulazione possibile del bis dei Jethro,
e si scalda pure quando si accorge che lo sto riprendendo... e io che già
pregustavo un bel bootleg!
Salutiamo solo Debby e
Simone, gli altri sono ancora dalle parti del palco.
Il viaggio di ritorno
è meno euforico, ma regna una certa soddisfazione.
Commentiamo
positivamente la performance e ci divertiamo a disquisire su dettagli più o
meno tecnici.
Ogni volta potrebbe
essere l’ultima, e non è questa una visione pessimistica, ma solo la
consapevolezza che ad una certa età si potrebbe anche decidere di cambiare vita
e smettere di suonare con assiduità.
Sono le 4 del mattino
quando arriviamo a Savona. Alle 8 devo essere in ufficio. Solo la musica ha
questo potere!
lunedì 24 agosto 2009
"Il tempo di Woodstock" ( di Ernesto Assante e Gino Castaldo)

Qualche giorno fa,
stimolato da un articolo di giornale relativo a Woodstock, mi ero lasciato
andare ad una apologia d’ufficio che aveva il senso del “… non toccatemi Woodstock!”.
Lunedì
17, ancora in vacanza, mi trovavo in una libreria di Mondovì, dovendo cercare
un paio di libri per un amico che festeggiava il mezzo secolo. A scelta
completata do una occhiata alla sezione “musica” e mi capita tra le mani “ Il tempo di Woodstock”, di Ernesto Assante e Gino Castaldo”.
Fulminato
dalla copertina, mi sono lasciato andare a divagazioni ad alta voce,
raccontando al gestore del negozio come ci trovassimo in pieno quarantennale.
Lui
mi ha guardato come un marziano, ma mi ha assecondato, sperando in un ulteriore
acquisto. Ho
divorato il libro. Il
libro si fa divorare.
Non
è ovviamente la mera storia di quei tre giorni, ma è il racconto di un’epoca
che è culminata in Woodstock, evento che forse ha decretato la fine di un
sogno.
Le
analisi che tanto ci appassionano, sia esse storiche, religiose, musicali ecc.,
hanno sempre delle limitazioni temporali, e anche quando queste non sono
chiare, ci sentiamo in dovere di fissare dei paletti e sentenziare, ad esempio,
con quale album è nata la musica progressive, per restare in tema “musica”.
Con
Woodstock non muore /cambia la musica e i suoi protagonisti, sul palco e fuori,
ma si esaurisce una certa spinta fortificata dall’illusione che il mondo
potesse essere diverso, per effetto dell’azione di uomini e donne mossi da
nobili e semplici principi.
Nel
libro è perfettamente raccontato il percorso che ha portato al famoso raduno,
con approfondimenti sul contesto storico e sociale, elementi necessari per
cercare di comprendere cosa volesse dire vivere alla fine degli anni '60,
dall’altra parte del mondo.
Anche
il racconto dei tre giorni di metà agosto 69 è appassionante, ed emergono
dettagli di cui non ero a conoscenza .
Parlo
di particolari legati ai musicisti, parlo di aneddoti legati alle varie
performance e parlo di fatti tragici, come il massacro di Bel Air ad opera di Charles
Manson e i suoi
adepti, avvenuto una settimana prima dell’inizio del festival, e collegato in
qualche modo al mondo hippie.
Il racconto si spinge un po’ più in la, temporalmente e geograficamente parlando, e viene evidenziato ciò che accadde con l’ovvio ritardo in Italia, arrivando sino alla politicizzazione dei concerti e, di fatto, alla loro sospensione.
E’
un libro che va assolutamente letto, da chi ha vissuto quel periodo e da chi
vuole saperne di più, sulla musica e sulla storia di un’epoca.
Ma
non è la voglia di parlare del libro che mi spinge a scrivere queste righe,
bensì una domanda che si trova verso la fine. E’ un quesito a cui gli autori
danno una risposta immediata e voglio provare a fornire un piccolo contributo.
Suona
pressappoco così:” Cosa sarebbe stato Woodstock senza il film
che lo racconta?”.
Senza
ergermi a rappresentante di uno spicchio di popolazione, quella che appunto
affollò le sale in quel periodo, mi limiterò a raccontare il mio ricordo, evidenziando
che il film “Woodstock,
tre giorni di pace, amore e musica”,
gira regolarmente nel mio lettore DVD, e spesso utilizzo spezzoni di
quell’evento per raccontare o per rivivere le emozioni di allora.
Incomincio
nel dire che nell’agosto del 1969 avevo 13 anni, ascoltavo regolarmente musica
rock, ma non avevo la libertà necessaria per potermi muovere in autonomia.
Forse è stato un bene.
Ero
insomma nella situazione in cui dovevo vivere gli eventi con ritardo, di
rimbalzo, alimentandomi con quanto il convento passava, essenzialmente “Ciao 2001”.
Proprio
da quelle pagine appresi del mega concerto, ma in Italia arrivò nel 1970, o
almeno nella mia città, Savona.
Il
film veniva proiettato nel mitico cinema Astor, all’entrata del centro storico.
Ora
l’Astor non esiste più e al suo posto stanno costruendo un edificio.
Ricordo
di aver fatto esattamente come descritto nel libro e cioè di essere rimasto in
sala per diverse proiezioni in sequenza, e rammento anche di essere tornato
nella sala il fine settimana successivo.
Più
avanti sarebbe successa la stessa cosa per “Pink Floid a Pompei” e “Yessongs”.
Quella
pellicola mi fece conoscere soprattutto il mondo hippie e scatenò la mia
adolescenziale necessità di emulazione.
Di
li a poco avrei iniziato a vestirmi con pantaloni a zampa di elefante, tuniche
immacolate, capelli lunghi ( ma in casa dovevo in qualche modo ridurre la loro
voluminosità!), patchouli, borse a tracolla, cafetani, e … musica.
Il
mio primo concerto dal vivo risale al 1972, ma il naturale ritardo rispetto ai
movimenti d’oltreoceano, fece sì che i figli dei fiori italiani si muovessero
proprio in quel periodo.
Il
ritardo di cui parlo non riguardò invece le droghe pesanti.
Nel
libro viene descritto un confine temporale, oltrepassato il quale la droga
diventa una cosa “differente”, ma nei miei ricordi ci sono schiere di disperati
che del mondo hippie presero il “prima e il dopo” e ci arrivarono subito,
unendo velocemente il positivo e il negativo.
Io
mi sentivo attratto da quell’universo e da quella musica, ma non ero DOC, non
avevo la propensione alla vita comunitaria, e non avevo nessuna intenzione di
farmi il minimo male.
La
mia ribellione era forse contenuta in quei lunghissimi capelli (che ahimè non
ho più), che raccoglievo dietro alla nuca quando ero a casa, e che liberavo
appena fuori dal portone, allargandoli al massimo e specchiandomi nelle vetrine
dei negozi.
In
questo caso esiste per me un limite ben preciso, testimoniato dall’ultima foto
con i capelli sciolti, il 17 ottobre del 1973, giorno in cui mio padre non
riuscì più a sopportare un figlio che, secondo lui, perdeva un sacco di
occasioni per effetto di quell’aspetto da fricchettone.
E
così partecipavo ai raduni, ai mini Woodstock di provincia (nel trimestrale
contAPPUNTI, rivista dedicata al prog, ho recentemente raccontato il festival
di Altare, Savona, una due giorni in mezzo al verde a cui parteciparono tra gli
altri Battiato, Sorrenti, Circus 2000, Balletto di Bronzo),
felice del contesto, ma preoccupato per ciò che vedevo, non assimilabile alla
musica.
Il
film di Woodstock scatenò in me tutto questo e immagino che sia stato il
detonatore di migliaia di bombe pronte ad esplodere.
La
prima cosa che mi colpì fu il luogo, la preparazione, la folla di ragazzi,
anche se mai fui attratto dai disagi a cui gli hippies dovettero andare
incontro.
La
pioggia, il fango, la fame, la sporcizia, le precarie condizioni igieniche, la
droga… elementi pittoreschi se vissuti da altri.
Ma
dalla pellicola il tutto emergeva come gioioso.
Michael
Lang girava in lungo e in
largo per il green, utilizzando la sua moto negli spostamenti, e ricordo di
essermi chiesto come un uomo così giovane potesse avere tali responsabilità
organizzative.

Lang diventò per me
famoso come Hendrix o i Canned Heat, e ancora oggi
rappresenta un po’ il simbolo dell’evento, lui, hippie tra gli hippies, ma
talmente concreto da scriver un pezzo di storia (non solo lui, come si evince
dalla lettura).
Attraverso
la pellicola arrivai a “Soul
Sacrifice”(che acquistai in 45 giri) e a Santana.
Arrivai
a Summertime Blues( anche quello "passò" a
lungo nel mio mangiadischi) e a The Who(che già giravano sul
mio registratore”Geloso” con “Substitute”).
E
poi i brani di C.S.N& Y che fanno da colonna sonora( Long Time
Gone, Woodstock), Alvin Lee che annuncia “I’m go home”, Grace Slick ”, Country Joe, Richie
Havens, Sha Na Na, Arlo Gutrie, John
Sebastian, Melanie, Joan Baez.
La
performance di Hendrix invece mi ha sempre fatto soffrire, per effetto di
immagini che rappresentano il “ vuoto” (relativo… 80000 persone ancora
presenti) e ciò che rimane dell’evento.
Il
film ha decretato la fortuna di tutta questi geni musicali, e il non potere
essere ripresi, per sfortuna o per bizze da divi, come ben descritto nel book,
ha inciso enormemente sul loro futuro artistico.
Cosa
sarebbe stato Joe Cocker senza l’attacco di hammond di “With a little help for my friends”
, senza il suo contorcersi scoordinato, senza la sua maglietta a macchie di
leopardo (fu forse a causa sua se incominciammo a passare le nostre T-Shirt
nella candeggina…)?

Esiste un
ragionamento che noi ammalati musica facciamo quando abbiamo l’occasione di
vedere gruppi storici e cerchiamo di collocarli in almeno uno dei tre raduni
mitici (Monterey, Woodstock e Wight).
Mi
è capitato recentemente di sentire The Who, all’Arena di Verona, e al mio
figlioletto che aveva 9 anni ho detto:”Vedi, loro sono gli unici ad avere partecipato a tutti e tre gli
eventi..” Parole al vento ovviamente .
Lo
scorso anno ho visto Johnny Winter e un amico mi diceva:”… non mi piace molto, ma… ha suonato a
Woodstock e non si può perdere!”.
E
ogni volta che assisto a questi concerti penso sempre che potrebbe essere
l’ultima occasione… in fondo stiamo parlando di “vecchietti” spesso mal conci!.
Per
indole, per età, per situazioni contingenti, sono stato un hippie da quattro
soldi e va bene così. Ma avrei voluto essere là su quel prato, e adesso ne
avrei di cosa da raccontare.
Nel
1996, trovandomi libero e solo per un fine settimana in West Virginia, decisi
di fare un viaggio senza meta, avendo a disposizione una buik azzurra tutta per
me.
Sulla
cartina stradale trovai scritto Woodstock e qualcuno mi disse che era a 150 km
di distanza, in Virginia.
Partii
senza indugio e arrivato sul posto scoprii che non era il luogo che cercavo, ma
trattavasi di una località omonima e la vera Woodstock era altrove.
Scontata
la delusione, ma l’eccitazione del viaggio, la speranza di potermi trovare in
quel luogo, per me sacro, sono un ricordo sempre acceso.
Così
come è sempre vivido il ricordo di quel mattino di inizio settembre, 1970,
quando davanti al castello di Bossolosaco, luogo di vacanza, qualcuno portò la
notizia che Jimi era morto, e il mio pensiero volò immediatamente verso la
scena finale del film, tra inno americano distorto e spazzatura.
Questa
che ho raccontato è solo una delle possibili influenze che il film “Woodstock”
ha esercitato su un adolescente, troppo piccolo per trasgredire sino in fondo,
troppo quadrato per “esagerare”, ma voglioso di rivivere quei momenti in modo
poco critico, istintivo, lasciandosi prendere da un po’ di nostalgia e dal
ricordo di un tempo spensierato.
Ancora
sul film.
Tra
i protagonisti( involontari) troviamo tanti bimbi, alcuni dei quali in fasce.
Sarebbe
bello poterli ritrovare e sentire che cosa è stato traferito loro dai genitori
e, per i più grandicelli, che cosa è rimasto di quei giorni.
Prima
o poi ripasserò dalle parti di New York, e un giro al museo di Bethel non me lo
toglierà nessuno:
saranno
13 dollari spesi con piacere!
giovedì 20 agosto 2009
"Effetto Pop"- Innocenzo Alfano

A inizio giugno ho partecipato alla presentazione di un libro, “Effetto Pop”, di Innocenzo Alfano.
Il resoconto di quella gradevole serata passata allo studio Maia di Genova è fruibile al seguente link:
http://athosenrile.blogspot.com/search/label/Innocenzo%20Alfano
Nell’occasione non avevo emesso particolari giudizi, preferendo l’attenta lettura piuttosto che “l’impressione da dibattito”.
Solo in questi giorni di vacanza mi sono buttato su “Effetto Pop”.
Il motivo di tanto ritardo è legato al fatto che accumulo libri, che poi vado a leggere secondo un ordine preciso e cioè rispettando il FIFR, acronimo coniato in questo momento, che sta a significare “First In, First Read”, ovvero… chi arriva per primo viene letto per primo (e gli altri in coda).
A volte faccio qualche deroga, ma in questo caso proprio non potevo, preso dal timore di dover “troppo controbattere”.
Se fossi un professionista dovrei scegliere una logica precisa per commentare una lettura, ma non lo sono (non è falsa modestia, ma un dato di fatto) e posso quindi permettermi… voli pindarici, approfittandone per mettere in campo le mie convinzioni.
Parto da una mia precedente affermazione( meglio dire speranza) che espressi su questo blog a Natale, quando nella mia letterina di fine anno consigliavo ai miei occasionali lettori un regalo per i figli: uno strumento musicale.
Ce ne sono di tutti i tipi e di tutti i prezzi e una chitarra o un flauto, al posto di un gioco della play station, possono fornire inaspettati stimoli dai sorprendenti risvolti.
Non è demagogia, in casa mia ci sono strumenti in quantità industriale, con cui mi diverto e con cui “giocano” i miei figli.
Cosa c’entra tutto questo con Innocenzo Alfano?
Uno dei suoi dogmi dichiarati, con cui concordo pienamente, è che per fare musica in modo ortodosso occorre conoscere la materia.
Ci si può anche inventare “musicisti”, ma la maggior parte delle volte si viene scoperti con le mani nel barattolo della marmellata, intenti a rubarla.
Chi si tuffa in queste “spiacevoli” situazioni ha spesso enorme successo di pubblico e questo è davvero frustrante per chi è attento osservatore, musicale e non.
A volte ci troviamo davanti a peccati di giovinezza e la saggezza legata all’età fa si che anche musicisti di successo sentano il bisogno di completarsi, nel segno del “non è mai troppo tardi”.
Un esempio che mi viene in mente è quello legato all’artista che mi ha dato le maggiori soddisfazioni, Ian Anderson.
Non ho mai sentito nessuno muovergli critiche per il fatto di essere un autodidatta… critiche a LUI, inventore di qualcosa che prima non esisteva nella grande famiglia del rock!
Eppure, a distanza di lustri dalla sua incredibile performance di Wight (mi sono sempre chiesto cosa provò il pubblico, abituato al rockblues tipico di quei raduni, nell’ascoltare”My God” , per me sintesi di perfezione e innovazione) Ian, influenzato dal know out musicale della figlia, sentì il bisogno di ricominciare da capo e “studiare “ seriamente il flauto, prendendosi una lunga pausa dal palco, deciso a cambiare totalmente la tecnica di esecuzione.
Immaginiamo uno sciatore dilettante che dopo 20 anni di discese da autodidatta si affida ad un maestro!!!
Dietro a cambiamenti simili non ci sono motivazioni economiche, ovviamente, ma solo la volontà di sentirsi “adeguato” da tutti i punti di vista musicali, avendo la certezza/speranza di poter dare sempre di più al proprio pubblico e a se stessi.
Questa lunga divagazione mi serve per concordare con il concetto base che Enzo fa emergere a più riprese: non ci si inventa musicisti, anche se chiunque può fare musica e avere sconfinato successo di pubblico.
“Effetto Pop” è un saggio da tenere come riferimento in una corretta biblioteca musicale.
Ritengo non sia un libro per tutti e dopo spiegherò il perché.
Alfano ci presenta mezzo secolo di storia musicale attraverso analisi scientifiche.
Ci racconta dell’importanza di Battisti e dei Beatles come apripista e conduttori verso un nuovo e affascinante percorso. Ci parla di artisti sopravvalutati e di altri poco considerati, nonostante la qualità tecnica. Opera da iconoclasta nei confronti di mostri sacri come Stones e Velvet.
Il coraggio non gli manca !
Ma è sufficiente andare un po’ controcorrente e dimostrare onestà intellettuale per scrivere un libro significativo?
Posseggo innumerevoli testi legati alla musica, ma mai avevo trovato un tale accanimento (in questo caso termine da considerarsi positivo) nello sviscerare il singolo problema, la singola canzone o il singolo album.
Enzo utilizza una ferrea disciplina che lo porta ad arrivare all’essenza dell’argomento trattato, avendo adeguata cultura musicale, ma soprattutto un inusuale rigore scientifico.
E le sue convinzioni, le sue conclusioni, sono spesso ripetute sotto diversa veste, come se ci fosse la consapevolezza che certi concetti non sono poi così facili da digerire, e quindi rimarcare ed evidenziare a più riprese non appare come l’imporre a tutti i costi il proprio pensiero, ma un metodo necessario al “riportare a terra” un scritto che ha bisogno di una certa metabolizzazione.
Questo trattato colto (non so se era nelle intenzioni di Alfano concepirlo così) non è quindi un libro per tutti, o meglio lo può diventare se l’effetto domino provocato dalla curiosità( e gli appassionati di musica sono generalmente curiosi) porta poi ad approfondimenti e a voglia di migliorarsi e di mettere in discussione il proprio credo radicato nel tempo.
Le note sensibili, le pentatoniche, gli accordi maggiori o minori, rappresentano cibo per pochi, ma non è detto che non possano trovare diversa diffusione.
Vorrei possedere la capacità di Alfano di analizzare una qualsiasi canzone e spaccarla in quattro, cercando le sfumature che sono dettagli per i più, ma note rilevanti per gli studiosi della materia.
Dalle pagine del libro, così come dall’incontro di giugno, un gruppo in particolare ne esce massacrato. Parlo dei Rolling Stones, dei quali Alfano salva un paio di dischi su una produzione che si dipana per nove lustri.
Ritengo (ma anche Enzo lo scrive) che gli Stones siano utilizzati come simbolo, come massimo esempio di gruppo sopravvalutato, ancorché considerato il più grande in assoluto degli ultimi 50 anni, ma le citazioni potevano essere diverse e numerose.
Non starò ora a fare l’apologia degli Stones , gruppo che ho amato molto, ma che ricorderei allo stesso modo se avesse concluso la carriera a metà seventies… in quegli anni sono state scritte canzoni da brivido, ma da un certo punto in poi le “pietre rotolanti” hanno trovato la loro principale giustificazione ad esistere essendo un' imbattibile macchina da soldi.
Nel corso del dibattito allo studio Maia, ricordo di avere obiettato che la pochezza tecnica di Keith Richards rispetto ad illustri colleghi, ad esempio, poteva anche essere considerata come inesperienza legata alla gioventù( il Richards chitarrista ritmico di oggi non mi pare malvagio!).
In fondo anche Pete Towshend a vent'anni spaccava solo chitarre, ma poi è riuscito a immaginare il mondo di internet quarant'anni prima che qualcuno lo realizzasse!
Ma esiste un atteggiamento di fondo in cui ritrovo molte differenze tra me e Enzo, tra il semplice appassionato di musica e lo studioso della materia.
Ciò non significa che la ragione debba risiedere assolutamente da un lato o dall’altro, ma semplicemente che ognuno vive la musica nel modo che più lo soddisfa, a seconda del proprio retroterra musicale e culturale, e le varie posizioni possono convivere.
La musica mi fa stare bene, ma non sono in grado di dare una spiegazione razionale al fatto che preferisco un gruppo piuttosto che un altro, ad esempio.
Sono solito dire che mi bastano trenta secondi di ascolto di un nuovo brano per capire se non lo riascolterò mai più o lo farò “passare” mille volte.
Questo è qualcosa di inspiegabile, che sfugge all’abilità tecnica, all’assolo virtuoso, alla genialità del compositore e dell’esecutore. Stessa cosa per i concerti… spesso la musica si mischia al contorno e non si sa bene quale sia l’aspetto più importante.
Ho sentito dire al bluesman Fabrizio Poggi che la diversità tra lui e il pubblico, durante i concerti , è solo nella differente posizione, uno di fronte all’altro, ed è questa una cosa che verifico spesso.
Da “Effetto Pop” emerge anche un senso di frustrazione, lo stesso sentimento che provo quando accade come un mese fa, quando mi sono trovato con altri 300/400 cuori palpitanti, a vedere Jack Bruce o Eric Burdon e la mia mente andava a certi indecenti cantanti italiani , capaci di riempire stadi come se niente fosse!!”
O come quando scopriamo che ragazzotti usciti dalle “fiction” defilippiane arrivano nientepopodimeno che al disco di platino dopo una sola settimana di vita.
O come quando penso che per fare un buon disco di musica prog ci si impiega anche due anni e per fare una canzone che vince Sanremo bastano poche ore!
E così, scorrendo le pagine del libro, si scopre che al povero Alfano è stata fatta un’offerta allettante legata allo “scrivere di musica”, salvo poi scoprire che esistono condizioni, paletti e scarsa libertà di espressione, e il ribellarsi ai condizionamenti porta alle conseguenze più ovvie.
I compromessi fanno parte del nostro quotidiano, ma non tutti li accettano, preferendo magari il ruolo di novelli Don Chisciotte, sperando che prima o poi la storia cambi.
Io, che ribadisco, sono un “utente della musica”, e non un attento musicofilo come Innocenzo Alfano, sono arrivato alla scontata conclusione che la musica non sia in grado di cambiare il mondo, come qualcuno ha creduto in tempi lontani, ma abbia un potere enorme, che è quello di far stare bene, di abbattere le barriere di ogni tipo, di incrementare la socializzazione, di vivere di azione … non solo passivamente.
E’ per tutto questo che rivedendo Keith Emerson sul palco, a distanza di anni, non mi sono soffermato sui suoi errori palesi, ma mi sono lasciato coinvolgere dall’evento; è per tutto questo che vedendo Roger Daltrey senza voce, sotto un nubifragio, non ho pensato a niente di imperfetto e mi sono goduto il più bel concerto della mia vita.
Questo è l’istinto e la razionalità che io rappresento.
La razionalità e l’istinto musicale sono sicuramente racchiusi nel DNA di Innocenzo Alfano, ma la sua capacità analitica e il suo coraggio sono qualità “per pochi”, qualità che impregnano “Effetto Pop” , anche se occorre avvicinarsi alla lettura senza preconcetti.
Che strano, soltanto oggi ho scoperto, grazie a Innocenzo Alfano, che i 45 giri di cui ci nutrivamo un tempo erano da 7 pollici: il dato è stato davanti ai miei occhi per anni e non me ne sono mai accorto!
Innocenzo Alfano (Cosenza, 1971) si è laureato in Scienze Politiche e in Cinema Musica Teatro presso l’Università degli Studi di Pisa. È autore dei seguenti volumi: Fra tradizione colta e popular music: il caso del rock progressivo. Introduzione al genere che sfidò la forma canzone (Aracne, 2004); Verso un’altra realtà. Cenni di strategia compositiva e organizzazione dei brani nella musica rock, da Jimi Hendrix al rock progressivo (Aracne, 2006); Argentina e Brasile: quale politica comune? Tentativi di strategia politica unitaria dalla presidenza Frondizi al Mercosur (Il Coscile, 2006). Scrive per contrAPPUNTI, quaderno quadrimestrale del Centro Studi per il Progressive Italiano.
mercoledì 5 agosto 2009
The Dubliners

Inizialmente conosciuti come The Ronnie Drew Folk, The
Dubliners presentano diversi
cambi di formazione fin dai loro inizi, nel 1962.
Il gruppo inizialmente comprende Ronnie Drew
(voce/chitarra), Luke Kelly (voce e banjo), Barney McKenna (banjo/mandolino e
voce) e Ciaren Bourke (voce/chitarra e armonica).
Il loro dubutto avviene nel 1964 quando vengono
inclusi nelle compilation di The Hoot'nanny Show e Folk Festival, e nello
stesso anno pubblicano il loro primo album omonimo.
Nel 1967 pubblicano il singolo che permette loro di
raggiungere il successo: "Seven drunken nights",
infatti, porta il gruppo in giro per il mondo.
Alcuni anni dopo, nel 1974, Bourke è costretto a
lasciare la band per una grave malattia a seguito della quale muore nel 1988 a
seguito di questo fatto, Drew decide di tentare una carriera solista,
sostituito da Jim McCann, che però gli rilascia il posto cinque anni dopo.
Anche Kelly purtroppo muore.
Qualche anno dopo i The Dubliners riescono a
risollevarsi con Eamonn Campbell, già collaboratore in alcuni album precedenti,
nonchè produttore del disco Celebration, con la partecipazione dei Pogues.
Nel 1993 esce 30 Years a'
Greying.
Nel 1995 Drew lascia la band per la seconda volta
sostituito da Paddy Reilly.
Nel 2002 la band si riunisce temporaneamente per il
quarantesimo anniversario, a cui fa seguito, nel 2006 , una partecipazione allo
show tv "Legends of Irish Folk".
Il gruppo continua ad esibirsi in Europa: Barney
McKenna e John Sheahan sono gli unici membri rimasti della formazione
originale.
Iscriviti a:
Post (Atom)
