I
think Ed Unitsky is a genius of visual arts and his musical work brings back to the greats of history…I asked Ed Unitsky the
latest news related to his work...
I collaborate with Kimmo Porsti for years - he is a
part of “The Samurai of Prog” progressive rock group and I make artwork for
them (3 albums so far), so I was very glad when he asked me to design
Paidarion’s release. As it usually goes in my work with musicians, I got
forthcoming album’s title - "Two Worlds Encounter" - and its general
concept, some lyrics and project’s music for inspiration. Also – so good and
for me – I got total creative freedom. I don’t always know what idea is going
to be. Previously with Paidarion’s album I had an idea with… “Victorian”
circus: our real modern world can be its reflection in some way. We discussed
about this with Kimmo and I understood that musicians preferred not grotesque
and old-fasion but fantasy way for the cover artwork. “Two different worlds
meet…” - Kimmo wrote and – alias! - the new plot started its developing in my
mind. I didn’t want to be blatant in idea’s showing and I started to “play”
with views and objects in my imagination. I love symbols and ancient
civilizations’ traces (you see, for example, stone and ice “faces” in the “rock”
parts of the view), also I like to incorporate characters and entities in the
landscape and I love to rich colorful and “spacey” harmony in the picture.
Actualiy, I can imagine some place in my mind very clear - as if I really live
in them, - so I simply go with the “picture in my mind’. And when I start
working on a piece, the ideas evolve as I create them. Sending finished artwork
for the cover I am so looking forward to the musicians’ answer and I was really
happy that they loved the result. After the cover art’s previewing some minor
changes follows and then we works with booklet. So, the full implementation of
a concept for a music album includes both my own ideas and the reflection of
such ideas in the products, from the cover art to a booklet, following a common
design.
Struttura & Forma è una band italiana
di lungo corso, nata del 1972, e dopo la naturale “sosta”, da circa quattro
anni ha ripreso la piena attività.
L’inizio del 2017 ha visto l’uscita del citato "One
Of Us", con la produzione e la partecipazione al mellotron di Beppe Crovella (Elctromantic Music) e
la distribuzione di SELF e Ma.Ra.Cash.
Poco prima dell’uscita del
disco avevo posto qualche domanda alla band realizzando questa intervista…
E’ passato molto tempo da quando ho assistito al
vostro ritorno live, nel novembre 2012: che cosa è accaduto in questo periodo? Giacomo: Dopo la prima esibizione Live abbiamo
composto qualche brano ed abbiamo suonato a Como Live e poi di nuovo a Genova.
Abbiamo registrato a Turate (CO) al Dedolor Studio in un giorno soltanto. Poi
con Franco abbiamo pensato di inserire la voce e dopo un concerto al Prog to
Rock a Torino abbiamo definito meglio il progetto con l'arrivo di Claudio Sisto
che avevo conosciuto qualche anno prima e che casualmente rividi a Roma durante
un evento con diversi musicisti.
Come si è evoluta la formazione da allora?
Giacomo: Con Franco abbiamo deciso l'inserimento di una voce perché, pur amando
la musica strumentale, il progetto attuale rispetto alla prima formazione che
all'inizio era orientata anche a canzoni prog era meno comunicativo, non per la
qualità musicale quanto per la complessità espressiva che adesso, con dei testi
adatti e con temi non banali (siamo pur sempre un gruppo rock), può comunicare ad
un maggior numero di persone.
E’ pronto al rilascio il vostro album “One Of Us”: me ne parli?
Franco: E ’ un album un pò sofferto nella sua preparazione perché come verrà
spiegato più avanti, dopo le prime performance del 2012 2014 è stato deciso di
registrare l’album, e considerato che tutti i componenti della band sono impegnati
anche su altri fronti, abbiamo dovuto ottimizzare i tempi registrando i brani
in una sola giornata. Questo ha comportato poi un lungo lavoro di post
produzione. Ora che siamo arrivati al termine vorremmo dare al progetto
Struttura & Forma - il cui nome nasce anche da un primo show avvenuto negli
anni ‘70 ideato da Alex Diambrini, uno dei principali fondatori che ci ha
purtroppo lasciato nell’estate del 2015 – un’immagine anche di taglio
culturale, visto che le tematiche dei testi sono a sfondo sociale, scientifico,
con concetti universali.
Che ruolo ha Beppe Crovella nel
vostro progetto?
Struttura & Forma: Crovella ha mostrato interesse, sin dal
primo ascolto, verso la nostra musica, e dopo un’attenta sua analisi ha pensato
che l’inserimento di uno strumento come il mellotron potesse caratterizzare
ulteriormente la nostra scrittura e il sound generale… così infatti è stato.
Successivamente abbiamo scoperto, piacevolmente, e con onore, la sua
disponibilità nel partecipare come special guest nell’intero album.
All’interno dell’album è presente un tributo a Greg Lake, “Lucky Man”,
scritto in tempi non sospetti, quando Greg era ancora vivo: come vi è venuta
l’idea?
Franco: L’inserimento del brano Lucky Man
lo si deve alla partecipazione di Beppe Crovella come guest, in quanto durante
un nostro primo incontro con lui, avvenuto nel mese di luglio dello scorso
anno, lo stesso Crovella, manifestando un certo interesse per il sound, ci suggerì di inserire una traccia in più, anche
in acustico, al fine di incrementare il minutaggio dell’intero album. A quel
punto ci venne da dirgli che in realtà in precedenza si era pensato di inserire
una cover proveniente dal mondo prog, pertanto da lì a qualche giorno abbiamo
maturato l’idea di lavorare una prima bozza del brano Lucky Man, ritenendolo un’icona della musica prog e che
inevitabilmente ci ricordava nostalgicamente i nostri storici approcci verso la
musica di quegli anni.
Durante la lavorazione Crovella suggerì anche l’inserimento di parti
inedite al fine di caratterizzare in modo più personale la nostra
interpretazione, pur lasciando inalterata la parte melodica originale:
l’intenzione finale sarebbe stata poi quella di far pervenire a Greg la nostra
realizzazione... purtroppo questo non è stato più possibile.
Come si è inserito il vocalist Klaudio Sisto in un progetto che nasceva per
essere strumentale?
Giacomo: Bella domanda! il primo brano è stato Kepler, scritto da Elisa Pilotti, e direi che Claudio è riuscito
subito ad entrare nello spirito del progetto: è comunque un cantante rock!
Certo non è stato semplice per lui scrivere le liriche e farle combaciare con
riff ed armonizzazioni nati per essere strumentali. Questo è stato possibile
anche grazie al certosino lavoro di post produzione di Franco, che ha remixato
tutto sia prima che dopo l'arrivo di Claudio nel suo home studio, il ”Safrin
studio”, e dopo l'inserimento del mellotron di Crovella. Complessivamente
questo disco ha richiesto quasi tre anni! Adesso è pronto per essere ascoltato
e speriamo piaccia a molti.
Franco: Vorrei aggiungere che la difficoltà maggiore è stata appunto quella di
scrivere le parti tematiche vocali su quelle già esistenti strumentali,
prestando attenzione che le stesse potessero diventare parti arrangiative ma
contestualmente intellegibili, soprattutto per un ascoltatore appassionato
attento e allenato all’ascolto. Il tutto è valorizzato dall’eccellente
scrittura dei testi da parte dell’autore e interprete Claudio Sisto, che ha
saputo adattare con esemplare professionalità concettuale la metrica delle
parole con la complessa e caratteristica scrittura melodica che ne caratterizza
il linguaggio stesso.
In che formato uscirà “One Of Us” e con quale etichetta e distribuzione?
Struttura & Forma: Con la Label Electromantic di Beppe
Crovella, distribuzione internazionale Maracash, italiana Self per quanto
riguarda il formato fisico; per quello digitale Pirames International. Il
supporto pubblicato è il CD ma non si esclude anche in tempi successivi il
formato vinile.
Avete pianificato presentazioni e pubblicizzazioni sul palco?
Giacomo: Questo argomento è in fase di definizione, ci si sta preparando
minuziosamente ad eventi live e promozionali, e comunque la nostra dimensione è
assolutamente live come tu già sai avendo assistito dall'inizio alla nascita di
questa reunion.
Mi date una definizione della vostra musica, che possa essere d’aiuto a chi
ancora non vi conosce?
Franco:
Sicuramente definire un genere non è mai
molto semplice, tuttavia, volendo collocare la scrittura di Struttura & Forma
in qualche genere, sicuramente quello prog è il più consono, anche se va
considerato che il nostro sound è sicuramente contaminato da elementi jazz,
rock, fusion e a tratti anche ambient; questa particolarità è dovuta al fatto
che sia il sottoscritto che Giacomo veniamo da una formazione trasversale,
senza specializzazioni di sorta, incrementata nel corso della nostra carriera. Tutto
viene poi permesso da un genere come il prog, che consente di spaziare da una
forma all'altra dando sfogo alla propria fantasia nella scrittura e nella
scelta arrangiativa dei brani.
Cosa c’è nel futuro
prossimo di Struttura & Forma?
Franco:
Sicuramente una fitta promozione web
accompagnata da eventi live su tutto il territorio nazionale per poter approdare
successivamente a quello internazionale, soprattutto in quei paesi dove ancora
esiste un po’ d’intellettualismo musicale. Inoltre è già stato scritto e
attualmente in fase di pre-produzione un prossimo singolo, in modo da mantenere
vivo l’interesse anche dopo l’imminente uscita dell’album.
Il progetto Struttura
& Forma è composto da :
Franco Frassinetti(nato a Genova,
chitarrista, oltre checompositore, produttore, arrangiatore, co-fondatore di S&F,)-Giacomo Caliolo(nato a Brindisi, genovese di
adozione, chitarrista, co-fondatore di S&F, parecchie collaborazioni, tra
cui Rondò Veneziano),Marco
Porritiello(nato a Como,
batterista di estrazione jazz, già collaboratore, fra gli altri, di Alberto
Fortis),Stefano Gatti (proveniente
da Frosinone, bassista, ma anche tastierista, arrangiatore e molto altro),Klaudio Sisto(nato a Milano, cantantecon lunga
esperienza live in cover ed original band tra Milano e Roma).
Non avevo mai ascoltato John Strada e quindi il mio battesimo avviene con
il suo primo album in inglese, “Mongrel”,
dopo i primi sei realizzati in lingua italiana.
“John
Strada è nato in una singolare borgata al crocicchio fra le province di
Bologna, Ferrara e Modena”, e va da sé
quale potrebbe essere l’idioma più naturale da utilizzare, ma il suo amore per “certa
musica” lo ha portato a vivere e ad esibirsi oltreoceano ed oltremanica, e l’assimilazione
della cultura locale ha fatto il paio con il credo di una vita, e le esperienze
quotidiane lo hanno reso un po’ “Mongrel”, meticcio - il titolo dell’album
precedente - una razza che si mischia - consapevolmente - dando vita ad un
artista di sintesi, che trova pieno compimento nel rock blues più sanguigno.
Gli ospiti americani sottocitati ampliano la
cornice che contorna l’immagine di Strada.
Basta l’avvio per capire che siamo al cospetto di
una buonissima versione italiana del Boss, ed è proprio il brano iniziale, Headin’ Home - proposto con Jono Manson - quello che presento in
video a fine post, accattivante e rappresentativo dell’intero album.
Sono ben 15 le tracce
che compongono il disco, alcune delle quali da anni nel repertorio dell’autore,
riarrangiate nell’occasione e arricchite dalle partecipazioni internazionali,
con tre bouns tack: il tutto si traduce in circa 57 minuti di musica che
rispetta gli standard del genere, con parti ritmicamente e stilisticamente
molto rock - “Headin’ Home”, “Who’s Gonna
Drive”, “He Was Magical”, “You’ve Killed All My Heroes” e “Ain’t Gonna Get Up”- affiancate a ballad
tradizionali -“I’m Laughing”, “Dust And Blood”, “Free Through The Wind”- e a momenti intimistici molto coinvolgenti -
“Promises”, “Dust And Blood”.
Citazione a parte per “In The
Fog”, dove l’introduzione di mandolino e fisarmonica caratterizzano il
brano fornendo immagini geografiche ben precise.
Con “Johnny & Jane” ci si tuffa nel soul
e nei locali newyorkesi, tra virtuosismo e allegria.
La perla è a mio
giudizio “Christmas In Maghreb”, una
canzone sufficientemente trasversale, tanto da poter interessare ogni tipo di
fruitore della musica. La voce di John Strada è graffiante il giusto, così come la sua chitarra è avvezza ai licks che hanno fatto storia, e viene da pensare che il luogo in cui doveva nascere è un altro, un posto lontano, dove il seme del rock non si compra, ma si eredita.
Una bella sorpresa “Mogrel”,
una piacevole conoscenza quella di John
Strada, capace di realizzare un disco… internazionale.
Dal comunicato
ufficiale…
Tutte
le canzoni sono state scritte da John Strada e arrangiate insieme alla sua
inseparabile band: The Wild Innocents. Alle registrazione hanno partecipato
alcuni ospiti americani molto rispettati tra gli amanti del rock e del roots,
da Bocephus King, artista canadese vincitore nella categoria stranieri del
Premio Tenco 2015 e Micheal McDermott, popolare songwriter di Chicago, James Maddock
da New York, co-autore di “Promises”, e Jono Manson, che duetta con John Strada
in “Headin’ Home”.
John Strada è nato in una singolare borgata al
crocicchio fra le province di Bologna, Ferrara e Modena.
Negli anni ’90 escono i primi suoi due LP: “Senza
Tregua” e “Cavalli Selvaggi”. In seguito si trasferisce per qualche mese a New
York dove frequenta la scena musicale del Greenwich Village e si esibisce
da solo unplugged al mitico Rock’n’roll café di Bleeker Street. Successivamente
si trasferisce per tre anni a Londra e comincia a suonare in vari club della
città. Continua a scrivere musica e a registrare canzoni con diversi musicisti.
Torna in Italia e fa uscire il terzo cd “Pezzi Di
Vita” che contiene tredici canzoni inedite, ovviamente scritte da lui.
La vera forza di John Strada però scaturisce nei
concerti dal vivo. Le sue canzoni vengono caricate di un’energia nuova e
pulsante. La band riesce a mantenere lo spirito del rock più viscerale e il
calore del soul più intenso. I concerti vengono spesso arricchiti anche con
varie cover che variano a seconda dell’atmosfera della serata. Questi ragazzi
si sono esibiti su vari palchi italiani fra i quali, il Gilgamesh di Torino, il
Naima Club di Forlì dove hanno aperto il concerto della mitica band irlandese
The Commitments e successivamente, dei Jefferson Airplane e di Southside Johnny
and the Asbury Jukes. In seguito, John e la sua band vengono invitati a suonare
a Londra per un concerto al O’Neals Pub di Kings Cross. Il concerto è stato
recensito anche su Italians, rubrica curata da Beppe Severgnini sul Corriere
della Sera.
Nell’estate del 2004 è uscito “Ho voglia di…” un EP
con quattro canzoni presentato alla finale del Bologna Music Festival ripreso
da MTV.
In John convivono un’anima rock e un’anima acustica
e comincia a suonare anche in trio (chitarra, fisarmonica e mandolino) e
comincia un tour per i teatri e piccoli locali. L’esperienza del trio influenza
molto la composizione dei nuovi brani, tanto che John maturerà un album di
canzoni nuove completamente acustiche.
Nel 2008 esce “Dalla Periferia dell’Anima”, cd
realizzato in studio con l’Acoustic Sound Machine, una band a 8 elementi fra i
quali il chitarrista brasiliano Nelson Machado. Le canzoni trattano temi molto
intensi, come il forte disagio giovanile, la meschinità dell’uomo, la tragedia
di immigrati trattati come schiavi, le difficoltà di una società che sta
cambiando ma non riesce ad accettarlo.
In realtà non si tratta solo di un cd musicale, ma
di un progetto più ambizioso: un tentativo di unire musica, letteratura e
pittura. Il libretto interno contiene 10 racconti scritti dallo scrittore
bolognese Gianluca Morozzi che riprendono i testi di John e 10 foto dipinte del
fotografo/pittore Andrea Samaritani (Espresso, Qui touring, ecc.) che
arricchiscono l’espressività dalle canzoni.
Nel Novembre 2010 è uscito su il DVD che ritrae una
di quelle magiche serate: “Live dalla periferia dell’Anima” e continua il tour
nei teatri, locali, e in versione ridotta (trio), scuole e biblioteche. Nel
2011 John imbraccia ancora una volta la chitarra elettrica e registra “Live in
Rock’a” ed in seguito il gruppo è stato invitato a suonare all’Hard Rock Cafè
di Firenze per il concerto finale di una settimana che il popolare ristorante
americano ha dedicato a Bruce Springsteen. John inoltre è tornato ad esibirsi a
New York nel 2013, ospite del grande James Maddock. Le registrazioni di
“Meticcio” sono durate quasi un anno E L’ALBUM è USCITO NEL 2014.
E’ del novembre 2016 il rilascio del primo album in
inglese, “Mongrel”.
Paidarion
Finlandia Project – “Two Worlds Encounter”
50minuti 11 tracce
Un po’ di storia e l’introduzione all’album…
I Paidarion nascono in Finlandia nel
2006. La loro musica attinge dal rock più tradizionale e attraverso trame
melodiche abbraccia i temi progressive.
Nell’aprile del 2015 i Paidarion
invitano in Finlandia cinque amici musicisti con l’intento di presentarli come
ospiti nei loro concerti: i vocalist Jenny
Darren e Kev Moore, inglesi, il
chitarrista ungherese Bogàti-Bokor Akos
e il tastierista finlandese Otso
Pakarinen. La soddisfazione è tale che i titolari Jan-Olof Strandberg - bassista - e Kimmo Porsti - batteria -, decidono di trasportare in studio i
brani realizzati dal vivo e dare vita ad un nuovo progetto finalizzato al nuovo
disco: il Paidarion Finlandia Project.
A questi si aggiunge il tastierista inglese Robert Webb.
Trattasi di artisti di lungo
corso, molto attivi su diversi fronti, meno conosciuti in Italia, ed è questa
l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo.
Il risultato della collaborazione
è un album uscito nel settembre del 2016 dal titolo “Two Worlds Encounter”.
“Volevamo fare un album nello stesso modo in cui un grande
scrittore scrive un grande libro, o un regista dirige un grande film, qualcosa
che si può godere dall’inizio alla fine senza annoiarsi, qualcosa che tocchi il
cuore della gente”.
Il progetto è costituito da
musicisti che arrivano da luoghi diversi e appartengono a culture differenti,
che si ritrovano per suonare e divertirsi, due mondi che si incontrano, come
suggerisci il titolo, due mondi che si fondo grazie alla musica.
IL COMMENTO ALL’ALBUM
Mi sono avvicinato da poco al prog
finlandese grazie a… un italiano, quel Marco Bernard conosciuto per i tanti progetti musicali e impegnato con i suoi The Samurai of Prog, band “studio”
per effetto dell’utilizzo di una parte cospicua di artisti provenienti da paese
lontani, una situazione non facilmente ripetibile sul palco.
I Paidarion hanno alcune cose
fondamentali in comune con i TSOP, oltre al paese di provenienza: il batterista
Kimmo Porsti (in questo caso, anche,
produttore del disco), la mano magica di Ed Unitsky, creatore dell’artwork, e la
tendenza a realizzare una squadra ridondante unendo elementi di diverse nazionalità.
In questo caso le logiche si
rovesciano, e il disco nasce solo dopo aver testato la validità e l’empatia “on
stage”, con l’ovvia conclusione della realizzazione di un album, “Two
Worlds Encounter”,e
la trasformazione occasionale daPaidariona Paidarion Finlandia Project: e due mondi diversi si incontrano!
Il risultato è un lavoro
eterogeneo, dove la melodia emerge, così come la “delicatezza delle trame che
non sono mai alla ricerca né del virtuosismo estremo, né di ritmiche e giri
armonici cervellotici.
La maggior parte dei brani è
caratterizzata dalla vocalità educata della vocalist Jenny Darren (“Colin and
wendy”, Billy would climb”, “Fragile Bridge”, “Yellow”, “Ode to Billie Joe”,
“Grand canyon of my dreams”), contrapposta
al tono metallico di Kev Moore (“Horsemen
to symphinity”, “Why oh why” e “Hahmo”), e in questo ventaglio di colori
si può pescare l’intimismo che attraversa vari generi musicali, così come la
canzone “leggera” tipica del pop americano.
Due i brani strumentali: “Jungle fever”, nel verbo del dialogo fusion
tra il piano elettrico di Robert Webb e
i sintetizzatori di Otso Pakarinen,
eCloudberry sky”, il solo di chitarra acustica di Bogàti-Bokor Akos, a dimostrazione delle diverse frequenze dell’album. Un disco davvero gradevole, adatto
ad ogni tipo di fruitore della musica di qualità, dai suoni… internazionali.
Tutto sommato la denominazione “progressiva”
risulta essere congrua proprio pensando all’assoluta libertà e alle varianti in
gioco, ma esiste un elemento importante che fa pendere l’ago della bilancia, l’incredibile
art work di Ed Unitsky.
Come è ben noto al pubblico del
prog, certi album hanno assunto importanza anche grazie a realizzazioni visual di
spessore e fantasia, e devo dire che attualmente non conosco nessuno come Unitsky che si
avvicina ad una certa filosofia grafica nata nei seventies: le sue copertine sono
opere d’arte e la cura dei particolari fa sì che i
lavori dove lui interviene sono, a mio giudizio, quelli che più riescono a
risvegliare il profumo dell’antico vinile.
Ho chiesto proprio a Ed Unitsky qualche
informazione sul suo lavoro con i Paidarion (Jan-Olof Strandberg e Kimmo Porsti), che cosa lo avesse
ispirato in questa occasione e che cosa rappresenti per lui questo tipo di
collaborazione.
Collaboro con Kimmo Porsti da diversi
anni - come ben sai fa anche parte del gruppo di rock progressive "The
Samurai of Prog" con cui ho realizzato l’artwork di tre album -, e quindi
sono stato molto contento quando mi ha chiesto di curare anche il nuovo
progetto dei Paidarion.
Come solitamente accade nel mio lavoro,
basato sulla collaborazione con i musicisti, ho ricevuto il titolo del nuovo
album - "Two Worlds Encounter" - e il suo concetto guida generale,
alcuni testi, la musica, e da tutto questo ho tratto l’ispirazione. Mi piace
lavorare così perché è un metodo che mi consente la piena libertà creativa.
Non sempre l’idea base mi è chiara. Con
l’album precedente, “Behind the Curtains”, avevo in testa un circo vittoriano: il
nostro mondo reale, attuale, moderno, può esserne il suo riflesso in qualche
modo. Abbiamo discusso di questo con Kimmo e ho capito che i musicisti, per la
cover, preferivano qualcosa che non fosse grottesco e old fashion ma fantasioso.
"Due mondi diversi si incontrano
...", questo mi ha scritto Kimmo in occasione del nuovo disco, ed ecco che
la nuova trama ha cominciato a svilupparsi nella mia testa. Non volevo esporre
subito la mia idea e ho iniziato a giocare con la mente, immaginando gli
oggetti e la loro diversa prospettiva. Amo i simboli e le tracce delle civiltà
antiche (vedi, ad esempio, i volti di pietra e di ghiaccio nelle parti in cui
si evidenzia il panorama roccioso), e mi piace inserire personaggi e entità nel
paesaggio, arricchendo i colori e cercando di dare un’armonia spaziale alle
immagini.
In realtà posso disegnare i luoghinella mia
mente, posto in cui queste situazioni sono molto chiare - come se le vivessi realmente
-, e riesco quindi a realizzare una fotografia di quello che ho pensato ed
elaborato. Così, quando comincio a lavorare su un pezzo, le idee si evolvono
mentre le creo.
A questo punto invio il mio lavoro ben
definito da utilizzare per la cover e resto in attesa della risposta dei
musicisti, e sono molto felice quando dimostrano di amare il risultato quanto
me.
Dopo che l'anteprima dell'opera riceve
l’approvazione, si va oltre la copertina e si passa a tutti gli altri dettagli
che poi completeranno il booklet.
Sintetizzando… la piena implementazione
di un concetto da racchiudere nella grafica di un un album musicale include,
sia le mie idee, che il riflesso di tali idee nel “prodotto finito”, partendo dalla cover art sino al
booklet, seguendo un disegno comune e la piena condivisione.
A distanza di quattro
anni dall’esordio autoprodotto, “Shades Of The Queue”, i toscani Sir Rick Bowmanpropongono l’album
della prima maturità, quello che solitamente presenta un elemento di continuità
calato sul genere musicale che più si ama legato alla voglia di nuovo,
mantenendo fede ai saldi principi, spesso molto rigidi se si è in giovane età.
Il titolo del nuovo lavoro è “A Quiet Life”.
La vita tranquilla è
quella a cui si aspira, spesso, al limite dei 30 anni, quando alcune cose
finiscono - l’adolescenza, gli studi, la frivolezza… - e altre ne arrivano,
quelle che spaventano, che vedono in prima linea obiettivi e responsabilità,
quelle a cui a volte si pensa di non essere preparati. Ma abbiamo degli esempi
davanti a noi, degli stereotipi, dei luoghi comuni che prevedono l’esistenza di
azioni codificate a seconda dell’ età. Esistono alternative?
I Sir Rick Bowman propongono illoro punto di vista,vivendo l’esperienza
in diretta, trasformando idee e pensieri in musica, perché è con la MUSICA che
i giovani, da sempre, si raccontano e si ascoltano.
La modalità espressiva
dei Sir Rick Bowman prevede l’utilizzo
della lingua inglese, perché non esiste niente di meglio quando si vuole
aumentare il tono della discussione/affermazione, basta un po’ di slang e gli
accordi giusti e si ritorna con la mente alla beat generation - che non è solo
ad appannaggio di chi l’ha vissuta in diretta -, arrivando a successive
generazione che utilizzano le stesse linee guida, quelle capaci di tracciare un
fil rouge tra Who, Oasis, Blur e Slydigs.
Ovviamente l’utilizzo
della lingua di Albione ha altre motivazioni, soprattutto legate alla capacità
di adattarsi alle parti sonore nel rispetto delle metriche, ma dando un’occhiata
alla cornice del dipinto qualche motivazione, a volte inconscia, appare chiara
ad occhio esterno.
Quarantacinque minuti di
musica che riescono a catapultare l’ascoltatore
attento in un mondo ben preciso, carico di significati, dove l’utilizzo della
lettura dei testi aiuta ad entrare nella storia, seria, autobiografica, che i S.R.B. propongono, un contenitore che
potremmo definire concept album visto il legame esistente tra i pezzi del
mosaico.
A esemplificazione del
concetto presento l’official video, la title track, il sunto dei significati
racchiusi nell’album.
Le trame sonore e
ritmiche sono convincenti, e basta un inizio di ascolto per inquadrare il disco
in un preciso genere di riferimento, il britpop, che continua a mantenere
originalità e voglia di emulazione.
Tra le undici tracce
trovo una piccola perla, apparentemente fuori schema, Seawolf, un momento intimistico di forte impatto.
Un bel disco, maturo
nei pensieri, godibile per quanto di musicale sa esprimere.
Biografia tratta dal sito di riferimento
La band nasce nel
2008, quando l’allora nucleo originale formato da chitarra, basso e
batteria inizia a comporre brani in cui da subito emerge la passione della band
per la musica inglese, in particolare il britpop. Il gruppo comincia presto ad
affacciarsi sui palchi delle province di Prato e Firenze in forma
semi-acustica, arruolando progressivamente musicisti (seconda chitarra, piano)
in grado di esprimere e dare vita ad un progetto che già dalle prime intenzioni
sembra dover acquisire un respiro più ampio. Dopo alcuni EP, le aperture dei
concerti per The Niro a Prato nel 2010 e nel 2011, le due partecipazioni al
Rock Contest di Controradio, e diverse esperienze live in giro per la Toscana,
la band pubblica nel 2013 il primo disco autoprodotto “Shades Of The Queue”, dove partendo dal folk rock di
matrice britannica, si passa attraverso atmosfere e sonorità alt rock,
fondendo l’elettronica col gusto per la melodia del primo britpop.
Conclusa l’esperienza del primo album, i Sir Rick Bowman cambiano batterista e
si chiudono in studio per dar vita al secondo disco, in cui compaiono nuove
influenze ed una maggiore maturità, “A
Quiet Life!
La Band: Riccardo Caliandro – voce, chitarra Andrea Fabio Fattori – chitarra Francesco Battaglia – basso, cori Giacomo Di Filippo – tastiere, cori Emanuele Pagliai – batteria
Il disco è stato
registrato a metà tra l’El Sop Recording Studio (Sesto Fiorentino – FI) e The
Carlos Room (Prato), mixato e masterizzato da Leo Magnolfi e la band sempre
presso l’El Sop Recording Studio
Massimiliano Cremona – L’Inverno è passato (New Model Label)
“Questo disco parla soprattutto di
persone. A tutte loro e alle loro azioni, positive o negative, un
ringraziamento speciale”.
E’ questa la chiosa dell’autore, una dedica che segue i fatti, perché quelle
“azioni, positive o negative” hanno
determinato un sunto di vita, un tirare le fila, un omaggiare e ricordare, che
nel caso del “lavoro” del generico cantautore si traduce nella realizzazione di
brani che diventeranno macigni inamovibili, che nessun agente atmosferico potrà
rimuovere e nemmeno scalfire.
Ma il cantastorie in questione deve essere bravo, laddove l’aggettivo “bravo”
sfugge a ogni tecnicismo e a ogni abilità verbale, perché gli ingredienti devono
essere saggiamente miscelati… non per stupire, non per pontificare, ma per dare
il senso della bellezza estetica applicata alla quotidianità. E nasce “L’Inverno
è passato”.
Massimilano Cremona è calato alla perfezione
nella realtà, perché è quella che vuole raccontare, che sa raccontare, e non
esistono passaggi tra i suoi dieci brani in cui non mi sono a tratti
riconosciuto, sorridendo, intristendomi, divertendomi.
Amicizia, amore, affetti familiari, un senso della vita che scorre
lasciando rimorsi e rimpianti… un quadro magistrale che tocca nel profondo l’ascoltatore;
ma la sensazione di piena condivisione arriva piano piano, con delicatezza,
usando educazione piuttosto che la forza prorompente di una scomoda verità.
Anche dal punto di vista meramente musicale l’album risulta
particolarmente piacevole, e la base rock di Massimiliano Cremona emerge
palesemente, con il ricorso, anche, a strumenti comuni ma inusuali per il
genere cantautorale (flauto traverso e banjo), così come risulta evidente nel
brano che propongo a seguire - “La
spiegazione” -, una sorta di tormentone che, se passato con continuità in
radio, diventerebbe una hit sicura.
Da segnalare che il disco è stato in parte registrato a Milano presso lo
Jacuzi Studio di Giuliano Dottori, prodotto ed arrangiato da Marco Kiri
Chierichetti e masterizzato a Nashville da Steve Corrao.
Un lavoro musicale che consiglio caldamente, a tutti, in modo
trasversale.
Tracklist:
1. Aria e acqua
2. La spiegazione
3. Canzone per un
amico
4. Con incanto ed
ossessione
5. L’inverno è
Passato. A Sissi
6. Vuoto
7. Disincanto
8. Sospetti
9. Veloce (feat.
Giuliano Dottori)
10. Ninna nanna per
Massi e i suoi amici
Biografia tratta dal sito di riferimento
In veste
di chitarrista, Massimiliano Cremona ha suonato e suona
tuttora in alcune significative formazioni artistiche del Lago Maggiore: Semadama (rock
alternativo italiano, un album omonimo), Il Vile (stoner rock,
l’album “Insonne” e due minitour in Spagna), Los Borrachos (rock’n’roll,
il live “Ubriachezza molesta”, l’album “Verso est” e innumerevoli concerti dal
vivo).
Nel 2014
fonda, insieme a Enrico Sempavor Gerosa, gli Animali Acustici, con
i quali ha un’intensa attività live (da segnalare un minitour in Germania).
A inizio
2015 esordisce in veste di cantautore pubblicando il disco Canzoni
dalla nebbia, presentato a Verbania, Novara e Milano.
Ancora
nel 2015 inizia, insieme al produttore Marco Kiri Chierichetti (fonico e
musicista verbanese), i lavori per il secondo disco L’inverno è passato,
in parte registrato a Milano presso lo Jacuzi Studio del cantautore Giuliano
Dottori e masterizzato da Steve Corrao a Nashville (Usa).
La band
con cui ha registrato l’album e con cui si esibirà nelle date di presentazione
del nuovo lavoro comprende i musicisti Marco
Kiri Chierichetti (flauto traverso, armoniche, effetti), Enrico Gerosa (cori), Alberto Fabbris (chitarra elettrica,
banjo), Andrea Polidoro (basso
elettrico) e Sergio Polidoro
(batteria).
Evento unico quello del 22 aprile a La Claque di Genova, luogo deputato per il ritorno alle scene dei
seminali Semiramis,
band storica, degna rappresentante del
prog italiano, con l’unico… demerito, quello di aver realizzato un solo album, “Dedicato
a Frazz”… roba da collezionisti! L'organizzazione, come spesso accade, è della Black Widow Records.
La serata è dedicata alla
riproposizione dell’intero album, ma la presentazione finale di un nuovo brano
fa presupporre che sia in lavorazione un secondo capitolo, a distanza di 44
anni, e che quindi la reunion non sia solo fatto episodico e simbolico ma l’inizio
di un nuovo progetto.
A chiudere il cerchio del mio
ragionamento/speranza l’annunciato tour in Giappone di prossima realizzazione,
assieme ai Delirium.
A preparare l’ambiente ci pensa l’ensemble
AcusticA,
un quartetto talentuoso capitanato dal “Maestro” Gianni Martini - chitarrista -, di cui fa parte la cantante Chiara Micheli, Matteo Santagata - chitarra acustica e voce - e Giovanni Acquilino, flauto e voce.
Il progetto dovrebbe essere in
embrione, ma ciò che hanno proposto - un mix acustico di musica “importante”
degli anni ’70 - ha fornito il giusto profumo all'apertura, una performance
piacevole, sia per la scelta dei brani che per la capacità di donare un volto delicato
a brani decisamente elettrici, come “Light
My Fire” dei Doors.
Il loro è un viaggio di una
trentina di minuti che tocca la musica d’oltremanica, quella dei
Beatles e degli Stones, ma soprattutto quella dei Traffic, come dimostra il
filmato che propongo a seguire.
Aspettiamo nuove notizie dagli AcusticA…
In attesa del gruppo clou, lo
scambio di battute tra i presenti delinea più o meno lo stesso pensiero:
curiosità di ascoltare dal vivo una band mai vista, e voglia di testare la tenuta
di una musica creata tantissimo tempo fa, “ripassata” nella settimana di
avvicinamento al concerto, tanto per rinfrescare la memoria.
I Semiramis presentano tre degli elementi originali: Giampiero Artegiani - nell’occasione
narratore e chitarra -, Maurizio Zarillo
alle tastiere e Paolo Faenza alla
batteria… nomi noti nel circuito musicale!
La formazione, in origine formata
da cinque elementi (Michele Zarillo
alla voce e chitarra e il bassista Marcello
Reddavide), vede ora l’aggiunta di Rino
Amato alle tastiere, Ivo Mileto
al basso, Vito Ardito alla voce e
chitarra 12 corde e il giovane chitarrista elettrico Antonio Trapani.
Dopo la completa presentazione di Artegiani,
che riporta al passato e arriva sino ai giorni nostri, va in scena l’intero
album (da ricordare l’incredibile copertina realizzata dall’inglese Gordon
Faggetter), Dedicato a Frazz (Frazz è
l’acronimo dei cognomi dei membri originali della band), un concept in cui si
racconta la lotta tra la vita reale e la finzione che tormenta il protagonista
della storia, un doppio volto che appare tuttora attualissimo nella sua
simbolicità.
Sotto la guida di Artegiani, che detta
i tempi come un maestro d’orchestra, emerge tutta la forza della musica dei Semiramis, probabilmente molto più
possente e integrata rispetto a quanto avveniva nei live dei seventies, perché la
maturità e la tecnologia hanno, ovviamente, peso rilevante. Non si può parlare
di enorme esperienza nel caso di Trapani per un semplice fatto anagrafico, ma
da quello che ha mostrato sul palco, dal gusto e dalla competenza dimostrata
sulla sua Gibson SG, dal contenimento dell’esuberanza giovanile a vantaggio del
gioco di squadra, direi che è un perfetto pezzo di un mosaico esaltante.
Sì, esaltante è un aggettivo tra i
più gettonati nel post concerto, una performance davvero oltre ogni
aspettativa, con il racconto disegnato non solo da musica e parole, ma anche da
luci, colori e azioni - il clown impiccato che compare sul palco ne è un
esempio -, il tutto corroborato da un sound che colpisce, costituito da
ingredienti perfetti, da un fraseggio tastierstico pregevole, da una sezione
ritmica in grande evidenza, da una voce sempre puntuale e particolarmente
adatta alla proposta. Si arriva alla fine e, come annunciato
da Artegiani, i Semiramis preparano
l’antipasto per il futuro album, un brano che, non solo a mio giudizio, è
arrivato immediatamente al pubblico, cosa non semplice quando si parla di costruzioni prog.
Riflettendo e commentando a
posteriori, una delle cose più sorprendenti, relativamente a quanto realizzato
in quel lontano 1973, è il fatto che un album così… efficace, sia stato concepito
da minorenni! Sul palco del La Claque i sedicenni non erano contemplati ma la
loro musica è rimasta, intatta, più bella che mai…
La realizzazione del futuro DVD,
testimonianza della serata, sarà utile per gli amanti del prog, non presenti
nell’occasione.