domenica 15 luglio 2018

Giorgio Fico Piazza e la sua band a Pietra Ligure (SV) il 12 luglio




Concerto a sorpresa il 12 luglio a Pietra Ligure inserito nel contesto “Musica al Parco”.
All’interno del suggestivo Parco Negro era di scena Giorgio “Fico” Piazza, bassista, uno dei membri fondatori della PFM, protagonista e testimone di momenti storici legati alla musica italiana di fine anni ’60 e primi ’70.

Piazza ha ripreso l’attività da alcuni anni e ha focalizzato un paio di obiettivi: il primo riguarda il racconto della storia della “sua” musica, quella vissuta in modo diretto, il tutto attraverso la riproposizione di materiale antico, parte del quale non viene più presentato dalla Premiata in fase live; il secondo goal è rappresentato dal coinvolgimento di giovani musicisti, con l’intento di “farli crescere”, realizzando sul palco una formula a mio giudizio vincente, quella che vede in primo piano le nuove leve che studiano e condividono sonorità musicali ormai di nicchia, ma che andrebbero divulgate in modo ampio per la loro valenza culturale.

Il tutto funziona, e ancora una volta l’atmosfera che si è venuta a creare è apparsa magica, con Piazza che quasi si è messo in disparte per lasciar spazio alla nuova generazione che avanza.
Ma on stage Giorgio c’era, eccome, anche se il suo ruolo di chioccia alla fine è rimasto celato, perché la band ha ormai una sua autonomia nei musicisti, e il profilo che ne deriva appare ben delineato.

Molti gli appassionati del genere, anche se non mi è parso sia stata fatta grande pubblicità.
Tanti gli amici presenti, e la maglietta con cui ha suonato Giorgio, quella de Il Cerchio d'Oro, la dice lunga sullo spirito della serata, all'insegna della condivisione di una passione comune.



Una goduria per noi che eravamo presenti… ascoltare il medley a seguire per capire il significato delle mie parole…

lunedì 2 luglio 2018

GOAD-“LANDOR"


GOAD-“LANDOR"
Black Widow Records 

Ritornano i GOAD, ritorna Maurilio Rossi, l’artefice di questo progetto incredibile che nasce moltissimi anni fa, quando la musica progressiva era il punto di riferimento per miriadi di giovani.
Sono passati lustri ma l’impegno della band toscana non è scemato, e la capacità creativa si è andata sviluppando con intensità crescente e prolificità inusuale.
Il disco che presento oggi, “Landor”, era già in cantiere un paio di anni fa, quando veniva rilasciato “The Silent Moonchild”, e mentre scrivo queste righe è in corso di lavorazione un doppio album di inediti, a sottolineare come la “macchina Goad” sia un mezzo potente e inarrestabile.
Maurilio ha chiacchierato con me virtualmente, e tutti i dettagli e le curiosità sono fruibili nell’intervista a seguire, mi limito perciò a fornire il mio sentimento da ascolto.

L’idea nasce e cresce a seguito della lettura di “BREVITIES”, del poeta inglese Walter Savage Landor - morto a Firenze -, un pugno di epigrammi che colpiscono l’autore per la grande qualità concentrata in uno “spazio ridotto”, particolarmente adatto alla trasposizione musicale.
Seguire il filone letterario è cosa frequente nella proposta dei Goad, come accadde con il tributo a Edgar Allan Poe, testimoniato dal bonus Cd presente nella confezione, un bellissimo live del 1995 registrato a Firenze.
In questa occasione ne scaturisce un’opera rock di circa 50 minuti, un lavoro concettuale che crea un bridge tra il passato e l’attualità, cosa sulla carta relativamente semplice se si pensa che la materia base è costituita da elementi eterni, come l’amore e il passaggio tra la vita e la morte, con il mistero che deriva dalla non certezza, controbilanciata solo dalla fede.
Tutto semplice a parole, ma fornire sonorità al nostro ciclo vitale, “disegnare” in  maniera efficace trame che evidenzino i nostri stati d’animo mutevoli nel tempo non è fatto banale, perché nulla ha a che vedere con la tecnica e le competenze strumentali: ci vuole cuore e al contempo razionalità.
La musica è musica anche se priva di liriche. Un brano musicale, per essere certificato tale, non ha bisogno di parole.
Al contrario un mero testo, seppur divino, potrà essere definito in modi disparati ma non certo “canzone”.
L’alchimia dei GOAD, a maggior ragione in questo disco, eleva a sublime atto ogni singolo abbinamento tra il verbo e le molteplici atmosfere, e l’ascolto di “Landor” ci trasporta in una dimensione inaspettata, a volte poco chiara, altre una sorta di déjà vu in cui ci si sente a proprio agio, ma una certa angoscia permea l’intero percorso perché, brano dopo brano, uno specchio si erge ed un libro dei ricordi si schiude, e ci si ritrovano le storie personali, le delusioni, gli amori, ed una vita che, troppo breve, è rimasta alle spalle con fasi alterne, quasi mai completamente soddisfacenti.
La musica dei GOAD racconta tutto questo anche nel modus strumentale, perché il mood cangiante si presta alla modulazione degli stati d’animo, e in tutto questo, come ho già avuto modo di scrivere in passato, riconosco la tragicità e il realismo di hammilliana memoria, ma certo è che la voce di Maurilio Rossi è davvero unica, capace di porre gli accenti ai nostri sentimenti cangianti.
Landor” è un album colto, dalle sonorità accattivanti, capace di toccarti e stordirti, e trovare un’etichetta per l’incasellamento del genere appare lavoro inutile e superato.

Maurilio Rossi ha soddisfatto le mie curiosità, e ne è uscito uno scambio di battute icastico e utile alla comprensione.



Esattamente due anni fa, in occasione dell’uscita di The Silent Moonchild”, mi dicesti come fosse già in fase di registrazione “Landor”, rilasciato in questi giorni: da dove arriva tanta prolificità?

Dal fatto che compongo musica da quando ero un ragazzetto: ancora non avevo imparato nulla di quest’arte ma sentivo mille idee che volevano “uscire” allo scoperto… per riuscirci ho dovuto sottopormi a un durissimo lavoro di sacrificio perchè NIENTE salta fuori già pronto come… Atena dalla testa di Zeus… adesso è un fiume in piena!

E allora raccontami tutto di questo nuovo lavoro, che fa riferimento allo scrittore inglese Walter Savage Landor…

Dalla lettura di un libretto, “BREVITIES”, di epigrammi in inglese di questo poeta di cui avevo visto la modesta tomba qui a Firenze: la loro musicalità e concisione mi hanno subito colpito e la composizione nelle linee guida armoniche è venuta fuori in pochissimi giorni.

Possiamo parlare di un album concettuale?

Sì, volevo proprio un concept album in cui lo sviluppo del discorso musicale segue le liriche di Landor, dal contenuto eterno: amore, la morte che incede, la perdita dei sogni, la serenità nell’accettare la sorte umana..

Si differenzia dai vostri altri lavori o possiamo parlare di una buona continuità?

Si differenzia nella scelta voluta fortemente della semplicità esecutiva e nella stesura della strumentazione limitata come fosse registrata dal vivo. D’altronde molte parti sono davvero eseguite in studio dal vivo e poi integrate e corrette.

Ci sono novità sulla formazione che ha contribuito alla realizzazione del disco?

Questa volta ha avuto maggior spazio Alessandro Bruno con molteplici strumenti, dalla slide guitar al mandolino, dal flauto all’oboe e al flauto, come già Francesco Diddi, membro storico polistrumentista. In più hanno suonato in coppia due drummers storici dei Goad, Paolo Carniani ed Enrico Ponte. Come pianista aggiunto nel brano “Defiance” ha suonato il formidabile fonico e musicista Freddy Delirio (Death SS-Harem etc.)

In realtà i CD sono due, e a “Landor” è abbinato un bonus Cd che riporta ad un live del 1995: mi spieghi la scelta e i contenuti?

Tutto è nato da quel lavoro su Poe e dal successivo live nel luglio 1995. Fin dal 1992 lavoravamo su quel progetto, con attori, mimi, ballerini; con il polistrumentista Marcello Becattini - un vero maestro ed un amico - proponemmo lo spettacolo, con maschere e proiezioni, in giro per la Toscana in mostre d’arte, Università, locali di ogni tipo! Poi decisi di trarne l’album “Tribute to E.A.Poe” e il giornalista Donato Zoppo mi contattò e scrisse su quell’album… tutto iniziò da lì...


Particolarmente bello l’artwork: come è nata l’idea?

Sono foto originali della fotografa Cristiana Peyla, che ha trovato ispirazione in un teatro esoterico costruito vicino a Firenze  da un formidabile personaggio, professore universitario e scrittore di libri importanti anche in lingua inglese, Mariano Bianca. Questi ha forgiato opere in marmo che arricchiscono quel particolarissimo teatro che sembra situato in un altro pianeta!

Ci sono particolari dettagli tecnici che si possono evidenziare per gli ascoltatori più esigenti?

Abbiamo usato strumenti acustici ed anche vecchi effetti molto Vintage, come il “Viscount EFX_1” per le chitarre elettriche e, come scelta stilistica, per rendere al meglio l’idea della ispirazione immediata delle melodie, abbiamo in taluni brani sovrapposte le voci soliste originali a quelle definitive!

Qualche parola su etichetta discografica e distribuzione…

La Black Widow Records rimane referente unica per le produzioni GOAD, in questo caso come promoter e distributrice dell’album.

Avete previsto qualche presentazione di “Landor”?

Vedremo. Se sarà accolto bene faremo di certo un “Live-Act”; a tal proposito considera che, per le solite ragioni di generale crisi della musica colta in Italia e altrove, da tempo ci siamo concentrati sulle registrazioni in studio e  già stiamo concludendo un doppio album tutto inedito su un altro poeta molto famoso anglosassone... ti dico solo che ci hanno fatto un film recentemente…


Track List:
1. Written on the First Leaf of my Album
2. On Music
3. To One Grave
4. Bolero
5. Goodbye, Adieu
6. Life's Best
7. Where are Sighs
8. Decline of Life
9. An Old Philosopher
10. The Rocks of Life
11. Defiance
12. Brevities
13. Evocation

BONUS CD:
Tribute to Edgar Allan Poe Live at "Parterre" Florence, July 1995

GOAD:
Maurilio Rossi: Vocals, Bass, Nylon and Electric Guitar, Keyboards
Alessandro Bruno: Slide, Classical & Electric Guitar, Mandolin, Sax, Flute, Oboe, Violin
Paolo Carniani: Drums
Enciro Ponte: Drums
Freddy Delirio: Sound Engineer, Additional Piano




mercoledì 27 giugno 2018

Big One a Savona il 22 luglio-Intervista a Leonardo De Muzio

I Big One ritornano a Savona e lo fanno per la quarta volta nello spazio di quattro anni.
L’artefice degli ultimi tre eventi è Massimiliano Rossi, molto attivo in ambito savonese, e permeato da vera passione musicale.
Il nuovo concerto è imminente - il 22 luglio - nella stessa location - la Fortezza del Priamar -  che nella scorsa estate diede una soddisfazione… a metà, giusto il tempo di gustare un primo atto prima che la pioggia interrompesse bruscamente la performance.
In quell’occasione Max Rossi promesse una ripresa dell’evento, cosa che puntualmente accade dopo tre mesi, questa volta in zona protetta, Il Teatro Chiabrera.
E ora ci risiamo!
Per avvicinarci alla manifestazione ho raccolto le parole di due dei protagonisti: l’uomo in più - Gian Paolo Ferrari - e il leader della band, Leonardo De Muzio, che ha risposto esaustivamente alle mie domande.




Un pò di storia, direttamente dal factotum Gian Paolo Ferrari…

Premessa - L’album dei Pink Floyd “Animals”, veniva pubblicato in Inghilterra il 23 gennaio 1977, e il 10 Febbraio seguente in USA; non volevo perdere tempo, e già nei primi giorni di gennaio 2016 esternavo con una telefonata al caro amico Leonardo De Muzio il mio messaggio: “Ehi Leo, sto già pensando che l’anno prossimo dobbiamo celebrare “Animals”, tu che ne pensi? E’ un album tosto, ma credo che ce la possiamo fare, ho in archivio delle buone idee in merito…”. Risposta: “Sono con te… hai detto bene, album tosto, aspettiamo di chiudere queste date, e dopo il rientro dall’Olanda ci metteremo al lavoro”. E così, nel dicembre 2016, dopo una cena tra amici organizzata per l’occasione, io (responsabile produzione), Leonardo De Muzio (lead guitar e manager del gruppo), Stefano Righetti (piano e synth) e Andrea Coppini (lighting designer), gettiamo le basi per il tour di “Animals”. Siamo tutti d’accordo sul fatto che dovrà essere uno spettacolo coinvolgente e mirato alle tematiche ancora purtroppo attuali del nostro tempo, a cui fanno riferimento i testi rabbiosi e cupi di Waters, scritti molti anni prima… cani, maiali e pecore diventarono così il nostro pane quotidiano. Ecco in breve la nascita del nostro progetto, ovvio che non è stato tutto così semplice, ma il lavoro, le notti insonni, le prove i sacrifici sono stati dimenticati e in parte ricompensati dalle tante, sincere e innumerevoli gratificazioni rivolte da parte del pubblico nei nostri confronti.
Abbiamo debuttato in Belgio il 4 marzo 2017 e dopo poco più di un anno abbiamo chiuso il 25 maggio 2018, al Teatro Brancaccio di Roma, dove nello stesso giorno, ma nel 1968, si era esibito Jimi Hendrix… una vera e grande emozione…


L’intervista a Leonardo De Muzio

Per la quarta volta tornate a Savona, la terza alla Fortezza del Priamar: è solo questione di musica o il rapporto con la città è ormai consolidato e si basa anche su elementi affettivi?

Innanzitutto, ciao Athos. Son contento di poterti rispondere che siamo molto lusingati di ritornare in questa bella città, che tanto bene ci ha accolto in passato. Grazie a quella prima volta di qualche anno fa dove,  grazie a te e Max Pacini siamo riusciti ad arrivare a Savona, qui abbiamo potuto conoscere il nostro fan numero uno, Max Rossi di Poppy Events. E’ grazie a lui se torniamo qui per la terza volta.
E’ una persona meravigliosa che crede in noi e nel nostro progetto. Un vero amico!

Nell’ultima occasione - ripetuta a ottobre dopo i capricci meteorologici dello scorso luglio - avete presentato l’“Animals Tour”, terminato pochi giorni fa al Brancaccio di Roma: come si possono riassumere i risultati?

Risultati a dir poco strepitosi. Praticamente quasi ovunque sold out, segno che la gente sa cosa vuole. Un esperienza notevole, che ripeteremo la prossima stagione.

Esistono differenze nella risposta del pubblico straniero rispetto a quello italiano?

Beh, si tratta di due pubblici abbastanza diversi. Molto preparati in nord Europa, ma che apprezzano tutto il repertorio che  abbiamo proposto in questi anni. Attenti all’atmosfera e alla magia che si crea quando suoniamo. In Italia, direi molto esigenti. Si aspettano di sentire quello che il quartetto ha inciso sui dischi, senza troppe “reinterpretazioni” tipiche di tante Cover Band… Cercano il suono autentico e noi, senza falsa modestia glielo forniamo.

Possiamo avere qualche anticipazione del set che ascolteremo il 22 luglio?

Sarà un medley di brani più recenti, provenienti soprattutto dall’ultimo album dei Floyd, “The Division Bell”, più altri brani dall’enorme repertorio della storica band inglese.

Mi è capitato di vedervi cinque volte e un evidente denominatore comune è il… sold out: al netto delle vostre qualità enormi, perché la musica dei Pink Floyd suscita un tale entusiasmo  dopo tutti questi anni?

Bella domanda… perché è una musica universale. Senza tempo. Quando ascolti “Breathe in the air” o “Comfortably Numb”, non ti rendi conto che si tratta di brani con 30/40 anni sulle spalle. Sembrano fatti ieri, con suoni attuali e testi attuali. Credo che il panorama musicale di oggi non offra tanto se tutti vogliono ancora ascoltare questa musica.

Ci sono state novità relative alla line up?

Oh, sì, certo. Ci siamo rinnovati nel tempo. Il gruppo ora è composto da quattro musicisti, un operatore video, nonché factotum, il nostro caro amico Giampaolo Ferrari e tre special guest, una  al sax e due ragazze ai cori.
A parte me, c’è Luigi Tabarini al basso e voce, il nostro vecchio e unico batterista, Stefano Raimondi e Stefano Righetti alle tastiere.
Ho voluto ridimensionare la line up, senza tante figure superflue…
Dopotutto i floyd erano in quattro, no?!

Pensiamo al futuro prossimo: a cosa lavorerete per sorprendere ancora il vostro fedele pubblico?

Beh, intanto stiamo lavorando molto duramente al nuovo spettacolo, del quale ti parlavo prima e, credimi, per riuscire a dare il sound corretto, stiamo ore e ore in studio a cercare le atmosfere giuste.
In futuro... si vedrà!



Animals Tour- le date:

4 marzo 2017-Tielt (Belgio)Europahal, 10 marzo
2017-Montecatini Teatro Verdi,6 maggio 2017-Ingelmunster (Belgio) Festival
Labadoux, 7 maggio 2017 - Tilburg (Olanda) Poppodium, 25 Maggio- Verona
Teatro Romano, 21 luglio 2017-Savona Fortezza del Prìamar, 6 ottobre
2017-Savona Teatro Chiabrera,21 Novembre 2017-MilanoTeatro Nazionale,29
Novembre 2017 Haarlem (Olanda) Patronaat, 30 Novembre 2017-Venlo (Olanda)
Grenswerk, 1 Dicembre 2017 - Sneek (Olanda) Het Bolwerk, 2 Dicembre 2017 -
Leiden (Olanda) Gebr De Nobel, 3 Dicembre 2017 - Uden (Olanda) Markant, 3
Febbraio 2018 - Milano Blue Note, 23 Febbraio 2018 - Torino Teatro Nuovo,
31 Marzo 2018 - Bolzano Teatro Comunale, 4 Maggio 2018 - Bologna Teatro Il
Celebrazioni, 11 Maggio 2018 - Firenze Teatro Obihall, 25 Maggio - Roma
Teatro Brancaccio

P.S. Sono state tutte nell’insieme delle date importanti, ma il 25 maggio
al Teatro Romano di Verona, abbiamo avuto la possibilità di raccogliere
7000 euro interamente devoluti all’associazione Vittime della strada
.



Domenica 22 luglio dalle ore 21:00 alle ore 23:55
Fortezza del Priamar
17100 Savona
Stanno tornando....
In Europa sono i migliori dopo gli originali.
Chi li ha sentiti l'anno scorso , sa di chi parlo.

Ma certo, i BIG ONE !
LA MIGLIOR TRIBUTE BAND IN EUROPA DEI PINK FLOYD!

Leo e compagni ci trasporteranno in un mondo fatto di musica ed emozioni, con il loro nuovo progetto che ripercorre la storia della band inglese attraverso i brani più celebri.
Prevendite a partire da Sabato 9 Giugno.
Biglietto unico € 23+2 prevendita.

Ecco cosa accadde nello stesso luogo, la Fortezza del Priamar, un anno fa, prima che le intemperie fermassero il concerto…



domenica 24 giugno 2018

"SETTANTA REVISITED", il nuovo libro di Carlo Crescitelli


SETTANTA REVISITED
Guida sballata e verbosa per l’anziano rincattivito di questi anni millennovecentoduemili
di Carlo Crescitelli

Il numero “Settanta”, se riferito al periodo storico corrispondente, ha per me un richiamo assoluto: è il periodo della mia adolescenza - terminata a metà dei seventies -, dei miei ricordi migliori, delle mie memorie peggiori, in ogni caso è lo spazio temporale in cui mi sono formato, quello che ha permesso di gettare le basi di una vita fatta di fasi alterne, come succede a tutti.
Proprio in questi giorni ho ascoltato la chiosa di Franco Mussida che, intervistando Bernardo Lanzetti, affermava che la musica che ti accompagna nella vita è quella che ti ha toccato nell’adolescenza, perché collegata a fatti speciali che non si dimenticano più, e che ritorneranno a galla - per gioire o soffrire - ogni volta che quelle note riappariranno.
Il libro di Carlo Crescitelli, “SETTANTA REVISITED”, non poteva non stimolare la mia curiosità… è bastato il titolo, a cui si è aggiunta la coltellata finale, l’immagine di copertina, del 1976, che rappresenta una festa del proletariato giovanile al Parco Lambro: e il momento magico stava per finire!
Sono casualmente a Milano, è il 1976, ho 20 anni. Il tram su cui mi sto muovendo si ferma all’improvviso, gentilmente ci fanno scendere mentre le serrande dei negozi si chiudono. Improvvisamente la via si riempie di giovani tutti uguali, con l’eskimo carico di pietre e in mano mazze e ammennicoli similari. Nella posizione opposta un esercito fatto di uomini sovrapponibili, per colore e attrezzatura. Lo scontro stava per arrivare, ma era cosa normale per chi viveva da quelle parti, a metà anni ’70!
Chiedo scusa in anticipo all’autore per il parallelismo tra la mia vita e la sua, ma la tentazione è troppo forte, anche se cercherò di limitare i danni e proporre un commento il meno personale possibile.
Crescitelli evidenzia come quell’epoca fosse fatta di "… anni colorati: salvo ovviamente che in tv, per il resto i colori erano dappertutto, e senza bisogno neppure di arrivare al Parco Lambro. Forti, vividi e intensi come mai più li ho rivisti: nei vestiti e nei sorrisi di noi giovani, nei sogni d’Oriente che popolavano le nostre fantasie, nell’energia e nella rabbia che tutti, giovani e anziani, buttavano fuori. Con buona pace di Internet, io la sensazione di vivere in un grigio mondo b/n ce l’ho adesso, mica ce l’avevo allora".
Personalmente il bianco è nero mi è rimasto appiccicato addosso, e quel terribile bicolore che caratterizzava le puntate di Maigret, la domenica sera, rappresenta perfettamente la mia sofferenza, il mio disagio del momento, e tutto questo non passa più, lo puoi solo raccontare a facce comprensive - se va bene -, che non possono capire, perché le esperienze non si riescono mai a trasformarsi in didattica efficace.
Lungi da me rifugiarmi nel “stavamo meglio quando stavamo peggio”, ma Crescitelli, regalandoci una sintesi della sua vita - e quindi un primo bilancio -, ci racconta un momento storico irripetibile, talmente lontano per modo di vivere da quello attuale da risultare impossibile da comprendere per chi - fortunato o sfortunato, non lo so - abbia visto la luce nel nuovo millennio, e il dubbio nasce spontaneo: è stato un privilegio vivere i ’70 da giovanissimo?
Dal 1968 al 1980. Dalla politica marcata sino alla morte di Lennon, il simbolo di un progetto e di un era nata con gli hippies e terminata con gli yuppies; dallo sbarco sulla luna ai successi di Travolta; dal duplex casalingo al profumo di computer; il tutto attraverso una colonna sonora che cambia ogni battito di ciglia, con i fasti di Genesis e King Crimson sino al concerto per Demetrio, il giorno dopo la sua morte.
Sono certo che gli argomenti di cui parlare, in un ipotetico dialogo con Crescitelli, sarebbero infiniti, ma in attesa del possibile incontro mi accontento del suo pensiero, e del suo modo di scrivere, non proprio usuale.
Il suo diario di bordo prende colore attraverso la tipologia espressiva, con l’apparente autocensura dei termini più forti attraverso la sostituzione di alcune consonanti (e così “vita di merda” diventa “vita di xerxa”), modus che potrebbe apparire come il non voler rinunciare al comune parlare fornendo un abito più elegante agli accenti vivaci, ma che in realtà diventa una sottolineatura comunicativa che amplifica i significati proposti, diventando un enorme valore aggiunto che cambia un normale percorso di vita in un sentiero temporale carico di didascalie.
Ovvi gli accenti politici - ma si potrebbe scrivere di storie e storia ignorandone il contesto?! - così come il ricorso alle immagini sonore: musica e sociale, rock e condizioni di vita, bellezza e deturpazione, con la certezza che il “bispensiero” di Orwell fosse un concetto adatto alla letteratura, ma poco concreto in quei giorni, e in ogni caso da tener lontano dai giovani dell’epoca, carichi di principi e sicuri che forse il mondo si poteva cambiare, e se era andata male con i fiori/amore/pace, qualche azione di forza poteva trovare giustificazione nel fine.
Il libro di Carlo Crescitelli è piacevole, scorrevole, amaro, provocatorio, didattico.
Il libro di Carlo Crescitelli è pieno di immagini che parlano da sole.
Il libro di Carlo Crescitelli è adatto a tutti, anche se ho la quasi certezza che i più giovani ne distorceranno il significato intrinseco.
Il libro di Carlo Crescitelli, in estrema sintesi, mi ha fatto stare male, ma è un dolore controllato, come quello che mi autoprovoco quando metto sul piatto “Who’s Next”: il tempo è passato inesorabilmente e avere tanti ricordi cristallini è una magra consolazione.
Un grazie enorme all’autore, nonostante lo spleen in cui mi ha fatto sprofondare!

Ecco una pillola di quanto poteva accadere, nel 1976, nel corso di una festa del proletariato giovanile al Parco Lambro…


Per conoscere meglio Carlo Crescitelli-Biografia tratta dal comunicato stampa

Accademicamente connotato da una laurea in Scienze Politiche e da un Dottorato di Ricerca in Filosofia e Teoria Giuridica e Sociale, Carlo Crescitelli ha tuttavia sempre frequentato gli ambiti professionali dell'impresa privata, occupandosi a lungo, tra gli Ottanta e Novanta, di sviluppo risorse umane e di comunicazione aziendale.
Ha successivamente condotto, a cavallo dei Duemila, una attività commerciale di promozione e divulgazione di arte etnica, ed è ad oggi attivamente impegnato nell’azione per la salvaguardia del patrimonio tradizionale della provincia in cui vive, l’Irpinia.
Da un punto di vista più strettamente culturale, i suoi attuali interessi sono al momento orientati sia all’analisi storica e antropologica, che alla scrittura per il cinema.
Alimentato nel tempo da tutte queste differenti esperienze, il rapporto di Carlo Crescitelli con la scrittura è stato nei decenni costante; meno lo è stato quello con le pubblicazioni. Al suo esordio autoriale del 1990 con il saggio storico-politico La rivoluzione khomeinista iraniana (Nuovo Meridionalismo Edizioni), e in parallelo con il manuale di galateo manageriale per neolaureati Egregio Dottore (Firenze Libri), pubblicato con lo pseudonimo di Massimiliano Conte, è succeduta infatti una lunga, ventennale pausa, terminata soltanto tra il 2010 e il 2011 con la sequenza di quattro uscite per IlMioLibro che comprende i due fortunati diari di viaggio L’antiviaggiatore e Come farai a fuggire da te stesso… se lui continua a correrti dietro?!?, il thriller di fantapolitica The Shadoor, il demenziale vademecum Delinquenti: terapia e prevenzione, pubblicato ancora sotto le spoglie dell’alter ego Massimiliano Conte.
Perfezionato in un ulteriore quinquennio di riflessione e di pubblica pausa, Settanta Revisited esce nella primavera del 2018 e rappresenta la sua nuova riconciliazione con il mondo dell’editoria, determinatasi con l’avvio del rapporto con Il Terebinto Edizioni.



mercoledì 20 giugno 2018

1° ART IN PROGRESS EVENT: IL RESOCONTO IN PILLOLE


Evento culturale di grande valenza quello organizzato da Paola Tagliaferro, il 18 giugno, nella “sua” Zoagli, comune della costa ligure di forte impatto per gli elementi naturali presenti.
Per il secondo anno consecutivo il collante dell’evento è il nome di Greg Lake, indimenticato artista la cui immagine è legata soprattutto a band storiche come King Crimson e ELP.
La cerimonia di apertura ha previsto l’apposizione di una targa in marmo dedicata al “Cittadino ad Honorem di Zoagli”, Greg Lake, sulla scogliera sotto il Castello Canevaro, luogo in cui Greg si esibì per pochi fortunati nel novembre del 2012: la presenza della moglie Regina fornisce il senso della continuità, nel ricordo di quei luoghi che entrambi hanno vissuto in maniera intensa.



La manifestazione, in questa occasione, ha assunto un nome preciso:

1° ART IN PROGRESS EVENT

Non solo musica quindi, ma differenti discipline in gioco, che sono state particolarmente gradite dal folto pubblico presente: poesia, cinema, elettronica, spiritualità…
Ad aprire il “colloquio” tra protagonisti sul palco e audience è stato l’angolo del reading poetico, che ha previsto letture di Claudio Pozzani e Barbara Garassino con la presenza di un ospite, lo scrittore venezuelano Josè Pulido: momenti catartici e coinvolgenti che, partendo dalla lettura di una lirica dei King Crimson - Epitaph -, hanno permesso di ondeggiare tra testi personali e letture d’autore.
Il primo step musicale vede protagonista Paola Tagliaferro, artista completa, polistrumentista, ricercatrice, sperimentatrice. Il momento è importante perché ciò che viene proposto è l’anticipazione di un album di prossima uscita, la cui gestazione ha previsto un impegno di tre anni: il titolo del disco è “Fabulae”.
Con lei sul palco musicisti straordinari: Pier Gonella e Marco Traversone alle chitarre, Andrea Vulpani al piano, Giulia Ermirio alla Viola e Angelo Contini al didgeridoo e conchiglia.
Dell’album parlerò in una prossima occasione dopo attento ascolto, ma l’impatto live è risultato magico, un connubio tra parole e sonorità - a volte inusuali - che ha colpito un pubblico davvero attento e concentrato. Ogni brano è stato accompagnato da una sorta di didascalia verbale usata come preparazione e introduzione alle trame musicali, un iter propositivo che dovrebbe essere ricalcato anche nel lavoro in studio.
In questa prima fase arriva una sorpresa: Juri Camisasca, il protagonista serale dell’evento, sale sul palco per un duetto con Paola - la cosa si ripeterà anche a fine serata - con lo scopo di fornire un omaggio tangibile a Lake proponendo la celebre “Lucky Man”.
Evocare Camisasca significa introdurre il pluridecorato regista Paolo Francesco Paladino, che nell’occasione ha proposto il suo docufilm intitolato “Non cercarti fuori”, il cui  protagonista è proprio Camisasca, la sua vita attuale, i suoi luoghi, il paesaggio che lo circonda e la sua ricerca della spiritualità.
Del movie è stato proposto un sunto di venti minuti che ha suscitato grande interesse, testimoniato dal fitto scambio di battute instauratosi tra Juri e i presenti, incuriositi dalla personalità del cantante e dal suo satus ascetico.
Dopo una pausa un pò più… materiale all’interno del Castello Canevaro, si riparte con lo show e quindi con la forte presenza di Juri Camisasca sul palco.


Si fa accompagnare dai musicisti presenti, poi imbraccia lui stesso la chitarra e, all’occasione, utilizza delle basi registrate, ma cambiando gli elementi non cambia il risultato: una voce cristallina e magnetica per la creazione di un mood particolare che si fonde con l’ambiente circostante.
Particolarmente commovente il ricordo di Claudio Rocchi - testimoniato nel video a seguire - altro personaggio fondamentale della scena musicale italiana, casualmente ricordato lo stesso giorno nel corso di un altro tributo milanese.
E alla fine la performance diventa un’esperienza di vita, un momento mistico che favorisce la riflessione personale e la necessità di fornire la giusta dimensione ad ogni risvolto quotidiano. L’esperimento che vede on stage Paola, Juri e parte dei musicisti, intenti nel realizzare un’improvvisazione mantrica, appare come la fermatura del cerchio di un giorno pieno di luce.
L’ultimissimo atto vede ancora la riproposizione di “Lucky Man”, perché in ogni caso la figura di Greg Lake è nell’aria, più tangibile di quanto si potesse prevedere.

Un plauso a Paola Tagliaferro e a tutti coloro che hanno collaborato per realizzare una manifestazione culturalmente davvero rilevante, che ha saputo catturare in modo totale l’attenzione dei presenti, favorita dalla bellezza della cornice naturale e da un’eleganza nella proposta tutt’altro che snob, fatta di trascendenza e spiritualità senza escludere la realtà materiale dei nostri giorni.



Per saperne di più sui protagonisti cliccare sul seguente link:



Il contributo video, sintesi di una giornata perfetta…

mercoledì 13 giugno 2018

PETER IROCK-“SEVEN”


PETER IROCK-“SEVEN”

A distanza di quasi tre anni ritrovo la musica di Peter Irock, che propone un nuovo lavoro discografico intitolato “Seven”.
Per chi non conoscesse Peter è bene dire come la sua musica sia basata sull’utilizzo di una molteplicità di tastiere e sintetizzatori, e sulla sperimentazione elettronica, arrivando ad un risultato che potrebbe essere etichettato come progetto “ambient”, un viaggio - un sogno -totalmente sonoro, che riesce a trasformare la musica in immagini.
L’evoluzione artistica di P.I. lo ha portato da tempo alla ricerca di elementi acustici e divagazioni strumentali affidate a collaboratori solidi, che propongono parti di chitarra -elettrica e acustica - e una sezione fiati che spazia dal flauto ai sax alto e soprano.
In questo caso il tutto viene messo al servizio di un percorso biblico che prova a descrivere la creazione dell’universo… oltre 40 minuti di trame sonore che rappresentano le tappe che, secondo le sacre scritture, hanno favorito la nascita dell’uomo e di ciò che lo circonda.
I sei pezzi che compongono l’album (… e il 7° giorno Dio si riposò…) necessitano di una fruizione adeguata, nei tempi, nei modi e forse anche nei luoghi, giacchè l’ascolto “protetto” e adeguato diventa portatore di benessere e di sintonia, tanto da trasformare l’ascoltatore in parte integrante della musica che si diffonde nell’aria, una sorta di processo osmotico che è solitamente più facile trovare nelle situazioni live.
Gli “inserimenti” di Frank Mueller alle chitarre e di Hellmut Wolf ai fiati contribuiscono al disegno generale con pennellate artistiche assolutamente complementari alle idee di P.I., e il sunto derivante ha qualcosa di magico, di aulico, che colpisce all’impatto.
Un passo avanti per il tastierista svizzero, un nuovo step di un percorso in continua evoluzione.
Ma ascoltiamo il suo pensiero…



Sono passati quasi tre anni dall’uscita di “Horizon”: che cosa hai realizzato in questo periodo, musicalmente parlando?
Dopo Horizon, ho prodotto un album particolare, dal titolo “IVO”, dedicato alle sculture del famoso artista Svizzero, del Canton Ticino, Ivo Soldini. Un lavoro musicalmente non facile se penso al fatto che dovevo dare suono e "anima" alle sue sculture, ognuna con un suo nome e forma, che potessero evocare con le mie musiche, la loro "personalità inanimata". Alla fine la sua soddisfazione nell'ascoltare le musiche dell'album mi ha confermato che avevo centrato l'obiettivo: dare vita alle sue sculture attraverso la mia musica.

Il tuo nuovo lavoro si intitola “Seven”: a cosa è riferito il numero 7 ?
Potrà sembrare strano, ma aldilà del credo religioso o interpretazione mi sono ispirato alla creazione dell'universo da parte di Dio, 7 i giorni per i quali tutto l'universo - e chi ci vive - è stato creato (ok, il settimo giorno Dio si riposò!). Mi ha affascinato la genesi, e la prima song dell'album, "The nature song", ne è la giusta interpretazione sonora.
Gli altri brani sono da ascoltare per poterne capire la il significato "biblico", anche se tracce come “SEVEN” o “T.E.” potrebbero allontanare dal concetto creando un po’ di smarrimento, ma ripeto ogni brano ha un suo significato che riporta al titolo dell' album.

La tua musica è basata sull’elettronica e sullatecnologia, ma nel lavoro precedenti avevi inserito novità acustiche ed elettriche, ciò che tu all’epoca definivi “… un po’ di elementi umani in più…”: hai mantenuto queste prerogative?
Sì, certamente, sono ancora presenti i due musicisti di “Horizon”, fedeli colonne elettro-acustiche che danno un contributo non indifferente alle parti musicali basate solo con l'elettronica. Parlo di Hellmut Wolf  - al sax soprano, alto e flauto traverso - e Frank Steffen Mueller alle chitarre elettriche e acustiche.


Quale potrebbe essere l’elemento nuovo che testimonia l’evoluzione del tuo progetto musicale?
Ho usato nuove sonorità elettroniche sviluppate con un bravo soundesigner russo, Vladimir Andreev, di Mosca, per la quale azienda sono ora un loro testimonial. Per evoluzione, potrei dire che in brani come “T.E.” le ritmiche Trap si sono sposate con le sequenze stile Berlin School, oppure ho rinunciato per motivi di disponibilità alla cantante soprano, ma ho replicato con software dedicati e dal risultato sorprendente (song Galaxy). Ogni mio lavoro porta sempre delle nuove evoluzioni creative, sonore, emotive. 

Mi parli degli ospiti e del loro ruolo specifico?
Come riportato precedentemente, Hellmut e Frank hanno accettato volentieri e il loro entusiasmo (e bravura) mi sorprendono sempre.
Hellmut vive a Tolsa e Frank vicino a Stoccarda. Ci vediamo una volta all'anno ma tutte le parti audio ce le scambiamo online, in base alle mie indicazioni e demo test che invio a loro. Sorprendente è che posso dire sempre "buona la prima"… non sbagliano mai nell'interpretare qualunque parte - spesso scritta da me -  che debbano eseguire. Suono, feeling... per quanto mi consideri un one man band, sono sicuro che anche nel mio prossimo lavoro, avranno un loro ruolo.

Tre anni fa ti posi una questione relativa al possibile inserimento delle liriche: a che punto siamo?
Direi in pò in alto mare… per quanto ho spesso l'intenzione di scrivere qualcosa di operistico, cantato con testo. Mi affascina il latino e greco vocale, ma la difficoltà, sembra strano, è reperire cantanti lirici che vogliano variare il loro bagaglio musicale classico, con l'abbinamento elettronico. Ma ne riparleremo nel mio prossimo lavoro, e forse, lì ti darò la risposta.

Proporrai “Seven” dal vivo?
Senza dubbio, insieme ad “Horizon”, “Boreal”, e gli altri miei lavori. Il programma è pronto, sono in trattative con interessanti location e contatti, per quanto un mio show, sulla carta, ha dei costi non indifferenti. Sono, anzi, siamo pronti perchè sul palco ci saranno anche Hellmut e Frank, insieme per portare il nostro entusiasmo musicale nei vostri cuori.