martedì 12 giugno 2018

Motel Transylvania



Capita ogni tanto di imbattersi in qualcosa di nuovo, musicalmente parlando.
Si dice che in quel campo tutto sia già stato inventato e allora ben vengano le nuove soluzioni, che passano spesso attraverso le influenze personali che, filtrate e analizzate, possono dare luogo a trame sonore inusuali, un esempio di come la sintesi delle passioni possa fornire un “prodotto” fresco e piacevole. E poi… vedere giovanissimi che creano, e non propongono tributi, rappresenta di per sé un fatto da evidenziare.

Ho assistito casualmente a un live dei Motel Transylvania e sono quindi testimone della loro capacità di coinvolgere l’audience.
L’impatto visuale arriva prima di quello musicale, ma anche questo è uno degli argomenti affrontati nello scambio di battute a seguire.

Ma c’è di più: a fine articolo propongo una piccola clip rappresentativa dell’evento dell’aprile scorso, stralci di un’esibizione divertente e trascinante.
Ma chi sono i Motel Transylvania?
                                               
                                                           
Come e quando nascono i Motel Transylvania? Che tipo di passioni musicali avete alle spalle?
I Motel Transylvania nascono con la voglia di portare qualcosa di nuovo a Savona, o quanto meno nel contesto in cui viviamo tutti i giorni, da un background di cinematografia ed arte dell'illustrazione horror della prima metà del 900. Il progetto nasce a fine 2014 come one- man band che, con l'esigenza di portare il progetto live, si allargato con l'entrata di altri due componenti. Col passare del tempo la formazione ha subito diversi cambiamenti sino ad arrivare a quella attuale. La passione musicale che ci accomuna è sicuramente quella per il punk rock, ma ognuno ha una vasta gamma di passioni che contribuisce al sound del gruppo.

Avete già realizzato qualche album o EP?
Finora abbiamo realizzato solamente un EP, “They Dig After Midnight”, uscito il 19 dicembre 2015 per Archetype Records per quanto riguarda l'Italia e Undead Artists Records per la distribuzione internazionale, e siamo stati inseriti nelle compilation Monster Mash-Up, Archetype Compilation, They Live After Midnight e Without Your Head Compilation. Attualmente stiamo lavorando alla realizzazione del nuovo disco che si chiamerà appunto “Motel Transylvania”, per significare questa nuova partenza, con nuove influenze, nuova formazione e nuove cose da dire.

Credo sia abbastanza complicato definire il vostro genere, e non mi pare neanche interessante ergere paletti musicali, ma come si può spiegare a parole ciò che proponete a chi non vi avesse mai sentito?
Un Elvis sul punto di morte strafatto di psicofarmaci con una passione sfrenata per il punk a stretto contatto con Screamin' Jay Hawkins.

Ho avuto un’unica occasione per vedervi dal vivo ma mi sembrate molto coinvolgenti: è il palco che può fornirvi la dimensione che preferite?
La dimensione che preferiamo è qualsiasi contesto dove poter proporre un prodotto ''nuovo'' a persone che hanno voglia di divertirsi, di muoversi e di riscoprire la musica.

Una delle vostre peculiarità è il coltivare gli aspetti visual, e immagino vi porti via molto tempo la “cura della persona” prima di un concerto: mi raccontate come nasce questa esigenza?
Sostanzialmente i nostri testi al primo ascolto si limitano a raccontare delle favolette dell'orrore in chiave un pò demenziale e grottesca, ma in realtà ognuna di queste ha un messaggio di fondo, un qualcosa che potrebbe essere un demone interiore stesso, e fin dall'antichità il truccarsi e dipingere mostri è stato un modo per combattere queste paure. E questo è quello che facciamo, un pò per fare i pagliacci, un po' per esorcizzare questi demoni (senza sottovalutare l'importanza che il trucco ha per nascondere la nostra bruttezza!).

La vostra formazione a tre è abbastanza anomala, e emerge il contrasto tra la dimensione acustica (il magnifico contrabbasso!) e una chitarra elettrica spinta con una discreta voglia di “picchiare” sulle pelli: casualità o scelta precisa?
La nostra è una ricerca stilistica, riprendendo alla risposta prima, che si rifà al power trio 50s con appunto batteria, contrabbasso e chitarra, ma piace altrettanto pestare quanto poteva essere un concerto punk degli anni ‘90, e questo contrasto ci piace molto, sia dal punto di vista visual e di contenuti, ritmico e armonico, e di come affrontiamo in linea di massima la stesura dei nostri pezzi.

E’ fatto usuale che arrivi nei concerti un “aiuto esterno” alla batteria per poter liberare la voce del drummer?
Sì, perchè per quanto ci riguarda è sempre stato che pubblico e band siano molto uniti, vuoi perchè il pubblico sia sempre stato formato da amici, da persone che ci hanno sempre seguito, molto coinvolte in quello che facciamo, e a noi piace superare, se non distruggere, questo confine coinvolgendo nei nosti live  ''aiuti esterni'', che possono essere Leonardo (Vexatio e Famous Monsters) e Zizzu (Lovecats) per le batterie, Met (Icethrone e Perceverance) per le chitarre o Marco (Icethrone) per le tastiere. Diciamo che ci piace proprio l'idea di collaborare con altri musicisti e altre realtà.

Dimenticavo… presentatevi…
Siamo Toxi Ghoul alla batteria e voce principale, Taison Gore alla chitarra elettrica e seconda voce, e Fish al contrabbasso e cori.

Che giudizio date dello stato della musica nella nostra città?
Savona rappresenta perfettamente il controsenso che vogliamo esprimere, c'è (come in “Bocca di Rosa”) chi lo fa per soldi e chi lo fa per passione, dove i primi lo fanno per tanti e lo fanno male e i secondi cose belle ma fatte per pochi.

Che cosa avete pianificato per l’immediato futuro?
Per il futuro c'è, come dicevamo prima, l'uscita del nuovo disco, che conterrà 13 canzoni, alcune riprese dal precedente EP, risuonate con l'intenzione e le peculiarità del suono dei nuovi membri della line up; uscirà per Archetype Records etichetta/associazione culturale savonese di cui tutti e tre facciamo parte. Mentre se vi interessa sentirci live ci potrete trovare il 15 Giugno al Festival delle Periferie a Genova Sestri Ponente, il 23 giugno al This is The Way Fest al Rude Club di Savona e il 29 Luglio al Beer Festival al parco Faraggiana di Albissola Marina.





lunedì 4 giugno 2018

Gianni Venturi e Lucien Moreau-“Il Vangelo di Moloch”


Il secondo atto del “progetto Moloch” prende il nome di “Il Vangelo di Moloch”, ed esce a distanza di un paio di anni dallo start della fattiva collaborazione tra Gianni Venturi e Lucien Moreau, artisti che si differenziano nell’età e nell’apporto artistico, ma rappresentano la migliore delle metafore sulla complementarità tra gli esseri umani: loro la definiscono “una fusione di anime”!
Ciò che propongono in questa occasione appare come opera monumentale, e non mi riferisco ai rimarchevoli 78 minuti di musica e parole che costituiscono il disco, ma alla polpa, ai messaggi, a un contenuto che andrebbe messo in scena con un modus teatrale, tanto è avvolgente e comprensivo di sfaccettature da gustare utilizzando i sensi in toto… lo definirei un album sinestesico.
I due autori mi vengono incontro e raccontano a seguire i dettagli del loro lavoro, e l’intervista diventa una sorta di didascalia che accompagna il susseguirsi delle tracce. 
Estrapolo una fase dal comunicato ufficiale: “Stiamo affidando alle macchine, giorno dopo giorno, sempre più potere, e fornendo loro, attraverso i più disparati ed ingegnosi meccanismi, quelle capacità di auto-regolazione e di autonomia d’azione che costituirà per loro ciò che l’intelletto è stato per il genere umano.»
Questa citazione potrebbe essere scambiata per un’affermazione di una qualsiasi persona di buon senso che vive negli anni 2000, ma in realtà rappresenta parte del pensiero dello scrittore inglese Samuel Butler, e risale al oltre 160 anni fa!
Quei concetti sorprendenti, almeno nel senso dell’anticipazione dei tempi, diventano lo scenario de “Il Vangelo di Moloch”, un percorso descrittivo della nostra mediocrità, dell’incapacità di rompere schemi costruiti da altri, recinti che sono stati riempiti dalla materia e dal condizionamento psicologico, quello che porta l’essere umano a credere di esistere solo se tutto il mondo se ne accorge: “Selfie Ergo Sum" è il titolo icastico di uno dei brani dell'album. E la dicotomia tra superficialità e chiarezza di idee (esistono ancora gli illuminati…) crea un conflitto tra le parti, perché “Il mediocre non perdona chi non lo è” (dal brano “Anarchia”).

Il viaggio è a tratti angosciante, laddove l’aggettivo usato coincide, ahimè, con il concetto di realtà, e credo che il video che propongo a seguire sia rappresentativo e significativo del mio pensiero.
Venturi e Moreau, elementi intercambiabili, descrivono l’oggi che si unisce al passato attraverso immagini distopiche, frammenti che mettono in risalto la drammaticità del mondo in cui viviamo e a cui è difficile trovare contromisure, e l’unico antidoto, almeno per chi riesce a visualizzare le dimensioni del mostro che è stato creato, è provare a descriverlo e a mettere le idee - la musica, la poesia e le immagini - a disposizione di chi arriverà dopo di noi o di chi abbia ancora la forza e la voglia di guardarsi dentro: “Chi non conosce i propri limiti tema per il proprio destino”, chiosava Aristotele, e a ben vedere sono in  molti quelli che dovrebbero preoccuparsi!

Dal punto di vista meramente musicale mi pare difficile collocare questo lavoro in una delle tante caselle conosciute, perché il reading si unisce al canto più tradizionale, con elementi jazzistici e aperture al mondo del progressive alimentate anche dalla presenza dei due ospiti, la vocalist Debora Longini, e il fiatista Emiliano Vernizzi che propone il suo sax tenore e soprano.

Sperimentazione mista a poesia, avanguardia e coraggio per un progetto non semplicissimo, colto, vario, affascinante, che dovrebbe uscire dai soliti confini per arrivare a toccare chi ha ancora la possibilità di gestire le leve del cambiamento, quegli “attrezzi” figurati abbandonati dai più, magari non per accidia, ma per la perdita di ogni tipo di fiducia e di speranza.

Bellissimo l’artwork realizzato da Lucien Moreau, argomento che emerge nello scambio di battute.

In attesa della chiusura del cerchio - la fine del “capitolo Moloch” - leggiamo il pensiero degli autori…


Ecco cosa mi hanno raccontato Gianni Venturi e Lucien Moreau…

L’ultima domanda della mia intervista di circa due anni fa terminava con la curiosità di conoscere un atto successivo del vostro progetto e mi pareva che il tutto fosse dietro all’angolo: cosa è accaduto alla vostra musica da allora ad oggi?

Ha avuto il tempo di attraversare un processo di condensazione e distillazione in morbide gocce saline, che noi oggi spacciamo come collirio sonico. Senza dimenticare che il tempo è un concetto del tutto locale e relativo. Abbiamo, in questo non‐tempo, attraversato una fase costruttiva e distruttiva: nuova musica, nuovi concetti, nuove parole. Per approdare a quello che ora è il nostro secondo capitolo, ovvero "Il Vangelo di Moloch", un album di cui siamo più che orgogliosi. Ritorniamo al concetto di “tempo”: se si considera la sua relatività, in effetti il tutto era dietro l’angolo. In realtà la musica ha le sue dinamiche, si mostra quando è pronta, noi non dobbiamo fare altro che accogliere il suo richiamo. Siccome non abbiamo un’etichetta alla quale rendere conto, non abbiamo l’esigenza di fare dischi se non quando i dischi sono pronti nella mente.
Abbiamo costruito "Il Vangelo di Moloch", prima come idea, poi la poesia, ed infine lo abbiamo vestito con la musica e la grafica. Un unico gesto creativo!

La collaborazione tra Gianni Venturi e Lucien Moreau prosegue: come potremmo definire il vostro connubio?

Mistico e psichedelico. Come i viaggi astrali prodotti dalle danze sciamaniche del popolo andino. Come intonare Wagner dopo una cena a base piccante. Come il numero atomico dell'Idrogeno. Nel progetto MOLOCH, oramai, siamo divenuti uno: Gianni Venturi e Lucien Moreau scrivono musica e compongono testi, ora l'uno, talvolta l'altro. Per esempio, "Trump" – ovvero la traccia che conclude il nuovo album – è stata scritta da Lucien Moreau e musicata da Gianni Venturi. Potrebbe trattarsi di una fusione di anime? Concetto poetico, lo sappiamo, però è così. Una propensione anarchica non indifferente, e seppure con età differenti e differenti percorsi, un'unica direzione. Cioè una direzione in divenire. A volte le parole sono musica, o la musica diviene poesia!

Qual è il sunto musicale e letterario de “Il Vangelo di Moloch”?

Ancora una volta è protesta antropologica, speculazione filosofica, elettronica colta e del tutto anticonformista. La ricerca di una via di liberazione mentale, che sia in grado di bucare l'asfalto, di divaricare le sinapsi, di condurre oltre. Oltre le classificazioni musicali, oltre le etichette di genere, oltre la dipendenza (quasi dogmatica) da organismi parassitari come   pseudo agenzie   di   comunicazione, pseudo analisti   di mercato,   pseudo case discografiche, pronti a produrre capitalismo culturale, indotto consumistico ed affiliazione al trend produttivo a suon di "like" e "followers". Oggi l'antitesi non esiste più, è quasi estinta. Perciò noi siamo fieri di rappresentare l'antitesi.

Colpisce una vostra affermazione: “Ogni brano una domanda irrisolta”… potete spiegarmi meglio?

Ogni risposta è una domanda. Perché ciò che conta è la domanda, soprattutto quella che nessuno mai pone. "Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre", per citare Jostein Gaarder. In questo album, più che mai, cerchiamo di interrogare il grande mistero cosmico, di entrare in risonanza con esso. Non è una questione religiosa, è una questione spirituale, di importanza mistica. È la misura della nostra esperienza di realtà. Interiore ed esteriore. Microcosmica e macrocosmica. Non ci sono risposte nella musica, solo domande. Come un immenso occhio, aperto sull'infinito.

Può esistete un equilibrio tra l’inesorabile progressione tecnologia e la posizione preminente dell’essere umano?

L'essere umano non è più preminente da un pezzo. Noi crediamo che la progressione tecnologica si faccia portatrice e messaggera dell'animo umano. Sarà, forse, in grado di condurre il significato segreto della parola "umano" oltre i confini dell'umano stesso. Un giorno, chissà, la consapevolezza della specie camminerà nella mente sintetica di un essere eterno, che si domanderà il senso della vita guardando le stelle. E, forse, scriverà nella sua lingua un nuovo Vangelo, oppure il Sutra della Sintesi, in forma rigorosamente binaria. La "singolarità" può assumere forme straordinarie, se non limitiamo la nostra immaginazione a ciò che il cinema immagina per noi in forme preconfezionate.

I frame dell’artwork sono affascinanti: entriamo un pò nel dettaglio?

La grafica dai toni surreali di Lucien Moreau ci ha sempre accompagnato, album dopo album, ed è parte fondamentale del progetto Moloch. È la costante stilistica. È la nostra "agenzia di comunicazione". Perché comunichiamo anche attraverso il medium visivo. Musica che parla agli occhi, in altre parole. Nella copertina abbiamo volutamente inserito tanti riferimenti culturali e più di un mistero da risolvere. Il diavolo è nei dettagli. Sempre nell'artwork sono presenti anche elementi provenienti dai brani del nostro primo album.

Come e dove sarà possibile trovare “Il Vangelo di Moloch” e in che formato?

Per ora sul nostro Bandcamp, all'indirizzo http://molochthealbum.bandcamp.com al costo rivoluzionario di un caffè, ovvero 1 Euro. Presto su iTunes, Amazon, Spotify. Stiamo lavorando ad una edizione limitata su CD e anche ad una edizione assolutamente speciale in formato cartaceo. Qualcosa di unico. Musica ascoltabile, su carta, perché dopotutto è un Vangelo, quello di cui parliamo. In ultimo ma non ultimo, "Il Vangelo di Moloch" vede la collaborazione con una incredibile voce "sciamanica", capace di trasportare verso altri mondi, quella di Debora Longini, novella Lisa Gerrard. L'album include anche il sax tenore e soprano dalle sonorità inesorabilmente magiche di Emiliano Vernizzi, musicista acid-jazz di fama europea e grande sperimentatore. In più, al termine dell'album, gli ascoltatori troveranno una sorpresa: il risultato della collaborazione con una strabiliante poetessa che risponde al nome di Ilaria Boffa. Ne sentirete ancora parlare, perché queste ultime tracce fantasma non sono che l'introduzione al terzo capitolo del progetto Moloch.



Line up
Gianni Venturi - testi e voce
Lucien Moreau - strumenti e synth



Con la partecipazione di:
Debora Longini - canto e voce
Emiliano Vernizzi - sax e flauto
Federico Viola - effetti, mix e master

Tracklist
01. Manifesto
02. Dinosauria
03. Ritratto di un'assenza
04. Il giardino dell'anima
05. D'io
06. Ricorda chi sei
07. Ho paura di te
08. Ommaia
09. Selfie ergo sum
10. Xenote
11. Il pelo
12. Anarchia
13. Tutti i sentimenti lenti
14. Trump


martedì 15 maggio 2018

Ben Harper & Charlie Musselwhite - “No Mercy In This Land”


Ben Harper & Charlie Musselwhite 
 “No Mercy In This Land”

Articolo già pubblicato nel portale faremusic.it

Il chitarrista e cantante Ben Harper e l'armonicista Charlie Musselwhite si ritrovano e propongono il prosieguo di una formidabile collaborazione che conduce all’album “No Mercy In This Land”, un disco blues che unisce l'eccezionale abilità tecnica di Musselwhite - e la sua enorme conoscenza specifica - con la più moderna sensibilità di Harper; le melodie soul e la melanconica narrazione dell'album legano insieme questi due musicisti e trasportano gli ascoltatori verso il periodo d'oro della musica blues.

L’album è il 15° in studio per Harper e il 37° di Musselwhite… di certo l’esperienza non manca!
Charlie divenne famoso come armonicista blues elettrico negli anni '60 insieme a Howling Wolf e Muddy Waters, ed è spesso considerato uno dei pochi musicisti a possedere il pedigree del musicista blues, status ambito e non facile da ottenere; non ci vuole una particolare preparazione tecnica per essere conquistati dalle sue modulazioni tematiche e dalla sua abilità palese, elementi che emergono chiaramente anche in questa occasione.
Ben Harper non è al contrario catalogabile in un genere preciso, e nel disco giustifica questo mio giudizio proponendo un intrigante mix di tecniche tradizionali e di suoni tendenti al pop e al folk.


No Mercy In This Land” rappresenta l’immagine di uno spaccato blues con un tocco di modernità. I temi lirici sono tipici del genere: alcolismo, cuori spezzati e spiritualità.
La voce di Harper è a tratti “ruvida” e riporta alla tradizione di cantanti storici, tuttavia, come accade ad esempio in “When Love Is Not Enough” e “Nothing at All”, emerge la versatilità del suo “strumento” che sa essere dolce e regalare accenni di falsetto, andando a fondersi piacevolmente con le melodie di chitarra, mentre la qualità dell'armonica di Musselwhite sottolinea gli stilemi del blues - insieme ad una profondità e consistenza sonora.
Mi soffermo su “Movin 'On”, un brano che fotografa il meglio che questo album ha da offrire, con una progressione blues classica ma sufficientemente coinvolgente e divertente, dove Musselwhite propone un assolo di armonica tecnicamente sbalorditivo.

No Mercy In This Land” si può collocare in uno spazio compreso tra i classici dischi blues di BB King e le melodie più popolari, un lavoro che può tranquillamente uscire dalla nicchia dei fruitori del genere, perché capace di donare un forte impatto emotivo che può colpire gli amanti della musica, tutti, senza distinzione alcuna.
Album da ascoltare.


Versione digitale deluxe:

1. When I Go
2. Bad Habits
3. Love And Trust
4. The Bottle Wins Again
5. Found The One
6. When Love Is Not Enough
7. Trust You To Dig My Grave
8. No Mercy In This Land
9. Movin' On
10. Nothing At All
11. The Bottle Wins Again (Live Machine Shop)
12.  Trust You To Dig My Grave (Live Machine Shop)
13.  No Mercy In This Land (Live Machine Shop)


venerdì 11 maggio 2018

Fabio Zuffanti: presentazione del libro "Battiato..." a La Feltrinelli Point di Savona



Fabio Zuffanti
BATTIATO
LA VOCE DEL PADRONE
1945-1982: nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno
Arcana edizioni 



Parte da La Feltrinelli Point di Savona il ciclo di presentazioni del libro “BATTIATO: LA VOCE DEL PADRONE”, scritto da Fabio Zuffanti.
Conosco da molto tempo l’autore e quindi non sono rimasto sorpreso più di tanto dalla scelta del “protagonista” del book, il musicista siciliano che Fabio, da sempre, considera un punto di riferimento personale, un esempio da seguire per creatività e qualità di idee.

Occorre dire che il lavoro sintetizzato nelle oltre 300 pagine piene - cioè prive di documentazione fotografica - è enorme, perché allo sforzo creativo personale se ne aggiunge uno altrettanto importante, quello documentale, con una ricerca capillare delle informazioni oggettive e il coinvolgimento di parti terze.
Lo spazio temporale analizzato descrive il periodo che va dal 1945 a 1982, cioè dalla nascita musicale sino alla consacrazione, coincidente con l’uscita dell’album “LA VOCE DEL PADRONE”.
Le fasi di vita di Franco Battiato propongono cambiamenti importanti, radicali, e probabilmente chi bazzica la musica in modo marginale - e le ultime generazioni - non potrà immaginare un giovane artista in erba che sciorina canzonette senza pretese, passando abbastanza rapidamente ad una fase sperimentale di difficile comprensione per il pubblico dell’epoca e di improbabile fruizione: sono i tempi di album seminali, come “Fetus”, “Pollution”, “Sulle Corde di Aries”, divenuti successivamente pilastri della sua discografia e valutati correttamente con il passare del tempo.

Zuffanti ci accompagna nell’opera di decodifica di aspetti e circostanze mai venute a galla, situazione a cui ha probabilmente contribuito l’alone protettivo, condito di misticismo e rispetto, che da sempre accompagna la figura di Battiato.
Il profilo che prende corpo evidenzia una certa vena provocatoria - musicale e comportamentale - un tempo cercata e costruita a tavolino, ma l’insofferenza rispetto alle situazioni istituzionali fa emergere un disagio spontaneo ed un atteggiamento mutevole a seconda dell’interlocutore e dell’ambiente circostante. Tutto questo è ancora palpabile nei suoi recenti interventi.
Il suo percorso è tutto un crescendo, e i riconoscimenti e la stima di chi conta arriveranno copiosi, come quelli di Frank Zappa, che gli apre le porte che delimitano i confini nazionali, o quelli del guru della “contemporanea”, Stockhausen, che si rivelerà fondamentale per alcune scelte future.
E nella nuova vita di Battiato nasce la voglia di provare a concentrare la qualità in pochi minuti, accantonando l’estrema tecnologia per inventare un pop nobile che vede la luce con il disco spartiacque “L’era del cinghiale bianco” e prosegue con “Patriots” e “La voce del padrone”.

Del periodo di riferimento Zuffanti ci racconta dettagli di vita succosi che permettono di scoprire incontri determinanti, caratterizzanti della vita dell’artista.
Tutto questo percorso è presentato in modo esaustivo e piacevole, in bilico tra aspetti tecnici e la narrazione, con il recupero di aneddoti che aiutano nella creazione di un’idea realistica che supera l’elemento storico musicale e riesce a fornire un’immagine dell’uomo Battiato, da sempre misterioso e inavvicinabile ai più.

Forse un racconto così poteva essere solo il frutto del lavoro di un artista, Zuffanti, in grado di arrivare alla sostanza per effetto, anche, di un bagaglio musicale personale molto ampio, che unito ad amore e stima immensa porta alla sintesi ottimale di una prima tranche di vita.

Il libro termina con una dichiarazione di intenti, “continua”, e aspettiamo quindi una nuova porzione di storia.

Ecco uno stralcio della presentazione realizzato da Mauro Selis.

lunedì 7 maggio 2018

Annie Barbazza e Max Repetti – "MOONCHILD"


Annie Barbazza e Max Repetti  MOONCHILD
Un viaggio profondo nella musica e nella poesia di Greg Lake

Il 28 novembre del 2012, a Piacenza, ebbi l’occasione di conoscere personalmente Greg Lake e la moglie Regina, dopo averlo visto sul palco con ELP da adolescente. Parlare con lui, brevemente - ma a distanza di due giorni avrei avuto maggiori possibilità in quel di Zoagli grazie a Paola Tagliaferro - rappresenta uno dei momenti gratificanti della mia vita, e sono certo che qualche mio coetaneo potrà capirmi al volo. Quel giorno conobbi anche Max Marchini con cui, un paio di anni dopo a Genova, ricordo di aver concordato una domanda per Greg legata alla Manticore Italia, nome magico per gli appassionati del prog, ma quasi inimmaginabile da veder riproposto a distanza di molti anni. Sempre a Piacenza vidi per la prima volta Annie Barbazza sul palco con Lake, Aldo Tagliapetra e Bernardo Lanzetti, per un “Luky Man” indimenticabile. 

Avevo già sentito parlare di lei da Lanzetti che l'aveva descritta "una talentuosa diciannovenne", ma faticavo nell’immaginare un palco che metteva sullo stesso piano la storia della musica con la giovinezza e l’ovvia inesperienza, e ricordo che il mio commento scritto dedicato all’evento proponeva la seguente chiosa: “…con l’aggiunta sul palco di una giovane artista...”.

Questa premessa era doverosa perché il fil rouge tra Annie e Lake si è consolidato nel tempo, tanto da resistere anche dopo la prematura dipartita dell’ex King Crimson ed ELP, e la Manticore è una realtà che produce e propone musica di qualità, in un periodo difficile, certamente lontano dai fasti dei seventies.
Ma qual era la nuova filosofia di Greg Lake, bilancio di una vita dedicata alla musica?
Dice Max Marchini: “Ricordo che Greg divenne un sostenitore del nuovo concetto "meno è più”, e spesso ci ha ricordato che "la semplicità è la massima sofisticazione".

Questo amore e gratitudine nei confronti del grande vocalist - e molto altro! - si sintetizza nel progetto Moonchild”, un omaggio alla musica e alla poesia di Greg realizzato in modo minimalista, puro, basico, lontano dagli orpelli suggeriti dalla tecnologia e dai suoni elettrificati.
Protagonista un duo, quello composto dalla cantante e polistrumentista Annie Barbazza e dal pianista e arrangiatore Max Rapetti.



Disse Lake dopo aver sentito la registrazione del tributo: “Annie e Max hanno registrato un omaggio meraviglioso e  toccante alla musica che ho realizzato nella mia vita. Gli arrangiamenti di Max sono assolutamente superbi, un tocco magico che si unisce alla voce di Annie, allo stesso tempo bella e coraggiosa; è stata per me un'esperienza emozionante sentirli proporre le mie canzoni con tale passione e qualità”.

Racconta Annie in una recente intervista a Mat2020: “Sarebbe dovuto essere un album di Lake, ed è diventato il mio primo vero album, prodotto da Greg e Max Marchini”.

Una rapida occhiata alla tracklist riconduce ad un repertorio che brilla di luce propria, trasversale e capace di superare qualsiasi connotazione di nicchia, in bilico tra il  proto-prog dei KC e il neo classico di ELP.
Ma occorre resettare la memoria e il feeling provato in giorni antichi, cercando di considerare i brani come nuovi, perché la loro rivisitazione in chiave acustica non rappresenta la mera proposizione di un differente punto di vista musicale - fatto di per sé insito in qualsiasi tributo -, ma la ricerca dell’essenza della musica e del valore aggiunto proveniente da liriche perfette.
L’ascolto di “Take A Pebble” o “C’est La Vie” - prendendo due tracce a caso - provoca forti emozioni, che derivano da ingredienti primari eccezionali corroborati da una voce “completa” e dal tocco pianistico sorprendente, un team minimale che non va alla ricerca della platealità sonora ma propone l’essenza, il cuore dei brani e la tendenza personale - almeno in questo caso - al sussurro, all’autocontrollo, al rispetto del mito.
Troppo facile parlare di talento… il mondo ne è pieno, ma la rivisitazione al contempo asettica - intesa come rispetto del copione -  e contaminata - e mi riferisco alla capacità di creare brani totalmente nuovi - rende “Moonchild” un album pregiato e da condividere.
Il mentore Greg, da lassù, proverà grande soddisfazione!

Immagini di repertorio


Tracklist
01. In The Court of the Crimson King - 21st Century
Schizoid Man
02. Trilogy - The Endless Enigma part II
03. Moonchild
04. The Stones Of Years - Take A Pebble
05. C’est La Vie
06. Battlefield including Epitaph
07. Karn Evil 9 1st impression, part 2
08. Memories Of An Officer And A Gentleman
09. In The Wake Of Poseidon
10. Lucky Man
11. The Sage / The Great Gates Of Kiev

Produced by Greg Lake and Max Marchini
music arranged by Max Repetti
Project coordination: Regina Lake
Recorded by Alberto Callegari @ Elfo Studios
© 2018 Manticore Records Ltd.
Release Date: 18 april 2018


mercoledì 2 maggio 2018

Stefano Orlando Puracchio: "“Manuale Minimo del Rock Progressivo”

Stefano Orlando Puracchio propone un nuovo scritto focalizzato sul Rock Progressivo.
E’ il quarto suo book che ho la possibilità di leggere, e dopo la “progressione evolutiva” rappresentata dai primi tre (i sottotitoli forniscono le corrette indicazioni: “Una guida”,Linee di confine” e “A gentile richiesta”), arriva il momento di tirare le somme.
Il “Manuale Minimo del Rock Progressivo” rappresenta molte cose: un sunto delle puntate precedenti - con annesso materiale inedito -, una semplificazione di ciò che appare di difficile presa per la pomposità della denominazione - peraltro sviluppatasi nel tempo -, un aiuto a rispolverare la memoria, un diverso punto di vista che permette il confronto per chi è già introdotto e una via di iniziazione per chi fosse incuriosito dai termini e dal “sentito dire” di genitori e di conoscenti.

Il libro si presenta diviso in differenti sezioni e, partendo dallo splendore degli albori arriva ai tempi recenti, passando per lunghi anni di fasi alterne.
Il prog ha avuto un solo lustro di piena luce, basti pensare che proporre ad un’etichetta discografica un nuovo album all’interno di quel genere, ad esempio nel 1976, poteva significare quasi sicuramente un rifiuto e, soprattutto, il successivo oblio totale, quel buio che troverà riscatto quasi sempre nel nuovo millennio attraverso le reunion sollecitate dal ritorno al prog e dallo sviluppo tecnologico. Eppure sarebbe bastato “concepire il disco” un anno prima e il corso della storia avrebbe seguito altri percorsi.
Ma se appare doveroso fornire date di inizio e fine - la storia lo richiede - sembra altrettanto evidente come siano esistite importanti anticipazioni, quel proto-prog che nasce con i Procol Harum, i Moody Blues e i Vanilla Fudge, senza dimenticare il patrimonio dell’Unesco rappresentato da Sgt. Pepper.

SOP racconta la nascita del movimento e il suo progredire, esponendo il suo pensiero personale, tra elementi tecnici e idee innovative, ma non dimenticando la testimonianza diretta, quella dei protagonisti - gli attori presenti, sul palco e non - di un’era irripetibile: “Dalla genesi alla fine dell’età dell’oro”, tanto per usare parole di Puracchio.

Esiste poi una seconda fase dove vengono analizzati album particolari di gruppi precisi, stranieri e italiani, fornendo anche gli strumenti per poter essere autonomi, ovvero per diventare commentatori - di solito si usa il termine “recensori” - e fornire un giudizio critico.
Non esistono più figure che, in generico ambito rock, possano determinare le sorti di un album con la propria analisi, ma confrontare le idee, dopo attento ascolto, mi pare cosa saggia e utile.
L’elenco degli album - e delle band - stilato da SOP appare sufficientemente obiettivo, ma la presentazione di album e brani da parte di un musicofilo passa obbligatoriamente per le proprie passioni, e quindi appare difficile realizzare una perfetta dicotomia tra elementi oggettivi e soggettivi: sviscerare un album degli YES o dei Genesis, volendo sceglierne il più rappresentativo, impone a mio giudizio un intervento - più o meno conscio - della percezione personale, del periodo in cui è avvenuto il contatto, dell’atmosfera del momento, della capacità da parte di certe sonorità di evocare memorie/odori/immagini.
Insisto. E’ meglio raccontare in modo perfetto ciò che l’ortodossia musicale ritiene significativo o è anche bene evidenziare qualcosa che, magari ha meno “numeri” storici, ma propone attimi capaci di scatenare forti brividi, anche a distanza di anni?
Puracchio possiede un modo naturale di realizzare il compromesso tra le due cose, sposando professionalità - che da sola potrebbe risultare noiosa, o solo per pochi - e cuore, unendo gli aspetti informativi/formativi alla descrizione di un mondo che, obtorto collo, gli avrà procurato un bene interiore che decide di mettere a disposizione di terzi.
Giusto per stimolare la curiosità, sottolineo che, nella fase dedicata all’analisi storica delle band e dei loro dischi, troviamo mostri sacri stranieri (Genesis, Yes, Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Gentle Giant, Van der Graaf Generator, ELP…) miscelati a quelli di “casa nostra” (PFM, ORME, BMS, Osanna…), passando per gruppi altrettanto importanti ma di minore visibilità, magari arrivati al traguardo qualche secondo dopo, a volte a tempo scaduto.
Quali i titoli scelti da SOP? Beh, forse è meglio scoprirlo leggendo il libro! Nell’indice a fine articolo fornisco comunque elementi decisivi per… saperne di più e lasciare spazio all’immaginazione.

Una terza sezione è dedicata a una fetta di “Europa Settentrionale”, dove accanto ai popolari Focus troviamo Bo Hanson, Embryo e Secret Oyster, realtà da indagare maggiormente.

Si arriva poi oltre cortina, con artisti di cui sapevo poco (Mini, Solaris e SBB), e che ho iniziato ad approfondire (ecco uno dei pregi di questo tipo di letture: l’effetto domino).

La quinta parte è nobile, ancora più delle altre quattro, per la denominazione che mette in allarme il neofita: “Livello Avanzato”.
Beh, Magma e Gong necessitano realmente di una fase di preparazione perché l’impatto, soprattutto con i primi, potrebbe essere devastante.
Qui diventa complesso dare definizioni legate alla musica progressiva, un contenitore che - in ambito italiano e trattato nel book - vede al suo interno ensemble come La Locanda delle Fate e Perigeo o Area, proposte musicali molto diverse tra loro; ma non mi voglio soffermare su tali significati, evidenzio invece - banalizzando - il concetto valido per tutte le stagioni, che fa riferimento all’estrema libertà espressiva - tra musica classica, rock jazz - traducibile con la chiosa “apertura ad ogni tipo di contaminazione”.
I Gong non sono paragonabili ai Magma e Puracchio aiuta nella decodificazione del loro ingegno, introducendo il possibile curioso ad un micro cosmo tutto da scoprire.

Si conclude con “Il Consiglio dei Saggi”, ovvero quatto saggi brevi di cui non vorrei svelare molto, ma che ci permettono, ad esempio, di focalizzarci su “tre Peter” storici: Sinfield, Hammill e Gabriel.

Come dice Stefano Orlando Puracchio, il suo intento non era quello di realizzare un lavoro estremamente tecnico, ma bensì un “manuale divulgativo”.

I libri sulla musica progressiva si moltiplicano e pare difficile inventare o scoprire novità, anche se la mia esperienza personale riporta al racconto, non mio, di musica progressiva che arriva da ogni parte del mondo e che in pochi conoscono; ma ancor più mi stupisce trovare del “nuovo” (cioè “vecchio” ma a me non noto) proprio in quel periodo magico individuato nei primi ’70, e che mi porta spesso a dire, tra stupore e indignazione: “Ma come ho fatto a non accorgermi di loro?”.

Aggiungo un suggerimento ai lettori di questo libro, ai più giovani e a quelli che tutto sanno: ci vuole un pò di umiltà e voglia di allargare la propria mente, aperti al nuovo, aperti al vecchio, pur sapendo che la perfezione di “Selling England By The Pound” è irraggiungibile e può essere usata come punto di riferimento, il “peso campione” con cui tutti devono fare i conti quanto si sbilanciano nel parlare di un bell’album.

Stefano Orlando Puracchio facilita il compito, con la sua scrittura che è compendio di didattica, documento e passione, e regalandoci il suo punto di vista prova ad osare, riuscendo a “inventare” qualcosa che, in questi termini, non esisteva ancora.
Lettura piacevole.