sabato 6 maggio 2017

The Art of Ed Unitsky





I think Ed Unitsky is a genius of visual arts and his musical work brings back to the greats of history… I asked Ed Unitsky the latest news related to his work...

I collaborate with Kimmo Porsti for years - he is a part of “The Samurai of Prog” progressive rock group and I make artwork for them (3 albums so far), so I was very glad when he asked me to design Paidarion’s release. As it usually goes in my work with musicians, I got forthcoming album’s title - "Two Worlds Encounter" - and its general concept, some lyrics and project’s music for inspiration. Also – so good and for me – I got total creative freedom. I don’t always know what idea is going to be. Previously with Paidarion’s album I had an idea with… “Victorian” circus: our real modern world can be its reflection in some way. We discussed about this with Kimmo and I understood that musicians preferred not grotesque and old-fasion but fantasy way for the cover artwork. “Two different worlds meet…” - Kimmo wrote and – alias! - the new plot started its developing in my mind. I didn’t want to be blatant in idea’s showing and I started to “play” with views and objects in my imagination. I love symbols and ancient civilizations’ traces (you see, for example, stone and ice “faces” in the “rock” parts of the view), also I like to incorporate characters and entities in the landscape and I love to rich colorful and “spacey” harmony in the picture. Actualiy, I can imagine some place in my mind very clear - as if I really live in them, - so I simply go with the “picture in my mind’. And when I start working on a piece, the ideas evolve as I create them. Sending finished artwork for the cover I am so looking forward to the musicians’ answer and I was really happy that they loved the result. After the cover art’s previewing some minor changes follows and then we works with booklet. So, the full implementation of a concept for a music album includes both my own ideas and the reflection of such ideas in the products, from the cover art to a booklet, following a common design.

giovedì 4 maggio 2017

Intervista a Struttura & Forma


Ad inizio anno è stato rilasciato “One Of Us”, di Struttura & Forma, album che Andrea Pintelli ha recensito a febbraio per MAT2020:


Struttura & Forma è una band italiana di lungo corso, nata del 1972, e dopo la naturale “sosta”, da circa quattro anni ha ripreso la piena attività.
L’inizio del 2017 ha visto l’uscita del citato "One Of Us", con la produzione e la partecipazione al mellotron di Beppe Crovella (Elctromantic Music) e la distribuzione di SELF e Ma.Ra.Cash.


Poco prima dell’uscita del disco avevo posto qualche domanda alla band realizzando questa intervista…

E’ passato molto tempo da quando ho assistito al vostro ritorno live, nel novembre 2012: che cosa è accaduto in questo periodo?

Giacomo: Dopo la prima esibizione Live abbiamo composto qualche brano ed abbiamo suonato a Como Live e poi di nuovo a Genova. Abbiamo registrato a Turate (CO) al Dedolor Studio in un giorno soltanto. Poi con Franco abbiamo pensato di inserire la voce e dopo un concerto al Prog to Rock a Torino abbiamo definito meglio il progetto con l'arrivo di Claudio Sisto che avevo conosciuto qualche anno prima e che casualmente rividi a Roma durante un evento con diversi musicisti.

Come si è evoluta la formazione da allora?

Giacomo: Con Franco abbiamo deciso l'inserimento di una voce perché, pur amando la musica strumentale, il progetto attuale rispetto alla prima formazione che all'inizio era orientata anche a canzoni prog era meno comunicativo, non per la qualità musicale quanto per la complessità espressiva che adesso, con dei testi adatti e con temi non banali (siamo pur sempre un gruppo rock), può comunicare ad un maggior numero di persone.

E’ pronto al rilascio il vostro album “One Of Us”: me ne parli?

Franco: E ’ un album un pò sofferto nella sua preparazione perché come verrà spiegato più avanti, dopo le prime performance del 2012 2014 è stato deciso di registrare l’album, e considerato che tutti i componenti della band sono impegnati anche su altri fronti, abbiamo dovuto ottimizzare i tempi registrando i brani in una sola giornata. Questo ha comportato poi un lungo lavoro di post produzione. Ora che siamo arrivati al termine vorremmo dare al progetto Struttura & Forma - il cui nome nasce anche da un primo show avvenuto negli anni ‘70 ideato da Alex Diambrini, uno dei principali fondatori che ci ha purtroppo lasciato nell’estate del 2015 – un’immagine anche di taglio culturale, visto che le tematiche dei testi sono a sfondo sociale, scientifico, con concetti universali.

 Che ruolo ha Beppe Crovella nel vostro  progetto?

Struttura & Forma: Crovella ha mostrato interesse, sin dal primo ascolto, verso la nostra musica, e dopo un’attenta sua analisi ha pensato che l’inserimento di uno strumento come il mellotron potesse caratterizzare ulteriormente la nostra scrittura e il sound generale… così infatti è stato.
Successivamente abbiamo scoperto, piacevolmente, e con onore, la sua disponibilità nel partecipare come special guest nell’intero album.

All’interno dell’album è presente un tributo a Greg Lake, “Lucky Man”, scritto in tempi non sospetti, quando Greg era ancora vivo: come vi è venuta l’idea?

Franco: L’inserimento del brano Lucky Man lo si deve alla partecipazione di Beppe Crovella come guest, in quanto durante un nostro primo incontro con lui, avvenuto nel mese di luglio dello scorso anno, lo stesso Crovella, manifestando un certo interesse per il sound, ci  suggerì di inserire una traccia in più, anche in acustico, al fine di incrementare il minutaggio dell’intero album. A quel punto ci venne da dirgli che in realtà in precedenza si era pensato di inserire una cover proveniente dal mondo prog, pertanto da lì a qualche giorno abbiamo maturato l’idea di lavorare una prima bozza del brano Lucky Man, ritenendolo un’icona della musica prog e che inevitabilmente ci ricordava nostalgicamente i nostri storici approcci verso la musica di quegli anni.
Durante la lavorazione Crovella suggerì anche l’inserimento di parti inedite al fine di caratterizzare in modo più personale la nostra interpretazione, pur lasciando inalterata la parte melodica originale: l’intenzione finale sarebbe stata poi quella di far pervenire a Greg la nostra realizzazione... purtroppo questo non è stato più possibile. 

Come si è inserito il vocalist Klaudio Sisto in un progetto che nasceva per essere strumentale?

Giacomo: Bella domanda! il primo brano è stato Kepler, scritto da Elisa Pilotti, e direi che Claudio è riuscito subito ad entrare nello spirito del progetto: è comunque un cantante rock! Certo non è stato semplice per lui scrivere le liriche e farle combaciare con riff ed armonizzazioni nati per essere strumentali. Questo è stato possibile anche grazie al certosino lavoro di post produzione di Franco, che ha remixato tutto sia prima che dopo l'arrivo di Claudio nel suo home studio, il ”Safrin studio”, e dopo l'inserimento del mellotron di Crovella. Complessivamente questo disco ha richiesto quasi tre anni! Adesso è pronto per essere ascoltato e speriamo piaccia a molti.

Franco: Vorrei aggiungere che la difficoltà maggiore è stata appunto quella di scrivere le parti tematiche vocali su quelle già esistenti strumentali, prestando attenzione che le stesse potessero diventare parti arrangiative ma contestualmente intellegibili, soprattutto per un ascoltatore appassionato attento e allenato all’ascolto. Il tutto è valorizzato dall’eccellente scrittura dei testi da parte dell’autore e interprete Claudio Sisto, che ha saputo adattare con esemplare professionalità concettuale la metrica delle parole con la complessa e caratteristica scrittura melodica che ne caratterizza il linguaggio stesso.

In che formato uscirà “One Of Us” e con quale etichetta e distribuzione?

Struttura & Forma: Con la Label Electromantic di Beppe Crovella, distribuzione internazionale Maracash, italiana Self per quanto riguarda il formato fisico; per quello digitale Pirames International. Il supporto pubblicato è il CD ma non si esclude anche in tempi successivi il formato vinile.

Avete pianificato presentazioni e pubblicizzazioni sul palco?

Giacomo: Questo argomento è in fase di definizione, ci si sta preparando minuziosamente ad eventi live e promozionali, e comunque la nostra dimensione è assolutamente live come tu già sai avendo assistito dall'inizio alla nascita di questa reunion.

Mi date una definizione della vostra musica, che possa essere d’aiuto a chi ancora non vi conosce?

Franco: Sicuramente definire un genere non è mai molto semplice, tuttavia, volendo collocare la scrittura di Struttura & Forma in qualche genere, sicuramente quello prog è il più consono, anche se va considerato che il nostro sound è sicuramente contaminato da elementi jazz, rock, fusion e a tratti anche ambient; questa particolarità è dovuta al fatto che sia il sottoscritto che Giacomo veniamo da una formazione trasversale, senza specializzazioni di sorta, incrementata nel corso della nostra carriera. Tutto viene poi permesso da un genere come il prog, che consente di spaziare da una forma all'altra dando sfogo alla propria fantasia nella scrittura e nella scelta arrangiativa dei brani.

Cosa c’è nel futuro prossimo di Struttura & Forma?

Franco: Sicuramente una fitta promozione web accompagnata da eventi live su tutto il territorio nazionale per poter approdare successivamente a quello internazionale, soprattutto in quei paesi dove ancora esiste un po’ d’intellettualismo musicale. Inoltre è già stato scritto e attualmente in fase di pre-produzione un prossimo singolo, in modo da mantenere vivo l’interesse anche dopo l’imminente uscita dell’album.


Il progetto Struttura & Forma è composto da :

Franco Frassinetti (nato a Genova, chitarrista, oltre che compositore, produttore, arrangiatore, co-fondatore di S&F,) - Giacomo Caliolo (nato a Brindisi, genovese di adozione, chitarrista, co-fondatore di S&F, parecchie collaborazioni, tra cui Rondò Veneziano), Marco Porritiello (nato a Como, batterista di estrazione jazz, già collaboratore, fra gli altri, di Alberto Fortis), Stefano Gatti (proveniente da Frosinone, bassista, ma anche tastierista, arrangiatore e molto altro), Klaudio Sisto (nato a Milano, cantante con lunga esperienza live in cover ed original band tra Milano e Roma).



lunedì 1 maggio 2017

John Strada –" Mongrel"

John Strada – Mongrel


Non avevo mai ascoltato John Strada e quindi il mio battesimo avviene con il suo primo album in inglese, “Mongrel”, dopo i primi sei realizzati in lingua italiana.
“John Strada è nato in una singolare borgata al crocicchio fra le province di Bologna, Ferrara e Modena”, e va da sé quale potrebbe essere l’idioma più naturale da utilizzare, ma il suo amore per “certa musica” lo ha portato a vivere e ad esibirsi oltreoceano ed oltremanica, e l’assimilazione della cultura locale ha fatto il paio con il credo di una vita, e le esperienze quotidiane lo hanno reso un po’ “Mongrel”, meticcio - il titolo dell’album precedente - una razza che si mischia - consapevolmente - dando vita ad un artista di sintesi, che trova pieno compimento nel rock blues più sanguigno.
Gli ospiti americani sottocitati ampliano la cornice che contorna l’immagine di Strada.
Basta l’avvio per capire che siamo al cospetto di una buonissima versione italiana del Boss, ed è proprio il brano iniziale, Headin’ Home - proposto con Jono Manson - quello che presento in video a fine post, accattivante e rappresentativo dell’intero album.
Sono ben 15 le tracce che compongono il disco, alcune delle quali da anni nel repertorio dell’autore, riarrangiate nell’occasione e arricchite dalle partecipazioni internazionali, con tre bouns tack: il tutto si traduce in circa 57 minuti di musica che rispetta gli standard del genere, con parti ritmicamente e stilisticamente molto rock  - “Headin’ Home”, “Who’s Gonna Drive”, “He Was Magical”,You’ve Killed All My Heroes” e “Ain’t Gonna Get Up”- affiancate a ballad tradizionali -“I’m Laughing”, “Dust And Blood”, “Free Through The Wind”- e a momenti intimistici molto coinvolgenti - “Promises”, “Dust And Blood”.
Citazione a parte per  “In The Fog”, dove l’introduzione di mandolino e fisarmonica caratterizzano il brano fornendo immagini geografiche ben precise.
Con “Johnny & Jane” ci si tuffa nel soul e nei locali newyorkesi, tra virtuosismo e allegria.
La perla è a mio giudizio “Christmas In Maghreb”, una canzone sufficientemente trasversale, tanto da poter interessare ogni tipo di fruitore della musica.
La voce di John Strada è graffiante il giusto, così come la sua chitarra è avvezza ai licks che hanno fatto storia, e viene da pensare che il luogo in cui doveva nascere è un altro, un posto lontano, dove il seme del rock non si compra, ma si eredita.
Una bella sorpresa “Mogrel”, una piacevole conoscenza quella di John Strada, capace di realizzare un disco… internazionale.

Dal comunicato ufficiale…
Tutte le canzoni sono state scritte da John Strada e arrangiate insieme alla sua inseparabile band: The Wild Innocents. Alle registrazione hanno partecipato alcuni ospiti americani molto rispettati tra gli amanti del rock e del roots, da Bocephus King, artista canadese vincitore nella categoria stranieri del Premio Tenco 2015 e Micheal McDermott, popolare songwriter di Chicago, James Maddock da New York, co-autore di “Promises”, e Jono Manson, che duetta con John Strada in “Headin’ Home”.



Tracklist:
1. Headin’ Home feat Jono Manson
2. Who’s Gonna Drive
3. He Was Magical
4. Promises feat James Maddock
5. You’ve Killed All My Heroes
6. Ain’t Gonna Get Up
7. I’m Laughing feat Michael McDermott
8. Dust And Blood
9. Johnny & Jane feat Bocephus King
10. In The Fog
11. Free Through The Wind
12. Christmas In Maghreb
13. The Mistletoe’s Burning (Bonus Track)
14. Here I Am (Bonus Track)
15. Walking On Quicksand (Bonus Track)
Link:


Biografia

John Strada è nato in una singolare borgata al crocicchio fra le province di Bologna, Ferrara e Modena.
Negli anni ’90 escono i primi suoi due LP: “Senza Tregua” e “Cavalli Selvaggi”. In seguito si trasferisce per qualche mese a New York dove frequenta la scena  musicale del Greenwich Village e si esibisce da solo unplugged al mitico Rock’n’roll café di Bleeker Street. Successivamente si trasferisce per tre anni a Londra e comincia a suonare in vari club della città. Continua a scrivere musica e a registrare canzoni con diversi musicisti.
Torna in Italia e fa uscire il terzo cd “Pezzi Di Vita” che contiene tredici canzoni inedite, ovviamente scritte da lui.
La vera forza di John Strada però scaturisce nei concerti dal vivo. Le sue canzoni vengono caricate di un’energia nuova e pulsante. La band riesce a mantenere lo spirito del rock più viscerale e il calore del soul più intenso. I concerti vengono spesso arricchiti anche con varie cover che variano a seconda dell’atmosfera della serata. Questi ragazzi si sono esibiti su vari palchi italiani fra i quali, il Gilgamesh di Torino, il Naima Club di Forlì dove hanno aperto il concerto della mitica band irlandese The Commitments e successivamente, dei Jefferson Airplane e di Southside Johnny and the Asbury Jukes. In seguito, John e la sua band vengono invitati a suonare a Londra per un concerto al O’Neals Pub di Kings Cross. Il concerto è stato recensito anche su Italians, rubrica curata da Beppe Severgnini sul Corriere della Sera.
Nell’estate del 2004 è uscito “Ho voglia di…” un EP con quattro canzoni presentato alla finale del Bologna Music Festival ripreso da MTV.
In John convivono un’anima rock e un’anima acustica e comincia a suonare anche in trio (chitarra, fisarmonica e mandolino) e comincia un tour per i teatri e piccoli locali. L’esperienza del trio influenza molto la composizione dei nuovi brani, tanto che John maturerà un album di canzoni nuove completamente acustiche.
Nel 2008 esce “Dalla Periferia dell’Anima”, cd realizzato in studio con l’Acoustic Sound Machine, una band a 8 elementi fra i quali il chitarrista brasiliano Nelson Machado. Le canzoni trattano temi molto intensi, come il forte disagio giovanile, la meschinità dell’uomo, la tragedia di immigrati trattati come schiavi, le difficoltà di una società che sta cambiando ma non riesce ad accettarlo.
In realtà non si tratta solo di un cd musicale, ma di un progetto più ambizioso: un tentativo di unire musica, letteratura e pittura. Il libretto interno contiene 10 racconti scritti dallo scrittore bolognese Gianluca Morozzi che riprendono i testi di John e 10 foto dipinte del fotografo/pittore Andrea Samaritani (Espresso, Qui touring, ecc.) che arricchiscono l’espressività dalle canzoni.
Nel Novembre 2010 è uscito su il DVD che ritrae una di quelle magiche serate: “Live dalla periferia dell’Anima” e continua il tour nei teatri, locali, e in versione ridotta (trio), scuole e biblioteche. Nel 2011 John imbraccia ancora una volta la chitarra elettrica e registra “Live in Rock’a” ed in seguito il gruppo è stato invitato a suonare all’Hard Rock Cafè di Firenze per il concerto finale di una settimana che il popolare ristorante americano ha dedicato a Bruce Springsteen. John inoltre è tornato ad esibirsi a New York nel 2013, ospite del grande James Maddock. Le registrazioni di “Meticcio” sono durate quasi un anno E L’ALBUM è USCITO NEL 2014.
E’ del novembre 2016 il rilascio del primo album in inglese, “Mongrel”.

venerdì 28 aprile 2017

Paidarion Finlandia Project – “Two Worlds Encounter”




Paidarion Finlandia Project – “Two Worlds Encounter”
50minuti 11 tracce

Un po’ di storia e l’introduzione all’album…

I Paidarion nascono in Finlandia nel 2006. La loro musica attinge dal rock più tradizionale e attraverso trame melodiche abbraccia i temi progressive.
Nell’aprile del 2015 i Paidarion invitano in Finlandia cinque amici musicisti con l’intento di presentarli come ospiti nei loro concerti: i vocalist Jenny Darren e Kev Moore, inglesi, il chitarrista ungherese Bogàti-Bokor Akos e il tastierista finlandese Otso Pakarinen. La soddisfazione è tale che i titolari Jan-Olof Strandberg - bassista - e Kimmo Porsti - batteria -, decidono di trasportare in studio i brani realizzati dal vivo e dare vita ad un nuovo progetto finalizzato al nuovo disco: il Paidarion Finlandia Project. A questi si aggiunge il tastierista inglese Robert Webb.
Trattasi di artisti di lungo corso, molto attivi su diversi fronti, meno conosciuti in Italia, ed è questa l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo.
Il risultato della collaborazione è un album uscito nel settembre del 2016 dal titolo “Two Worlds Encounter.

“Volevamo fare un album nello stesso modo in cui un grande scrittore scrive un grande libro, o un regista dirige un grande film, qualcosa che si può godere dall’inizio alla fine senza annoiarsi, qualcosa che tocchi il cuore della gente”.

Il progetto è costituito da musicisti che arrivano da luoghi diversi e appartengono a culture differenti, che si ritrovano per suonare e divertirsi, due mondi che si incontrano, come suggerisci il titolo, due mondi che si fondo grazie alla musica.


IL COMMENTO ALL’ALBUM

Mi sono avvicinato da poco al prog finlandese grazie a… un italiano, quel Marco Bernard conosciuto per i tanti progetti musicali e impegnato con i suoi The Samurai of Prog, band “studio” per effetto dell’utilizzo di una parte cospicua di artisti provenienti da paese lontani, una situazione non facilmente ripetibile sul palco.
I Paidarion hanno alcune cose fondamentali in comune con i TSOP, oltre al paese di provenienza: il batterista Kimmo Porsti (in questo caso, anche, produttore del disco), la mano magica di Ed Unitsky, creatore dell’artwork, e la tendenza a realizzare una squadra ridondante unendo elementi di diverse nazionalità.
In questo caso le logiche si rovesciano, e il disco nasce solo dopo aver testato la validità e l’empatia “on stage”, con l’ovvia conclusione della realizzazione di un album, Two Worlds Encounter, e la trasformazione occasionale da Paidarion a Paidarion Finlandia Project: e due mondi diversi si incontrano!
Il risultato è un lavoro eterogeneo, dove la melodia emerge, così come la “delicatezza delle trame che non sono mai alla ricerca né del virtuosismo estremo, né di ritmiche e giri armonici cervellotici.



La maggior parte dei brani è caratterizzata dalla vocalità educata della vocalist Jenny Darren (“Colin and wendy”, Billy would climb”, “Fragile Bridge”, “Yellow”,Ode to Billie Joe”, “Grand canyon of my dreams”), contrapposta al tono metallico di Kev Moore (“Horsemen to symphinity”,Why oh why” e “Hahmo”), e in questo ventaglio di colori si può pescare l’intimismo che attraversa  vari generi musicali, così come la canzone “leggera” tipica del pop americano.
Due i brani strumentali: “Jungle fever”, nel verbo del dialogo fusion tra il piano elettrico di Robert Webb e i sintetizzatori di Otso Pakarinen, e Cloudberry sky”, il solo di chitarra acustica di Bogàti-Bokor Akos, a dimostrazione delle diverse frequenze dell’album.
Un disco davvero gradevole, adatto ad ogni tipo di fruitore della musica di qualità, dai suoni… internazionali.
Tutto sommato la denominazione “progressiva” risulta essere congrua proprio pensando all’assoluta libertà e alle varianti in gioco, ma esiste un elemento importante che fa pendere l’ago della bilancia, l’incredibile art work di Ed Unitsky.
Come è ben noto al pubblico del prog, certi album hanno assunto importanza anche grazie a realizzazioni visual di spessore e fantasia, e devo dire che attualmente non conosco nessuno come Unitsky che si avvicina ad una certa filosofia grafica nata nei seventies: le sue copertine sono opere d’arte e la cura dei particolari fa sì che i lavori dove lui interviene sono, a mio giudizio, quelli che più riescono a risvegliare il profumo dell’antico vinile.


Ho chiesto proprio a Ed Unitsky qualche informazione sul suo lavoro con i Paidarion (Jan-Olof Strandberg  e Kimmo Porsti), che cosa lo avesse ispirato in questa occasione e che cosa rappresenti per lui questo tipo di collaborazione.

Collaboro con Kimmo Porsti da diversi anni - come ben sai fa anche parte del gruppo di rock progressive "The Samurai of Prog" con cui ho realizzato l’artwork di tre album -, e quindi sono stato molto contento quando mi ha chiesto di curare anche il nuovo progetto dei Paidarion.
Come solitamente accade nel mio lavoro, basato sulla collaborazione con i musicisti, ho ricevuto il titolo del nuovo album - "Two Worlds Encounter" - e il suo concetto guida generale, alcuni testi, la musica, e da tutto questo ho tratto l’ispirazione. Mi piace lavorare così perché è un metodo che mi consente la piena libertà creativa.
Non sempre l’idea base mi è chiara. Con l’album precedente, “Behind the Curtains”, avevo in testa un circo vittoriano: il nostro mondo reale, attuale, moderno, può esserne il suo riflesso in qualche modo. Abbiamo discusso di questo con Kimmo e ho capito che i musicisti, per la cover, preferivano qualcosa che non fosse grottesco e old fashion ma fantasioso.
"Due mondi diversi si incontrano ...", questo mi ha scritto Kimmo in occasione del nuovo disco, ed ecco che la nuova trama ha cominciato a svilupparsi nella mia testa. Non volevo esporre subito la mia idea e ho iniziato a giocare con la mente, immaginando gli oggetti e la loro diversa prospettiva. Amo i simboli e le tracce delle civiltà antiche (vedi, ad esempio, i volti di pietra e di ghiaccio nelle parti in cui si evidenzia il panorama roccioso), e mi piace inserire personaggi e entità nel paesaggio, arricchendo i colori e cercando di dare un’armonia spaziale alle immagini.
In realtà posso disegnare i luoghi nella mia mente, posto in cui queste situazioni sono molto chiare - come se le vivessi realmente -, e riesco quindi a realizzare una fotografia di quello che ho pensato ed elaborato. Così, quando comincio a lavorare su un pezzo, le idee si evolvono mentre le creo.
A questo punto invio il mio lavoro ben definito da utilizzare per la cover e resto in attesa della risposta dei musicisti, e sono molto felice quando dimostrano di amare il risultato quanto me.
Dopo che l'anteprima dell'opera riceve l’approvazione, si va oltre la copertina e si passa a tutti gli altri dettagli che poi completeranno il booklet.  
Sintetizzando… la piena implementazione di un concetto da racchiudere nella grafica di un un album musicale include, sia le mie idee, che il riflesso di tali idee nel “prodotto finito”, partendo dalla cover art sino al booklet, seguendo un disegno comune e la piena condivisione.

E ora non resta che il riassunto sonoro…



mercoledì 26 aprile 2017

Sir Rick Bowman - “A Quiet Life”


Sir Rick Bowman - “A Quiet Life”
New Model Label

A distanza di quattro anni dall’esordio autoprodotto, Shades Of The Queue”, i toscani Sir Rick Bowman propongono l’album della prima maturità, quello che solitamente presenta un elemento di continuità calato sul genere musicale che più si ama legato alla voglia di nuovo, mantenendo fede ai saldi principi, spesso molto rigidi se si è in giovane età. Il titolo del nuovo lavoro è A Quiet Life”.
La vita tranquilla è quella a cui si aspira, spesso, al limite dei 30 anni, quando alcune cose finiscono - l’adolescenza, gli studi, la frivolezza… - e altre ne arrivano, quelle che spaventano, che vedono in prima linea obiettivi e responsabilità, quelle a cui a volte si pensa di non essere preparati. Ma abbiamo degli esempi davanti a noi, degli stereotipi, dei luoghi comuni che prevedono l’esistenza di azioni codificate a seconda dell’ età. Esistono alternative?
I Sir Rick Bowman propongono il loro punto di vista, vivendo l’esperienza in diretta, trasformando idee e pensieri in musica, perché è con la MUSICA che i giovani, da sempre, si raccontano e si ascoltano.
La modalità espressiva dei Sir Rick Bowman prevede l’utilizzo della lingua inglese, perché non esiste niente di meglio quando si vuole aumentare il tono della discussione/affermazione, basta un po’ di slang e gli accordi giusti e si ritorna con la mente alla beat generation - che non è solo ad appannaggio di chi l’ha vissuta in diretta -, arrivando a successive generazione che utilizzano le stesse linee guida, quelle capaci di tracciare un fil rouge tra Who, Oasis, Blur e Slydigs.

Ovviamente l’utilizzo della lingua di Albione ha altre motivazioni, soprattutto legate alla capacità di adattarsi alle parti sonore nel rispetto delle metriche, ma dando un’occhiata alla cornice del dipinto qualche motivazione, a volte inconscia, appare chiara ad occhio esterno.
Quarantacinque minuti di musica che riescono a  catapultare l’ascoltatore attento in un mondo ben preciso, carico di significati, dove l’utilizzo della lettura dei testi aiuta ad entrare nella storia, seria, autobiografica, che i S.R.B. propongono, un contenitore che potremmo definire concept album visto il legame esistente tra i pezzi del mosaico.
A esemplificazione del concetto presento l’official video, la title track, il sunto dei significati racchiusi nell’album.
Le trame sonore e ritmiche sono convincenti, e basta un inizio di ascolto per inquadrare il disco in un preciso genere di riferimento, il britpop, che continua a mantenere originalità e voglia di emulazione.
Tra le undici tracce trovo una piccola perla, apparentemente fuori schema, Seawolf, un momento intimistico di forte impatto.
Un bel disco, maturo nei pensieri, godibile per quanto di musicale sa esprimere.


Biografia tratta dal sito di riferimento
La band nasce nel 2008, quando l’allora nucleo originale formato da  chitarra, basso e batteria inizia a comporre brani in cui da subito emerge la passione della band per la musica inglese, in particolare il britpop. Il gruppo comincia presto ad affacciarsi sui palchi delle province di Prato e Firenze in forma semi-acustica, arruolando progressivamente musicisti (seconda chitarra, piano) in grado di esprimere e dare vita ad un progetto che già dalle prime intenzioni sembra dover acquisire un respiro più ampio. Dopo alcuni EP, le aperture dei concerti per The Niro a Prato nel 2010 e nel 2011, le due partecipazioni al Rock Contest di Controradio, e diverse esperienze live in giro per la Toscana, la band pubblica nel 2013 il primo disco autoprodotto “Shades Of The Queue”, dove partendo dal folk rock di matrice britannica, si passa attraverso atmosfere e sonorità alt rock, fondendo l’elettronica col gusto per la melodia del primo britpop. Conclusa l’esperienza del primo album, i Sir Rick Bowman cambiano batterista e si chiudono in studio per dar vita al secondo disco, in cui compaiono nuove influenze ed una maggiore maturità, “A Quiet Life!

Link:


La Band: 
Riccardo Caliandro – voce, chitarra 
Andrea Fabio Fattori – chitarra 
Francesco Battaglia – basso, cori 
Giacomo Di Filippo – tastiere, cori 
Emanuele Pagliai – batteria
Il disco è stato registrato a metà tra l’El Sop Recording Studio (Sesto Fiorentino – FI) e The Carlos Room (Prato), mixato e masterizzato da Leo Magnolfi e la band sempre presso l’El Sop Recording Studio

martedì 25 aprile 2017

Massimiliano Cremona –" L’Inverno è passato"


Massimiliano Cremona – L’Inverno è passato
(New Model Label)
Questo disco parla soprattutto di persone. A tutte loro e alle loro azioni, positive o negative, un ringraziamento speciale”.
E’ questa la chiosa dell’autore, una dedica che segue i fatti, perché quelle “azioni, positive o negative” hanno determinato un sunto di vita, un tirare le fila, un omaggiare e ricordare, che nel caso del “lavoro” del generico cantautore si traduce nella realizzazione di brani che diventeranno macigni inamovibili, che nessun agente atmosferico potrà rimuovere e nemmeno scalfire.
Ma il cantastorie in questione deve essere bravo, laddove l’aggettivo “bravo” sfugge a ogni tecnicismo e a ogni abilità verbale, perché gli ingredienti devono essere saggiamente miscelati… non per stupire, non per pontificare, ma per dare il senso della bellezza estetica applicata alla quotidianità. 
E nasce “L’Inverno è passato”.
Massimilano Cremona è calato alla perfezione nella realtà, perché è quella che vuole raccontare, che sa raccontare, e non esistono passaggi tra i suoi dieci brani in cui non mi sono a tratti riconosciuto, sorridendo, intristendomi, divertendomi.
Amicizia, amore, affetti familiari, un senso della vita che scorre lasciando rimorsi e rimpianti… un quadro magistrale che tocca nel profondo l’ascoltatore; ma la sensazione di piena condivisione arriva piano piano, con delicatezza, usando educazione piuttosto che la forza prorompente di una scomoda verità.

Anche dal punto di vista meramente musicale l’album risulta particolarmente piacevole, e la base rock di Massimiliano Cremona emerge palesemente, con il ricorso, anche, a strumenti comuni ma inusuali per il genere cantautorale (flauto traverso e banjo), così come risulta evidente nel brano che propongo a seguire - “La spiegazione” -, una sorta di tormentone che, se passato con continuità in radio, diventerebbe una hit sicura.

Da segnalare che il disco è stato in parte registrato a Milano presso lo Jacuzi Studio di Giuliano Dottori, prodotto ed arrangiato da Marco Kiri Chierichetti e masterizzato a Nashville da Steve Corrao.

Un lavoro musicale che consiglio caldamente, a tutti, in modo trasversale.


Tracklist:
1. Aria e acqua
2. La spiegazione
3. Canzone per un amico
4. Con incanto ed ossessione
5. L’inverno è Passato. A Sissi
6. Vuoto
7. Disincanto
8. Sospetti
9. Veloce (feat. Giuliano Dottori)
10. Ninna nanna per Massi e i suoi amici

Biografia tratta dal sito di riferimento

In veste di chitarrista, Massimiliano Cremona ha suonato e suona tuttora in alcune significative formazioni artistiche del Lago Maggiore: Semadama (rock alternativo italiano, un album omonimo), Il Vile (stoner rock, l’album “Insonne” e due minitour in Spagna), Los Borrachos (rock’n’roll, il live “Ubriachezza molesta”, l’album “Verso est” e innumerevoli concerti dal vivo).
Nel 2014 fonda, insieme a Enrico Sempavor Gerosa, gli Animali Acustici, con i quali ha un’intensa attività live (da segnalare un minitour in Germania).
A inizio 2015 esordisce in veste di cantautore pubblicando il disco Canzoni dalla nebbia, presentato a Verbania, Novara e Milano.
Ancora nel 2015 inizia, insieme al produttore Marco Kiri Chierichetti (fonico e musicista verbanese), i lavori per il secondo disco L’inverno è passato, in parte registrato a Milano presso lo Jacuzi Studio del cantautore Giuliano Dottori e masterizzato da Steve Corrao a Nashville (Usa).
La band con cui ha registrato l’album e con cui si esibirà nelle date di presentazione del nuovo lavoro comprende i musicisti Marco Kiri Chierichetti (flauto traverso, armoniche, effetti), Enrico Gerosa (cori), Alberto Fabbris (chitarra elettrica, banjo), Andrea Polidoro (basso elettrico) e Sergio Polidoro (batteria).

Link:

Discografia:
L’Inverno è passato (New Model Label – 2016) / Canzoni dalla nebbia (autoprodotto – 2015)



domenica 23 aprile 2017

Semiramis in concerto a Genova: il racconto della serata




Evento unico quello del 22 aprile a La Claque di Genova, luogo deputato per il ritorno alle scene dei seminali Semiramis, band storica, degna rappresentante  del prog italiano, con l’unico… demerito, quello di aver realizzato un solo album, “Dedicato a Frazz”… roba da collezionisti!
L'organizzazione, come spesso accade, è della Black Widow Records.
La serata è dedicata alla riproposizione dell’intero album, ma la presentazione finale di un nuovo brano fa presupporre che sia in lavorazione un secondo capitolo, a distanza di 44 anni, e che quindi la reunion non sia solo fatto episodico e simbolico ma l’inizio di un nuovo progetto.
A chiudere il cerchio del mio ragionamento/speranza l’annunciato tour in Giappone di prossima realizzazione, assieme ai Delirium.

A preparare l’ambiente ci pensa l’ensemble AcusticA, un quartetto talentuoso capitanato dal “Maestro” Gianni Martini - chitarrista -, di cui fa parte la cantante Chiara Micheli, Matteo Santagata - chitarra acustica e voce - e Giovanni Acquilino, flauto e voce.



Il progetto dovrebbe essere in embrione, ma ciò che hanno proposto - un mix acustico di musica “importante” degli anni ’70 - ha fornito il giusto profumo all'apertura, una performance piacevole, sia per la scelta dei brani che per la capacità di donare un volto delicato a brani decisamente elettrici, come “Light My Fire” dei Doors.
Il loro è un viaggio di una trentina di minuti che tocca la musica d’oltremanica, quella dei Beatles e degli Stones, ma soprattutto quella dei Traffic, come dimostra il filmato che propongo a seguire.

Aspettiamo nuove notizie dagli AcusticA


In attesa del gruppo clou, lo scambio di battute tra i presenti delinea più o meno lo stesso pensiero: curiosità di ascoltare dal vivo una band mai vista, e voglia di testare la tenuta di una musica creata tantissimo tempo fa, “ripassata” nella settimana di avvicinamento al concerto, tanto per rinfrescare la memoria.

I Semiramis presentano tre degli elementi originali: Giampiero Artegiani - nell’occasione narratore e chitarra -, Maurizio Zarillo alle tastiere e Paolo Faenza alla batteria… nomi noti nel circuito musicale!
La formazione, in origine formata da cinque elementi (Michele Zarillo alla voce e chitarra e il bassista Marcello Reddavide), vede ora l’aggiunta di Rino Amato alle tastiere, Ivo Mileto al basso, Vito Ardito alla voce e chitarra 12 corde e il giovane chitarrista elettrico Antonio Trapani.

Dopo la completa presentazione di Artegiani, che riporta al passato e arriva sino ai giorni nostri, va in scena l’intero album (da ricordare l’incredibile copertina realizzata dall’inglese Gordon Faggetter), Dedicato a Frazz (Frazz è l’acronimo dei cognomi dei membri originali della band), un concept in cui si racconta la lotta tra la vita reale e la finzione che tormenta il protagonista della storia, un doppio volto che appare tuttora attualissimo nella sua simbolicità.



Sotto la guida di Artegiani, che detta i tempi come un maestro d’orchestra, emerge tutta la forza della musica dei Semiramis, probabilmente molto più possente e integrata rispetto a quanto avveniva nei live dei seventies, perché la maturità e la tecnologia hanno, ovviamente, peso rilevante. Non si può parlare di enorme esperienza nel caso di Trapani per un semplice fatto anagrafico, ma da quello che ha mostrato sul palco, dal gusto e dalla competenza dimostrata sulla sua Gibson SG, dal contenimento dell’esuberanza giovanile a vantaggio del gioco di squadra, direi che è un perfetto pezzo di un mosaico esaltante.
Sì, esaltante è un aggettivo tra i più gettonati nel post concerto, una performance davvero oltre ogni aspettativa, con il racconto disegnato non solo da musica e parole, ma anche da luci, colori e azioni - il clown impiccato che compare sul palco ne è un esempio -, il tutto corroborato da un sound che colpisce, costituito da ingredienti perfetti, da un fraseggio tastierstico pregevole, da una sezione ritmica in grande evidenza, da una voce sempre puntuale e particolarmente adatta alla proposta.

Si arriva alla fine e, come annunciato da Artegiani, i Semiramis preparano l’antipasto per il futuro album, un brano che, non solo a mio giudizio, è arrivato immediatamente al pubblico, cosa non semplice quando si parla di costruzioni prog.

Riflettendo e commentando a posteriori, una delle cose più sorprendenti, relativamente a quanto realizzato in quel lontano 1973, è il fatto che un album così… efficace, sia stato concepito da minorenni! Sul palco del La Claque i sedicenni non erano contemplati ma la loro musica è rimasta, intatta, più bella che mai…

La realizzazione del futuro DVD, testimonianza della serata, sarà utile per gli amanti del prog, non presenti nell’occasione.