mercoledì 11 giugno 2008

Un anno fa a Verona: Roger Daltrey perde la voce


Oggi è il giorno 11 di giugno, ed esattamente un anno fa assistevo al concerto degli Who a Verona.

Sul questo blog ho dedicato molto spazio all'evento e chi mi mi conosce sa che sono rimasto un pò "stordito", positivamente, da quella serata.
Tra tante emozioni, un piccolo dramma, la perdita della voce di Roger Daltrey.
Roger di certo avrà visto e provato di tutto, in quarant'anni di palco, ma la sua defaillance avrà rappresentato, in quel momento, una sorta di "mondo che ti cade addosso".
Da decenni gli Who mancavano dall'Italia, e tornare con una prestazione così sfortunata, se fosse terminata senza la conclusione del concerto, sarebbe stato qualcosa di vicino ad un fallimento professionale.
E gli Who sono dei professionisti.
E poi il tutto si sarebbe trasferito sulle migliaia di spettatori, delusi e affamati della musica che aspettavano da anni.
Fortunatamente un certo Pete Townshend, da vero leader, ha preso per mano i suoi "colleghi", guidandoli nella costruzione di una serata indimenticabile (per gli interessati ,in queste pagine e' consultabile la mia descrizione minuziosa).
Per Roger nessun appannamento dell'immagine e nessun giudizio negativo.
Gli incidenti di percorso sono caratteristici di ogni professione, e quelli legati all'imponderabile si trasformano alla fine in positivi segni del destino, e questo particolarissimo concerto rimarrà nella memoria degli spettatori presenti e sicuramente anche in quella degli Who.

Sintetizzando.
1)Entriamo all'Arena di Verona col sole, mentre il cielo incomincia a rumoreggiare.
2)Pochi brani sotto la pioggia e poi un lungo intervallo, con la quasi certezza di una fine anticipata.
3)Finalmente si ricomincia, ma la voce di Roger se ne va.
4)Daltrey si innervosice, e dopo una concitata discussione abbandona il palco.
5)Pete Townshend comunica al pubblico che "the Roger's voice has gone" e, con grande dispiacere, il concerto deve terminare, ma......"aspettate ancora qualche minuto prima di andare" , dice il traduttore.
6)Il miracolo si compie e tutti ritornano on stage. Pete conduce e gli altri seguono, Roger compreso, che riuscirà comunque a compiere una dignitosa performance.

Ho cercato di raccogliere questi momenti in piccoli filmati che forse aiuteranno a capire l'atmosfera del momento.

Il pubblico prima dell'inizio




Alla ripresa del concerto dopo l'interruzione per pioggiag li Who presentano "Behind Your Eyes ", ma la voce di Roger non gli consente di proseguire.


Roger smette di cantare, si scusa ed inizia una discussione sul palco...

(con qualche commento "italiano" in sottofondo)



...documentata bene a seguire...



Ma alla fine la ragion di stato( businnes) prevale...tutti sul palco per un concerto che proseguirà...



...per finire poi trionfalmente.



I ringraziamenti degli Who



La loro promessa di ritornare al più presto, sembrava legata a quanto accaduto. Per quest'anno, di Who in Italia non ne ho sentito parlare. Forse hanno dimenticato...forse era un normale incidente di percorso.


Io aspetto con impazienza.


martedì 10 giugno 2008

The Verve


Oggi mi soffermo sui Verve .
Spesso parlo di gruppi ed artisti che conosco pochissimo , ma lo scopo è proprio quello di colmare le mie lacune , ricercando notizie e filmati che poi propongo sul blog .
Insomma, “mi obbligo” ad ampliare le conoscenze musicali, che vorrei fossero composte non solo da musica ascoltabile, ma anche da notizie, biografie,interviste ed ogni cosa riguardi il personaggio.
Conosco questa band per l’album “Urban Hymns", con la canzone “Lucky Man” su tutte le altre.
Il brano forse più conosciuto è “Bitter Sweet Symphony”, ma il violino del ritornello mi mette una tristezza infinita.

Vediamo qualche nota fornita da Radiosonic.it

Band di Oxford formata da Richard Ashcroft (voce), Nick McCabe (chitarra), Simon Jones (basso) e Peter Salisbury (batteria).
I quattro suonano per la prima volta insieme il 15 agosto del 1990, durante la festa di compleanno di un loro amico.
Dopo nemmeno un anno vengono messi sotto contratto dalla Hut, sussidaria della Virgin.

Iniziano a farsi conoscere facendo da gruppo di supporto in alcuni concerti a Londra.
Alla fine del 1993 i Verve suonano per la prima volta con gli Oasis, ed è subito amicizia.
Nel 1993 pubblicano "A Storm In Heaven".
Nell'album sono evidenti influenze psichedeliche e chiari riferimenti ai Doors, Stooges, Can, Funkadelic, Pink Floyd.
Il gruppo diventa famoso non solo per la musica: Salisbury viene arrestato dopo aver sfasciato una camera d'albergo, Richard Ashcroft collassa durante un concerto dopo una notte passata ad alcol e droghe, i quattro insieme agli Oasis distruggono un bar a Hulstfred.
Proprio grazie all'amicizia con gli Oasis, ai quali faranno da supporto, i Verve riescono ad ottenere un seguito sempre maggiore di pubblico.Nel 1995 pubblicano "A Northern Soul", ed è un grande successo.
Il "NME" definisce la loro musica "un rock pulito, osceno e meraviglioso".
Nel momento migliore per il gruppo, i Verve, a seguito di dissapori tra Richard Ashcroft e Nick McCabe si sciolgono.
Si iniziò a parlare di una carriera da solista per Ashcroft, ma anche della possibilità di continuare con un nuovo nome e un nuovo chitarrista (Simon Tong) che sostituisse McCabe.
Alla fine, dopo momenti molto difficili, Richard Ashcroft decide di richiamare McCabe e di registrare un nuovo disco.
I Verve adesso si ritrovarono con due chitarristi ma anche con molti demo per il nuovo album.Il terzo lavoro dei Verve esce nel 1997 ed è un capolavoro."Urban Hymns", trainato da singoli meravigliosi come "Bitter Sweet Symphony", "Sonnet", "The Drugs Don't Work" e "Lucky Man" raggiunge un grandissimo successo commerciale ma riceve anche ampi consensi dalla critica.I Verve ai Brit Awards del 1998 vincono i premi come "Best Album", "Best Group" e Best Producer (Chris Potter and Youth).
Subito dopo la pubblicazione dell'album riparte anche il tour, ma nel bel mezzo di esso, all'indomani della tappa italiana, McCabe lascia di nuovo il gruppo dopo dei nuovi dissapori con Richard Ashcroft e Simon Jones.Il tour non viene fermato e McCabe viene sostituito da BJ Cole.Oramai però il gruppo va verso il declino, e il scarso successo dei concerti americani sono l'anticipazione per il definitivo scioglimento dei Verve, che viene ufficializzato il 28 aprile del 1999.Dopo lo scioglimento Richard Ashcroft intraprende la carriera da solista pubblicando, "Alone With Everybody" e "Human Conditions".
Lo stesso fa McCabe, mentre Tong e Jones formano gli "Shining".

Lucky Man





Citazione del giorno:

"Un arcobaleno che dura un quarto d'ora non lo si guarda più" (Johann WolfgangGoethe)

sabato 7 giugno 2008

Christy Moore e Bruce Springsteen
















Ieri ho raccontato di una mia recente esperienza, calcando la mano su aspetti tipici di alcune zone americane, dove la musica assomiglia tanto ad un elemento nutritivo.
Sembrano frasi blasfeme, i suoni non riempiono la pancia, ma fanno comunque parte della vita quotidiana, anche laddove il pane e l’acqua scarseggiano e dove nessuno vedra’ mai un CD o un DVD musicale.
Limitante affermare che il rock, il blues, il country, facciano parte di una zona geografia delineata.

Un banale esempio.
Ho citato nel post precedente un artista che suona uno strumento che non immaginavo esistesse, la “cigar box guitar ”, e ho diffuso tra i miei amici l’informazione.
Gianni, mio antico compagno di scuola mi dice :”Non ci crederai, ma ne ho visto suonare di uguali a Theeran…”
A Theeran? Esite la musica a Theeran?
Probabilmente girando il mondo, anche nei luoghi più impensati, le sorprese non mancherebbero.
Questa premessa mi serve per introdurre il racconto di amici che sono stati in Irlanda.
Scorrendo il loro scritto si capisce l’ovvio entusiasmo di noi “ammalati di musica”, ma si “legge” anche di artisti da strada, ad ogni angolo, come a Memphis, come a Theeran, o Dublino.


Ma chi sono questi amici che raccontano il loro viaggioda ricordare?
Nazario ha già presentato qualche sua esperienza su questo blog.
L’ho conosciuto come padre di una compagna di scuola di mia figlia e poi….un concerto tira l’altro e siamo entrati in sintonia.
Fulvio lo conosco poco , ma a lui è legato uno dei miei ricordi più “forti”, musicalmente parlando, vale a dire il concerto degli Who a Verona, lo scorso anno.
Abbiamo passato qualche ora assieme , ma il solo fatto che fosse li per l’evento , per quell’evento particolare, mi fa sentire istintivamente a lui affine .

Ripropongo il loro ricordo a quattro mani, senza modificare una virgola.


Il pretesto sono stati i 50 anni di Fulvio, l'occasione il concerto di CHRISTY MOORE a BELFAST e la voglia di musica si è trasformata in una vacanza in IRLANDA di una settimana.
Dopo l'atterraggio a DUBLINO abbiamo noleggiato una macchina e siamo andati alla ricerca delle radici del folk irlandese .Siamo stati a GALWAY un paese di ragazzi dove in ogni angolo c'è qualcuno che suona la chitarra, il violino o i tamburi, nei PUB sempre pieni oltre alla GUINNES la musica dal vivo è la caratteristica piu' importante.
A DOOLIN paesino di pescatori abbiamo comprato un PENNY WHISTLE, il piccolo flauto per mia figlia Giulia in un negozio che trasuda tradizione da tutti i dischi.
BELFAST invece ci ha stupito per la sua freddezza, poca gente in giro, i negozi, per altro molto belli, chiudono alle 17 dopo di che il traffico sparisce e ci siamo ritrovati gli unici ad essere in giro in centro di una città rimessa a nuovo ma che ha ancora i segni della guerriglia degli anni delle lotte di BOBBY SAND e della MANO ROSSA.
Comunque martedì 20 come da programma siamo andati ad assistere al concerto di CHRISTY MOORE in un teatro situato nella zona del porto: il Waterfront Hall, nuova costruzione in acciaio e vetro come gran parte delle costruzioni del quartiere.
Questi concerti non ricevono alcun tipo di pubblicità, ma vanno ugualmente incontro al tutto esaurito sulla base del semplice passa-parola.
Per quelli che non lo conoscono, Christy Moore, classe 1945 è una leggenda come artista solista nonché leader dei gruppi celtic rock Moving Hearts e i più tradizionali Planxty (bands che hanno riunito i migliori musicisti irlandesi) e ha portato la musica irlandese fuori dai ghetti londinesi sulla scena internazionale. Produttivo e innovativo, fin dagli anni '60 Christy Moore è stato un personaggio discusso a causa del modo provocatorio con cui ha inteso scrivere le proprie ballate folk, fondendo generi con profonda devozione verso le radici della propria musica e incarnando al meglio l’anima laica, progressista e politicamente militante dell’Irlanda.



Veniamo al concerto: ad accompagnare magistralmente Christy Moore è stato Declan Sinnott alle chitarre acustica ed elettrica, l’affiatamento artistico tra i due raggiunge oggi l'apice e le composizioni ormai note nel repertorio, sono arrangiate con energia creativa.
Essendo maggio l’anniversario della morte di Bobby Sands (nato a Belfast e divenuto eroe della rivolta anti inglese, morto per sciopero della fame nel 1981) non sono mancate le due canzoni scritte proprio da Bobby (McIlhatton e Back Home in Derry), e altre canzoni politiche come Victor Jara, Sacco and Vanzetti (di Woody Guthrie, dedicata alla memoria di Jim Lawlor), Biko Drum (dedicata a Biko, come già fece P. Gabriel), Vive la Quinte Brigada (che parla degli Irlandesi socialisti che hanno partecipato alla guerra civile spagnola del 1936).
La solita escursione verso la tradizione irlandese ci ha presentato fra le altre Cliffs of Dooneen, Hattie Carroll, Casey, mentre il viaggio cantautorale è iniziato con Motherland (stupenda canzone di Natalie Merchant, già nei 10,000 Maniacs) per poi proseguire con Faithfull Departed, Missing You, Smoke and Strong Whiskey, Ordinary Man …. fino alla fine con la chiusura di Ride On', forse il suo pezzo più famoso.
Come conclusione, possiamo dire che CHRISTY ha eseguito una performance all'altezza della sua fama con il pubblico molto divertito dei suoi racconti tra un pezzo e l'altro. Noi purtroppo, con il nostro inglese, non abbiamo potuto cogliere tutte le battute dell'artista ma ci siamo divertiti molto ugualmente. 




La mattina dopo tornando verso DUBLINO la radio che ascoltavamo metteva in palio dei biglietti per un concerto di BRUCE SPRINGSTEEN e noi che siamo fans di BRUCE da vecchia data non sapevamo che in quel periodo ci fossero delle date del tour che toccassero l'Europa.
Mossi dal sacro fuoco nel giro di due ore eravamo in possesso di due ticket per il concerto di apertura del tour europeo giovedì 22 maggio ore 19.30 arena di DUBLINO.
La serata di mercoledì l'abbiamo trascorsa nel quartiere chiamato TEMPLE BAR un tempo malfamato,ora rimesso a nuovo e sede della movida. Anche qui ogni pub aveva al suo interno un palchetto dedicato alla musica dal vivo che noi rigorosamente abbiamo onorato bevendo una pinta di GUINNES e ascoltando i musicisti. Dopo il quarto locale il nostro senso critico era un pò offuscato dalla birra e cosi ci siamo fermati in una saletta dedicata alla visione della finale di CHAMPION LEAGUE tra CHELSY e MANCHESTER vivendo insieme ai tifosi delle due squadre la sofferenza dei calci di rigore.
Devo dire che tutto si è svolto pacificamente senza scontri tra le due tifoserie.
E veniamo al giorno del concerto,la mattina è trascorsa alla ricerca dei souvenirs da portare in Italia: magliette dell HARD ROCK CAFE e pecorelle di peluches l'hanno fatta da padrone, poi un pranzo al THUNDER ROAD CAFE (per entrare in tema) quindi in macchina alla ricerca dell'arena dove gioca la squadra di rugby di Dublino. Per fare due chilometri ci sono volute quasi due ore per il traffico intasato per l'affluenza allo stadio. Siamo riusciti a parcheggiare abbastanza vicino e alle 18 30 eravamo dentro.
So che sembra impossibile all’abituale fan italiano, ma solamente a un’ora prima dell’inizio eravamo (comodamente!) sistemati alle seconde transenne, a circa 10 metri dal palco!
Descrivere un concerto di Bruce è diventato ormai un ripetersi abbastanza monotono di esclamazioni e aggettivi sempre più magniloquenti, quindi non cadrò nella trappola, dichiarando solamente che anche questo concerto meriterebbe lo stesso trattamento.
Inizio al fulmicotone con The Promised Land, quindi via via più o meno tutti i classici, una specie di “greatest hits” particolarmente dedicato a Darkness di cui in questi giorni si celebra il 30° anniversario!
L’E-Street senza Patty e con un Clarence sempre più difficoltoso negli spostamenti (e ora con a disposizione una poltroncina per sedersi) sbuffa e rincorre un Bruce indiavolato (è ricomparsa la famosa “scivolata”) ma qui particolarmente disteso e a suo agio, con davanti un pubblico che risponde ai suoi incitamenti (comunque a S.Siro penso che sarà un’altra cosa…).
Pezzi da ricordare: The River versione vicina all’originale, particolarmente commovente, la sequenza-killer Candy’s Room/ Prove It All Night / Darkness on the Edge of Town / Because the Night eseguite una dietro l’altra che ci ha letteralmente steso… Da incorniciare l’assolo di Nils alla fine di quest’ultima, il folletto a roteare su se stesso e a dimostrare il suo reale valore!
E poi ancora la parte finale dei bis, Thunder Road / Born to Run / Bobby Jean (che oggi sembra fatta su misura per Danny Federici, che ci ha appena lasciato) e una Tenth Avenue Freeze-out che vede ospite Southside Johnny come corista di eccezione. In chiusura una American Land qui particolarmente gradita dato il suo incedere “irish” e cantata da tutti seguendo il testo proiettato alle spalle del palco.
E alla fine che dire? Statisticamente, otre a Magic (7 pezzi) hanno fatto la parte del leone gli albums Darkness con 6 pezzi, Rising e Born to Run, 4 pezzi. Sono completamente mancati i primi due albums (precedentemente saccheggiati) oltre agli ormai dimenticati Human Touch, Lucky Town e gli albums acustici, presenti solo con una potente versione rhythm’n’blues di Reason to Believe.
Forse sono mancate alcune canzoni a sorpresa, che i fans più fanatici sempre aspettano, però ci sarà spazio per tutte le esigenze, visto che in questo tour Bruce cambia la scaletta per circa la sua metà ad ogni concerto. I ragazzi sono sempre in forma e il divertimento è assicurato anche questa volta, perché come ha dichiarato Bruce in una intervista, “In questo momento non ci interessa MTV, vogliamo solo suonare quello che ci piace, che piace alla Band e soprattutto piace al pubblico!”






SCALETTE DEI CONCERTI

Christy Moore & Declan Sinnott
Belfast – 20/05/2008

After the Deluge
Motherland
McIlhatton (Bobby Sands)
Faithfull Departed
Don't Forget Your Shovel
Beeswing
Missing You
Merseyside
Victor Jara
Sacco and Vanzetti
Back Home in Derry
Cliffs of Dooneen
Smoke and Strong Whiskey
Casey
I Will
Stitch in Time
Joxer Goes to Stuttgart
Biko Drum
On the Bridge
Vive la Quinte Brigada
Nancy Spain
Hattie Carroll
Time Has Come
Ordinary Man

ENCORE:
Voyage
No Time for Love
Ride On'

Bruce Springsteen & The E Street
Dublino - 22/05/2008

The Promised Land
Radio Nowhere
Lonesome Day
Out in the Street
Gypsy Biker
Magic
Reason to Believe
Candy’s Room
Prove It All Night
Darkness on the Edge of Town
Because the Night
She’s the One
Livin’ in the Future
Mary’s Place
Waitin’ on a Sunny Day
The River
Devil’s Arcade
The Rising
Last to Die
Long Walk Home
Badlands

ENCORE:
Thunder Road
Born to Run
Bobby Jean
Tenth Avenue Freeze-Out
American Land




giovedì 5 giugno 2008

Richard Johnston in Beale Street


Lo scorso mese ... sono stato una settimana in America.
Avevo un sacco di intenzioni bellicose che culminavano con un acquisto di una Fender o di una Gibson, nel luogo più appropriato.
Il cambio favorevole e l’emozione di fare una compera del genere, laddove quei marchi sono nati, erano elementi allettanti.
Chitarre così importanti sono sprecate nelle mie mani, ma qualche sogno ogni tanto bisogna pur realizzarlo!
Per riuscirci contavo sul fatto di trovare un po' di tempo libero, la sera, ma non mi è stato possibile, e ho concentrato tutte le mie speranze in un tardo pomeriggio di un venerdì, giorno antecedente il ritorno in patria.
In quelle poche ore ho vissuto momenti indimenticabili, come sempre mi accade negli States.
In primis la visita a Graceland, dimora di Elvis, argomento che tratterò a parte, per intensità e varietà di emozioni.
Quando sentivo parlare in tv della tanto decantata Graceland, meta di pellegrinaggi continui, mai avrei pensato di essere uno dei futuri visitatori.
Dopo la rapida visita, un taxi mi porta nella downtown.
La downtown di Memphis si riassume in Beale Street, ovvero musica e blues, blues e musica.
Ovunque, ad ogni angolo, capannelli di improvvisati ballerini pronti a seguire i guitar heroes da strada.
Artisti da marciapiede, cantanti straordinari, polistrumentisti pronti a soddisfare ogni palato musicale.
In un’ora di registrazione (purtroppo di qualità scadente) ho “beccato” di tutto e di più.
Quella sarebbe la mia via ideale, la perfezione, la completezza!
Dividerò il materiale registrato per presentarlo a spezzoni  in momenti diversi.
Inizierò a raccontare di Richard Jonsthon, l’unico musicista di cui ho scoperto il nome.
Erano circa le 18, c’era il sole e almeno 25 gradi.
Camminando per la via, allungando le orecchie ad ogni nuova forma di sonorità, mi sono soffermato su Richard, attirato dallo strumento che aveva in mano, e di cui non riuscivo proprio a capire il verso. Stava mettendo a punto l’amplificazione e l’assetto degli strumenti. A vederlo così sembrava un suonatore da strada che vive di tips.
A posteriori ho scoperto che ha suonato sui palchi di tutto il mondo, assieme a virtuosi blues dall’importanza mastodontica.
Ma quali erano gli strumenti di questo uomo tutto solo … completamente solo?

Quello che poteva sembrare un ukulele elettrico era in realtà una “cigar box guitar”.


Un passo indietro.
Chi è davvero Richard Johnston?
Raccolgo alcune informazioni dal sito :

Richard Johnston è un bluesman contemporaneo che porta la sua musica in giro per il mondo e si accompagna da solo. Sì, perché Johnston è un one-band-man, che sul palco presenta la sua attrezzatura tecnica, consistente in una batteria con cassa (piede destro) e due pedali sul sinistro che azionano contemporaneamente un charleston ed un rullante posto in verticale (a cui e’ collegata una “bacchetta”), amplificatori e una "cigar box guitar", una sorta di chitarra realizzata con una scatola di sigari, due manici di scopa e tre corde.


Chiudendo gli occhi si ha l'impressione di essere davanti a una band intera.
Incredibile la quantità di suoni che riesce a tirare fuori da solo con quel tipo di strumentazione.
Oltre alla "cigar box" suona anche la chitarra ed è un grande trascinatore.
Ovviamente canta.

Biografia
Nasce nel 1965 a Houston, in Texas.
A Memphis, nel 1997 ,trova la consacrazione, grazie alla sua prima autoproduzione “Official Bootleg 2”.
Questo disco contiene tutta l’energia già che contraddistingue i suoi “live set”.
Nel 2002 arriva il primo disco in studio ,”Foot Hill Stomp”.
Anche grazie ad alcuni importanti ospiti presenti in questo album (la compianta Jessie Mae Hempill su tutti), il musicista di Beale Street si presenta come il risultato più interessante della scena musicale di Memphis .
Un grosso riscontro sia tra i canali radiofonici che nel pubblico , nonché tra la critica, rende “Foot Hill Stomp” uno dei migliori album indipendenti blues di sempre.
One-Man-Band di razza, Johnston, con voce, chitarra e batteria, riassume tradizione e modernità.
Cresciuto, musicalmente parlando, a fianco di gente come Otha Turner e Jessie Mae Hempill, ad oggi è uno degli eredi diretti dei grandi maestri blues dell’ultima generazione.

Sono quindi davanti a Richard e resto sbalordito dalle sue prove.
E’ l’unico della via che non raccoglie denaro, ma vende i propri prodotti, CD e DVD.
Mi avvicino al suo banco di vendita presidiato da una ragazza che mi da spiegazioni sullo strumento e mi racconta di avere una sorella che vive in Italia.
Non voglio perdere tempo. Mi levo il pensiero del mangiare nell’Hard Rock Cafè, a pochi metri di distanza. E poi di nuovo in strada, mentre il buio fa capolino.
Dopo tanti giri mi ritrovo davanti a Johnston. Una miriade di persone balla davanti a lui, maestro nel coinvolgere i passanti. Difficile da spiegare chi sia davvero questo musicista e cosa sia in grado di dare a chi ama il genere. Meglio delle parole, le immagini. Non utilizzerò le mie perché ne ho trovate in rete di migliori, capaci di ricreare la stessa identica situazione da me vissuta quella sera.
Ne sono certo, chiunque si trovasse a sentire questo musicista per strada (ho letto che è avvenuto recentemente a Roma) resterebbe ammaliato da tanta maestria che sconfina nel magnetismo puro… io da quel marciapiede di Beale Street non mi sarei più staccato…
Ma io... ammalato di musica, faccio testo? 





mercoledì 4 giugno 2008

Ha 11 anni....promette bene
















Girando per la rete, alla ricerca di filmati inediti, sono incappato in un bambino di 11 anni, polistrumentista, americano(N.Y.), che omaggia James Brown.
Non è difficile trovare in giro geni in erba, concentrati sul proprio strumento,per la gioa di mamma e papà, ma questo giovincello mi sembra anomalo , perche’ si cimenta in un genere particolare, normalmente lontano dal mondo dei giovanissimi, una miscela di "Funky e Blues" davvero gradevole.
Non so se sia un talento o se abbia solo imparato la parte per soddisfare i genitori.
Magari è un po’ come me , che so far uscire suoni da qualsiasi cosa esista sul mercato e non, ma non sono eccellente in niente.
Però ciò che si percepisce dal video ha a che fare col DNA più che con la tecnica, e mi viene da pensare:”….se tanto mi da tanto, chissà cosa riuscirà a fare tra qualche anno!!”
Ascoltiamolo , consci che la performance e’ “aiutata” dalla tecnologia, con qualche loop che in automatico sostituisce gli strumenti.
Dimenticavo, il suo nome è Myles Mancuso e di lui si trovano notizie su:





martedì 3 giugno 2008

David Bowie


Da tempo volevo rendere omaggio a David Bowie , ma come spesso mi accade davanti ai “monumenti” della musica, mi riesce difficile trovare le parole idonee che possano raccontare una carriera infinita.
Utilizzerò quindi un’intervista di Massimo Cotto(da quando ho letto un suo libro non ho potuto fare a meno che “saccheggiarlo”), realizzata ad inizio 2003, e a seguire il video di “Rebel Rebel”.

"Heathen" è un grande disco, a volte drammatico, denso di rabbia e insoddisfazione per quello che succede nel mondo. A volte mi sembra di avvertire il senso di tragedia imminente che era proprio di Jacques Brel.
Un senso di tragedia? Sì, credo sia giusto e che derivi dal mio essere diventato padre per la seconda volta e dall’avere una figlia molto giovane, di due anni. Penso che il senso cui facevi riferimento nasca dalla frustrazione, persino da qualcosa di più, dalla rabbia di vedere un mondo alla deriva che lascia pochi respiri all’ottimismo. Questo mi spaventa. Suppongo che ogni genitore provi le medesime sensazioni, ma non riesco a evitare di riformulare la stessa domanda: perché ho messo al mondo, in questo orribile mondo, un figlio? Sono sicuro che anche i miei genitori avranno pensato la stessa cosa dopo aver messo al mondo me, ma credo che i tempi che stiamo vivendo siano più ansiosi e stressanti. Sono molto preoccupato, mi domando che cosa resterà per lei, quando sarà cresciuta.

Viviamo tempi difficili, stiamo entrando forse nell’Apocalisse, eppure, ecco un altro aspetto interessante del disco, in questo caos esterno, è la melodia interna il motore delle canzoni.
Sì. Se ho puntato tanto sulla melodia è perché, in mezzo al caos, si cerca sempre la chiave, l’inclinazione naturale per scoprire il segreto della struttura e vincere la rabbia e il risentimento che dava voce alle canzoni. Ero alla ricerca di qualcosa che desse il senso dell’insieme e il simbolo era la melodia, forte e diretta. Forse in modo ingenuo, ho cercato la verità, ma è sempre più difficile distinguerla. Puoi ragionare in termini assoluti, ma alla fine della giornata, ti scopri a dire: “Beh, forse, in quel caso, è solo un problema di sopravvivenza che mi fa andare avanti”. Se questo è il senso della nostra giornata, è qualcosa su cui possiamo costruire? Non credo. Se sopravvivere è il credo, non c’è religione sulla terra. Questa è la mia risposta. Camminiamo nel vacuo, in questo grande buco che urla: “Non c’è ragione nel vivere”. Questo è l’aspetto più terrificante. Per andare avanti, dobbiamo credere, fingere di essere in evoluzione, in progresso, ma sappiamo bene che non è così: siamo soli, in questo orrendo, ellittico, fisso vivere dove ripetiamo all’infinito gli stessi comportamenti animaleschi dettati dall’esigenza di sopravvivere. Ucciderci ad a vicenda e distruggere il pianeta dove viviamo. Bizzarro e orribile. Ti sembro negativo? No, i miei pensieri non ti vietano di essere più ottimista. A volte finisci per sentirti come Sisifo, che spingeva la pietra fin sulla montagna, solo per vederla rotolare a valle, ma dobbiamo credere di arrivare in cima. Sono come tutti gli altri esseri umani, convinto che, se lavoro su di me, riuscendo a migliorare la mia vita e quella degli altri, il mio piccolo mondo metterà in circolo altri sforzi, altra energia. Spero sia così, ma non sono sicuro.

Pensi che sia possibile essere eroi, anche solo per un giorno?
Ci credo, certo. Ci credo nel modo in cui, originariamente, era concepita la canzone, che parlava di due ragazzi che volevano ottenere qualche conquista importante all’interno della loro relazione, non nel mondo intero, ma su scala ridotta a loro due. Credo che non sia lecito aspettarci qualcosa di più grande di questo. Salvare il mondo è la religione secolare, il livello più alto della sensibilità terrena, ma è un risultato troppo improbabile da raggiungere. Salvare una relazione è già un buon inizio. Ci sono storie che raccontano di uomini che ambivano a salvare il mondo, ma non sono stati capaci di tenere unita la loro famiglia. Il primo comandamento è tenersi ancorati alle radici, al primo livello di salvezza e redenzione che contempla te stesso, la tua famiglia, gli amici, il vicinato, e sapersi rapportare a ogni nuova situazione. Se andasse tutto in questo modo, i ribelli si eliminerebbero tra loro e la società rimarrebbe sana…

Quando hai cantato “Heroes” a New York, per i vigili del fuoco dell’11 settembre, l’eccitazione e la commozione era visibile. Le parole di una canzone possono assumere significati diversi, a distanza di anni.
Sì, naturalmente in America tutti si sono aggrappati al verso che diceva: “We can be heroes, just for one day”, possiamo essere eroi, anche solo per un giorno. Poco importa che uno dei protagonisti della canzone sia un alcolizzato e l’altro una persona con parecchi problemi. Importa solo quel verso. Lo stesso accadde per Springsteen: la sua “Born In The U.S.A.” è stata infilata in ogni contesto patriottico, ma se davvero ascolti il testo, capirai che quella è la canzone meno patriottica che Springsteen abbia mai scritto. Volevano che aprissi quel concerto con “Heroes”, ma io non ho voluto. Pensavo che il contesto richiedesse un approccio più complesso di quel semplicistico verso di due eroi. Così, ho detto che avrei accettato di aprire la serata solo se, come prima canzone, potevo scegliere “America” di Paul Simon, che, per me, conteneva alla perfezione quel senso di ansietà nascosta nella bellezza che era l’epitome di un momento storico. Due ragazzi alla ricerca dell’America, che non sapevano che cosa avrebbero trovato e che vivevano quell’incertezza con un pizzico di apprensione. Questo era il modo in cui New York pensava, in quei giorni, non certo con eroismo o manie di grandezza, ma con paura. Avevano bisogno di quegli ingredienti, ma non potevano essere l’intero pasto. Non bisognava chiedere se si poteva essere eroi per un giorno, ma dove stavamo andando.

Hai sempre cercato di reinventarti, o reinventare la tua arte, come hanno fatto, in campi diversi, Burroughs, Picasso e altri artisti. Il tuo approccio alla musica è cambiato, negli anni, indipendentemente dagli stili?
Questo è un aspetto interessante. A mano a mano che invecchio, aumenta l’autoesplorazione, l’analisi del mio passato, non tanto come persona – non amo guardarmi indietro troppo spesso – ma come artista. E’ necessario, quando vado in tour, interrogarmi sulle vecchie canzoni e fare il punto su ciò che sono stato, chiedermi: “Okay, che cosa ho fatto di rilevante, in quel periodo? Ha ancora senso rifarle oggi, continuando a essere credibile e vero, anche se il termine “vero” farei bene a non usarlo, dopo quello che ho detto prima? Posso rileggere il mio passato con integrità?” Quando attraverso questo percorso, noto che ci sono dei fili rossi, delle tematiche comuni a tutto il mio cammino, fin dagli esordi. E molte di esse hanno a che vedere con l’isolamento, l’ansietà, la domanda opprimente del nostro ruolo nell’universo, l’esistenza di forme intelligenti nello spazio. I temi sono gli stessi da 40 anni, l’approccio è cambiato frequentemente, perché, come ogni artista, ho cercato di chiedermi la stessa domanda da prospettive differenti. L’immagine che mi piace è del cacciatore che cerca di stanare la preda e coglierla di sorpresa. Così faccio io con le domande che rincorro da sempre. So che è stupido illudersi di trovare una risposta, in quanto il senso dell’esistenza è inspiegabile, ma seguito a porle, e invecchiando aumenta l’intensità della richiesta: perché? Cosa? Dove? Quando? Come ? La richiesta diventa sempre più insistente, come il suono di un tamburo, e durerà fino a quando appoggerai la tua testa sul cuscino, per l’ultima volta. Dopo quel viaggio, scoprirai tutto. Gli stili cambiano e così le cosiddette reinvenzioni non sono altro che strumenti per aprire le stesse porte.

Il rock ha probabilmente perso gran parte del suo significato. Che cosa ha rappresentato e che cosa rappresenta, per te?
Penso sia diventato una sorta di agente.. Penso di essere, ora, nella situazione di chi vuole creare canzoni e fare concerti anche se il pubblico dovesse rivolgersi altrove, com’è capitato molte volte nella mia carriera. Allo stato attuale, sembra che la gente mi segua, ma, se anche non fosse, esprimermi è una necessità, dunque non smetterei mai di cantare, nemmeno se qualcuno mi pagasse per ritirarmi. E’ una droga, soprattutto quando sono a casa, circondato dai miei strumenti, nel mio ambiente naturale. Suono ogni giorno, ogni giorno scrivo sul mio notes, perché i testi continuo a scriverli a mano. Butto giù idee, la musica è nel mio sangue. Agli esordi, trent’anni fa, avrei reagito diversamente e cercato con maggior forza un pubblico; oggi scrivo perché non posso farne a meno, anche se il pubblico non dovesse più esserci. La musica ha la medesima importanza della mia famiglia. Vorrei dire che la famiglia viene prima, ma non è così. Arrivano insieme. Sono loro, indissolubili, la mia vita.

Perché gli attori possono cambiare abito in ogni film e i musicisti non possono passare da un genere all’altro, disco dopo disco, senza sorprendere la gente?
Gli anni Settanta hanno introdotto una nuova concezione del rock, non solo grazie a me, ma a gruppi come i Roxy Music, che sono stati terribilmente importanti nello sviluppare un nuovo tipo di pluralismo, di dualità, nel modo in cui ci proponevamo o nella musica che proponevamo. Al tempo stesso, introducendo l’ironia, prendevamo le distanze dalla seriosità di certe degenerazioni stilistiche. Se, oggi, il rock and roll ha una storia, è perché noi abbiamo contribuito a crearla abusandone. Se mi concedi un pizzico di presunzione, in noi che facevamo base a Londra, c’era la consapevolezza di lavorare a una forma di art-rock postmoderna che avrebbe trasformato la musica. Il rock non sarebbe più stato lo stesso, dopo di noi. Non sono certo, tuttavia, che il rock fosse disposto a veder sparire la figura di un eroe misogino che parlava a nome di una generazione, che si faceva guida e cantava la verità; ma io non volevo lasciarmi imprigionare in quell’unico ruolo. Non ero preparato a vendere me stesso come il portavoce della verità assoluta. La gente, ancora oggi, vuole che l’artista lasci cadere perle di saggezza e attinga da una realtà particolare dalla quale si possa attingere. E’ difficile, per il pubblico rock, credere che un artista che si cambia pantaloni a ogni disco, sia serio e parli con il cuore, per quanto seri siano i suoi pantaloni.

Ziggy Stardust ha appena compiuto 30 anni. Quando pensi a lui, lo fai come a uno dei tuoi figli o a una parte di te?
La sua vita è stata breve, 18 mesi in tutto, di cui 12 in tour. Mi sorprende che abbia ancora un seguito e che sia ancora vivo nelle menti di chi l’ha conosciuto. Forse, è diventato popolare in quanto svolta nel rock, con l’introduzione di un nuovo vocabolario, di una differente gestualità. Eravamo orgogliosi di lui e del nostro atteggiamento, noi che ci sentivamo gli inventori del glam e i coniatori di una nuova moneta. In questo senso, Ziggy Stardust è stato una pietra miliare. Quando penso a lui, lo faccio con molto affetto, ma non posso farlo troppo a lungo. Un battito di ciglia, un minuto o due.

Una volta hai dichiarato di aver scoperto Dylan e John Lee Hooker nello stesso giorno. Hai scoperto qualche musicista, di recente, e, se sì, hai reagito allo stesso modo o la tua maniera di sentire la musica è cambiata?
Se scopro qualche nuovo artista, mi lascio prendere da lui come un tempo, assolutamente. E’ meraviglioso imbattersi in qualcuno che ti ispira. Penso ai Mercury Rev, all’ultimo disco di cui, per coincidenza, Tony Visconti, ha arrangiato gli archi. La prima canzone mi ha fatto venire i brividi lungo la schiena. Trovo difficile, oggi, trovare un artista di cui mi piaccia l’intero corpo di lavoro. Hooker e Dylan mi trasmettevano la sensazione che ogni cosa che toccassero, scrivessero, cantassero fosse la perfezione assoluta, l’essenza della vita stessa. Non provo più le stesse emozioni. Mi emoziono nel riscoprire vecchie cose. Il penultimo album mi ha condotto alla riscoperta di Richard Strauss, il nome meno alla moda che potessi evocare, me ne rendo conto. Prima di morire ha scritto le sue ultime quattro canzoni, che mi hanno ispirato e commosso in modo incredibile. No, nessuno come Dylan e Hooker, agli inizi. No

Heathen” contiene canzoni che si possono rivolgere a Dio o agli uomini. Sei cattolico, vedi le cose spiritualmente e pensi che una delle bellezze dello scrivere canzoni sia nell’ambiguità del destinatario?
Mia madre era cattolica, mio padre protestante. Dalla parte di mia madre ho ereditato un fortissimo senso di colpa. Non erano praticanti in senso stretto, andavano a messa occasionalmente, ma professavano continuamente la loro fede. Litigavano, anche, per la supremazia di una religione sull’altra. Forse è per questo che sono fuggito dalle religioni occidentali giudeo cristiane per abbracciare, saltuariamente, alcuni dettami del buddismo. Da ragazzo ero più determinato a diventare un monaco tibetano che una rockstar. Dai 16 ai 19 anni, sognavo di rinchiudermi in un monastero lama. In me, di quelle esperienze, è rimasta l’idea della rinascita, del passaggio da una vita all’altra. Niente rimane inalterato. E niente di assoluto si tramanda da una religione all’altra. Gli anni hanno frantumato la mia fiducia nelle organizzazioni religiose, che si occupano di cose terrene, politiche, di controllare e soggiogare le popolazioni, e non di spiritualità. A dire il vero, non mi sono mai sentito parte di una chiesa, ma ho cercato di capire il significato di Cristo, di Budda. Seguo quelle tracce, ma non credo. Vorrei credere a un’entità superiore e che esista un piano, un disegno, ma, come dicevo all’inizio dell’intervista, più mi interrogo e più comprendo che non esiste nulla, né un’entità né un disegno. Siamo animali, niente di più. Se vuoi trovare te stesso, non andare nel deserto, vai in un zoo. Lì imparerai su te stesso e sulla razza umana più che dalla meditazione.

Che cosa vorresti indietro dal passato e che cosa cancelleresti dal presente?
Cancellerei la religione e, dal passato, rivorrei il vero senso, che emergeva verso la metà degli anni Sessanta, di entusiasmo e partecipazione. Per quanto superficiale fosse, si respirava la voglia di lavorare insieme per un sogno, un’utopia non ben identificata. Dovremmo provare quelle sensazioni sempre, come un flusso che attraversa e percorre le nostre vite e dà a esse un senso e una ragione del nostro agire. Purtroppo, tutto è evaporato velocemente. Vorrei che mi restituissero la solidarietà dei Sessanta e, in cambio, darei indietro questo ridicolo, arcaico sistema religioso che sembra imprigionare il mondo intero.

Caos, fragilità, sdoppiamento, decadenza, disperazione. Questi sono alcuni elementi presenti non nella tua musica, ma in questa epoca. Trai ispirazioni da essi?

Sì, credo di sì. Mi piace l’idea dello sdoppiamento della personalità e del Giano bifronte, mi piace chi non è uno, ma due e contempla allo stesso tempo entrambi i punti di vista. Una delle cose che, per fortuna, la religione non ci ha insegnato è l’esperienza dello spreco della vita. La maggior parte delle religioni occidentali si basa sul principio che, un giorno, tutto sarà bello e in ogni momento. Io ho imparato che l’oscurità e la miseria sono parte dell’esperienza umana. Contesto l’idea che si debba evitare il dolore e la negatività, evitare questo e quello. Si deve sperimentare ogni cosa perché ogni cosa fa parte della vita. Prima accetti questo principio e meglio è. Una volta fatto, troverai un equilibrio, una serenità nell’accettare gli accadimenti che non va confusa con la debolezza; è, semplicemente, la comprensione di quel che stai vivendo nell’attimo esatto in cui lo vivi. Il resto è impossibile da comprendere. E’ insano pensare che tutto deve essere ordinato, strizzato, piegato, omogeneizzato, protetto. In India ci sarà di certo più sporcizia nelle strade, ma anche una comprensione infinitamente maggiore del senso pieno della vita. Non ci serviranno le macchine che produciamo in serie né gli hamburger di McDonald’s o le bottigliette di Coca Cola ad avvicinarci alla realtà della vita.

Rebel Rebel



Citazione del giorno:
"Governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno" (Michel De Montaigne)

lunedì 2 giugno 2008

Black Sabbath




Tra i 45 giri che più contribuirono all’usura del mio mangiadischi azzurro, ad inizio anni 70, c’era “Paranoid”, dei Black Sabbath.
Non credo di aver mai ascoltato volontariamente altro di loro , anche se Ozzy Osbourne e’ entrato prepotentemente nelle nostre case ,attraverso MTV, e Tony Yommy e’ riemerso nel recente (di uscita), ma antico(per nascita) “Rock and Roll Circus” degli Stones, come chitarista dei miei amati Jethro Tull.
Ripropongo una loro breve biografia tratta da ” RockLab”.

I Black Sabbath, i quali prendono il nome da un film dell'orrore, nascono ufficialmente nel 1969 dalle ceneri degli Earth .
A farne parte sono Terrence Michael "Geezer" Butler, Frank Anthony "Tony" Iommi, John Michael "Ozzy" Osbourne e William Thomas "Bill" Ward, quattro ragazzi dei sobborghi di Birmingham, con alcuni demotape all'attivo, e una buona notorietà nel giro dei pub locali, grazie alla loro miscela di psichedelia e blues "bianco", di gran moda in quegli anni.Strappato un contratto con la etichetta Vertigo, nel '70 la svolta.
Pubblicano il loro primo disco omonimo, ed è la svolta.
Mai prima di allora un gruppo aveva suonato così "duro".
Erano già nati i Pink Floyd , i Led Zeppelin,e i Deep Purple stavano per dare alla luce il loro capolavoro “In Rock”, ma i Black Sabbath avevano già dal primo disco una direzione ben precisa: suoni oscuri e duri, riff distorti e pesanti, melodie tenebrose e
testi ispirati alla magia nera.
Come non rimanere inquietati di fronte all'inizio del disco: la pioggia che cade, i tuoni, una lontana campana di una chiesa ci introducono al folle rituale della canzone che porta il nome del gruppo.
Nonostante i testi e la musica, ad interessarsi di occultismo (e proprio pochissimo) è Butler, gli altri ne sono totalmente all'oscuro, ma l'effetto mediatico è enorme.Il secondo album, anch'esso datato 1970, è la vera consacrazione.
E' quel "Paranoid " che schizzò al primo posto delle classifiche britanniche, trascinato
dal singolo omonimo.
All'interno altri pezzi leggendari della band, come “Iron Man” e” War Pigs”.Il terzo
album è, se possibile, ancora più pesante.
E' “Masters of reality”, dai suoni opprimenti e potentissimi per l'epoca, che si apre con “Sweet Leaf” (una ode alla marijuana), e contiene inni come “Into the Void”, dalle atmosfere spaziali e “Children of the Grave”.Esce “Volume IV” nel 1972, e intanto gli incessanti tour stanno consolidando il successo della band su tutte e due le sponde dell'Atlantico, dimostrando le enormi capacità di showman di Ozzy, ma contemporaneamente minano la salute dei 4, anche per colpa dell'eccesso di stupefacenti.Nel 1973 esce l'ennesimo capolavoro,” Sabbath Bloody Sabbath”, forse il riassunto del primo periodo del gruppo, anche se denota già cambiamenti, come la
strumentale “Fluff”.
Da ricordare canzoni come la titletrack e” Sabbra Calabra”.Il gruppo passa il 1974 fra aule di tribunali, impelagato in cause col vecchio manager (scaricato senza tanti complimenti dopo Paranoid) e per il fallimento della casa di amministrazione dei diritti della band.Intanto esce” Sabotage”, in cui il suono della band si riconferma nel suo suono più hard.”Sabotage” è seguito da “Technical Ecstasy”, disco abbastanza criticato all'epoca, per il deciso cambiamento di suond del gruppo.Intanto la prima
line-up del gruppo si avvicina alla fine.
Le tensioni sono continue (specialmente fra Iommi e Ozzy), l'uso di droghe raggiunge livelli da primato, e anche la creatività cala mostruosamente.Canto del cigno è” Never Say Die”, dal titolo emblematico, in quanto Ozzy aveva lasciato brevemente la band prima di ritornare per realizzare il disco.Ozzy però perde il padre dopo l'uscita del disco e abbandona definitivamente i Black Sabbath per la carriera solista che lo porterà (se possibile) ancora più sulle vette di popolarità.Si pone ora ai tre restanti
componenti del rimpiazzo.
Viene scelto l'ex cantante dei Rainbow, Ronnie James Dio, la cui passione per il fantasy e le atmosfere medievali si sposano alla perfezione con le atmosfere oscure dei Sabs.Il primo prodotto della nuova line up è il grandissimo” Heaven and Hell”, vera perla di puro metallo pesante, in cui i Black Sabbath riguadagnano il posto di leader agli occhi di tutta una nuova schiera di fans dell'heavy metal.Il disco contiene veri classici del metal come” Neon Knights”, “Children of the Sea”,” Heaven and hell”
e “Die Young”.
Il tour del disco, che riportò la band nell'olimpo delle migliori live band del pianeta, culmina con 4 notti sold-out di fila all'Hammersmith Odeon di Londra.Per motivi familiari, dopo il tour Bill Ward abbandona il gruppo, e viene sostituito da Vinnie Appice (il quale seguirà poi Dio in gran parte della sua carriera solistica).Il secondo, ed ultimo, parto della seconda incarnazione dei Sabs è “Mob Rules”, purtroppo non ispirato come il primo, ma con ottime canzoni come “ Voodoo”, “Mob Rules”, “Turn up the night “e” Sign of the Southern Cross”.Come ultimo sussulto della formazione con Dio arriva il secondo disco dal vivo della band (il primo, Live at Last, fu
pubblicato postumo nel 1980), “Live Evil”.
Dio fu sempre critico nei confronti di questo album, in quanto fu tagliato fuori dalla produzione dello stesso. In effetti il mixaggio dell voce è tremendo, e molti assoli di chitarra potrebbero essere tranquillamente tagliati.Il singer italo-americano si porta dietro Vinnie Appice e inizia la carriera col suo gruppo, i Dio. A sostituirlo arriva
 nientemeno che Ian Gillan, legendario singer dei Deep Purple.
Il disco Born Again è l'unico esperimento di questa line up, che vede anche il ritorno di Ward dietro le pelli.Il disco è poco apprezzato dai fans, la direzione musicale è un parziale ritorno alle origini, abbastanza lontano dal metal dell'era Dio.Il gruppo si scioglie, Gillan va a preparare la reunion dei Deep Purple, Butler e Ward lasciano la band. Iommi inizia quindi una girandola mostruosa di musicisti (a volta durano solo poche incisioni o poche date del tour), che lavorano con lui ai suoi progetti solisti che
però portano ancora il nome Black Sabbath.
Da ricordare ci sono “Seventh Star” con Glenn Hughes dietro il microfono.
A porre una tregua a questo delirio di Iommi arriva il” Live Aid” del 1985 dove la formazione originale suona per beneficienza. A prendere il posto di cantante arriva poi Tony Martin, che ridà un po' stabilità al gruppo, che compone ottimi dischi come “Eternal Idol”, “Headless Cross” (con nientemeno che il grandissimo Cozy Powell alla batteria) e “Tyr”.Ad interrompere questa girandola, arriva la tanto rumoreggiata reunion con Dio, che si conclude dopo il buon album “Dehumanizer”, per colpa di
nuovo degli screzi fra Dio e il duo Iommi-Butler.
Ozzy ha infatti invitato la band ad aprire i concerti finali del suo tour a Costa Mesa, in California. Dio si rifiuta e lascia la band. A prendere il suo posto per quei due mitici concerti arriva nientemeno che il Metal God per eccellenza, Rob Halford dei Judas Priest (il quale è sempre stato un appassionato dei Black Sabbath e dichiarò che non gli sembrava vero di suonare insieme ai suoi idoli di giovinezza).Un altro album con Martin alla voce, “Cross Purposes”, del '94, e poi finalmente la notizia che tutti i fan dei Black Sabbath aspettavano: la Reunion della formazione originale, con la sola saltuaria defezione di Ward per motivi di salute.

Eventi recenti.
Il 13 marzo del 2006 i Black Sabbath sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame.
Ad introdurli i Metallica.
Quando sembrava che oramai la formazione fosse arrivata al suo definitivo declino e al ritiro dalle scene musicali, ottobre 2006 è stato annunciato un tour estivo nei principali festival metal europei con la formazione dell'album “ Heaven and Hell”:
Dio, Iommi, Butler e Ward.
Nel novembre 2006 Ward abbandona il progetto perché dichiara, in maniera molto vaga, che ci sono speculazioni sul nuovo nome del gruppo e viene sostituito da Vinny Appice.
Il 3 aprile 2007, il gruppo pubblica Black Sabbath: The Dio Years”, compilation di
brani composti con Dio e contenente anche pezzi inediti.
Recentemente, hanno suonato al Gods of Metal in data giugno 2007.
Nonostante si pensasse che il progetto Heaven and Hell fosse concluso, il gruppo resterà unito e farà uscire nel 2008 un nuovo studio album, il primo dall'album del
1995, “Forbidden”.
Questo nonostante Ozzy abbia espresso la sua voglia di poter scrivere del nuovo materiale discografico con la line-up originaria dei Black Sabbath.

" A mio parere, i Black Sabbath sono coloro che hanno dato vita a ciò che siamo soliti considerare Heavy Metal, e non c'è una band in giro oggi che non sia influenzata, in una qualsivoglia misura, dal gruppo di Tony Iommi
(Peter Steele, leader dei Type O Negative")



Paranoid




Citazione del giorno:
"Il peggiore dei deserti è una vita senza amici" (Anonimo)