sabato 22 ottobre 2016

Fabrizio Poggi- "And The Amazing Texas Blues Voices"


Fabrizio Poggi
And The  Amazing Texas Blues Voices
Appaloosa RECORDS
45 MINUTI

Il nuovo disco di Fabrizio Poggi, Texas Blues Voices lo vede un po’ meno protagonista, o forse… un po’ di più, dipende dai punti di vista.
Ho imparato molto da lui, sin dal giorno della nostra casuale conoscenza (ma esistono davvero cose che accadono senza un disegno preciso?).
Il temine “blues” è abbastanza comune e trasversale, e bisogna ammettere che la semplicità tecnica con cui può avvenire il contatto favorisce l’approccio e autorizza una miriade di musicisti ad assumere un atteggiamento autoreferenziale rispetto al genere, che in realtà genere non è, e questo pare difficile da far comprendere: scambiare una etichettatura musicale con un modo preciso di vivere la vita è un grosso errore.
Da Fabrizio ho appreso, attraverso i suoi racconti e la sua musica, che tipo di umiltà occorra e quale siano le fondamenta che reggono una storia infinita, fatta di sangue, sudore e soddisfazioni. Ecco, le soddisfazioni… queste non gli sono mancate, almeno ultimamente, perché a tutti gli effetti Fabrizio Poggi è riconosciuto universalmente come uomo di blues, con l’autorevolezza del ruolo, nonostante sia… italiano.
E nel momento del massimo riconoscimento, quando il senso di appartenenza - verso una musica e una terra - è al suo massimo sviluppo, Poggi decide di proporre la sua anima blues attraverso un nuovo album, in una modalità insolita, levandosi parte del ruolo tradizionale - quello di vocalist - regalandolo ad amici, voci sorprendenti dalle radici texane, e tenendo per sé la presenza all’armonica, diventando quindi membro della squadra da lui composta per l’occasione: atto di devozione, non verso gli artisti stessi, ma rivolto all’essenza, allo spirito del movimento blues, un omaggio alla storia, non solo musicale.
I dieci brani vedono così un continuo avvicendarsi di situazioni che rendono il disco godibile anche dal punto di vista della varietà, e pur essendo il tema amato dalla nicchia, mi pare possa portare al coinvolgimento anche l’ascoltatore occasionale e meno focalizzato sulle vicende musicali.

Vado in rapida sequenza per sottolineare i vari attori.

L’album si apre con Nobody`s Fault But Mine, canzone interpretata da una voce incredibile, quella di Carolyn Wonderland, che riporta agli standard  del genere.
A seguire Walk On, con  Ruthie Foster in prima linea, che vede in evidenza l’armonica di Fabrizio Poggi e la slide di Joe Forlini. 
Si arriva quindi a un classico di Muddy Waters, Forty Days And Forty Nights, dove il maestro della voce diventa Mike Zito: emozionante il passaggio del testimone tra i vari musicisti.
Rough Edges è l’omaggio che il chitarrista e vocals W.C. Clark dedica al “suo” Stevie Ray Vaughan: basta chiudere gli occhi e trovare la giusta sintonia per rivedere in carne ed ossa chi ci ha lasciato prematuramente, e anche questo è un modo per ricordare e vivere la musica.
Il ritmo cala con Mississippi, My Home, cantata da Lavelle White, blues lento da sogno, dove la qualità dell’interpretazione supera l’utilizzo delle skills specifiche: note e trame sonore che toccano l’anima.
Bobby Mack propone Neighbor, Neighbor, che ci catapulta in periodi in cui quello che sarebbe diventato il rock acido della costa ovest americana prendeva a man basse nel mondo blues.
Mike Cross interpreta un brano da lui composto - assieme a Karen Marie -, Many In Body, e ci guida verso la spiritualità del gospel e del coinvolgimento totale: ma forse basterebbe una messa domenicale ad Harlem per comprendere!
Welcome Home è interpretata da Shelley King, brano pazzesco dove la parte vocale, suadente e accattivante, si intreccia con l’armonica di Poggi e la solista di Forlini.
Con Wishing Well si torna a Mike Cross, ancora in doppia veste di autore (con Joe Forlini) e propositore, un blues classicissimo, in cui tutti possono riconoscere gli stilemi del genere.
Si termina con Run On interpretata da Guy Forsith, un duetto tra lui - alla chitarra resofonica e Poggi: la degna chiusura di una picture incredibile.


Il disco è di Fabrizio Poggi - da lui prodotto con Stuart Sullivan - ma ho provato a fornire un’immagine più globale, come in realtà si presenta il lavoro in toto.
Fotografia del passato, sicuramente del presente, probabilmente del futuro, perché il blues e i suoi talenti alimentano le vite e gli accadimenti di molte anime, alcune delle quali sono “blues” senza saperlo, e molte altre si fregiano di un titolo e di un ruolo che usano in modo inappropriato, ma anche questo in fondo è il segnale che il blues, inteso come modus vivendi, resta un punto di riferimento, e visti i principi nobili che lo reggono, forse, la comprensione verso chi... ambisce ma non può, dovrebbe essere contemplata.
Bellissimo il booklet annesso, chiarificatore e carico di immagini degne di un'opera rilevante.
Un grande album per Fabrizio Poggi, e una carrellata incredibile di voci arrivate da un altro pianeta!  



TRACK LIST
Nobody'S Fault But Mine (Feat. Carolyn Wonderland) 3.38
Walk On (Feat. Ruthie Foster) 4.57
Forty Days And Forty Nights (Feat. Mike Zitto) 4.49
Rough Edges (Feat. W.C. Clark) 3.50
Mississippi, My Home (Feat. Lavelle White) 7.59
Neighbor Neighbor (Feat. Bobby Mack) 5.14
Many In Body (Feat. Mike Cross) 4.07
Welcome Home (Feat. Shelley King) 5.00
Wishin' Well (Feat. Mike Cross) 3.32
Run On (Feat. Guy Forsyth) 4.01




giovedì 20 ottobre 2016

Nuclearte-"Endo"


Nuclearte-“Endo”

Gli incontri casuali portano spesso a situazioni inaspettate… e positive.
Trovare Maurizio Baiata a Erba, nel corso del FIM, non era in preventivo, ma ancor meno pensabile la conoscenza con la base del progetto Nuclearte, Ramya e  Maurizio Cucuzza.
Niente di strano nel fatto che “gente di musica” bazzichi una manifestazione dedicata e specifica, ma trovare il gruppo di lavoro siculo-romano in Brianza, proprio il giorno in cui ero presente, fa pensare che niente capiti per caso.
Ho mancato però l’esibizione live della band, avvenuta il giorno precedente. Poco male, l’album Endo, che verrà distribuito dalla Black Widows Records, rappresenta in modo chiarificatore quale sia l’essenza del progetto Nuclearte.

Dieci brani che si dipanano su quarantacinque minuti di musica da sogno, a cui si possono trovare tante caselle di inserimento senza mai imbroccare quella giusta.
World Music? Elettronica? Etnica? Rock… mah, musica globale, con un risultato finale che vorrei definire da qualità totale.
Provando a decodificare la parte tecnica potrei dire in sintesi che partendo da una base percussiva e ipnotica si inseriscono modelli elettronici e acustici che aprono la strada al resto della strumentazione, privilegiando la sezione ritmica, viaggiando senza limiti nel mondo dei sound più conosciuti e concettualmente radicati in chi ama districarsi tra i vari generi musicali. E il tappeto sonoro creato diventa la base per l’espressività della voce di Ramya, elemento penetrante, fisicamente e spiritualmente, propositrice di un idioma sconosciuto, ma allo stesso tempo parte essenziale dell’essere e capace di comunicare sentimenti e stati d’animo.
Endo, preso in toto, è serenità, è rilassamento, è contatto con chi resta vicino e con chi ormai non può più ascoltare le nostre parole. Endo personifica il bisogno di sana solitudine e la necessità di vivere nel caos organizzato, in vicinanza perenne con ciò che rappresenta il lato oscuro del comune pensare e agire.

C’è bisogno di comprendere ogni cosa, ogni passaggio musicale, ogni singola parola e azione? No, la musica di Nuclearte è pura magia e ciò che produce e induce è un regalo che bisogna accettare senza indagare oltre.
Musica aliena suggerisce qualcuno. Termine riduttivo - intendo “musica” - aggiungo io, perché la rappresentazione delle arti è concentrata in un unico contenitore nel quale si mischiano i componenti, ricavando un sunto che è maggiore della somma delle parti.
E il flusso continuo di emozioni, provocate dall’ascolto attivo, sconquassa le viscere e spinge ad osare di più, a provare il ripetuto ascolto in situazioni le più disparate possibili, nel tentativo di accumulare esperienze che possano superarsi succedendosi, sperando di poterle condividere col prossimo.

Endo è realmente un disco fuori dalla norma, simile a nessun altro e portatore di positività: una fortuna incontrare i Nuclearte!




Ramya

L’INTERVISTA

Domanda d’obbligo: come nasce e come si evolve nel tempo il progetto Nuclearte?

Nuclearte è un progetto nato quasi vent’anni fa in una versione prettamente etno-elettro-acustica, con brani che racchiudevano un po’ il caleidoscopio musicale dell’intero bacino mediterraneo, dalla ballata spagnoleggiante alle sonorità arabe, balcaniche o greche. Nel 1998 cominciamo a sperimentare un po’ con l’elettronica e la contaminazione, soprattutto linguistica, dall’uso del dialetto siciliano commisto al julà della Costa d’Avorio o il lingala del Congo-Zaire. Arriva cosi la nostra prima partecipazione al Womad festival di Palermo, dove la nostra performance viene molto apprezzata dal direttore artistico del Womad, Thomas Brooman, il quale ci invita a partecipare al festival Womad di Reading, in UK, nel 1999. Da lì parte una tournèe nei vari Womad sparsi un po’ nel mondo, come  Las Palmas e Caceres in Spagna, altre volte in UK, Praga e Johannesburg fino al 2002.
Nel 2000 registriamo il nostro primo Cd presso gli studi Real World di Peter Gabriel, in collaborazione con un gruppo vocale dello Zimbabwe, gli Imbizo (siamo riusciti a fare cantare in siciliano 11 africani!); il disco si chiamava “Talè Talè”, distribuito dalla BMG/Ricordi
Dopo vari tour in Italia nel 2003 approdiamo all’etichetta CNI music con l’album “La via della sete”, prodotto da Paolo Dossena, con vari tour in Italia e con un excursus teatrale con la partecipazione di Ramya alle “Vespe” di Aristofane, al teatro greco di Siracusa (con Pino Caruso, Sergio Basile ecc), con un successivo tour nel 2004 nei principali teatri greco-romani d’Italia, insieme anche al bassista Maurizio Cucuzza.
Dopo l’esperienza Cni Nuclearte si prende un periodo sabbatico, intervallato da un progetto pop in italiano dal nome Ramya & Nuk, con il Cd “Terra Estranea” prodotto da Pivio & Aldo de Scalzi, sempre con Cni (2010)
Mentre Ramya collabora con il gruppo Piccola Banda Icona, con vari tour in Europa e Canada, e con altri progetti teatrali con Giancarlo Giannini e Giorgio Albertazzi, arriviamo così alla prima stesura di Endo, e  al recupero del progetto Nuclearte.

Quali sono le tappe significative che vi hanno condotto allo stato attuale, e quindi a “Endo”?

Prima stesura, perché nasce un po’ tutto da una sorta di colonna sonora molto fluida che accompagnava la lettura di due canti dell’Eneide narrati da Sergio Basile, e in particolare i canti che riguardavano la fuga di Enea da Troia fino all’arrivo in Italia e alla sua fondazione, il tutto visto dal punto di vista del viaggio e della musica come accompagnatrice del cammino del primo “profugo” per antonomasia (non a caso il lavoro musico-teatrale si chiamava “Sbarchi”). Quindi non abbiamo fatto altro che prendere questi grandi flussi armonici e trasformarli in brani ben definiti, lavorando soprattutto sulle ritmiche e sulle atmosfere rarefatte unite ad una cadenza ritmica importante e solida, con partecipazioni importanti di musicisti validissimi (Nino Errera alle percussioni, Francesco Biscari al violoncello, Tothom Volturno all’Hang drum, Giovanni di Giandomenico piano e synths e, ospite in un brano, Stefano Saletti all’oud), che hanno collaborato ad arricchire i brani di valenza armonica e melodica.

La vostra musica è di forte impatto, ma richiede a mio giudizio una predisposizione al… lasciarsi andare, ad abbattere ogni tipo di preconcetto, e una buona dose di sensibilità: come la descrivereste a qualcuno che ancora non vi conosce?

Credo sia molto difficile descrivere la propria musica, non come genere ma piuttosto come iter compositivo o al lasciarsi andare come dici tu. Ma forse è proprio il lasciarsi andare, cogliere l’istinto compositivo del momento, che credo sia unico ed irripetibile (anche se poi lo devi ripetere!), e che sia proprio quello che ti permette di coinvolgere la tua anima quasi inconsciamente. Sarà forse perché da più di dieci anni collaboriamo insieme a Luca Rinaudo, che è il deux ex machina della programmazione e tutto ciò che riguarda editing, mastering e recording, ma anche un ottimo compagno di viaggio nella composizione con me (Maurizio il bassista, quello che era a Torino nel 74 a vedere i Genesis) e Ramya. Il consiglio a chi non ci conosce è di conoscerci ascoltandoci!

Che cosa contiene “Endo” - l’album appena uscito - dal punto di vista dei messaggi?

Ramya ha così sintetizzato il significato di ENDO:
“Vibriamo come ciò che esiste e ci circonda, connessi con quel “Tutto” oscuro e lucente, aggiungendo note nello spartito di un universo gravido di suoni. Suoni, melodie che scheggiano persino i diamanti tale è la volontà di essere, ESSERE anche solo per un istante. Perché nella circolarità del tempo anche un istante lascia una sua traccia che verrà ritrovata, ripercorsa, e rimanifestata. Così il linguaggio diventa ricerca di memorie ancestrali del proprio mondo animico, che a volte ci appare incomprensibile ma oltremodo familiare, poiché “casa” è dovunque, ma la via per trovarla è una sola.”
Endo è un viaggio interiore in cui non è importante la meta, ma ciò che si elabora e si metabolizza durante il viaggio stesso, una ricerca interiore che avvicini alla “Fonte”, a quel piano unificato di cui la fisica quantica parla, un piano di infinita intelligenza dove tutto è uno.

Una curiosità: perché una dedica a Giordano Bruno?
Endo è dedicato a Giordano Bruno perché antesignano dell’unione della fisica quantistica alla spiritualità, e che, già ai suoi tempi, enunciava principi sul pensiero che genera la materia (e per tutto questo avversato!).

Che cosa proponete dal punto di vista linguistico nel vostro album?

Il linguaggio che Ramya ha elaborato in Endo è da lei definito animico, un qualcosa che ha dentro da quando è nata, suoni connessi a particolari frequenze e vibrazioni che diventano messaggio di luce e di connessione con l’origine.

Chiamarvi musicisti mi sembra limitante: quanto amate le contaminazioni e l’essere attori di scenari diversi fra loro, ma complementari?

La rappresentazione di sé può avvenire attraverso svariate forme di arte, la contaminazione nasce dalla voglia e dalla necessità, come artisti, di esplorare quanto più possibile diversi sentieri e riassumerli nel proprio mondo rappresentativo.

Recentemente avete partecipato al FIM di Erba: come giudicate l’esperienza?

L’esperienza FIM è stata bella anche se un po’ caotica, ma credo che questo sia il rovescio della medaglia di ogni fiera, in ogni caso ci ha dato opportunità di nuovi contatti e nuove collaborazioni.

Che cosa regala all’audience Nuclearte quando raggiunge un palco?

Quando Nuclearte sale sul palco vuole regalare al pubblico un viaggio sonoro, dove frequenze e vibrazioni possano arrivare alle persone, rilassandole e portandole ai confini di mondi diversi, avvicinandole a qualcosa di nuovo ma anche ancestrale, un po’ l’origine, il seme alieno che è contenuto nell’umanità.

Come è composta la line up di Nuclearte?

Nuclearte ha  come nucleo compositivo questa terna composta appunto da Ramya (voce, melodics e lyrics), Luca Rinaudo (programming recording editing & synts) e Maurizio Cucuzza (bassi & keyboards), ai quali si sono aggiunti Sergio Schifano (chitarre) e Antonio Leta (drums)


So che “ENDO” è solo un punto di partenza di un’idea che andrà ad evolversi: cosa è previsto per l’immediato futuro?

Endo è il primo Cd di una trilogia che vuole costruire un ponte tra il mondo umano e ipotetici mondi alieni, un ponte che si contrappone alla costruzione di muri, separazioni e veti verso ciò che è diverso,  purtroppo nuovo trend di questo pianeta terra.




martedì 18 ottobre 2016

Glareshift-“Second Mirror”


Glareshift-“Second Mirror”

Second Mirror segna il debutto discografico dei romani Glareshift, band nata da un lustro, ma concentrata sul disco già dal 2013, segnale di evidente esigenza di proporre da subito una propria identità.
L’intervista a seguire, come sempre, racconta molti particolari interessanti e permette di delineare un quadro oggettivo della filosofia musicale proposta.

Trattasi di concept album (circa 46 minuti) che rappresenta il primo di tre capitoli, ed è quindi da considerarsi la base di un lavoro più complesso proiettato nel futuro.
Quella che potrebbe essere la descrizione di un viaggio fiabesco è in realtà un’introspezione che mette in gioco, in modo allegorico - attraverso un duplice specchio -, la vita vissuta e la condizione irrazionale e inconscia: l’intelletto risulta poco importante se non accompagnato dai sentimenti, dalle intuizioni e dalle esperienze. E in questo equilibrio instabile, durante il cammino della vita, le cose buie possono prendere luce all’improvviso e diventare chiare ai nostri occhi. Sognare può aiutare ad abbattere ogni limite e barriera, e con un po’ di coraggio e immaginazione la “House with no door” di Hammilliana memoria può diventare un posto di grande accoglienza e serenità.
I Glareshift accompagnano concetti onirici - e condivisibili -  con una musica dai molteplici risvolti.
Le atmosfere disegnate, sulla base di una ritmica potente, mi portano a coniare un nuovo termine - anche se riconosco l’inutilità delle etichette! - che è il frutto della sensazione ricevuta nel ripetuto ascolto: “Rock Distopico”, perché i paesaggi disegnati sono a tratti inquietanti, il mood spesso cupo e la descrizione del viaggio non conduce al sereno, perchè la ricerca dell’io implica difficoltà e trame dark, con utilizzo di metallo pesante, delay e voci che sgorgano dal profondo dell’anima.
Tre dei cinque brani proposti superano abbondantemente i dieci minuti (Reflection, InSight  e Exit), mettendo quindi in campo uno dei semi della musica progressiva, ma credo che in questo caso la dilatazione temporale sia più legata alla narrazione che al conformarsi ad uno standard preciso.

Una bella scoperta i Glareshift, una band la cui resa dovrebbe essere alta anche in fase live.
E aspettiamo ora le successive puntate della loro storia.


L’INTERVISTA

Dove e come nascono i Glareshift?

I Glareshift nascono quasi per caso, a Roma, nell’estate del 2011, quando Daniele e Alessandra hanno iniziato a fare musica con il computer per pura passione, nella totale intimità della loro casa. Con il tempo Daniele ha ricominciato a prendere in mano la sua chitarra e Alessandra ha coronato il suo sogno di sempre, iniziando a studiare batteria. Tuttavia i Glareshift non sarebbero tali né senza Gianluca, che si è unito alla band a luglio del 2013 e che ha portato quel senso di “contraddizione” all’interno del pensiero di Alessandra e di Daniele - troppo “affini” per poter creare quel che è stato fatto fino ad oggi, il che è stato un valore aggiunto notevole -, né senza Fabrizio, recentemente entrato a far parte della formazione, che ha portato con se una grande esperienza musicale e di palcoscenico che ci ha permesso di dare una svolta definitiva al nostro sound.

Che tipo di cultura musicale avete alle spalle e quali sono i vostri “amori” formativi?

L’aspetto particolare del nostro background è che proveniamo da quattro percorsi musicali piuttosto eterogenei e quindi, mettendo insieme i nostri gusti personali, possiamo attingere ad un pozzo praticamente senza fondo di conoscenze musicali. Alessandra è quella più orientata verso il prog e il rock anni ’70, il metal e il grunge. Daniele proviene dalla cultura dark, rock e new wave anni ’80 e ’90. Fabrizio spazia dal rock anni ’70 e ’80 al cantautorato italiano. Gianluca ama la psichedelia, il punk, il reggae, il grunge ma soprattutto i Fugazi (se non li nominiamo si offende!). Tra i tanti amori musicali che comunque ci accomunano ci sono sicuramente i Porcupine Tree e Steven Wilson, i Tool, gli Opeth e il post-rock.

Mi raccontate qualcosa del vostro team… da chi è composto e come sono suddivisi i ruoli?

La band è attualmente composta da quattro elementi: voce, chitarra, basso e batteria. Ognuno ha il suo ruolo principale, ma alcuni di noi sono polistrumentisti, per esempio Alessandra oltre alla batteria suona anche flauto, tastiere e synth, canta sia come lead che come backing vocalist; poi c’è Daniele che oltre alle chitarre si occupa dei restanti synth e di alcuni parti vocali; Gianluca invece si occupa a 360° delle parti di basso e Fabrizio, oltre ad essere il cantante principale e frontman, si occupa anche di alcune parti di synth, anche se dal vivo predilige esibirsi come percussionista e armonicista. Di tanto in tanto può capitare che al progetto collaborino anche musicisti esterni, sia in studio che dal vivo. Tutti siamo impegnati nella fase compositiva e ci piace chiuderci nella nostra sala prove ad improvvisare per creare i nuovi brani.

”Second Mirror” è il titolo dell’album uscito a inizio anno: quali sono i contenuti lirici, i messaggi?

Second Mirror” è un concept album – nonché primo capitolo di una trilogia – che racconta la storia di un viaggio interiore che si compie durante un sogno, parafrasando le avventure di “Alice Nel Paese Delle Meraviglie” di Lewis Carroll. La protagonista ripercorre gli eventi della sua vita grazie all’utilizzo di due specchi, lo specchio delle cose reali e lo specchio dell’anima, giungendo a prendere coscienza di chi lei sia veramente, con i suoi limiti e i suoi pregi. La storia di “Second Mirror” è fondamentalmente autobiografica – i testi li ha scritti interamente Alessandra – e non è altro che un viaggio verso una dimensione personale potenzialmente infinita, in cui tutto è possibile se sappiamo andare oltre le barriere di ciò che la società pensa di noi.

 Dal punto di vista musicale come definireste l’album, e in genere la vostra proposta?

Lo definiremmo come un mosaico, un collage di vari elementi musicali, di sperimentazione e ricerca di suoni, ricco di lunghe parti strumentali in stile prog, ma con sonorità che spaziano dagli anni ’70 ai giorni nostri, dalla musica etnica al rock, dalla gothic wave al metal, quindi (per fortuna, diciamo noi!) poco inquadrabile in un unico genere musicale.

Come sono i Glareshift in fase live?

Dal vivo, pur cercando di riprodurre il più fedelmente possibile i brani registrati in studio, ci piace presentarci senza fronzoli e molto più essenziali – anche se in realtà le nostre esecuzioni si modellano molto sulle esigenze di ogni singola esibizione – riadattando parti di alcuni brani per valorizzare la componente di “immediatezza” della nostra musica e per coinvolgere maggiormente gli spettatori.

Che cosa pensate dello stato della musica in Italia, in relazione a ciò che accade all’estero?

La musica nel nostro Paese non vive di certo un periodo felice. Ormai tutto ruota intorno a personaggi creati a tavolino o ai vincitori dei talent show. Nonostante la quantità e la qualità delle proposte, per la musica inedita indipendente non c’è abbastanza spazio. Dalle etichette ai gestori di locali, tutti ormai tendono a puntare solo su ciò che può portare guadagno, sicuramente anche per colpa dell’indolenza e della scarsa apertura degli ascoltatori verso le proposte originali.

Quanto amate la sperimentazione e l’applicazione della tecnologia alla vostra musica?

Molto. La sperimentazione e l’applicazione della tecnologia sono due delle componenti alla base della nostra musica, ci consentono di ampliare le nostre possibilità sonore, sia in ambito compositivo che in fase live. A volte siamo quasi “costretti” a limitarci, nel senso più scherzoso del termine, per cercare di produrre brani che possano arrivare anche a chi non è abituato ad ascolti “impegnati”.

Come avete pubblicizzato “Second Mirror”… ci sono state occasioni per presentarlo in concerto?

I brani di “Second Mirror” facevano parte del nostro repertorio live già da prima di essere registrati, e li abbiamo presentati singolarmente man mano che venivano composti. Poi, una volta pubblicato il CD, lo abbiamo suonato per intero in un concerto esclusivamente dedicato alla sua presentazione, dove si sono esibiti insieme a noi tutti gli special guest che hanno preso parte alle registrazioni. Il singolo “EnTrance” lo abbiamo divulgato anche grazie ad un videoclip su YouTube e sui principali canali social, e siamo stati invitati a parlarne e a farlo ascoltare nell’ambito di alcune trasmissioni radiofoniche. Tuttora ci capita di essere inseriti in qualche programmazione radio. Ovviamente il CD in versione digitale è stato distribuito sulle maggiori piattaforme del web.

Che cosa avete pianificato per l’immediato futuro?

Sicuramente arriveremo alla stesura del secondo e del terzo capitolo della trilogia di concept album iniziata con “Second Mirror”, in cui proseguiremo nel racconto dell’evoluzione interiore della protagonista. Ma al momento ci siamo concessi una “divagazione compositiva” per lavorare ad una serie di singoli che andranno a costituire il primo volume di un progetto intitolato “AgNO3”, per il quale abbiamo coniato il termine di “open album”. Si tratta di un album in perenne evoluzione che non ha una fine prestabilita, dove confluiscono tutti quei brani che non fanno parte di nessun altro progetto specifico. In questo primo volume saranno inseriti anche i riarrangiamenti di alcuni brani che Daniele e Alessandra avevano composto agli albori dei Glareshift con il computer, ma che comunque fanno parte già da tempo delle nostre scalette dal vivo. L’intenzione è quella di riuscire a pubblicarlo nel corso del 2017.




Membri: FABRIZIO PRESAGO (lead vocals, percussions, keyboards), DANIELE NUZZO (guitars, synthesizers, programming), GIANLUCA CHRIS QUOLEY (electric and acoustic bass guitar), ALESSANDRA “TRINITY” BERSIANI (drums & percussions, keyboards & synthesizers, flute, backing vocals)
Tracklist:
01. Reflection 10:13
02. EnTrance 05:27
03. InSight 14:00
04. Realeyes 05:29
05.
Exit 11:54 

giovedì 13 ottobre 2016

Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O alla Raindogs House


Un concerto di martedì potrebbe voler dire scarsissima affluenza, ma ciò che è andato in scena l’11 ottobre alla Raindogs House ha portato audience, qualificata e preparata ad un evento che ha chiaramente riscosso successo.
Sul palco - ma la presenza si è estesa a tutto il locale - una band giapponese, gli Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O, che ha ormai superato i quattro lustri di vita e ha rilasciato un gran numero di album, che alcuni dei presenti hanno portato con sè per la firma di rito, con qualche esagerazione relativa alla quantità!
Conoscevo pochissimo della loro musica, salvo alcune registrazioni carpite dalla rete, ma dalle presentazioni online - e attraverso i miei limitati ascolti - avevo ben chiara la tipologia della proposta.
Elementi pittoreschi, apparentemente di un altro pianeta, accolgono i presenti dietro al banco del loro merchandising, e la socializzazione pare li tenga lontani  dal reale motivo per cui il pubblico riempie il Raindogs… il concerto.


Ma quando decidono di partire, attorno alle 22.30, si trasformano in stakanovisti musicali.
Tutto ruota - da sempre - attorno al chitarrista Kawabata Makoto, che a ben vedere è un signor polistrumentista.
Questa la formazione attuale, rinnovata da poco nella sezione ritmica:

Kawabata Makoto: electric guitar, acoustic guitar, fretless bass, bouzouki, electric saz, sitar, synthesizer, electronics, tape, short wave, voice, speed guru
Higashi Hiroshi: synthesizer, noodle king
Tabata Mitsuru: electric guitar, guitar-synthesizer, acoustic 12 strings guitar, tape, voice, maratab
Satoshima Nani: drums
S/T: bass


Non sono in grado di parlare dei brani in successione, non conoscendo la loro discografia, ma credo che buona parte del live sia stato dedicato alla presentazione del nuovo album, Wake To A New Dawn of Another Astro Era. Poco importa, mi premeva l'apprendimento della loro proposta, che mi era stata presentata, soprattutto, come psichedelica.

Difficile per me estrarre un’etichetta conosciuta - e mi accorgo che mi sta capitando sempre più spesso! - ma la musica che propongono - così come il  modo di presentarsi - è davvero “alternativa”, pur ripescando in un contenitore che pare appena uscito dai seventies, carico di modus lisergico, con dilatazione estrema dei brani, ritmi ossessivi e passaggi ipnotici che fanno perdere l’orientamento e trasportano in altre galassie.
Colorati, utilizzatori di effetti e di atteggiamenti plateali e vistosi, sembrano capitati per caso sul pianeta terra, ma sanno perfettamente come stimolare chi è posizionato in front of them.
Se negli anni ’70 fossero esistiti i rave, gli Acid Mothers Temple avrebbero fatto scuola anche tra le generazioni più giovani!

Quando assisto ai concerti mi guardo spesso intorno, nel tentativo di captare il mood del mondo circostante, e in questo caso l’entusiasmo e la dinamicità spontanea sono stati un segnale preciso di gradimento/sconvolgimento.
L’unico elemento a mio giudizio precario va riferito all’utilizzo di volumi impossibili… decibel da galera… decibel che conducono a sicura ipoacusia… decibel probabilmente totalmente assimilabili alla filosofia musicale della band.
Ma ad una buona organizzazione come quella del Raindogs non poteva sfuggire questo particolare, e la distribuzione degli otopotrettori - come accaduto recentemente in un tour dei Pearl Jam - ha consentito il pieno godimento del concerto senza alcun risvolto negativo.

Mi sono divertito, e sono entrato in contatto con una sfera sonora tutta da scoprire, fatta di congiunzione tra passato e attualità, sulla via di quello che mi è capitato di vivere, ad esempio, con i Gong.
Un po’ di esempio video stimolerà, spero, la curiosità dei lettori…

domenica 2 ottobre 2016

Analogy e Panther & C. live: Teatro Govi di Genova, 1 ottobre 2016


Esistono eventi musicali che regalano qualcosa in più, un valore aggiunto che oltrepassa la qualità di quanto è stato proposto in qualche ora di pieno palco, e i presenti lo avvertono, magari resta fatto inconscio, e forse solo col tempo si avrà la piena coscienza di quanto vissuto in un momento particolare del passato.
Il 1 ottobre 2016 è il giorno che qualcuno ha deciso sia la data giusta per un concerto storico.
Ad essere pragmatici potremmo dire che Black Widows Record e il Teatro Gilberto Govi di Genova sono gli artefici di questo momento magico, che cercherò di raccontare in maniera oggettiva, senza sbilanciarmi troppo sul perchè del mio approccio ad una scrittura quasi… solenne, non tutto può sempre essere svelato!
Ma oltre al realismo di cui sopra, fatto di assegnazione di meriti all’elemento organizzativo, direi che ieri una presenza superiore ci ha messo lo zampino, tanto da creare la serata perfetta, con tutti gli ingredienti che più dovremmo amare: musica, amicizia, incontri più o meno casuali - e fortunati - e… un velo di tristezza, come elemento comune a tutte le vicende di vita.

Ad aprire le danze una band che giocava in casa, i genovesi Panther & C. che ben conoscevo, per aver ascoltato il loro album di esordio - “L’epoca di un altro”, del 2015 -  e per aver assistito a un loro live in una recente edizione del FIM.
I Panther presentano la seguente formazione: Mauro Serpe - lead vocal e flauto -, Alessandro La Corte alle tastiere, Riccardo Mazzarini alla chitarra, Giorgio Boleto al basso e Folco Fedele alla batteria.
L’occasione per ascoltarli è ghiotta, perchè oltre ad una parte del “vecchio” album propongono due tracce che saranno contenute nel nuovo lavoro (una fruibile nel filmato a seguire).
I Panther hanno nuovamente convinto, anche sui brani inediti che spesso hanno bisogno di maggiore assimilazione.
Sonorità genesisiane e pezzi articolati - ma non difficili da metabolizzare -, con un amalgama consolidato, dove i tappeti tastieristici sono la base per il lavoro di cesello dell’elettrica, e dove gli inserimenti vocali e flautistici arrivano in punta di piedi, mentre le metafore messe sul piatto diventano macigni inamovibili.
Lascio per ultima la sezione ritmica perchè, affianco al consolidato ruolo di Boleto, Fedele viene inquadrato come una recentissima entrata, ma la sua presenza si è fatta sentire: forse un jazzista e musicista “classico” prestato al prog, ma in questo caso l’innesto è perfettamente riuscito.

Davvero bravi e… lascio il giudizio ai lettori…


La scaletta

Il clou di serata porta un nome di estremo peso, quello degli Analogy.
Ma prima di loro occorre coprire il “cambio palco” ed è l’occasione per dare il benvenuto ad un mito del management musicale, sia come promoter che come gestore di band, dagli anni ’60 ad oggi.
Pino Tuccimei arriva dal centro Italia per rivedere i “suoi” Analogy, per incontrare vecchi amici, e già questo mi sembra un gesto da rimarcare, in un mondo caratterizzato spesso da sentimenti legati alla pura formalità.
Pino sale sul palco - ed è stata questa una forzatura, vista la sua riservatezza - e racconta un paio di aneddoti, testimoniati dal prossimo video.
Ah… quanti libri si potrebbero riempiri con tutti i suoi ricordi!


E arriva il momento più atteso.
L’ultima presenza degli Analogy a Genova risale agli inizi dei seventies, ed è quindi grande la voglia di vederli e ascoltarli da vicino.
Band seminale, una vera multinazionale fatta di elementi/amici italiani e tedeschi (e successivamente anche inglesi), ha lasciato traccia indelebile nel mondo prog italiano, e il loro album omonimo di esordio è diventato una rarità per collezionisti.
La loro reunion è tra le più felici, ma certo è che i live - vera essenza di questa band  - diventano quasi improponibili quando si vive in paesi differenti.
Si presentano sul palco con la vocalist Jutta Taylor Nienhaus (tedesca), il chitarrista Martin Thurn-Mithoff (tedesco), il bassista Mauro Rattaggi, il batterista inglese Scott Hunter, il tastierista Roberto Carlotto e, in alcuni brani, Nikolai Mithoff alla chitarra (figlio di Martin).
Il loro spettacolo inizia e l’impatto scenico è fortissimo, grazie soprattutto alle qualità di Jutta, che "riempie" il palco come solo una veterana può fare.
Arriva subito il piccolo incidente: causa una mancanza di tensione si rimane tutti al buio, ma si riprende dopo pochi minuti, e da lì in poi sarà un crescendo di emozioni, musicali e non… chi lo potrebbe spiegare? … era tutto nell’aria!
La scaletta che propongo soddisferà i conoscitori del loro repertorio, un excursus sul passato che avvolgerà l'audience per l’interno concerto.
Una chicca il duetto, definito “europeo”, tra il drummer inglese e l’ex Dik Dik Unka Munka (il Carlotto già citato), quest’ultimo dotato di  enorme tecnica, gusto e di voce fantastica.
Quando viene evidenziato che il concerto è finito, sembra quasi impossibile: è questo il momento in cui si raggiunge il top, perchè il bis ripropone una traccia già ascoltata ad inizio serata - “God’s Own Land” - ma che in quel momento assume un significato particolare, e sul volto di Jutta si legge una tristezza infinita, sentimento che avvertono i presenti, anime sensibili come solo gli appassionati di musica possono essere.
E arriva il rito delle foto e delle firme, e anche io mi ci tufferò dentro come un bambino che non vuole perdere il suo momento, per essere parte, ameno per un giorno, di qualcosa di irripetibile.

L’appendice al concerto è un incontro nell’hotel della band, con Pino Tuccimei presente e protagonista… sì… diventa lui l’uomo della speranza, dopo che Martin, dal palco, prima dell’inizio del bis, annuncia l’ultimo concerto degli Analogy, la fine della loro storia live!
Ma Pino, dall’alto della sua esperienze, confidenza e autorevolezza, chiosa: “A Martin… ti ci rimando a calci nel culo su quel palco!”. Siamo tutti con te Pino!
L’ultima immagine è altrettanto significativa: sono quasi le 2 del mattino, e mentre io e i miei amici lasciamo il parking in auto, una folta chioma bionda, dalla finestra della sua camera, si sbraccia per salutarci.
Grazie Jutta, il tuo gesto non ci abbandonerà più.