lunedì 5 ottobre 2026

Elton John-"Goodbye Yellow Brick Road"


Elton John-"Goodbye Yellow Brick Road"

Ottobre 1973


Goodbye Yellow Brick Road: un album controverso

 

“Goodbye Yellow Brick Road” è il nono album di Elton John, pubblicato il 5 ottobre 1973.

È considerato da molti il capolavoro assoluto di Elton John. Un doppio album che rappresenta un punto di svolta nella carriera dell'artista britannico, segnando l'apice della sua creatività e popolarità.

Il disco è un vero e proprio viaggio musicale, ricco di sfumature e contraddizioni. Da un lato, troviamo brani allegri e spensierati, come "Bennie and the Jets" e "Saturday Night's Alright for Fighting", che hanno contribuito a rendere Elton John una vera e propria icona pop. Dall'altro, emergono canzoni più introspettive e malinconiche, come "Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding" e "Harmony", che rivelano un lato più profondo e complesso dell'artista.

La produzione di "Goodbye Yellow Brick Road" è sontuosa e ambiziosa, con arrangiamenti orchestrali ricchi e complessi che conferiscono all'album un'atmosfera grandiosa e cinematografica. L'uso del pianoforte, marchio di fabbrica di Elton John, è magistrale, mentre le liriche, spesso poetiche e evocative, esplorano temi universali come l'amore, la perdita, la nostalgia e la ricerca di sé stessi.

Nonostante il successo commerciale e di critica, "Goodbye Yellow Brick Road" non è stato esente da controversie. Alcuni critici hanno sottolineato la lunghezza eccessiva del disco e la presenza di brani meno ispirati. Altri hanno evidenziato un certo eccesso di sentimentalismo e di melodramma.

Resta in ogni caso un'opera fondamentale nella storia della musica pop, capace di proporre una varietà di stili e di emozioni che rendono l’ascolto avvincente e mai banale.

Le canzoni di "Goodbye Yellow Brick Road", i cui testi sono da attribuire a Bernie Taupin, rivelano un lato più profondo e complesso di Elton John, che va oltre l'immagine di superstar.

L’album resterà in vetta alle charts americane per otto settimane, viaggiando per un periodo ancor più lungo in zona podio praticamente in tutti i paesi di area anglofona (in Australia, addirittura, è tuttora l’album più venduto di tutti i tempi).

A fare la differenza, forse, la capacità interpretativa di Elton, in un momento che si pone come apice della sua stagione migliore, prima di una lunga e sdolcinata decadenza pop.

Ascoltiamolo…

Elton e Bernie

Tracce

Tutte le canzoni dell'album sono firmate John/Taupin (tranne Jamaica Jerk-Off, firmata scherzosamente Reggae Dwight/Toots Taupin, per la chiara corrente musicale). 

Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding – 11:08

Candle in the Wind – 3:50

Bennie & The Jets – 5:23

Goodbye Yellow Brick Road – 3:13

This Song Has No Title – 2:23

Grey Seal – 4:00

Jamaica Jerk-Off – 3:38

I've Seen That Movie Too – 5:58

Sweet Painted Lady – 3:54

The Ballad of Danny Bailey (1909-34) – 4:23

Dirty Little Girl – 5:01

All the Girls Love Alice – 5:09

Your Sister Can't Twist (But She Can Rock n'Roll) – 2:42

Saturday Night's Alright (For Fighting) – 4:53

Roy Rogers – 4:08

Social Disease – 3:43

Harmony – 2:46



domenica 4 ottobre 2026

Ricordando Janis Joplin


"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai" 
(Janis Joplin)

Il 4 ottobre del 1970 ci lasciava prematuramente Janis Joplin: sono quindi passati 56 anni, ma la sua immagine, quella che la disegna come artista maledetta, è ancora nitida e potente.

Per ricordarla ho recuperato una biografia sintetica che aiuta ad inquadrarla…

Janis Joplin fu uno dei grandi miti degli anni '60, situazione alimentata ancor più dopo la sua morte.
E` uno dei casi in cui vita e arte si confondono ed è difficile giudicare l'una senza tener conto dell'altra. Fu senza dubbio una grande cantante, dotata di una voce che è rimasta uno degli archetipi del canto blues. Fu invece una pessima musicista, incapace di scrivere brani memorabili e limitata a eseguire cover d'autore.
Janis Joplin fu fedele nello spirito, travagliato e disperato, nel destino, emarginato e fatale, e nel canto, vibrante e passionale, ai grandi bluesman del Delta: "un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso", com'ebbe a dire un critico del tempo.

Janis Joplin era nata in Texas e aveva avuto un'adolescenza turbolenta, nonostante fosse di famiglia abbiente. Nel 1963 arrivò per la prima volta a San Francisco e cominciò a esibirsi nei club alternativi. Nel 1966, nel pieno dell'era hippy, trovò impiego in pianta stabile come cantante dei Big Brother & The Holding Company.
Il loro primo disco, Big Brother & The Holding Co (Mainstream, 1967), orrendamente registrato, diede già la misura del blues-rock del gruppo, ma fu la loro esibizione al festival di Monterey del giugno 1967 ad attirare l'attenzione su quell'indemoniata cantante.
La leggendaria potenza dei loro show venne meglio immortalata sul secondo album, “Cheap Thrills” (CBS, 1968), ora che le chitarre di Sam Andrew e James Gurley erano maturate e fornivano l'adeguato accompagnamento all'istrionismo della cantante.
Joplin era già un personaggio, che sul palco metteva in vista esibizionismo, autocommiserazione e una scandalosa volgarità.

Univa un temperamento emotivo e una personalità insicura, una disastrosa vita sentimentale, una precoce assuefazione agli stupefacenti, alcoolismo da angoscia e solitudine. Sfogava le sue nevrosi nei concerti. Davanti al pubblico le sue terribili tensioni esplodevano. La sua voce roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, strillava con forza disumana e bisbigliava con tenerezza struggente. Più che "cantare", Joplin gemeva, rantolava, delirava. Ogni canzone era un rituale di autodistruzione in cui Joplin elargiva tutte le proprie forze.
Al termine di un concerto disse che si sentiva come se avesse fatto l'amore con migliaia di persone e fosse tornata a casa sola.
In "Pieces Of My Heart" sembra veramente che le stiano strappando il cuore quando grida sgolata "... take another little piece of my heart".
La lunga, strascicata litania di "Ball And Chain" (il classico di Big Mama Thornton) divenne un po' la metafora della sua vita.

Lasciati i Big Brother, Janis Joplin incise poi "I Got Dem Ol' Kozmic Blues” (1969), un disco molto meno spontaneo.
Joplin sembra volersi inventare una nuova carriera come cantante soul, ma riesce sempre meglio in blues tormentati come “Try” (ancora di Ragovoy).
Era già arrivata al capolinea. I suoi atteggiamenti da primadonna irritavano tutti.
Si stava disintossicando ma nell'ottobre del 1970 ebbe una ricaduta che le fu fatale: morì sola in una camera d'albergo di Hollywood.

I discografici misero insieme le ultime registrazioni e pubblicarono "Pearl "(1970), che è il suo album più maturo. Invece della strega oltraggiosa Joplin si rivela una creatura vulnerabile, che si esprime nei blues melodrammatici di "Half Moon", "Move Over", "Cry Baby", "My Baby" e "Get It While You Can" (le ultime tre ancora di Ragovoy), sposando la propria ruggente voce ora a un boogie da saloon e ora a un gospel accorato.

E finisce per commuovere quando canta a cappella "Mercedes Benz", senza sapere che la ascolteranno come un requiem.
Joplin, più che uno stile, impose un personaggio emblematico di quella generazione disperata di ragazzi scappati da casa per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.per cercare un mondo migliore e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.




sabato 3 ottobre 2026

3 ottobre 1954: nasce Stevie Ray Vaughan, il Texas tornado del blues


Il 3 ottobre 1954, a Dallas, Texas, nasceva Stevie Ray Vaughan, uno dei chitarristi più incendiari e influenti della storia del blues moderno. Con la sua Stratocaster tra le mani e l’anima intrisa di soul, Vaughan avrebbe ridefinito il linguaggio della chitarra elettrica, fondendo il blues più viscerale con l’energia del rock e la raffinatezza del jazz.

Cresciuto in una famiglia dove la musica era pane quotidiano — il fratello maggiore Jimmie Vaughan era già un chitarrista affermato — Stevie Ray si avvicinò alla chitarra da bambino, imitando i grandi del blues come Albert King, Buddy Guy e B.B. King. Ma fu Jimi Hendrix a segnare la svolta: Vaughan ne assorbì lo spirito, la teatralità, la furia creativa.

Negli anni ’70, tra club fumosi e jam notturne, Stevie Ray affinò uno stile unico: tecnica vertiginosa, feeling profondo, e un suono che sembrava graffiare l’anima.

Nel 1983, con la sua band Double Trouble, pubblicò Texas Flood, un album che fece tremare le fondamenta del blues. Brani come “Pride and Joy” e “Love Struck Baby” mostrarono al mondo che il blues non era morto — anzi, poteva essere giovane, feroce e sexy.

Il suo stile era un mix esplosivo: il fraseggio blues tradizionale, la potenza del rock, la sensibilità jazzistica. E tutto questo, senza mai perdere il contatto con le radici.

Stevie Ray Vaughan: fu un ponte tra generazioni, tra il blues delle origini e il rock contemporaneo. Collaborò con David Bowie (memorabile il suo assolo in “Let’s Dance”), con Jeff Beck, e con il fratello Jimmie in Family Style, pubblicato poco dopo la sua morte.

Morì tragicamente il 27 agosto 1990 in un incidente in elicottero, a soli 35 anni. Ma il suo impatto è eterno: ogni chitarrista blues moderno, da John Mayer a Joe Bonamassa, porta con sé un frammento del suo spirito.

Ogni 3 ottobre, gli appassionati di musica celebrano la nascita di un artista che ha reso il blues di nuovo giovane, che ha suonato come se ogni nota fosse l’ultima, e che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della chitarra.







Keith Emerson: era il 3 ottobre del 2010

Il 7 marzo 2021 ho scoperto che avevo, da anni, comunicazioni nella casella spam di facebook, alcune meritevoli di attenzione. Per l’esattezza è mio figlio l’artefice del ritrovamento.

Quella di cui voglio scrivere è datata 3 ottobre 2010 ed è di un certo… Keith Emerson!

Era diretta ai fans, non a me personalmente - che lo avrei intervistato solo successivamente -, ma è la testimonianza di un momento difficile da lui vissuto, con un racconto dettagliato e personale molto toccante e inusuale nella sua chiarezza.

Ecco il suo pensiero:

Vorrei ringraziare tutti i sostenitori che mi hanno scritto durante il mio recente ricovero. Vorrei anche ringraziare i medici, i chirurghi e gli infermieri della London Clinic, nonché le persone che hanno donato il sangue. A questo punto chiederei una preghiera per tutti gli ammalati meno fortunati di me.

Per ricapitolare, tutto è iniziato durante una routine medica che includeva un'endoscopia, una risonanza magnetica, esami del sangue che si sono rivelati OK. Alla fine, il mio medico ha controllato le mie cartelle cliniche precedenti. "Vedo che sono passati più di cinque anni dalla tua ultima colonoscopia. Per essere al sicuro è tempo di farne un'altra". Quel test ha causato preoccupazione per la scoperta di un pericoloso polipo situato nel mio colon. È stato deciso che avrei dovuto rimuoverlo immediatamente per poi procedere all'analisi. Ciò ha comportato un intervento laparoscopico e un'incisione di due pollici (5 cm) nel mio stomaco per rimuovere circa due pollici del colon a cui era attaccato. Tuttavia, l'operazione si è presentata più seria di quanto chiunque si sarebbe aspettato. Una vasta sezione del mio colon inferiore era affetta da una malattia diverticolare con un numero significativo di diverticoli e tutto doveva venire estratto: quasi un piede e mezzo (45 cm)! Quando mi sono riavuto dall'anestesia, ho scoperto che avevo subìto un taglio dall'estremità inferiore della gabbia toracica fino alla regione pubica, e ciò che avevano asportato era ora in laboratorio per analizzarlo. Sarebbe passata una settimana prima di conoscere i risultati. Nel frattempo, mentre giacevo sperando di potermi riprendere, internamente sanguinavo molto. La decisione iniziale è stata quella di aspettare e vedere se le due parti del colon sano si erano legate con successo e l'emorragia si sarebbe fermata. Non è stato così. Dopo due trasfusioni di sangue più tardi, alle 23:00, mi è stato detto che non avevo altra scelta che essere immediatamente riportato in sala operatoria.

Ho davvero pensato che fosse finita. Non avevo tempo per dirlo ad amici o familiari.

Il resto dei ricordi è un po’ sfuocato tranne il ricordo di un chirurgo che mi ha detto, il giorno dopo, che aveva ricucito con successo le due parti del colon e fermato il vaso sanguigno che zampillava. Ovviamente rimanevo dubbioso e quasi in preda al panico se sentivo che stavo per starnutire, come lo sono ancora. Pochi giorni dopo sono arrivati i risultati del laboratorio. Per fortuna, il polipo non era maligno. Questa esperienza mi ha fatto capire l'importanza di avere uno screening del colon e di donare il sangue.

Dopo due settimane in ospedale, mi sto riprendendo nel Sussex dopo che medici e chirurghi mi hanno detto che ci vorrà del tempo prima che riacquisti le forze. Sono molto grato a Mari per il suo amore e attenzione, alla mia famiglia e a Greg Lake per la sua vicinanza e il suo sostegno.

Keith Emerson

3 ottobre 2010

 




venerdì 2 ottobre 2026

Il compleanno di Philip Oakey (The Human League)

 


Nel giorno del suo compleanno, ricordiamo un cantante e pioniere del synth-pop… Tanti auguri Philip Oakey!


Il 2 ottobre ricorre il compleanno di Philip Oakey, l'enigmatico frontman e co-fondatore dei The Human League, una band che ha scolpito il proprio nome nella storia della musica pop con un suono distintivo e un'estetica inconfondibile.

Nato a Hinckley, Leicestershire, nel 1955, Oakey non era inizialmente destinato a una carriera musicale, ma il suo impatto sul panorama sonoro degli anni '80 e oltre è innegabile.

Fin dalla loro formazione a Sheffield nel 1977, i The Human League si sono distinti per la loro audace sperimentazione elettronica. In un'epoca dominata dal punk e dal rock, Oakey e la sua band hanno abbracciato i sintetizzatori con una visione futuristica, creando melodie che erano al tempo stesso innovative e irresistibilmente pop. Il loro primo singolo, "Being Boiled" (1978), pur non ottenendo un successo immediato, era un manifesto del loro approccio, che vedeva la composizione musicale come un'estensione della logica e dell'ispirazione, piuttosto che della formazione musicale tradizionale.

La svolta epocale arrivò nel 1981 con l'album Dare. Questo capolavoro, trainato dal successo planetario di "Don't You Want Me", non solo proiettò i Human League nell'olimpo delle stelle internazionali, ma definì anche il suono del synth-pop per un'intera generazione. L'introduzione delle due giovani coriste, Joanne Catherall e Susan Ann Sulley, scoperte da Oakey in un club di Sheffield, non fu una mera aggiunta vocale, ma un elemento cruciale che conferì alla band un'identità visiva e sonora unica, unendo le voci femminili alle melodie sintetiche e al baritono profondo e carismatico di Oakey.

"Don't You Want Me" divenne un fenomeno culturale, raggiungendo la vetta delle classifiche sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti e vendendo milioni di copie. Ma il contributo di Oakey non si limitò a questo singolo iconico. La sua capacità di scrittura, che esplorava temi di amore, perdita e complessità delle relazioni umane, maturò nel tempo, mantenendo sempre una profonda comprensione del potere della melodia e dell'atmosfera.

Oltre al lavoro con i The Human League, Philip Oakey ha intrapreso una carriera solista di successo, la più celebre delle sue collaborazioni è indubbiamente quella con il leggendario produttore Giorgio Moroder. Il singolo "Together in Electric Dreams" (1984), tema del film "Electric Dreams", divenne un altro successo mondiale, consolidando la sua reputazione come icona della musica elettronica.

L'impatto di Philip Oakey e dei The Human League va ben oltre le vendite di dischi. Hanno ispirato innumerevoli artisti e band, dimostrando che era possibile raggiungere il successo commerciale senza l'uso di chitarre o batterie tradizionali, e che la musica elettronica poteva essere emotiva e di massa. La loro estetica audace, dai tagli di capelli all'immagine complessiva, ha influenzato la moda e la cultura popolare degli anni '80, rendendo Oakey una figura riconoscibile e iconica.

Ancora oggi, Philip Oakey continua a registrare e a esibirsi con i The Human League, mantenendo viva l'eredità di una band che ha saputo evolversi rimanendo fedele ai propri principi. La sua voce distintiva e la sua visione artistica hanno contribuito a plasmare il paesaggio musicale moderno, lasciando un'impronta indelebile che continua a risuonare.





giovedì 1 ottobre 2026

Tony Pagliuca: auguri al Maestro

 


Compie gli anni Tony Pagliuca, uno dei tastieristi più influenti e iconici del panorama progressive rock italiano.

Nato a Pescara il 1° ottobre del 1946, Pagliuca è noto soprattutto per essere stato uno dei pilastri storici de Le Orme, band che ha segnato in maniera indelebile gli anni '70 e successivi, portando il progressive rock sinfonico a un vasto pubblico con album capolavoro come Collage, Uomo di pezza e Felona e Sorona.

La sua carriera musicale inizia già negli anni '60, passando dal beat con gruppi come Gli Hopopi e I Delfini. L'ingresso stabile ne Le Orme nel 1968, in tempo per il successo di Senti l'estate che torna, segna l'inizio di un'era. Pagliuca è stato un pioniere nell'uso dell'organo Hammond e dei sintetizzatori, contribuendo a definire quel suono "prog" italiano ricco di atmosfere, melodia e complessità strutturale.

I suoi arrangiamenti e la sua maestria sulle tastiere hanno creato il tappeto sonoro distintivo che ha reso Le Orme celebri non solo in Italia, ma anche all'estero, in particolare nel Regno Unito dove l'album Felona e Sorona fu pubblicato con testi in inglese.

Dopo aver lasciato Le Orme, Pagliuca ha proseguito con una prolifica carriera solista e con diverse collaborazioni, esplorando nuove vie musicali che spaziano dal rock alla sperimentazione, dimostrando una continua voglia di andare "oltre" i generi stabiliti. La sua musica ha continuato a evolvere, pur mantenendo sempre quella vena poetica e visionaria che lo ha contraddistinto fin dagli esordi.

Che altro aggiungere… un artista la cui arte ha saputo emozionare, far sognare e lasciare un segno indelebile nella storia della musica italiana.

Tanti auguri, Maestro!






mercoledì 30 settembre 2026

Quando il peso diventa storia: dalla casa rosa di Woodstock allo studio milanese dei Dik Dik

 


La strada, il peso, la voce The Weight e Eleonora credi tra racconto e interpretazione


Nel 1968 i The Band pubblicano The Weight, brano nato nella casa rosa di West Saugerties, vicino a Woodstock, dove il gruppo viveva e suonava con Bob Dylan. È un pezzo che arriva in un’America ancora intrisa di controcultura, ma con un suono diverso: niente psichedelia, solo radici, armonie corali e un’aria da romanzo di frontiera. Il singolo non sfonda subito (numero 63 negli USA), ma diventa negli anni uno dei simboli della musica americana, fino a entrare nella lista delle 500 migliori canzoni di sempre di Rolling Stone (posizione 41).

La storia è quella di un viaggiatore che arriva a Nazareth, Pennsylvania, e si ritrova addosso i pesi degli altri: favori, richieste, personaggi bizzarri. Robbie Robertson si ispira a persone reali e ai film di Luis Buñuel, dove “è impossibile essere completamente buoni”. Il risultato è un racconto biblico e terreno insieme, con un ritornello che è già proverbio: Take a load off, Fanny… and you put the load right on me.

 

Nel 1969 i Dik Dik intercettano il potenziale del brano e ne realizzano la versione italiana: Eleonora credi. È una delle tante operazioni di “traduzione culturale” che il gruppo milanese porta avanti negli anni Sessanta, trasformando brani americani o inglesi in canzoni italiane con un’identità propria. Ovviamente c’è lo zampino di Mogol. La loro Eleonora credi non è una copia, ma una reinterpretazione narrativa che prende l’idea del peso, del viaggio e delle responsabilità, ma la porta dentro un linguaggio più diretto, più melodico, più vicino alla sensibilità italiana dell’epoca.

Il testo italiano non riproduce la struttura episodica di Robertson, la semplifica, la rende più lineare, più sentimentale. Dove The Weight è un pellegrinaggio pieno di figure simboliche, Eleonora credi diventa un dialogo, un incoraggiamento, un racconto di fiducia. Eppure, il nucleo rimane: qualcuno porta un peso, qualcuno cerca un appoggio, qualcuno chiede di credere.

Due canzoni che parlano di pesi, di strade e di persone, una nata in una casa rosa vicino a Woodstock, l’altra sbocciata in uno studio milanese. E il bello è che entrambe, in modi diversi, continuano a camminare con noi. 






martedì 29 settembre 2026

In viaggio tra le pagine e il rock: "Songs From Rock'n'Roll Shit" di The Sidewalk Philosophers e Luca Vitali

 


Il rock, quando scende dai grandi palchi patinati e si mescola alla polvere delle strade di provincia, trova spesso la sua dimensione più sincera. Succede così che le storie si incrocino nei luoghi più inaspettati, magari durante una festa di paese, tra un accordo di chitarra e il brusio della gente. L'aneddoto risale ad appena una settimana fa: mentre ero sul palco con il mio gruppo, mi sono ritrovato "obbligato" a parlare per perdere tempo prezioso, giusto il tempo necessario a un collega per rimettere in sesto una chitarra che faceva le bizze. Per riempire quei minuti ho iniziato a divagare, raccontando come quella formazione fosse nata quasi per gioco, in origine solo per accompagnare con un set acustico le presentazioni del mio libro dedicato a Woodstock. Da quel nucleo iniziale, basato su pochi pezzi, il progetto si è evoluto nel tempo fino a crescere, strutturarsi e reggersi interamente in piedi da solo. In mezzo al pubblico di Spigno Monferrato c'era Luca Vitali, di Parma, che, ascoltando quelle parole, si è riconosciuto in un percorso per molti versi affine, avvicinandosi a fine concerto per condividere la sua esperienza. Da quell'incontro fortuito emerge un progetto che merita di essere conosciuto, un'opera duplice che unisce letteratura e musica attraverso coordinate precise. Il punto di partenza è il libro Rock'n'roll Shit / Il Filosofo del Chiaro di Luna, pubblicato da Rossini Editore. L'opera adotta una struttura fluida divisa in brevi capitoli che si susseguono rapidamente, muovendosi tra il romanzo, il diario di viaggio e il saggio. 

Il testo nasce per omaggiare gli Stati Uniti attraverso i suoi paesaggi, la cultura, la fotografia e i locali di musica dal vivo citati, tutti rigorosamente reali. Tra le pagine vengono sfiorati temi sociali come l'immigrazione, il razzismo, la questione dei nativi americani e l'uso delle armi, affiancati da figure leggendarie e storiche meno note al grande pubblico, come l'imperatore degli Stati Uniti, Carlo Camillo Di Rudio e Billy The Kid. Al centro della narrazione vi è il viaggio di un fotografo tra il nord del Messico e gli Stati Uniti, al seguito di una band e in compagnia di un coyote di nome Mexico.

Da questo universo letterario prendono forma i dodici brani originali più uno strumentale (tredici tracce in totale, cantate in inglese) che compongono l'album Songs From Rock'n'Roll Shit, firmato da The Sidewalk Philosophers. Registrato in diversi studi tra Italia, Texas, New Mexico e Pennsylvania, il disco è stato scritto da Ugo Cattabiani, Alessandro Casappa e dallo stesso Luca Vitali, prodotto da Stiv Cantarelli e infine mixato e masterizzato da Chris Peet in Galles. Le sonorità spaziano dal rock'n'roll delle origini alle ballate country polverose, dai blues incalzanti tra Chicago e Austin fino al rock all'ombra dei Crazy Horse e al Tex-Mex.

Il progetto si distingue per una fitta rete di collaborazioni internazionali che coinvolgono voci e musicisti italiani e americani. Tra gli ospiti figurano cantautori come Bob Cheevers, Jono Manson, Marino Severini, Stiv Cantarelli, Ellen River, Edward Abbiati, Graziano Romani e un cameo di Mojo Nixon, oltre a strumentisti di spessore come Mike Brenner alla pedal steel guitar, Sandro Severini, Stefano Intelisano a pianoforte e fisarmonica e Diego Sapignoli alla batteria.

Dal vivo, la proposta si trasforma in uno spettacolo che fonde canzoni, letture e aneddoti, costruendo un ponte ideale tra il west americano e quello padano. La band on stage è formata da Ugo Cattabiani (voce e chitarra), Fabrizio Frabetti (voce e chitarra), Federica Pini (voce solista e cori), Emiliano Bozzi (basso), Armando Splenito (batteria), Christian Pascelupo (tastiere), Andrea Montacchini (armonica e voce) e Luca Vitali nel ruolo di voce narrante. Un percorso che, tra note e capitoli, trasforma il viaggio geografico in una ricerca interiore.

In fondo, che si tratti di raccontare il fango e la magia di Woodstock o le polverose strade solcate dai Sidewalk Philosophers, la sostanza non cambia. La musica e la scrittura restano i mezzi migliori per accorciare le distanze, per trasformare un imprevisto su un palco di provincia in un'occasione di confronto e per ricordarci che, a ben guardare, ogni viaggio - reale o immaginario - è sempre un ritorno a casa.

ASCOLTO DELL'ALBUM






lunedì 28 settembre 2026

“Late for the Sky”, il capolavoro di Jackson Browne compie 52 anni



 “Late for the Sky” è il terzo album di Jackson Browne, pubblicato nel settembre del 1974 per la Asylum

 

Per Jackson Browne il 1974 è l’anno del capolavoro. In lui l’estetica della West Coast trova il proprio poeta, con ancor più intimità e riservatezza rispetto a Neil Young. Dal punto di vista lirico, probabilmente, il disco dell’anno 1974.

Late for the Sky è un progetto che va ben oltre la semplice categoria di "album musicale". È un'esperienza, un viaggio introspettivo nell'animo umano, un'opera che cattura l'essenza della malinconia e della bellezza effimera della vita, e rappresenta un punto di svolta nella sua carriera, consacrando JB come uno dei più importanti cantautori della sua generazione.

La copertina dell'album, ispirata a Magritte, è già di per sé un manifesto: una casa illuminata al crepuscolo, con un'auto parcheggiata di fronte.  Una immagine che sintetizza perfettamente l'atmosfera sospesa e malinconica che pervade tutto il disco. È come se Browne invitasse l’ascoltatore a riflettere sulla fugacità del tempo, sulla bellezza che sfuma e sulle ombre che si allungano.

Le canzoni di Late for the Sky sono vere e proprie poesie in musica, che affrontano temi universali come l'amore, la perdita, la solitudine e la ricerca di un senso. Browne, con la sua voce calda e malinconica, riesce a toccare le corde più profonde dell'animo del fruitore della sua proposta. I suoi testi, ricchi di immagini evocative e di una profonda sensibilità, riflettono le inquietudini e le speranze di un'intera generazione, quella dei figli dei fiori che si trovavano a fare i conti con la dura realtà della vita adulta.

Musicalmente, "Late for the Sky" è un disco impeccabile. Le melodie sono semplici e memorabili, ma al tempo stesso profonde ed evocative. Gli arrangiamenti sono raffinati e mai invadenti, esaltando la bellezza delle canzoni. Ogni strumento ha il suo spazio, contribuendo a creare un'atmosfera intima e coinvolgente.

Non resta che ascoltarlo!

 

Lato A

Late for the Sky – 5:36

Fountain of Sorrow – 6:42

Farther On – 5:17

The Late Show – 5:09 

Lato B

The Road and the Sky – 3:04

For a Dancer – 4:42

Walking Slow – 3:50

Before the Deluge – 6:18




domenica 27 settembre 2026

Una sana malattia - Il rock progressivo: mito e realtà, fra passato, presente e futuro-Alberto Voglini e Mauro Pini

 


La saggistica incentrata sulle sonorità contemporanee presenta frequentemente scaffali affollati da cataloghi polverosi o da elenchi puramente enciclopedici, privi di una reale chiave di lettura critica e rimasti ancorati a un nostalgico rimpianto del decennio d'oro. All'interno di questo panorama si colloca Una sana malattia - Il rock progressivo: mito e realtà, fra passato, presente e futuro, pubblicato da Felici Editore e firmato da Alberto Voglini e Mauro Pini, due figure ben note nel panorama del collezionismo e della divulgazione specializzata.

Il volume evita fin dalle prime pagine la trappola della celebrazione accademica, trattando la materia con un taglio che unisce l'analisi tecnica alla narrazione viva.

Il titolo stesso chiarisce la prospettiva adottata dagli autori, che rifiutano di considerare il genere un reperto da esposizione museale, preferendo definirlo come una viva e irriducibile ossessione. La scrittura mantiene un registro rigoroso ma accessibile, sorretto da una competenza che non si perde mai in formule astruse o in toni celebrativi eccessivi. La struttura dell'opera si sviluppa tracciando il percorso storico che, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, ha permesso alle contaminazioni tra classica, jazz, folk e avanguardia di confluire in una formula espressiva inedita. Non mancano i riferimenti ai grandi nomi internazionali - dai King Crimson ai Genesis, dagli Yes agli Emerson, Lake & Palmer, fino ai Pink Floyd, ai Jethro tull e ai Gentle Giant - esaminati tanto nell'uso pionieristico di sintetizzatori e mellotron quanto nella portata concettuale dei loro concept album.

Un'attenzione particolare viene riservata alla scena italiana, un contesto che ha saputo imporre una cifra stilistica originale grazie a una forte componente melodica, a radici classiche e a una spiccata teatralità. Le vicende di complessi storici come la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Osanna, gli Area e il Balletto di Bronzo trovano spazio nel testo anche attraverso interventi diretti e testimonianze di protagonisti del settore, le cui memorie arricchiscono l'impianto saggistico con prospettive vissute in prima persona.

Il percorso critico si arricchisce inoltre di sezioni trasversali e di contributi esterni capaci di amplire lo spettro dell'analisi. Tra questi spicca l'intervento di Moreno Lenzi, che esamina con competenza l'evoluzione della qualità dell'ascolto e il confronto sonoro tra il passato e l'attualità, così come l'insolito contributo di Massimo Volpi, che introduce una voce polemica e dissonante capace di scardinare l'autoreferenzialità tipica di molta letteratura musicale di settore. Il volume si completa con guide all'ascolto e recensioni mirate, concepite per orientare sia chi si avvicina per la prima volta a queste sonorità sia chi cerca produzioni meno note, il tutto racchiuso nell'ironica metafora visiva della "progressivina", una confezione farmaceutica immaginaria che restituisce con immediatezza lo spirito di un'opera incentrata su una passione irriducibile.

 



sabato 26 settembre 2026

L'ultimo capolavoro compie 57 Anni: “Abbey Road” dei Beatles, un addio perfetto

 


Il canto del cigno: i Beatles salutano con “Abbey Road”


Sono passati esattamente cinquantasette anni dal giorno in cui l'album Abbey Road dei Beatles arrivò sugli scaffali dei negozi. E ogni anno, il 26 settembre, si rinnova la stessa sensazione agrodolce: l'ammirazione per quello che è considerato l'ultimo, vero capolavoro di gruppo, e il rimpianto per l'epilogo ormai imminente di una band che avrebbe cambiato il mondo.

Nel 1969, la musica era in fermento, ma i Fab Four erano sull'orlo del collasso. Eppure, in un ultimo, straordinario sforzo di collaborazione con il produttore storico George Martin, incisero un disco che unisce la loro capacità di innovare con un ritorno al rigore che mancava dalle registrazioni caotiche del progetto Let It Be.

L'immagine che ci accoglie è una delle più copiate, parodiate e analizzate della storia: John, Ringo, Paul e George che attraversano le strisce pedonali proprio di fronte agli studi di registrazione. Niente titolo, niente nome della band. Non serviva.

Quella foto, scattata in pochi minuti, divenne immediatamente l'emblema di un'epoca. E non mancarono le teorie, soprattutto quella del "Paul è morto", alimentata proprio da presunti "indizi" nella foto (Paul scalzo, la targa dell'auto, l'ordine dei componenti). Oggi sappiamo che era solo un'ottima foto, ma il suo potere mitologico resta intatto.

Il Lato A ci mostra quattro compositori al culmine della loro maturità, capaci di spaziare dal rock più viscerale al pop più raffinato.

Si parte con "Come Together" di John Lennon, un brano torbido e potente, ricco di groove e di un sound adulto e bluesy che fece subito capire che i Beatles non erano rimasti bloccati nella psichedelia.

Segue "Something" di George Harrison, che per la prima volta si impone come un paroliere e compositore di prim'ordine. Ancora oggi, la sua ballata d'amore è considerata da molti critici e musicisti il gioiello del disco, con un assolo di chitarra di George che è pura poesia.

Paul McCartney porta il suo eclettismo con la scherzosa e macabra "Maxwell's Silver Hammer" e la potente "Oh! Darling", dove la sua voce roca e straziante rende omaggio al rock and roll delle origini.

A spezzare la tensione e a portare un po' di spensieratezza ci pensa Ringo Starr con "Octopus's Garden". Ispirato da una gita in barca in Sardegna, il brano è una filastrocca marina e sognante che ricorda la leggerezza dei primi Beatles, un momento di quiete e semplicità in mezzo al tumulto creativo

Il lato si chiude in modo epico e oscuro con "I Want You (She's So Heavy)" di Lennon, quasi otto minuti di heavy blues ossessivo, che si conclude con un taglio improvviso e drammatico, lasciando l'ascoltatore in sospeso.

Il Lato B è ciò che eleva Abbey Road da grande album a capolavoro concettuale.

Si apre con l'ottimismo acustico di "Here Comes the Sun" (l'altra immortale traccia di George Harrison).

Segue "Because" di John Lennon, un pezzo etereo e quasi mistico, basato su una progressione di accordi complessa, che mostra le voci di Lennon, McCartney e Harrison unite in uno degli intrecci armonici a tre voci più perfetti mai registrati. Un momento di pura, cristallina bellezza.

Dopo questa pausa armoniosa, si entra nel Medley, una suite di otto frammenti musicali che Paul McCartney e George Martin hanno saputo cucire insieme con una maestria ingegneristica.

Il medley è un viaggio, una vera e propria opera rock in miniatura che affronta temi di stress, denaro, sogni e inevitabile resa. Troviamo all'interno le preoccupazioni finanziarie in "You Never Give Me Your Money", il cambio di tono onirico di "Sun King", fino ad arrivare al finale.

Il disco si chiude con "The End", un momento quasi catartico che presenta l'unico assolo di batteria di Ringo Starr in un disco dei Beatles, seguito dal celebre triello di chitarre tra Harrison, McCartney e Lennon, uniti un'ultima volta in una scarica di rock puro. La frase finale di Paul, prima dell'accordetto nascosto di "Her Majesty", è la conclusione perfetta:

"...And in the end, the love you take is equal to the love you make." (E alla fine, l'amore che prendi è pari all'amore che fai.)

A 57 anni dalla sua uscita, Abbey Road resta un testamento della loro genialità e la prova che, anche quando le tensioni erano al culmine, i Beatles potevano ancora produrre musica eterna. Un addio, seppur involontario, di ineguagliabile perfezione.




venerdì 25 settembre 2026

Phil Collins, il peso della fama e la forza di ricominciare

 


Phil Collins, il peso della fama e la forza di ricominciare

 

In una lunga conversazione pubblicata dalla rivista Prog e rilanciata da Louder Sound, Phil Collins torna sui capitoli più significativi della sua vita artistica e personale. Il successo travolgente della carriera solista, il rapporto con i Genesis, l'amicizia con John Martyn, la lotta contro i problemi di salute e la possibilità di realizzare nuova musica sono alcuni dei temi affrontati da uno dei protagonisti assoluti della musica degli ultimi cinquant'anni.

Per molti anni Phil Collins è stato ovunque. In radio, nelle classifiche, negli stadi con i Genesis, nei progetti di altri artisti e naturalmente con una carriera solista capace di conquistare il mondo. Eppure, guardandosi indietro, il musicista britannico continua a descrivere quel periodo come il risultato di un flusso naturale di eventi più che di una strategia studiata a tavolino.

Ripercorrendo la sua carriera, Collins torna soprattutto agli anni di Face Value, il debutto solista del 1981 che cambiò radicalmente la sua vita. Un album nato da una fase personale dolorosa, segnata dalla fine del suo matrimonio. In quella casa ormai vuota, racconta, la musica diventò una necessità quotidiana. Le canzoni arrivavano una dopo l'altra, quasi impossibili da fermare. Non ama attribuire quel processo a misteriose ispirazioni artistiche, preferendo una spiegazione più semplice e umana. Scrivere e registrare era il modo più naturale per affrontare ciò che stava vivendo.

Fra i ricordi legati a quel disco emerge anche un episodio che coinvolge Eric Clapton. Collins lo conosceva da anni, molto prima che il loro rapporto diventasse una collaborazione musicale. Quando lo invitò a partecipare a "If Leaving Me Is Easy", uno dei brani a cui è più affezionato, Clapton si avvicinò allo strumento, iniziò a suonare e si fermò quasi subito. Alla domanda sul perché avesse interrotto la registrazione, la risposta fu sorprendente nella sua semplicità. Non voleva rovinare una canzone che riteneva già perfetta così.

Il racconto si allarga poi a una figura fondamentale della sua vita artistica, John Martyn. Collins vede molte affinità tra Face Value e Grace And Danger, uno degli album più intensi del cantautore scozzese. Entrambi i lavori nacquero infatti durante periodi segnati da separazioni sentimentali e da profonde ferite emotive. La loro amicizia si rafforzò proprio in quegli anni, fino ad arrivare alla produzione di Glorious Fool. Collins ricorda Martyn con affetto sincero e riconosce in quei dischi una vulnerabilità rara, capace di trasformare il dolore in musica.

Se gli anni Ottanta lo consacrarono come superstar globale, furono anche il periodo in cui iniziò a crescere una certa ostilità da parte di una parte della critica. La sua presenza costante nei media veniva interpretata da alcuni come il segno di un'ambizione smisurata. Collins però respinge ancora oggi quella lettura. Secondo lui, non c'era alcun piano per dominare le classifiche o occupare ogni spazio disponibile. Semplicemente accettava le opportunità che gli venivano offerte, soprattutto quando arrivavano da artisti che lui stesso aveva ammirato e ascoltato per anni.

Lo stesso discorso vale per la storia dei Genesis. Collins ricorda un percorso graduale, fatto di piccoli traguardi che sembravano giganteschi nel momento in cui venivano raggiunti. Prima i club londinesi, poi le sale più grandi, quindi i tour internazionali. Nessun momento epocale, nessuna svolta improvvisa, soltanto una crescita costante che portò il gruppo a diventare una delle realtà più popolari della musica mondiale.

Parlando del repertorio dei Genesis, Collins sorprende indicando We Can't Dance come uno degli album che ama maggiormente. Più che ai singoli dischi, però, resta legato ai tanti frammenti creativi disseminati lungo tutta la carriera della band. Conserva ricordi particolarmente vivi del periodo di The Lamb Lies Down on Broadway, quando divideva il palco con Peter Gabriel ogni sera, mentre ammette di non avere un legame speciale con ...And Then There Were Three..., che considera meno memorabile rispetto ad altri lavori del gruppo.

Tra le esperienze più emozionanti degli ultimi anni c'è stato il tour d'addio dei Genesis. Un'avventura resa ancora più significativa dalla presenza del figlio Nic alla batteria. Per Collins vedere quel ragazzo entrare nella band alla stessa età in cui lui stesso aveva iniziato il proprio percorso nei Genesis è stato un momento dal forte valore simbolico, quasi la chiusura perfetta di un cerchio aperto oltre cinquant'anni prima.

Oggi il musicista guarda al passato con serenità. I rimpianti, ammette, esistono sempre, ma perdono importanza se confrontati con ciò che la vita gli ha regalato. Soprattutto i suoi cinque figli, che considera il risultato più prezioso del suo cammino personale.

Negli ultimi anni ha dovuto affrontare una battaglia ben più dura della pressione della fama. Problemi di salute gravissimi lo hanno portato vicino alla morte. Reni e fegato stavano cedendo e per un certo periodo la situazione appariva estremamente critica. Collins racconta di aver trascorso molto tempo in ospedale, seguito da un lungo percorso di recupero che ha incluso anche numerosi interventi chirurgici e una costante fisioterapia.

La svolta è arrivata con l'abbandono dell'alcol. Oggi afferma di non bere da tre anni e di aver ritrovato una condizione fisica che considera finalmente soddisfacente. Il rapporto con i figli si è rafforzato ulteriormente e la consapevolezza della fragilità della vita gli ha lasciato una nuova prospettiva sulle cose.

E la musica? Collins non chiude affatto la porta. Nel suo studio ci sono ancora idee incompiute, registrazioni da riscoprire e progetti che attendono il momento giusto. Non promette nulla, ma non esclude nemmeno la possibilità di tornare a creare.

Per un artista che ha attraversato decenni di successi, crisi personali, rinascite e sfide fisiche, forse è proprio questa la notizia più significativa. Phil Collins continua a guardare avanti, con la stessa curiosità che lo ha accompagnato fin dagli inizi. E, a sentirlo parlare, qualche nuova pagina della sua storia potrebbe ancora essere scritta.

 

martedì 22 settembre 2026

Pink Floyd: arriva la ristampa speciale di Meddle e torna in alta definizione il leggendario filmato di Echoes

 


Pink Floyd: arriva la ristampa speciale di Meddle e torna in alta definizione il leggendario filmato di Echoes

 

I Pink Floyd celebrano uno dei capitoli più importanti della loro carriera con una doppia iniziativa dedicata a Meddle, l'album pubblicato nel 1971 che contribuì a definire il suono della band negli anni successivi. In occasione del National Album Day, il gruppo renderà disponibile una nuova edizione da collezione del disco su vinile colorato, accompagnata dal recupero di uno storico documento audiovisivo legato al brano simbolo dell'album, Echoes.

La nuova versione del disco sarà distribuita il 17 ottobre da Sony Music e si presenterà con una particolare finitura "San Tropez Orange Marble", una scelta cromatica che richiama l'atmosfera mediterranea evocata da uno dei brani più celebri contenuti nel lavoro.

Ma la vera sorpresa per gli appassionati riguarda Echoes, la lunga composizione che occupa l'intera seconda facciata dell'album. Nella stessa data verrà infatti pubblicata sul canale ufficiale YouTube dei Pink Floyd una versione restaurata e digitalizzata in alta definizione delle immagini utilizzate nel finale di Crystal Voyager, documentario australiano del 1973 dedicato al mondo del surf.

Crystal Voyager fu realizzato dal regista David Elfick e raccontato dal celebre surfista e filmmaker George Greenough, figura innovativa che rivoluzionò il modo di filmare le onde. Grazie a una speciale attrezzatura progettata personalmente, Greenough riuscì a catturare immagini mai viste prima dall'interno delle onde, offrendo al pubblico una prospettiva completamente nuova.

Per accompagnare quelle sequenze straordinarie serviva una colonna sonora altrettanto suggestiva. La svolta arrivò quando Greenough ascoltò Meddle e rimase colpito da Echoes. La durata della composizione, oltre venti minuti, sembrava adattarsi perfettamente alla parte conclusiva del documentario.

Nonostante il budget limitato della produzione, venne trovato un accordo con i Pink Floyd: il brano avrebbe potuto essere utilizzato nel film e, in cambio, la band avrebbe avuto la possibilità di impiegare quelle spettacolari immagini durante i propri concerti. Una collaborazione che si rivelò vantaggiosa per entrambe le parti e che negli anni è diventata un autentico pezzo di storia della cultura rock.

Ripensando a quell'incontro tra musica e immagini, Greenough ha ricordato l'emozione provata al primo ascolto di Echoes, definendola immediatamente la colonna sonora perfetta per il progetto. A più di cinquant'anni di distanza, il surfista australiano ritiene che sia le immagini sia il brano conservino ancora oggi una forza innovativa e una straordinaria capacità di coinvolgere il pubblico.

La ripubblicazione del filmato restaurato rappresenta quindi non solo un omaggio a un capolavoro della discografia dei Pink Floyd, ma anche la celebrazione di una delle collaborazioni artistiche più affascinanti tra cinema, musica e sport degli anni Settanta.

Con questa iniziativa, Meddle torna nuovamente sotto i riflettori, confermandosi un'opera fondamentale nel percorso creativo della band britannica e un passaggio decisivo verso i grandi capolavori che avrebbero segnato il decennio successivo.