giovedì 12 settembre 2019

Giorgio “Fico” Piazza - “Autumn Shades”


Giorgio “Fico” Piazza - “Autumn Shades”

Dal mese di luglio avevo in mano la copia di “Autumn Shades”, di Giorgio “Fico” Piazza, ma per scrivere il mio pensiero ho atteso diligentemente l’uscita ufficiale dell’album, un progetto maturato nel tempo e registrato dal vivo il 25 ottobre del 2018 agli Elfo Studios.
Il 6 settembre è la data che è stata scelta per il rilascio, in concomitanza con l’inizio del Festival Prog di Veruno: inutile dire che, almeno dal punto di vista sentimentale, non sarebbe stato male festeggiare con una presenza sul palco.

È un disco che parte da molto lontano, il cui iter ho vissuto sin dagli albori, cioè quando trovai Piazza ospite di un palco allargato per una occasione benefica creata da Paoli Siani: non so se Fico ci abbia mai pensato, ma per me “Autumn Shades” nasce in quel preciso momento.
Quel giorno lo vidi un po’ spaesato, quasi spiazzato dal fatto che dopo tanti anni fosse riconosciuto dai fan e suscitasse interesse, lui, la storia della musica italiana, protagonista della semina del prog, e prima ancora della canzone importante di casa nostra, quella che passa per Battisti e prosegue in tutte le direzioni.
Eppure, quella sera a Genova, a metà ottobre 2011, la ruggine “mentale” era evidente.

Giorgio “Fico” Piazza non è un frontman, e preferisce i fatti alle parole superflue. E così, dopo aver oliato gli ingranaggi all’interno della grande “famiglia Taulino” - e qui mi prendo un po’ di merito! - incomincia a proporre la sua idea di musica, e quando arriva al Teatro Manzoni di Sesto San Giovanni - siamo alla fine del 2012 - le idee sono più chiare, le mani sul manico del basso regalatogli in tempi lontani da Greg Lake incominciano a girare, e gli tocca pure parlare al pubblico.


Sì, le cose incominciano ad andare per il verso giusto, ma qual è l’obiettivo?
Faccio un salto temporale in avanti di almeno un lustro, cioè quando Piazza riesce a costruire, con un po’ di fatica, la sua band.


Non è stato facile, pare un’impresa titanica comprendere e incasellare giovani lontani mille anni luce da un periodo che ha obiettivamente cambiato il mondo sonoro. Eppure… il materiale umano c’è, e il collante è una musica molto particolare che, chissà perché, appassiona anche le ultime generazioni di musicisti - e ascoltatori - forse attratte dalla complessità della proposta, forse amanti delle sfide, o più semplicemente stimolati da un esempio genitoriale.

L’idea è quella di proporre il top del prog italiano, vale a dire i primi due album della PFM - “Storia di un minuto” e “Per un amico”, entrambi rilasciati nel 1972 - cioè quelli in cui Giorgio ha avuto ruolo attivo.
Il risultato è scontato, perché la musica è fantastica e la band fornisce grande contributo attraverso skills personali di prima scelta.

Vedere il team al lavoro - in concerto, mi è capitato più volte - porta alla chiusura del cerchio.
Un uomo “antico”, famoso, portatore di saggezza, circondato da un nugolo di giovani che seguono la partitura, con diligenza e intraprendenza, mettendoci del loro.

La missione si palesa, l’azione didattica emerge prepotentemente… non è un’ingenua sfida alla PFM… non è una nuova tribute band proposta da un artista nostalgico e i suoi seguaci… parliamo di vera musica, di insegnamento, di amore, di coinvolgimento e condivisione.
Giorgio “Fico” Piazza sintetizza questo pensiero nella sua “Ode alla Musica”:

Ode alla Musica, che come ponte che si staglia severo attraverso l’autunno del tuo cammino ti concede un’altra possibilità di trasformare - con l’incanto delle sue note - le foglie che, simili a ombre autunnali, tornano a risplendere di infinite, scintillanti gocce di rugiada, verso una radiosa, prorompente nuova primavera”.

La musica concede ogni giorno nuove possibilità e abbatte ogni barriera, e la storia di Giorgio, lontano da essa per lungo tempo, riprende il cammino più logico, perché le passioni possono anche essere accantonate, ma prima o poi ritornano, e se le idee sono nobili, l’esperienza del passato va regalata a chiunque sia talmente virtuoso da raccoglierla.
Questo è l’esempio, l’insegnamento, la didascalia dietro ad ogni immagine che ruota nella mente, tra ricordi e attualità.
Nel disco c’è tutto questo, concetti che vanno oltre la qualità, ovvia, del contenuto.

I compagni di viaggio di Giorgio Fico Piazza (basso), sono Eric Zanoni (chitarre e voce), Riccardo Campagno e Giuseppe Perna (tastiere e voce), e Marco Fabbri alla batteria.
Ottimi musicisti, coadiuvati nel progetto in studio da Marco Colombo e Annie Barbazza, come riportato a seguire.


Il Cd si propone in veste sontuosa, con le fotografie di Franz Soprani e la copertina la realizzata dall’artista contemporaneo Lino Budano.

Registrato da Alberto Callegari ai mitici Elfo Studios di Tavernago per un suono da dimostrazione hi-fi, una curatissima tiratura limitata stampata su cd audiofili dorati.


Prodotto da Max Marchini, direttore artistico della Manticore Records.

Album da avere ad ogni costo, oltre alla musica c’è un’idea precisa… non sarà difficile coglierla e diffonderla!

Tracklist

1. Appena un po’ 07:50
2. Dove... Quando 10:01
3. La carrozza di Hans 06:51
4. Geranio 06:40
5. Generale 04:01
6. Per un amico 05:33
7. Il Banchetto 08:56
8. Impressioni di settembre 08:02
9. È festa 06:22
10. Grazie davvero 06:32
Bass: Giorgio Fico Piazza
Guitars and vocals: Eric Zanoni
Keyboards and vocals: Riccardo Campagno, Giuseppe Perna
Drums: Marco Fabbri

special guests
Marco Colombo: lead guitar on 8, 9
Annie Barbazza: lead vocals on 8, 9


Immagini di repertorio…



mercoledì 11 settembre 2019

Acqua Fragile al Festival di Veruno-8 settembre 2019


La terza giornata del Festival Prog di Veruno ha visto il ritorno in grande stile dell’Acqua Fragile, band nata nei primi seventies e nuovamente in attività.

Il resoconto generale della serata è fruibile al seguente link:


Non era questo il primo concerto del nuovo corso, ma sicuramente lo si può considerare il più significativo, per prestigio della manifestazione e per una sorta di verifica rispetto ad un’audience preparata, composta da anime fresche e antiche, unite dalla passione per il genere progressivo.
È stato emozionante per chi scrive constatare che molte copie dei primi due vinili - “Acqua Fragile” (1973) e “Mass Media Stars” (1974) - erano nelle mani di progster in erba - se si fa riferimento all’elemento anagrafico -, in coda per una firma ed una dedica.

Credo che la nuova Acqua Fragile esca da questa situazione con un forte incremento dell’autostima, perché per quanto bravi si possa essere la cifra della qualità del lavoro svolto la si comprende nel confronto con il pubblico, e in questo caso l’entusiasmo era palpabile.
Mi sembra superfluo evidenziare il ruolo di Bernardo Lanzetti, un musicista che ha continuato a calcare i palchi importanti, magari come ospite, o all’interno di mirati progetti personali, così come appare scontato sottolineare che ci troviamo al cospetto di uno dei più grandi vocalist rock esistenti, probabilmente un “caso” da studiare, vista la sua tenuta totale rispetto allo scorrere del tempo, quasi sempre impietoso con i comuni mortali.
E poi la presenza scenica del vero frontman, capace di stabilire rapporto empatico immediato con chi è in religioso ascolto, davanti a lui.


Acqua Fragile è un vero team al lavoro, una squadra variegata che ha cambiato impostazione rispetto alla line up originale.
Franz Dondi (basso) e Pieremilio Canavera (batteria) sono gli altri due membri originali, e già questo appare fatto solido che aiuta ad asserire che c’è molto del seme gettato quasi cinquant’anni fa.
Franz e Piero, che hanno vissuto momenti di gratificazione assoluta calcando palchi importantissimi, condividendoli con i mostri sacri del prog, hanno perseguito la loro passione in zone di maggior ombra rispetto al passato, ma al momento giusto si sono fatti trovare sul pezzo, e ora il loro contributo appare fondamentale per certificare gli intenti della band.
Per chiudere il cerchio era necessario trovare alternative a chi non è più in attività, e allora entra nella band il chitarrista Michelangelo Ferilli, il tastierista Stefano Pantaleoni e la vocalist aggiunta Rosella Volta.
È proprio quest’ultima la novità concettuale, l’elemento che permette di tornare ad una caratteristica fondamentale degli A.F., la spinta verso la variazione e armonizzazione delle vocalizzazioni.

Tutto questo è andato in onda a Veruno, e penso che il risultato esaltante, palese per chiunque fosse presente, possa produrre una grande motivazione verso nuovi orizzonti, pensiero che, in termini semplici, potrebbe significare che, a distanza di due anni dall’album “A New Chant”, un nuovo progetto potrebbe essere dietro l’angolo.

La performance di Veruno - un misto di storia passata e recente - ha messo in rilievo una grande forma, e ha dato il giusto risalto ad un gruppo - un tempo era un termine molto usato - agli albori spesso ostacolato dal mainstream per l’utilizzo della lingua inglese, poco masticata in genere nel nostro paese, e ritenuta inadatta per una prog band locale.
A seguire propongo una mezz’ora di concerto, in modo che le mie parole possano essere supportate da fatti concreti.
Ma non è tutto… a fine concerto ho catturato le impressioni a caldo dei protagonisti, una bella testimonianza che dimostra, anche, il grado di soddisfazione del momento.

Parto dalla scaletta…

Uno stralcio del concerto…


A fine concerto ho incontrato Bernardo Lanzetti…


Franz Dondi e Pieremilio Canavera…


Stefano Pantaleoni e Rossella Volta (mentre Michelangelo Ferilli era già sulla via del ritorno…)


E di questa serata rimarranno molti ricordi!



martedì 10 settembre 2019

VERUNO2019 PROG FESTIVAL 2DAYS+1: il commento della giornata finale. Immagini di Enrico Rolandi


Un altro appuntamento in quel di Veruno per una manifestazione tra le più importanti a livello europeo - aggiornata nella denominazione per l’occasione in “VERUNO2019 PROG FESTIVAL 2DAYS+1" -, divenuta un punto fisso per gli appassionati del genere, quella musica progressiva che vede coinvolto un pubblico molto variegato costituito, anche, da una cospicua parte di giovani.

I numeri, si sa, sottolineano come il prog sia un movimento di nicchia, ma il popolo di Veruno è qualcosa di diverso, speciale, sia per numero di partecipanti che per legame affettivo e amicizia, ed esiste una grandissima voglia di condivisione e partecipazione, tanto che a pochi giorni dalla fine di ogni edizione si ricomincia a pensare al prossimo appuntamento, una pianificazione che vede l’intervento dei fans, almeno a livello di sogni/consigli.

Ma è difficile spiegare a parole l’atmosfera, anche se chi si appresta a leggere questo articolo è sicuramente già passato dalle parti di Veruno e sa perfettamente a cosa io mi stia riferendo.

L’artefice di tutto questo è in primis Alberto Temporelli che ha creato una squadra imbattibile, dove emerge la simpatia e la capacità del factotum Octavia Brown.
Empatia, capacità organizzativa, location, alta tecnologia, sono tutti elementi che hanno portato sul palco del festival nomi apparentemente impossibili di questi tempi - non solo dello stretto giro della musica prog -, una miscela fatta di musica italiana e straniera, tra novità assolute e certezze consolidate.

La mia presenza in questa edizione si è limitata alla giornata di chiusura, ma in un prossimo numero di MAT2020 Evandro Piantelli commenterà il festival in toto, in modo esaustivo, come capita ogni anno.
Mi devo pertanto limitare ai protagonisti della domenica, l’8 settembre, utilizzando stralci di concerto che, molto meglio delle mie parole, possono fornire l’idea di quanto accaduto.

Alle 18 inizia la prima band in scaletta, Il Bacio delle Medusa, che non vedevo dal vivo da una decina di anni.


La formazione prevede Simone Cecchini (voce e chitarra acustica), Diego Petrini (batteria, percussioni e tastiere), Eva Morelli (flauto e sax), Federico Caprai (basso), Simone Brozzetti (chitarra elettrica) e Simone "Il Poca" Matteucci (chitarra elettrica e acustica).

Un concerto molto coinvolgente, con un sound potente e con la piacevole contaminazione apportata dalla strumentazione di Eva.

L’assoluta padronanza del palco è stata catturata nel video a seguire, che termina con la testimonianza del gradimento dell’audience.


A seguire l’Acqua Fragile, ricostituitasi da un paio di anni attorno al suo leader Bernardo Lanzetti (voce e chitarra) e agli altri due membri originali, Franz Dondi (basso) e Pieremilio Canavera (batteria). A chiudere il cerchio il tastierista Stefano Pantaleoni, il chitarrista Michelangelo Ferilli e la vocalist Rossella Volta.


Non è questo il debutto del nuovo corso, ma è sicuramente il vero test live di una formazione storica che ha cambiato concettualmente l’impostazione, inserendo un nuovo elemento, Rossella, laddove sembrerebbe esistere una totale copertura, ma occorre tenere conto che è caratteristica precipua dell’Acqua Fragile la cura degli aspetti vocali.

La ruggine, che potrebbe esistere, giustificata dai tanti anni di assenza dalle scene - se si far riferimento all’ensemble -, non è presente on stage, e il mix tra i due album antichi e il recente “A new chant” viene apprezzato incondizionatamente dal pubblico. Ecco un estratto della loro performance…


Cala il buio e arrivano gli inglesi ARENA, ovvero Paul Manzi (voce), John Mitchell (chitarra), Clive Nolan (tastiere e voce), Kylan Amos (basso e voce) e Mick Pointer (batteria).

Non avevo mai avuto occasione di ascoltarli dal vivo, nonostante la loro sia una storia lunga quasi un quarto di secolo.
Propongono il loro prog dal piglio metallico, con un frontman capace di scaldare il pubblico e indurre alla partecipazione. 


Il mestiere è dalla loro parte, e l’esperienza si fonde alle innegabili doti personali, elementi che segnano il passaggio dal chiarore all’oscurità, regalando fascino ad una serata che volge al termine…


E a chiudere il festival arriva la storia del Rock, gli Iron Butterfly.
Tutti quelli che hanno la mia età e dintorni conoscono il loro brano immagine, “In-A-Gadda-Da-Vida” (che propongo nel video), ma occorre dire che gli I.B. sono un vero simbolo della miscela tra rock e psichedelia, e consiglio un brano in particolare (proposto nell’occasione) a chi non avesse mai avuto occasione di vederlo/ascoltarlo, “Butterfly Bleu”, facilmente fruibile in rete.

Credo che a partire dal 1966, anno della loro fondazione, le formazioni che si sono avvicendate siano una cinquantina; quella segnalata attualmente prevede:
Dave Meros (basso e voce), Ray Weston (batteria e percussioni), Michael Green (percussioni e voce), Eric Barnett (chitarra e voce) e Martin Gerschwitz (tastiere e voce).


Non è musica progressiva quella che presentano, ma il ritorno al passato è garantito, e l’elemento nostalgico si fonde con la quasi necessità di movimento da parte dei presenti.
Davanti a noi una band iconica che, nonostante i frequenti cambi di elementi umani, mantiene il profumo di un tempo lontano e permette di stimolare i sensi e la percezione d’ascolto.

Nemmeno lo staff resta insensibile all’esplosione sonora che va in scena al calar del festival…


Un bagno di folla, tra l’entusiasmo generale: chi avrebbe mai detto che gli Iron Butterfly sarebbero arrivati dalle nostre parti!?


La serata finisce ma si fa fatica a lasciare il campo… sarebbe bello prolungare il contatto, la socializzazione, il rito magico e impagabile che il virtuoso popolo di Veruno conosce alla perfezione e che ogni volta porta a dire - o solamente a pensare - … “Anche io c’ero!”.

Che dire, grazie agli organizzatori, ai loro collaboratori, a chi sovvenziona l’evento permettendo che la musica sia completamente gratuita, ai musicisti, e a tutte quelle anime che, ne sono certo, pensano già al settembre 2020!



domenica 1 settembre 2019

Gino Campanini (ex Acqua Fragile) racconta un pò di storie di musica...

Foto del debutto de I Moschettieri Gaetano, Maurizio, Franz, Gino.

Mi racconta Gino Campanini, chitarrista del’Acqua Fragile negli anni ’70…

Ho rivisto casualmente l'intervista che hai fatto all'Acqua Fragile nel 2013 a Parma, in occasione dei 40 anni di carriera di Bernardo Lanzetti


Io, Franz Dondi e Maurizio Mori, provenivamo da un gruppo che si chiamava I Moschettieri, eravamo tutti di Parma e quel ridicolissimo nome ci era stato imposto da un insegnante delle medie che era poi diventato il nostro manager. Era assolutamente fascista, con in testa i vari miti dell'uomo guerriero, e da lì deriva quello stupido nome.
Fu comunque grazie a lui che io e Franz cominciammo a suonare, e a 17 anni vincemmo un concorso nazionale che si chiamava Davoli Beat. Davoli era una vecchia e locale marca di amplificatori.

Tutto questo per arrivare a dire che I Moschettieri nel 1967 aprirono gli otto spettacoli della prima tournée italiana dei Rolling Stones: Roma, Bologna Genova Milano.
Per due volte al giorno, pomeriggio e sera, avemmo il privilegio di suonare prima di loro, di vederli arrivare nel sottopassaggio dei vari palazzetti dello sport con un grosso macchinone nero - successivamente chiamato limousine -, di intravederli nei loro camerini, di stare accanto a loro mentre prendevano un cappuccino al bar, di farci fare autografi vari, di giocare con Mick Jagger a flipper (Franz), di aspettarli facendogli da ala quando con gli strumenti in mano Brian Jones, Mick Jagger, Bill Wyman, Keith Richards e Charlie Watts uscivano dai camerini e salivano sul palco.


Insomma il massimo e impagabile privilegio di poterli vedere e ascoltare da due metri, cioè dal fianco del palco, dove neanche i carri armati avrebbero potuto spostarci.

Tutto questo ancora per dire che a 17 anni io, Franz Dondi, Maurizio Mori, Giacomo Fava e Gianni Ferrari eravamo fuori di testa. Personalmente rimane la cosa in assoluto più significativa di tutta la mia vita, un ricordo indelebile di un ragazzino di 17 anni che tanti anni fa ha visto così da vicino i suoi idoli massimi!

Ed era tra l'altro l'inizio dell’attività di tanti altri gruppi: con noi, a parte Al Bano con Fiammetta (poteva mancare Al Bano?) c’erano i Trolls non ancora New, i Dada non ancora New ma già con Maurizio Arcieri e Pupo al farfisa e gli Stormi Six.
Altro che prog... iniziavano con il riff di “The last time” e dopo due secondi la gente era già impazzita, urla e pianti, i seggiolini divelti e ammucchiati al centro della platea, un casino incredibile, e noi sempre lì, con gli occhi fissi su di loro, i miei in particolare su Keith Richards che suonava giusto dal nostro lato.

BELLISSIMO! E ogni volta, dopo 45 minuti di concerto, quando se ne andavano, io e Franz salivamo di soppiatto sul palco per fare incetta di plettri, cavi per chitarra, qualsiasi cosa trovassimo.

Lavorammo due anni nelle varie balere, sempre con la solita locandina: “Di ritorno dalla tournèe con i  Rolling Stones... questa sera i Moschettieri!!!”



Tra l'altro incidemmo un 45 giri dove c'era un pezzo scritto da un compositore dell’Ariston, etichetta dei Corvi, un brano che ancora oggi sarebbe molto molto bello, “Un'anima perduta”, un blues in italiano, orecchiabile, grintoso e soprattutto capibile.


Mi fermo qui,  sono stanco di sentire “prog e mica prog”. Tra l' altro con l’Acqua Fragile non pensavamo di suonare un genere così definito, seguivo i gusti di Canavera e Lanzetti che amavano i Genesis, i King Crimson ecc.


Ma ci è sempre mancato quel famoso pezzo da classifica, orecchiabile, ballabile e commerciale. Cosa sarebbe la PFM senza “Impressioni di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre?”.

A pensarci bene ho ancora due ricordi legati agli Stones. L’organizzazione aveva messo a disposizione dei gruppi spalla un pullman per gli spostamenti da una città all'altra: bene, lo usavamo solo noi, ancora minorenni e senza patente. Quando arrivavamo nei pressi dei palazzetti dello sport tiravamo tutte le tendine, tutti i ragazzi che aspettavano fuori pensavano che sul pullman ci  fossero gli Stones e partendo come forsennati ci correvano dietro. E noi giù a ridere da matti!

Poi ci venne in mente una cavolata per fare in modo che i giornali parlassero di noi.
Arrivati a Milano, all'ultima nota del nostro ultimo pezzo feci finta di svenire e mi lasciai andare per terra sul palco. Arrivarono subito persone in mio aiuto per portarmi di  sotto, e tra queste c’era Al Bano (poteva mancare?). Io pur continuando la mia  mimica socchiusi appena appena gli occhi, io vidi lui e lui vide me, quindi, urlando che stavo  facendo finta finì la storia. Naturalmente nessun giornale ne parlò!
E durante quella tournée sentii per la  prima volta la parola  "Marijuana!".



martedì 27 agosto 2019

Vincenzo Ponticiello e gli Spettri: un pò di storia...


Negli ultimi anni mi è capitato in un paio di occasioni di scrivere di una band storica, gli Spettri, e di vederli/presentarli su palco genovese del FIM, nel 2014.
Ecco i due articoli del passato corredati di interviste:



Il bassista della band è Vincenzo Ponticiello, a cui ho chiesto di raccontarsi…

Sono nato a Firenze il 5 aprile 1955.
Essendo il terzo fratello minore di Carmine e Raffaele, che hanno dedicato la loro vita alla musica, non avrei potuto sfuggire alla strada già tracciata per mio conto.
Gli insegnamenti di Raffaele, chitarra solista degli SPETTRI, mi hanno dato la possibilità di suonare fin da piccolo, in un momento in cui non esistevano scuole di musica, ma solo passione da abbinare ad un minimo di talento.

A 14 anni, dopo l'esame di 3° media, ricevetti come premio il mio basso preferito: un Ibanez modello jazz bass regalatomi proprio dai miei fratelli. Ci sono 9 e 10 anni di differenza fra me e loro, e a quel tempo un ragazzo di 14 anni aveva solo la possibilità di assorbire i grandi della musica degli anni 50-60. I coetanei solitamente erano appassionati di calcio o banalità ludiche. Fortunatamente conobbi un ragazzo della mia età, Stefano Melani, che invece suonava il pianoforte, “costretto” dalla nonna. Poco dopo sostituì il pianoforte con un organo Bauer, col quale ci avvicinavamo sempre più velocemente alle serate musicali delle balere tipiche di quei tempi.


Era molto duro suonare il giovedì sera dalle 21.30 alle 1.00, il sabato sera, la domenica pomeriggio e la domenica sera, e allo stesso tempo frequentare la scuola superiore con discreto rendimento. Erano i primi anni ‘70 ed ero più attento al percorso dei Led Zeppelin che alla botanica sistematica.
Nel 1973 partecipai alla registrazione del primo album di Giovanni Unterberger, raffinato chitarrista finger picking, atto che mi regalò una certa notorietà. Nel frattempo, il mio amico Stefano aveva sostituito l'organista degli Spettri, Alessio Rogai, il quale si dedicò completamente agli studi universitari.

Nella primavera del 1971 fui ingaggiato come bassista da un gruppo femminile, Sonia e le Sorelle, che avevano partecipato a Sanremo ed avevano riscontrato un certo successo nel mondo beat. Per me fu un momento di grande crescita: appena sedicenne mi trovai a fare spettacoli insieme a BOBBY SOLO, al giovane ANTONELLO VENDITTI di Roma Capoccia, a Peppino di Capri... Fu una estate veramente esaltante, e con i soldi guadagnati comprai il mio primo basso Gibson EB0 per 400.000 lire.


Ma il mio desiderio era quello di suonare con i miei fratelli e con l'amico di adolescenza negli Spettri. Fortunatamente il bassista degli Spettri di allora, il poderoso Giuseppe Nenci, decise di sposarsi e, in quegli anni, sposarsi voleva dire diventare un uomo serio che pensava solo al lavoro e alla famiglia. A quel punto era arrivato il mio momento, entrai a far parte degli Spettri e non ne sono più uscito.
Dal 1972 cominciò l'avventura prog degli Spettri, con discreto successo nel mondo della musica cosiddetta "d'avanguardia" - che però in Italia era detta pop - per seguire il filone della pop art americana.


In quegli anni abbiamo avuto l'onore di suonare sullo stesso palco dei New Trolls, Le Orme, La Nuova Idea, Il Rovescio della Medaglia. Ma purtroppo il nostro disco non fu pubblicato perché frainteso come inno al satanismo. In seguito, alla fine degli anni ’70, ci fu il ribaltamento dello spettacolo musicale. Coloro che facevano concerti di musica prog furono detronizzati dalla disco music.


Da quel momento gli Spettri si sciolgono: io e Stefano tentiamo la via della musica ascetica formando un ensemble chiamato Ast -Ra, riscuotendo un certo successo nel mondo delle palestre yoga a Firenze, ma non durerà molto, perché l'influenza della musica elettronica si impadronisce delle scelte del mio amico Stefano Melani. A quel punto, grazie all'acquisto di una drum machine io e i miei fratelli cominciamo a rispolverare i brani rockabilly degli anni ‘50. Il pubblico dei piccoli club trovò molto interessante questa proposta e, nel pieno del periodo new wave noi, con l'aiuto di Mauro Sarti alla batteria, formammo il primo gruppo rockabilly italiano, nel 1984. Nel 1985 partecipammo a Quelli della Notte, il gruppo si chiamava DENNIS and the Jets...



Ma la cosa più bella che mi è capitata è stato il fortuito ritrovamento del master del primo disco, poi pubblicato, 40 anni dopo, dalla Black Widow. Per non parlare del secondo album, “2973 La nemica dei ricordi”, di cui mi vanto di aver scritto tutti i testi. . .
Con la speranza che siano stati graditi…

Adesso, in questa torrida estate che pare non finisca mai, sono in attesa di concludere il terzo atto della vita musicale degli Spettri.
Mi rimane il ricordo di aver suonato con grandi artisti italiani e stranieri, di aver pubblicato 8 Cd, 1 docu-film, due fascicoli sulla nostra storia e la soddisfazione di essere stati invitati in tour a Seattle, Portland, Falls City nello stato di Washington per rappresentare il rockabilly italiano.

domenica 25 agosto 2019

Intervista a Gianni Nocenzi-7 agosto 2019


All’interno della “Rassegna D'Autore e d'Amore 2019”, svoltasi a Bordighera la prima settimana di agosto, uno dei protagonisti aveva un nome particolarmente importante, estremamente significativo per chi ha amato e ama la musica progressiva: Gianni Nocenzi.

Ho seguito la sua storia con il BANCO sin dai primi anni ’70, ma non avevo mai avuto l’opportunità di parlargli direttamente, comunicando sempre attraverso interposta persona.

Il 7 di agosto l’ho incontrato in occasione del concerto ligure e, nonostante non fosse per lui il momento migliore - 30 minuti prima della performance - si è dimostrato molto disponibile e gentile, e mi ha gratificato il fatto che sia un lettore abituale di MAT2020.

Nonostante il poco tempo a disposizione, dalla nostra chiacchierata sono emerse cose interessanti, alcune particolarmente delicate e personali… vale la pena leggere!


Lo scambio di battute…

Dopo tanta attesa riesco ad incontrati… tra un po’ salirai sul palco, ma vorrei provare rapidamente a soddisfare qualche curiosità…

Sono stato a lungo lontano dai riflettori, un periodo che inizialmente doveva essere breve, trasformatosi poi in uno spazio temporale di 22/23 anni… sai, uno parla quando ha delle cose da dire, e non mi sembrava il caso, in quel momento, di apparire e diventare una sorta di tuttologo, intervenendo sulle cose più disparate, come spesso accade. Poi mi sono reso conto che questa mia presa di posizione poteva essere scambiata per scortesia… ne approfitto ora per dire che non era assolutamente così! Il mio ragionamento fatto nel 1985 era: “… se in Italia si gioca così io mi chiamo fuori”, ma non ce l’avevo con nessuno di quelli con cui avevo condiviso il percorso sino a quel momento, ma piuttosto con quell’andamento negativo che iniziava a palesarsi e che puntualmente ci ha portato al deserto assoluto in cui viviamo oggi.

Vorrei parlare del recente passato, quella sorta di reunion di cui sono stato testimone avvenuta a Volpedo nel 2009, dove tu ti sei ritrovato con la quasi totalità del BANCO per un concerto da sogno…

La mia partecipazione a quel concerto è stata casuale e il motivo per cui è accaduto è legato ad un nome preciso, quello di Rodolfo Maltese, che tornava sul palco dopo la prima fase della malattia; successe magicamente che eravamo tutti presenti (mancava Renato D’Angelo, N.d.R). Quindi non si può considerare una reunion, come invece avvenne nel 2002.
Quando Rodolfo mi spiegò la situazione pensai subito che non sarei potuto mancare.
Ho un ricordo bellissimo di quella serata, un concerto realizzato senza prove in un periodo in cui ero preso da molte altre cose, ma l’idea di suonare con Rodolfo dopo quanto gli era accaduto, pensando che tutto fosse ormai alla spalle, mi provocò una grande emozione, e mi sono trovato davvero a mio agio; non è mancato il divertimento, e di quella sera ricordo bene un momento dissacrante, quando Francesco Di Giacomo, in fase di presentazione, passando ad uno ad uno i musicisti, arrivato al trombettista annunciò il suo strumento: “Tromba”, e aggiunse: “Beato lui!”. Questa che potrebbe sembrare una battutaccia era in realtà l’impronta digitale di Francesco, il suo modo per sdrammatizzare.

La prima volta che vi vidi dal vivo ero un adolescente, al Teatro Alcione di Genova, e ricordo che al mixer era presente Marcello Todaro, ed era forse era il primo vostro concerto dopo l’avvicendamento dei chitarristi, da Todaro a Maltese…

Il BANCO è sempre stato qualcosa di diverso da un gruppo musicale, non c’era una gestione rigida alle spalle, e parlare di “famiglia” sarebbe riduttivo.
Per noi la qualità del suono era fondamentale, e quando c’è stato l’avvicendamento tra chitarre abbiamo pensato che nessuno meglio di Marcello poteva aiutarci, perchè conosceva tutti gli arrangiamenti e aveva un grande talento legato alla gestione dei suoni, tanto che ha continuato su quella strada e ora prosegue a San Diego, in California, dove vive da molti anni.

Parliamo del presente?

Oggi compio sette anni! Il 7 agosto del 2012 si è verificato il primo evento di questa ecatombe che riguarda la famiglia del BANCO… il 7 agosto del 2012 sono morto e sono rinato l’8 mattina, dopo che mi hanno diagnosticato una dissecazione dell’aorta, patologia con il 92% di mortalità. Quindi per un caso fortunato, quasi un miracolo, ho potuto vivere questa rinascita. È una cosa che è rimasta nell’ombra, volutamente, ma ora che è materia passata se ne può parlare, considerando anche che oggi, 7 di agosto, ricordiamo la data nel modo migliore possibile, qui a Bordighera, suonando e condividendo le emozioni personali con il pubblico.

Tra pochi giorni, il 2 di settembre, ti ritroverai a Verona sul palco con il BANCO. Ho sentito da poco Vittorio (Nocenzi) e ho trovato in lui un enorme entusiasmo…

Grazie a Dio lui ha ripreso alla grandissima. Però Vittorio è Vittorio, con un bazooka lo rallenti appena, neanche l’emorragia cerebrale l’ha fermato. Questa sua generosità, questa voglia di reinventare e rimboccarsi le maniche va gestita. Anche per questo vado a Verona con piacere, partecipando ad una sorta di data zero. Sento il bisogno di esserci, sapendo che Vittorio è contento e anche gli altri ragazzi che ho conosciuto lo sono; sono un po' preoccupato perché non so bene cosa dovrò fare, non è un programma da cui si può entrare e uscire a piacimento, anche perché da quando sono andato via tutti gli arrangiamenti sono stati riposizionati. Io farò l’apertura del concerto e poi vediamo se avrò tempo e spazio per fare qualche brano insieme. Ma è grande la voglia di essere presente a questo nuovo battesimo.

È facile per un osservatore esterno immaginare uno stato di profonda simbiosi con il tuo strumento: quale rapporto hai con il pianoforte?

Tocchi una nota dolente. Non posso purtroppo portarmi in giro il mio pianoforte, e visto i problemi che attanagliano qualsiasi organizzazione, in primis quelli economici, risulta difficile avere lo strumento adeguato, e nel mio caso risulta impossibile attenuare anche le piccole imperfezioni, essendo la mia un’esibizione in “solo”, e priva di testi. Lungi da me pretendere ogni volta uno Steinway gran coda o un Fazioli, va bene anche un Yamaha, però devi sentirlo tuo. Il pianoforte è un miracolo di ingegneria acustica. Solo la regolazione della meccanica e dei feltri è un gran lavoro a cui bisogna prestare attenzione, e non lo dico per presunzione; il programma che sto proponendo, può piacere o meno, ma è una mia proposta emozionale, non il mettere in mostra le mie competenze.
Quello che dovevo fare l’ho fatto, avendo avuto la fortuna di essere partito giovanissimo, e non devo più dare dimostrazione di chi io sia, evitando di evidenziare un virtuosismo fine a sé stesso, anche perché il mio lavoro è diventato nel tempo la ricerca dell'aspetto tecnologico della musica, dei mezzi di produzione dell'audio e della creazione dei suoni, a partire dal punto di vista meccanografico, con un tipo di ripresa che ho disegnato personalmente, che obbligatoriamente ho dovuto riportare sullo stereo per la limitazione del supporto, il CD o LP (che ancora non ho fatto ma voglio fare); io riprendo a 24 bit e 96 kilohertz in 5.1 con i microfoni posizionati sulla mia testa, e quel poco che rimane di queste cose comunque si può captare sul CD se lo si ascolta in cuffia. Una cosa semplice come Left and Right nel pianoforte, quando l’ascoltatore è seduto davanti al palcoscenico, normalmente è tangente al suo punto di vista, allora ho cortocircuitato questa cosa e ho messo un array microfonico 5.1 direttamente sulla mia testa: ascoltando il pezzo in cuffia è come essere seduto con me sulla panca, e si riesce a percepire il suono come lo sento io che sto suonando. Quindi la ricerca timbrica c’è, anche se non si usano campionatori o sintetizzatori, e il tutto ha il significato del portare quella che è anche una parte della mia esperienza di sound designer su una performance di piano solo. Restituire questo dal vivo purtroppo non è possibile, si può controllare solo la minima parte, legata alla performance, comunque lontana dalla perfezione dello studio; ma se lo strumento non è buono anche la tua performance inevitabilmente non lo sarà, perché non riesci a trovare l’equilibrio necessario.
Nei festival si trovano spesso pianoforti che hanno vissuto diverse stagioni, con meccaniche mal registrate, e spesso gli strumenti sono quelli che sono, mal calibrati, spesso “toccati” dalle intemperie atmosferiche e suonati da più mani. Tutte cose quasi sempre oscure agli organizzatori, difficilmente dentro agli aspetti tecnici.
Suonare in trio o in gruppo può significare anche coprire e mascherare eventuali mancanze, ma in un concerto per solo piano, dove si propone musica assoluta, la perfezione tecnica dello strumento gioca un ruolo fondamentale.

Cosa hai in testa in questo momento se pensi al tuo futuro professionale?

Rispondo con tre parole: NON LO SO.
Ho passato i migliori anni della mia vita a “s-progettarmi”, come disse Carmelo Bene. Ora sono in una fase in cui aspetto che le cose accadano, perché è inutile programmare e progettare, entrando in un meccanismo perverso che non porta a nulla.

Riesci ancora a trovare soddisfazione nel condividere le cose con gli altri?

Assolutamente sì, perché mi piace suonare per la gente, anche se faccio pochissimi concerti; sono costretto a fare poche cose perché spesso viene a mancare quello che io chiamo il minimo sindacale, cosa che non accade in certi paesi stranieri. Mi riferisco a carenze tecniche di base: che ci siano suoni corretti, che ci sia un buon allineamento, che lo strumento sia ben accordato.
Ultimamente ho fatto una cosa per beneficienza, e a seguito di una mia domanda specifica mi hanno risposto che il pianoforte era stato accordato un’ora prima del trasporto sul palco! Settare un pianoforte e poi trasportarlo, pensando che l’accordatura rimarrà immutata, a discapito del travaglio meccanico subito, del cambio di temperatura e di umidità, non sapendo che spesso certi interventi vengono fatti anche tra un primo ed un secondo tempo, significa non conoscere aspetti importanti del mestiere di organizzatore, custode attento della qualità della proposta.
Quello che disarma è che questi atteggiamenti sono frequenti, magari basati sulla buona fede, che però dimostrano il gap culturale esistente, la mancanza dell’abc tecnico.
Di fronte a tutto questo, spesso, preferisco tacere e preservare il fegato, perché alla fine i problemi sono sempre gli stessi, non cambiano mai con il passare degli anni e sfociano in situazioni che è bene buttare sul comico, anche se in realtà, per un musicista, possono diventare drammatiche.

Aggiungo il pensiero di Gianni Nocenzi relativo al concetto di Musica Progressiva, estrapolato da quanto raccontato dal palco nel corso del concerto… Gianni, cosa è stato il Prog?

Parliamo di una definizione arrivata successivamente all’epoca in cui era in voga il genere, perché inizialmente si parlava di pop, rock… tante sottolineature diverse.
Proprio oggi sono stato intervistato da una ragazza che deve realizzare una tesi sul tema, e mi domandava cosa sia stato il Prog Italiano, e quindi mi chiedeva lumi sulle differenze di base e su ciò che avevo vissuto personalmente.
Quando ero poco più che adolescente, la mia generazione aveva in testa questa musica strana a cui era difficile dare un nome ma che, sintetizzando al massimo, potrei definire, almeno nell’intento, come una gran voglia di discontinuità, di rottura rispetto a ciò che era esistito sino a quel momento, e dal punto di vista artistico rappresentava una sfida, il provare a posizionare in un nuovo equilibrio - commettendo tanti errori e ingenuità - linguaggi musicali che sino ad allora erano stati considerati inconciliabili, addirittura antitetici: il classico, il jazz, il pop, il rock. Il tentativo era provare a vedere se questi differenti dialetti, caratterizzanti la grande musica del ‘900, potessero coesistere in una formulazione contemporanea. Sto parlando di fine anni ’60 e inizio ’70. Come me molti musicisti dell’epoca avevano in testa questo proposito, ma c’era un gruppo che, secondo me, lo faceva in maniera molto rigorosa, con testi bellissimi, arrangiamenti sofisticati, ma sempre al servizio dei contenuti. Quel gruppo di chiamava e si chiama Banco del Mutuo Soccorso.  

Il 2 di settembre, a Verona, la grande famiglia del BANCO si ritroverà e… sarà una nuova partenza!

Sunto della performance del concerto di Bordighera…