Un viaggio tra gli artisti che ci
hanno lasciato nel 2025, mentre l’ultima grande generazione della musica spegne
lentamente le sue luci
Il 2025 sarà ricordato come uno degli anni più dolorosi per
la musica contemporanea. Non solo per la quantità di artisti che ci hanno
lasciato, ma per ciò che rappresentavano: una generazione di miti che avevamo
creduto eterna. Figure che hanno attraversato decenni di storia, plasmando
generi, linguaggi, immaginari. La loro scomparsa non è solo un fatto di cronaca,
ma un passaggio epocale. È la sensazione, sempre più nitida, che stiamo
assistendo agli ultimi capitoli di un’epoca irripetibile.
Peter Yarrow è stato uno dei primi addii dell’anno. Con i Peter, Paul
and Mary aveva trasformato il folk in un gesto collettivo, un canto civile.
La sua eredità è racchiusa in brani come Puff, the Magic Dragon,
che oggi suonano come un invito alla memoria.
Pochi giorni dopo, il soul ha perso una delle sue voci più
incandescenti: Sam Moore, metà del leggendario duo Sam & Dave.
La sua potenza vocale è ancora tutta lì, in Soul Man o in
interpretazioni come Rainy Night in Georgia, che restituiscono la
profondità emotiva del suo timbro.
Marianne Faithfull, icona fragile e indomita, ha lasciato un vuoto che pesa
come una pagina strappata dalla storia del rock. La sua parabola artistica è
racchiusa in Broken Englisho nella più antica As Tears GoBy, che oggi sembrano due fotografie lontanissime della stessa vita.
Roberta Flack, voce di seta e di fuoco, se n’è andata a febbraio. Il suo
lascito è scolpito in brani come Killing Me Softly With His Song,
una delle interpretazioni più imitate e meno eguagliate della storia della
musica soul.
Con Garth Hudson è scomparso l’ultimo alchimista di The
Band, l’uomo che trasformava un organo in un paesaggio sonoro. Per capire
la sua importanza basta riascoltare Chest Fever o The Genetic Method, dove la sua impronta è inconfondibile.
Roy Ayers, invece, ha portato con sé il vibrafono più luminoso del jazz-funk. La
sua influenza è ovunque, dai club degli anni ’70 ai campionamenti dell’hip hop.
Un brano come Everybody Loves the Sunshine(non presente nei
risultati ma universalmente riconosciuto come simbolico) resta un manifesto del
suo stile.
David Johansen, anima dei New York Dolls, ha incarnato l’ironia e
l’eccesso del proto-punk newyorkese. Mike Peters, leader degli Alarm,
ha trasformato la sua battaglia personale in un atto di resistenza artistica.
Entrambi hanno lasciato un segno che merita di essere riascoltato attraverso i
loro brani più iconici.
E mentre i nomi continuavano ad accumularsi, uno dopo
l’altro, un pensiero ha iniziato a farsi strada: i nostri miti stanno
scomparendo. Non è un allarmismo, né un lamento nostalgico. È un dato
culturale. Stiamo assistendo alla fine naturale di una generazione che ha
definito il Novecento musicale e i primi decenni del nuovo secolo. Una
generazione che non avrà eredi diretti, perché il mondo in cui è nata non
esiste più.
Sly Stone, con la sua rivoluzione funk, e Brian Wilson, genio del pop più
fragile e visionario, erano due poli opposti dello stesso universo creativo. Le
loro opere - Family Affair, God Only Knows -restano
testimonianze di un’epoca in cui la musica cambiava il modo di percepire il
mondo.
Ognuno di loro
rappresentava un modo diverso di raccontare la vita, Le loro voci erano geografie emotive. E ogni
volta che una di queste voci si spegne, il paesaggio culturale cambia per
sempre.
Eppure, in mezzo a questo lento svanire, resta una certezza: la
musica non muore con chi la crea. Ogni link, ogni ascolto, ogni brano che torna
a vibrare in una stanza è un atto di resistenza contro l’oblio. Forse è questo
il compito che ci resta: custodire, tramandare, riascoltare. Perché finché
qualcuno preme “play”, nessuno di loro è davvero perduto.
E forse, per salutare davvero tutti questi artisti, serve una
canzone che non appartenga a uno solo di loro, ma che possa parlare a nome
di tutti. Una canzone che sia insieme ringraziamento, confessione,
promessa. Per questo, alla fine di un anno così, la scelta più naturale sembra
essere “A Song for You” di Leon Russell: un brano che molti hanno
interpretato, ognuno con la propria verità, come se fosse una lettera aperta al
mondo. È un modo semplice e potente per dire ciò che accomuna tutte le voci che
abbiamo perso: “Ho cantato questa canzone per te”.
Oggi John Denveravrebbe compiuto gli anni. La sua figura viene
spesso associata a un’immagine quasi ingenua, ma a guardare bene la sua
carriera si scopre una coerenza rara. Non ha mai cercato di assecondare le mode
del rock o le complicazioni del pop d'avanguardia; ha preferito restare fedele
a una chitarra acustica e a testi che parlavano di cose elementari, come la
natura o il senso di appartenenza.
Il suo legame con il Colorado è stato totale, tanto da
spingerlo a cambiare il proprio cognome per riflettere quel paesaggio che
sentiva suo. Questa onestà si rifletteva in canzoni scritte con pochi accordi,
come Annie’s Song o Leaving on a Jet Plane, brani
che funzionano proprio perché ridotti all'osso. Anche il suo impegno per
l'ambiente era privo di retorica: Denver ne parlava con la naturalezza di chi
vive davvero tra i boschi, riuscendo a portare temi allora difficili davanti al
grande pubblico televisivo.
Questa stessa ricerca di libertà e solitudine lo ha
accompagnato fino alla fine. Denver è morto nel 1997, a 53
anni, mentre pilotava un aeroplano sperimentale sopra la baia di Monterey.
Era un pilota esperto, ma quella volta qualcosa andò storto e l'aereo precipitò
in mare. C'è un'amara ironia nel fatto che un uomo che aveva cantato così tanto
il volo e l'infinito sia scomparso proprio così, da solo, sospeso tra il cielo
e l'oceano.
A distanza di tempo, la sua musica resta interessante perché
non ha sovrastrutture. È una narrazione onesta che, nel caos della vigilia di
Capodanno, offre un momento di quiete e di estrema semplicità.
Il
primo grande successo di Joe Cockerfu la cover dei Beatles "With A Little Help From My Friends", resa
famosa attraverso la performance di Woodstock.
La canzone raggiunse
la posizione n. 1 nelle classifiche britanniche e la n. 3 in quelle dei singoli
tedeschi, e divenne per anni il momento clou di ogni concerto di Joe Cocker.
Cocker arrivò alla notorietà
rivisitando canzoni già famose nel circuito rock, dando il meglio di sé nelle esibizioni
live, caratterizzate dall’utilizzo virtuoso del falsettone unito a una voce
graffiante e profonda.
Nel 1983 vinse il Grammy Award come “miglior
interpretazione pop di un duo o un gruppo” per “Up Where We Belong”, brano
cantato con Jennifer Warnes.
La rivista statunitense Rolling Stone
nel 2008 lo collocò al 97º posto della classifica dei cento migliori cantanti
di tutti i tempi.
È mancato il 22 dicembre 2014, a 70
anni, nel suo ranch in Colorado, per un male incurabile.
Siamo al 30 dicembre, l'anno è ormai al capolinea, ma
il calendario ci regala un'ultima grande occasione per festeggiare il
compleanno del leggendario Jeff Lynne.
Se vi capita di canticchiare un ritornello che ricorda il sogno dei Beatles, ma
con una produzione così cristallina e potente da sembrare registrata nel
futuro, con ogni probabilità c'è il suo zampino. Nato in questo giorno nel
1947, Lynne è il genio schivo che ha insegnato al rock a indossare l'abito da
sera senza perdere un briciolo di grinta
Immaginiamo la scena negli anni '70: mentre tutti cercavano
di essere il più "terreni" possibile, Jeff Lynne decideva di lanciare
un’astronave. La sua Electric Light Orchestra (ELO) era un laboratorio
sonoro. Oggi, riascoltando brani come Mr. Blue Sky o Don't Bring Me
Down, ci si rende conto di quanto Lynne fosse avanti rispetto ai suoi
tempi. Ha preso violini, violoncelli e sintetizzatori e li ha shakerati insieme
fino a creare quel "muro di suono" che oggi è il suo marchio di
fabbrica: una perfezione millimetrica che però ti fa venire voglia di ballare
in cucina mentre prepari il cenone.
La sua avventura inizia nei ruggenti anni '60 con i Move,
una delle band più creative e sottovalutate della scena britannica. È qui che
Lynne, unendosi a Roy Wood, inizia a sperimentare quella fusione tra melodia
pop e arrangiamenti ambiziosi. I Move furono il bozzolo da cui, poco dopo,
sarebbe nata la farfalla della Electric Light Orchestra (ELO).
Quell'idea embrionale di inserire archi e fiati nel rock divenne una vera e
propria missione spaziale, portando la ELO a scalare le classifiche mondiali
con successi immortali come la già citata Mr. Blue Sky e Evil Woman.
Ma la vera magia di Jeff Lynne è la sua incredibile umiltà
artistica. È stato capace di sedersi in cabina di regia e far brillare stelle
che splendevano già fortissimo. Pensiamo alla fine degli anni '80: Lynne si
ritrova in una cucina con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Roy
Orbison.
Qualunque altro produttore sarebbe svenuto per l'emozione;
lui, invece, ha preso le chitarre acustiche, ha curato le armonie vocali e ha
tirato fuori i Traveling Wilburys. Ha reso delle divinità del rock
umane, amichevoli e calde, come se stessero suonando nel salotto di casa nostra
proprio ora, in questo giorno di fine dicembre.
Jeff Lynne non ha mai amato troppo i riflettori, preferendo i
suoi inseparabili occhiali da sole e l'oscurità protettiva dello studio di
registrazione. Eppure, la sua influenza è ovunque. Quando i Beatles superstiti
dovettero finire i nastri di John Lennon per Anthology, sapevano che
solo lui poteva trattare quel materiale con la giusta dose di reverenza e
innovazione.
In questo 30 dicembre, mentre l’anno volge ormai al termine,
il modo più bello per omaggiare questo grande artista è alzare il volume della
sua musica. Poco importa il freddo dell'inverno o l'incertezza dei preparativi
per l'imminente Capodanno: con le note di Jeff Lynne, ogni malinconia svanisce
e, come recita la sua canzone più celebre, il cielo torna sempre a splendere di
un blu radioso.
Tra hard rock e visioni pittoriche, Luciano Regoli ha sempre difeso un sound personale e diretto
Questo articolo nasce da una intervista realizzata conLuciano Regoli, voce e anima della Raccomandata Ricevuta di Ritorno(RRR),
e si inserisce in un progetto editoriale più ampio dedicato all’evoluzione
della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è quello di estrapolare
contenuti e riflessioni che possano diventare un racconto interessante e di
respiro storico-critico, capace di mettere in luce il rapporto tra creatività
artistica e impronta tecnica nella storia della band.
Luciano Regoli
Il controllo del sound
Regoli è sempre stato solito occuparsi personalmente del
sound, con l’aiuto del fonico o del tecnico. È lui a decidere il suono che
vuole, e di solito il produttore o l’ingegnere si adegua alle sue richieste.
Non ha mai avuto esperienze con “produttori fantasma”: al contrario, ha sempre
trovato compagni di viaggio veri e presenti per ogni album.
In Fuga e la scelta hard rock
Un esempio significativo è l’ultimo album della RRR, In
Fuga, che all’inizio ebbe una produzione molto hard rock, voluta
direttamente da Regoli. In questo caso, il fonico ebbe un’influenza importante
sul sound finale, e l’artista ammette che il risultato fu condizionato da
questa impronta tecnica.
Pino Tuccimei: amico e confessore
Il produttore della RRR, Pino Tuccimei, non fu mai un
giudice critico, ma piuttosto un vero amico e confessore. Aiutò la band a
trovare la giustezza del sound dei brani, accompagnando il gruppo in un
percorso di ricerca e consolidamento della propria identità musicale
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma:
una figura che lavora nell’ombra, non cerca visibilità, ma garantisce solidità
e continuità al suono.
Live e performance: precisione e
visione
Nelle performance dal vivo, Regoli ha sempre richiesto ai
suoi tecnici-fonici elementi ben precisi:
un
microfono B58 con un reverbero lungo per esaltare gli acuti,
uno
schermo importante dove proiettare i suoi dipinti durante il concerto,
luci
“infernali”,
e
soprattutto molto volume.
Questi dettagli dimostrano come la sua visione artistica non
si limitasse al suono, ma abbracciasse anche l’aspetto visivo e scenico.
L’analogico come identità del prog
Nel 1972 si registrava in analogico a 8 piste, e per Regoli
quello era il sound giusto per il progressive italiano. Oggi tutto è diverso,
ma per lui il vero prog resta legato al modello antico.
Tra i fonici di riferimento, ricorda con fiducia assoluta TRICK,
tecnico che capiva profondamente la musica della band e che lavorò anche con Ritratto
di Dorian Gray, RRR, Perigeo, Baglioni, Venditti e Jannacci.
Eco Binson e altre tecnologie
Non ricorda invenzioni accidentali particolari, ma sottolinea
l’uso dell’Eco Binson insieme a Claudio Simonetti per Il Ritratto di
Dorian Gray: per i tempi era una tecnologia favolosa.
Creare un sound diverso per ogni
album
Regoli ha sempre cercato di creare un sound diverso, quasi un
genere nuovo per ogni album: dal prog di Un mondo di cristallo al
prog de Il pittore volante, fino a In Fuga. Ogni
lavoro ha avuto una sua identità sonora distinta
La critica alla tecnologia moderna
Oggi, secondo Regoli, il sound è diventato troppo
standardizzato, e la colpa è della tecnologia eccessiva. Per lui, l’epoca
analogica rappresentava la vera essenza del prog, mentre l’attuale uniformità
sonora ha impoverito la ricerca e l’originalità.
Conclusione
La testimonianza di Luciano Regoli mette in luce un percorso
coerente e appassionato: un artista che ha sempre voluto controllare il proprio
sound, scegliendo di volta in volta la direzione da intraprendere. Tra
amici-produttori come Pino Tuccimei, fonici di fiducia come TRICK e tecnologie
iconiche come l’Eco Binson, la storia della RRR si intreccia con quella del
progressive italiano, dimostrando come la ricerca sonora sia stata, e resti, un
atto di libertà e di identità.
A dieci anni esatti dalla pubblicazione di "Giona e
altre storie", uno dei capitoli più densi e seminali della sua
discografia, Valerio Billeritorna a far sentire la voce del profeta e del
mare. Non si tratta però di una semplice operazione nostalgia, ma di
un’immersione totale e "viva" nel suo repertorio, grazie al rilascio
(dal 2 gennaio su Bandcamp) del nuovo album live che celebra questo
anniversario.
In questa registrazione, l'intensità narrativa delle Ombrelettriche
trasforma le canzoni originali in qualcosa di nuovo. Se il disco del 2016 era
un porto di partenza, questo live è la testimonianza di un lungo vagabondaggio
musicale. La scaletta rivela un’evoluzione affascinante: accanto ai pilastri
come "Giona" e "Sta scendendo sera", troviamo
brani che mostrano la maturazione blues e dialettale dell'artista.
Spiccano l'intensità di "Scuotivento" e le
incursioni nel dialetto romanesco di "Er tempo cattivo", dove
i sonetti del Belli si mescolano senza forzature con il blues del Delta. È un
suono "terroso", sporco il giusto, dove le chitarre e l’organo
Hammond disegnano paesaggi che vanno dalle sponde del Tevere alle rive del
Mississippi.
Questo live è un regalo prezioso per chi ama il cantautorato
che non cerca scorciatoie. Valerio Billeri conferma di essere un artigiano
delle parole, capace di traghettare figure bibliche, letterarie e popolari in
una dimensione sonora senza tempo. Scaricare questo lavoro è un atto di
vicinanza a una musica indipendente che continua a resistere, a raccontare e,
soprattutto, a emozionare.
Seguo e scrivo del percorso artistico di Valerio ormai da
molti anni, e poter testimoniare oggi questa sua ennesima trasformazione è per
me un vero piacere: un'evoluzione che conferma la coerenza e la profondità di
un artista che non smette mai di scavare nel fango per trovare la bellezza.
C’è chi vede la batteria come lo strumento che tiene il
tempo, il "motore" nascosto in fondo al palco. E poi c’è Terry Bozzio. Festeggiare il suo compleanno
significa celebrare l’uomo che ha trasformato un insieme di tamburi in
un’orchestra sinfonica, un musicista che ha smesso di essere "solo"
un batterista per diventare un compositore totale.
La storia di Terry non sarebbe la stessa senza l'incontro con
Frank Zappa. Immaginate un giovane musicista che si siede davanti a uno
spartito così fitto di note da sembrare quasi completamente nero: era la
famigerata The Black Page. Molti avrebbero rinunciato, ma Bozzio la
studiò finché non divenne parte del suo DNA.
Il periodo con Zappa non è stato solo una scuola di tecnica,
ma una lezione di libertà. Da lì in poi, Terry ha capito che non esistono
generi, ma solo musica: dal progressive rock spaziale degli UK al pop
eccentrico dei Missing Persons, fino alle collaborazioni con geni della
chitarra come Jeff Beck.
Vedere Terry Bozzio oggi, circondato dal suo leggendario
"monstruous kit", è un'esperienza quasi mistica. Non è per
esibizionismo che il suo set conta decine di tamburi accordati su note precise;
è perché Terry ha bisogno di quelle note per "cantare".
Mentre i suoi piedi mantengono ritmi ossessivi e complessi (i
famosi ostinati), le sue mani intrecciano melodie che sembrano venire da
un altro pianeta. Guardarlo suonare è come osservare un tessitore che crea un
arazzo sonoro, dove ogni colpo di piatto ha un colore diverso.
Oggi Bozzio è solo un veterano del rock; ma è anche un
maestro che continua a studiare, a dipingere (è anche un talentuoso artista
visivo) e a esplorare i limiti del suono. Il suo compleanno non è solo il
traguardo di una carriera incredibile, ma un promemoria per tutti i musicisti:
non smettere mai di cercare la propria voce, anche se quella voce richiede
cento tamburi per essere ascoltata.
Lutto nel mondo della musica: il mondo del rock alternativo
piange la scomparsa di Perry Bamonte,
storico chitarrista e tastierista dei The Cure, venuto a mancare il 26
dicembre 2025 all'età di 65 anni.
L'annuncio è arrivato direttamente dalla band di Robert Smith
attraverso un toccante comunicato ufficiale, che descrive la perdita di un
"amico fedele e un compagno insostituibile".
Perry Bamonte, oltre ad essere un musicista per i The Cure, è
stata una figura presente dietro le quinte e sul palco per decenni. Il suo
percorso con la band iniziò nel 1984 come parte della road crew
(lavorando come tecnico delle chitarre), per poi diventare membro effettivo nel
1990 in seguito all'uscita di Roger O'Donnell.
La sua impronta sonora è indelebile in alcuni degli album più
iconici e amati della band:
Wish
(1992): l'album di successi mondiali come Friday I'm in Love.
Dopo una lunga pausa iniziata nel 2005, Bamonte era tornato a
far parte ufficialmente della formazione nel 2022, partecipando al
trionfale tour mondiale Shows of a Lost World. La sua ultima
apparizione dal vivo resta lo storico concerto di Londra del 1° novembre 2024,
considerato da molti uno dei vertici qualitativi della carriera recente del
gruppo.
Nel comunicato della band, Perry – affettuosamente
soprannominato "Teddy" – viene ricordato con parole cariche di
stima:
"Silenzioso, intenso, intuitivo, costante ed
estremamente creativo. Perry è stato una parte vitale e calorosa della storia
dei Cure. Ci mancherà enormemente."
Oltre al suo contributo con i The Cure, Bamonte era noto per
la sua versatilità: polistrumentista capace di passare dalla chitarra al basso
a sei corde e alle tastiere, era anche un apprezzato illustratore e
appassionato di pesca a mosca, collaborando stabilmente con riviste di settore
come Fly Culture.
La sua scomparsa, avvenuta durante le festività natalizie
dopo una breve malattia, lascia un vuoto incolmabile tra i fan, che lo hanno
sempre amato per il suo stile elegante e la sua presenza schiva ma fondamentale
sul palco.
Se oggi fosse ancora tra noi, Pete
Sinfieldspegnerebbe le candeline
su una torta che probabilmente avrebbe i colori psichedelici e i contorni
mitologici dei suoi testi. Ci ha lasciati poco tempo fa, nel novembre del 2024,
ma la sensazione è che la sua penna non smetterà mai davvero di vibrare tra i
solchi dei dischi che hanno fatto la storia.
Parlare di Sinfield significa parlare dell'uomo che, senza
imbracciare una chitarra sul palco, è riuscito a definire l'identità di un
intero genere musicale. Quando pensiamo ai primi King Crimson, la mente
corre subito ai suoni taglienti di Robert Fripp, ma è stata la fantasia
di Pete a dare un nome e un volto a quella creatura. Fu lui a battezzare la
band, lui a immaginare lo "Schizoide" e lui a dipingere con le parole
quelle corti medievali e quegli specchi d'acqua che hanno reso il rock progressivo
un'esperienza quasi letteraria.
La cosa affascinante di Pete è che non si considerava un
musicista in senso stretto, eppure era ovunque. Nei primi concerti dei Crimson
controllava le luci e il missaggio, quasi fosse un regista che curava
l'atmosfera per permettere alla musica di esplodere. E quando il sodalizio con
Fripp si interruppe, non si fermò affatto. Anzi, portò la sua sensibilità
europea e un po' magica anche in Italia, diventando l'architetto del successo
internazionale della PFM. Se oggi il prog italiano è amato nel mondo, lo
dobbiamo anche al modo in cui lui seppe tradurre quelle emozioni per il
pubblico anglosassone.
Ma la vera sorpresa della sua carriera resta quella virata
incredibile verso il pop degli anni successivi. Vedere lo stesso uomo che
scriveva di "profeti che scrivono sui muri" firmare hit
mondiali per Celine Dion o Cher fa capire quanto fosse profonda
la sua comprensione della parola scritta. Sapeva passare dall'oscurità più
profonda alla luce del pop con una naturalezza disarmante.
Oggi lo ricordiamo come paroliere, e come un visionario che
ha saputo elevare la canzone a forma d'arte, mescolando poesia, filosofia e un
pizzico di sana follia. Riascoltare oggi una canzone come Epitapho
Islands è il modo migliore per fargli gli auguri: perdersi in
quei mondi che lui ha costruito dal nulla, solo con la forza della sua
immaginazione.
Il 26 dicembre del 1939
nasceva Phil Spector, produttore discografico
e compositore statunitense, tra i più influenti e rivoluzionari della storia
della musica contemporanea.
Il suo nome è associato in modo
indelebile al Wall of Sound, la tecnica
di produzione sonora da lui creata capace di cambiare per sempre il mondo della
musica leggera in tutto il mondo.
Qualche
approfondimento.
Il Wall of Sound, chiamato anche
Spector Sound, fu da lui sviluppato nei primi anni Sessanta nei Gold Star
Studio di Los Angeles. A quei tempi Phil era già famoso nell’ambiente per la
sua personalità eccentrica e per le idee, poco convenzionali. Di fatto realizzò
una tecnica capace di trasformare le canzoni in piccole sinfonie.
Ma perché si trattò di innovazione?
Partendo dalla classica
strumentazione basso-chitarra-batteria, tipica del pop rock e del rhythm and
blues da classifica di quegli anni, Phil aggiunse in fase di produzione
strumenti tipici della musica orchestrale, come archi, ottoni, timpani,
percussioni e altri strumenti che mai erano stati utilizzati nel pop in
passato. Le parti orchestrali venivano registrate e poi sovrapposte alla musica
del gruppo, spesso raddoppiandoli o triplicandoli, creando un suono quasi
unisono densissimo, capace di avvolgere l’ascoltatore in una massa sonora
continua.
Di brani che possono esemplificare
l’utilizzo della tecnica del Wall of Sound ce ne sono molti ovviamente dei
Beatles, il gruppo più famoso tra quelli con cui collaborò Spector. Ma uno dei
primi esempi fu Be My Baby, canzone del 1963 interpretata dalle
Ronettes...
Altri esempi importanti sono Sleigh
Reid, sempre delle Ronettes, ma anche alcuni lavori di grandi gruppi come Beach
Boys e Rolling Stones. Lo stesso Leonard Cohen, con cui Spector collaborò in
diverse occasioni, divenne esempio del Wall of Sound con l’album Death of a
Ladies Man, datato 1977.
Si ricorda che Phil Spector nel 1989 venne
introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame come non interprete e che la rivista
Rolling Stone lo ha inserito al 64º posto nella sua classifica dei 100 migliori
artisti di tutti i tempi.
Nell'ultima parte della sua vita
divenne noto anche per l'eccentricità e il comportamento narcisista e
ossessivo: nel 2009 fu condannato a 19 anni di carcere per omicidio di
secondo grado in seguito all'uccisione di Lana Clarkson, avvenuta nel 2003.
È
deceduto un anno fa, il 16 gennaio del 2021, durante la sua detenzione, per
complicazioni legate al COVID-19, a seguito delle quali era stato trasferito
dal carcere in un ospedale: aveva 81 anni.
“Sdraiato sull’arcobaleno”, di Maurizio Ciro Donnarumma
(a partire dall’ascolto del singolo “Momenti”)
A volte basta un link condiviso con semplicità per aprire una
porta inattesa. “Spero però che vorrai ascoltare questo brano scritto e
cantato da me”, scrive Maurizio Ciro
Donnarummapresentando Momenti, accompagnato da un augurio di
buone feste e dal link al suo video su YouTube. È un invito gentile, quasi
timido, che non lascia intuire la profondità del progetto da cui il brano
proviene: l’album Sdraiato sull’arcobaleno, disponibile su tutte
le piattaforme streaming.
Ed è proprio partendo da Momenti che si comprende la
natura del lavoro di Donnarumma: un cantautore che arriva tardi alla
pubblicazione, ma con una voce già pienamente formata, nutrita da vita vissuta,
ricordi, lutti e passioni coltivate per decenni.
Sdraiato sull’arcobaleno non è un disco costruito per il mercato: è un atto di
restituzione. Donnarumma raccoglie quindici brani scritti in momenti diversi
della sua esistenza e li porta finalmente alla luce grazie a un lavoro
artigianale svolto nel suo studio domestico. Il titolo richiama il brano
dedicato al figlio Nicola, scomparso nel 2002: una canzone che non cerca la
tragedia, ma la luce, come se la musica potesse trasformare il dolore in un
gesto di continuità.
Il singolo che l’autore propone come primo ascolto è
emblematico del suo stile: una scrittura diretta, melodie immediate, una voce
che non punta alla perfezione ma alla sincerità. È un brano che funziona come
chiave d’accesso all’intero album: semplice in superficie, ma attraversato da
una malinconia gentile che invita a esplorare il resto del repertorio.
L’album si muove tra un rock morbido, profumo di blues e
funky, ballate cantautorali e incursioni latine.
Questa varietà è uno dei punti di forza del progetto, anche
se talvolta rischia di frammentare l’ascolto. Ma è una scelta coerente con la
natura dell’autore: Donnarumma non costruisce un “concept”, ma un mosaico di
esperienze.
Il vero centro dell’album sono i testi. Donnarumma scrive
come chi ha attraversato stagioni diverse della vita e ha imparato a guardarle
con lucidità. Non c’è retorica, non c’è artificio: solo storie, ricordi,
riflessioni. La voce, pur non essendo tecnicamente impeccabile, ha una qualità
rara: credibilità.
Il disco porta con sé la firma di una produzione domestica,
con il pregio dell’autenticità, spontaneità, assenza di sovrastrutture; a
cercare qualche limite si potrebbe indicare qualche rigidità negli
arrangiamenti e un mix non sempre equilibrato.
Ma questi aspetti non indeboliscono il progetto: lo
caratterizzano. È un album che non finge di essere ciò che non è.
Donnarumma usa questa definizione con ironia, ma è perfetta:
non è un giovane in cerca di visibilità, è un autore che ha finalmente trovato
il coraggio di condividere ciò che ha scritto per una vita intera.
Sdraiato sull’arcobaleno è un album sincero, emotivo, imperfetto e
profondamente umano. Non punta alla spettacolarità, ma alla verità.
Fairytale of New Yorkè una canzone natalizia del gruppo
irlandese The Pogues, pubblicata nel
1987, ed eseguita insieme alla cantante Kirsty
MacColl.
Il brano, una ballata in stile folk
irlandese, è stato scritto da Jem Finer e Shane MacGowan (che ci ha lasciato pochi giorni fa) e fa
parte dell'album del gruppo intitolato If I Should Fall from Grace with God.
L'arrangiamento è di Fiachra Trench.
È stata votata come migliore canzone
natalizia di tutti i tempi in vari sondaggi televisivi, radiofonici e
giornalistici effettuati nel Regno Unito e in Irlanda.
Originariamente la canzone doveva
essere un duetto tra Shane MacGowan e la bassista dei Pogues Cait O'Riordan, ma
quest'ultima lasciò il gruppo nel 1986, prima che il brano fosse stato
completato. All'epoca il produttore dei Pogues era Steve Lillywhite, che chiese
a sua moglie Kirsty MacColl di registrare una traccia per la voce femminile che
fungesse da linea guida in una versione demo del pezzo. L'esecuzione della
MacColl piacque così tanto ai Pogues che le chiesero di interpretare il brano
anche nella sua versione definitiva.
Il brano descrive una sorta di sogno
ad occhi aperti di un immigrato irlandese che sta passando la vigilia di Natale
smaltendo una sbornia chiuso in una cella da ubriachi a New York. Quando un
altro ubriaco chiuso con lui nella cella si mette a cantare una strofa della
ballata irlandese The Rare Auld Mountain Dew il narratore (MacGowan) inizia a
sognare il personaggio femminile del brano. Il resto della canzone (che può
essere interpretato come un monologo interiore) prende la forma di un botta e
risposta tra la coppia, che la vigilia di Natale, litigando, parla delle
proprie speranze giovanili distrutte dall'alcolismo e dalla dipendenza dalla
droga.
Il canto melodioso della MacColl crea
un forte contrasto con la voce rauca e impastata di MacGowan, e le strofe sono
di tono talvolta dolce-amaro altre semplicemente amareggiato: es. Happy
Christmas your arse/I pray God it's our last (It. "Buon Natale stronzo! / Prego
Dio che sia l'ultimo insieme"). I versi Sinatra was swinging e cars
as big as bars (It. "Sinatra cantava lo swing" e "Automobili
grandi come bar") lasciano intendere che la storia sia ambientata verso la
fine degli anni quaranta.
Il titolo, ripreso dal romanzo A
Fairy Tale of New York dello scrittore James Patrick Donleavy, venne scelto
dopo che il brano era stato già registrato.
Il
video
Nel
brano MacGowan e la MacColl intonano per due volte, "The boys of the
NYPD choir still singing "'Galway Bay" (It. "I ragazzi del coro della
NYPD stanno cantando 'Galway Bay'"). Il Dipartimento di polizia di New
York in realtà non ha un coro, ma dispone di una banda di percussioni e
cornamuse che ha partecipato alla realizzazione del video. La banda non sapeva
suonare Galway Bay e, mentre veniva filmata, suonò invece la sigla del Mickey
Mouse Club; il filmato venne poi opportunamente rallentato in fase di
produzione per adattarlo al ritmo del brano.
Al video ha preso parte l'attore Matt
Dillon, che ha interpretato il poliziotto che arresta lo sbronzo MacGowan.
Censura
Il 18 dicembre 2007 l'emittente
radiofonica BBC Radio 1 censurò le parole "faggot" (it.
frocio) e "slut" (it. puttana) da Fairytale of New York
per "evitare di commettere un reato". Le parole, cantate dalla
MacColl e da MacGowan come insulti reciproci, furono coperte da un suono. La
madre di Kirsty MacColl definì la censura "ridicola", mentre i
Pogues dissero di averla trovata "divertente". La BBC in un
comunicato disse: "Abbiamo trasmesso una versione modificata perché
alcuni ascoltatori potrebbero trovare l'originale offensivo". Più
tardi, la stessa sera, l'emittente fece marcia indietro e fece sapere che, dopo
una giornata passata a sentire le critiche di artisti e ascoltatori, avevano
deciso di ritornare sulla propria decisione. Sempre la stessa sera andò quindi
in onda anche la versione integrale. Gli altri canali della BBC, tra cui la
tendenzialmente conservatrice BBC Radio 2, continuarono a trasmettere la
versione originale.
Anche MTV ha rimosso e reso
incomprensibili le parole "slut", "faggot" e
"arse" al momento di trasmettere il brano.
Popolarità
La canzone fu lanciata nel Regno
Unito e in Irlanda nel novembre 1987 e divenne rapidamente un successo,
trascorrendo cinque settimane al primo posto della classifica di vendita
irlandese. Il 17 dicembre 1987 i Pogues e la MacColl eseguirono il brano nel
popolare spettacolo televisivo della BBC Top of the Pops, esibizione che spinse
Fairytale of New York al secondo posto della classifica ufficiale UK Top 75.
Il brano concluse al 48º posto tra i
più venduti del 1987 nonostante fosse stato in vendita solo per un mese e non
ottenne il primo posto nella Classifica britannica dei singoli natalizi, andato
alla cover di Always on My Mind dei Pet Shop Boys. Sembra che MacGowan abbia
commentato il fatto con la sua tipica "delicatezza" affermando:
"Siamo stati battuti da due checche e una drum machine". In seguito,
la Mac Coll dichiarò di non essersi in realtà mai sentita in competizione con i
Pet Shop Boys, in quanto facevano un genere di musica completamente diverso.
La canzone fu ripubblicata dai Pogues
nel Regno Unito nel 1991 (raggiungendo il 36º posto) e nuovamente nel Regno
Unito e in Irlanda per il Natale 2005, raggiungendo il 3º posto della
classifica nel Regno Unito. Tutti i proventi di quest'ultima edizione furono
devoluti parte a varie associazioni che si occupano dei senzatetto e parte a
Justice for Kirsty, una campagna di sensibilizzazione organizzata per far
emergere la verità riguardo alla morte della MacColl, avvenuta nel 2000.
Nel 1996 è stata usata come brano
introduttivo del film Basquiat.
Con l'avvento del fenomeno del
download, che ha permesso a un brano di entrare nelle classifiche di vendita
anche senza la presenza di un supporto fisico, Fairytale of New York ha
fatto regolarmente il suo ingresso nella classifica dei singoli più venduti nel
Regno Unito e in Irlanda nel dicembre di ogni anno a partire dal 2005. Verso la
fine del 2012 ha raggiunto il milione di copie vendute nel Regno Unito.
Il 22 dicembre 2005 i Pogues hanno
eseguito il brano in uno speciale televisivo condotto da Jonathan Ross su BBC
One; il posto della MacColl come interprete femminile fu preso dalla cantante
Katie Melua. Si trattò della prima esecuzione televisiva del pezzo da parte dei
Pogues dopo il 1988.
Nel dicembre 2012 la canzone è stata
ripubblicata per celebrarne il venticinquennale.
Il brano, eseguito dal cantante folk
irlandese Christy Moore, è presente sul suo album del 1991 Smoke and Strong
Whiskey.
Nel 2011 Angelo Branduardi ne ha
scritto una versione in italiano intitolata Favola di Natale a New York,
cantata con Fawzia Selama e inclusa nell'album Così è se mi pare.
A volte gli incontri più interessanti avvengono per puro
caso. Pochi giorni fa ho conosciuto Gianna
Williams, una musicista dalla solida formazione come arpista che,
negli ultimi due anni, ha intrapreso un viaggio affascinante verso un oggetto
sonoro tanto raro quanto suggestivo: il Dulcimer
appalachiano(o mountain dulcimer).
Inutile dire che sono rimasto immediatamente incantato dalle potenzialità di
questo antico cordofono, dalla sua apparente semplicità e dall’entusiasmo
contagioso di Gianna.
Sapevo che, negli anni '70, il dulcimer era stato il compagno
di viaggio di miti del rock e del folk come Joni Mitchell (che ne fece
l'ossatura dell'album Blue) e Brian Jones dei Rolling Stones. Ma vederlo
dal vivo rivela una magia tecnica del tutto particolare. Si suona disteso sulle
ginocchia e, a differenza della chitarra, presenta una tastiera diatonica
(simile ai soli tasti bianchi del pianoforte); questa caratteristica gli
conferisce quel sapore arcaico e dolce tipico della musica celtica e folk.
La sua voce è resa unica dal sistema "a bordone":
mentre si modula la melodia su una corda, le altre emettono una nota costante,
creando un tappeto sonoro ipnotico simile a quello delle cornamuse. Ma
descriverlo solo tecnicamente, pensando ad un solo metodo performativo, sarebbe
limitativo: Gianna Williams, che ha alle spalle una storia personale
incredibile e intensa, ha trovato in questo "legno" una nuova forma di
espressione.
Ecco l'intervista che le ho fatto per scoprire questo mondo.
Gianna, tu vieni da uno strumento regale e complesso come
l’arpa. Cosa ha fatto scattare la scintilla per il dulcimer appalachiano? È
stato un incontro casuale o una ricerca deliberata?
Avevo già incontrato il dulcimer cantando in uno spettacolo
celtico a Genova vent’anni fa, ma non aveva catturato la mia attenzione più di
tanto, proprio mentre avevo appena iniziato a suonare l’arpa celtica. Poi,
esattamente due anni fa, la Vigilia di Natale, mi trovavo a casa di mio cognato
irlandese, che colleziona strumenti musicali. Notando un dulcimer appeso al
muro, gli chiesi se potessi provarlo. Lui lo staccò, me lo mise in braccio e
disse: “Te lo puoi prendere!”. In quel momento me ne sono innamorata. Poco dopo
ho scoperto, grazie a una virtuosa americana dello strumento, Jessica Comeau,
il modo moderno di suonare il dulcimer, cioè con gli accordi e non solo a
bordone. La facilità tecnica dello strumento (che può comunque raggiungere
vette di virtuosismo impressionanti nelle mani esperte) non impedisce di creare
arrangiamenti capaci di arricchire anche le melodie più semplici. Un
principiante si sente subito gratificato, e non è un caso che in molte scuole
americane il dulcimer venga usato come introduzione alla musica, al posto del
flauto dolce. Per esempio, viene dato ai bambini che vorrebbero suonare la
chitarra ma non riescono ancora a maneggiarla.
Da quanto mi hai raccontato, la tua storia personale è carica
di vissuto. Puoi sintetizzare il tuo percorso? E in che modo le tue esperienze
di vita hanno influenzato la necessità di abbandonare la “perfezione” dell’arpa
per cercare un suono più nudo e ancestrale come quello del dulcimer?
Sono un’italiana nata in Australia; da lì ci siamo trasferiti
prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra. È proprio a Chicago, da bambina,
che mi sono innamorata della musica irlandese. A quei tempi si diceva che ci
fossero più irlandesi a Chicago che in Irlanda… In seconda elementare portarono
in classe un’arpa classica, e ricordo che, seduta ad ascoltarla, pensai: “È lo
strumento più bello del mondo, ma sarà troppo difficile per me”. A otto anni mi
sembrava enorme, con tutte quelle corde di colori diversi e sette pedali:
impossibile. Così, ogni volta che pensavo a quale strumento volessi suonare,
scrivevo “arpa” in cima alla lista, ma poi la cancellavo subito, scoraggiata da
quella prima impressione. Tutto cambiò mentre preparavamo quello spettacolo a Genova.
Ero stata coinvolta come cantante dopo essermi esibita in uno spettacolo
amatoriale in onore di Fabrizio De André a Ceriana, dove abitavo, un paese
famoso per i suoi cori e la tradizione dei canti dialettali. Un’attrice che
collaborava con il flautista Gian Castello mi “scoprì” e mi propose di
partecipare allo spettacolo Merlino l’Incantatore al Teatro Garage di
Genova. In quell’ensemble mi trovai davanti per la prima volta un’arpa celtica
e, ormai adulta, mi resi conto che non era affatto così complicata come avevo
pensato. A 35 anni iniziai a studiarla con tale assiduità che compagno e familiari
cercavano di dissuadermi: dicevano che trascuravo il lavoro, che spendevo
troppo (le arpe, soprattutto quelle classiche, costano!). Ma la passione era
troppo forte. Con l’arpa celtica riaffiorarono anche le canzoni irlandesi della
mia infanzia. Il mio percorso arpistico è sempre stato fortemente folk-celtico:
una musica che sa di antico, essenziale, ma anche di delicatezza. Quando
un’arpista classica prende in mano la mia arpa, a volte mi viene da mettermi le
mani nei capelli per l’eccessiva forza e ricchezza del loro stile, che trovo un
po’ istrionico e melodrammatico. Una volta un’arpista classica mi ha persino
spaccato la cassa armonica, strappando gli accordi con troppa violenza… Per
questo il dulcimer si inserisce perfettamente nella mia concezione della musica
antica, celtica, sognante, delicata, giocosa come un folletto.
Passare dalla postura verticale dell’arpa a quella
orizzontale del dulcimer cambia completamente il rapporto fisico con la musica.
Come è stato rieducare il corpo a questo nuovo modo di “abbracciare” lo
strumento?
Sia l’arpa che il dulcimer possono risultare difficili da
tenere in equilibrio all’inizio. L’arpa deve rimanere sospesa, appoggiata
appena sulla spalla destra del musicista, in bilico. Il dulcimer, invece,
tenuto sulle gambe, spesso sembra scivolare via, soprattutto quando un
principiante tende a premere troppo forte per compensare l’imprecisione delle
dita vicino ai tasti. Esistono però vari accorgimenti per migliorarne la
stabilità, come la cintura da chitarra o i possum pads, cuscinetti
antiscivolo applicati alla base. La mia difficoltà maggiore deriva dalle dita
iperflessibili, che non riescono a mantenere la forma curva quando devono
premere qualcosa. Con l’arpa non ho problemi, perché le dita tirano le corde;
con il dulcimer, invece, devono premere, e tendono a cedere. Mia sorella ha
dovuto rinunciare al violino per la stessa ragione. Disperata, mi sono rivolta
a Internet e ho scoperto degli anelli che aiutano a sostenere le dita. Non
risolvono completamente il problema, ma insieme alla ridotta necessità di
pressione tipica dei principianti, mi permettono di gestirlo. All’inizio mi
imbarazzavano, ma poi ho notato che suscitano curiosità negli ascoltatori e
negli altri musicisti.
Il dulcimer è caratterizzato dal sistema “a bordone”, quel
ronzio costante che accompagna la melodia. Cosa provi quando quel tappeto
sonoro ipnotico inizia a vibrare sotto le dita?
Il bordone è un suono ancestrale. In un gruppo dove suono con
una ghironda e una piva emiliana, anch’esse a bordone, la combinazione colpisce
davvero tutti. La natura ritmica del bordone del dulcimer, unita alla trompette
della ghironda, crea un’energia e uno slancio sorprendenti, perché non
appartengono ad altri generi musicali, dal pop alla classica. È un suono
antico, folk, che evoca visioni di guerrieri nella nebbia delle foreste
nordiche. Nelle session di dulcimer, inoltre, il bordone permette ai
principianti di suonare insieme ai più esperti: basta fare il bordone e
funziona. Ma ciò che mi entusiasma di più è la facilità con cui posso prendere
una melodia semplice e, giocando con i tasti, far emergere arrangiamenti ricchi
e sorprendenti, che non mi vengono quando arrangio la stessa melodia all’arpa.
È il piccolo miracolo di queste tre umili corde: metà delle volte trovo accordi
stupendi senza sapere nemmeno come si chiamano.
A differenza della chitarra, il dulcimer è uno strumento
diatonico. Questo limite è per te un ostacolo o una libertà?
Esiste anche il dulcimer cromatico, ma molti musicisti
obiettano che, a quel punto, tanto vale comprarsi una chitarra. Per me,
abituata all’arpa celtica – anch’essa fondamentalmente diatonica, perché si può
modulare solo interrompendo l’esecuzione per alzare o abbassare una levetta –
il dulcimer è perfetto. I dulcimer moderni hanno adottato il tasto 6+, cioè un
tasto intermedio tra il sesto e il settimo, e, più raramente, il tasto 1+, che
mi ha cambiato la vita. Permette modulazioni tipiche della musica antica e
rinascimentale, modalità che amo inserire negli arrangiamenti. È molto più
facile creare nuovi arrangiamenti con uno strumento diatonico, soprattutto se
consente un minimo di modulazione.
Il dulcimer vive di accordature aperte. Come scegli
l’accordatura per i tuoi brani e quanto influisce sul “colore” della storia che
vuoi raccontare?
Oggi i dulcimer sono quasi sempre accordati in Re, talvolta
abbassati in Do a seconda dei musicisti o dei cantanti con cui si suona. Con il
capotasto al primo tasto si ottiene il Mi minore, e queste sono le tonalità
principali. Nella musica irlandese – che costituisce una parte importante del
repertorio tradizionale del dulcimer, grazie agli irlandesi e scozzesi emigrati
negli Appalachi – molti brani sono in Re, Sol o Mi minore. Nella musica
tradizionale celtica la tonalità non si cambia, ed è anche per questo che
musicisti che non si conoscono possono suonare insieme immediatamente: una giga
nata in Re sarà sempre suonata in Re. Niente spartiti, niente leggii. Mi è
capitato di trovarmi in un pub nell’Irlanda del Nord con un’arpa e di suonare
insieme a perfetti sconosciuti: le melodie della tradizione sono impresse nelle
dita. È una conversazione tra estranei in un’unica lingua comune, l’esperanto
della musica.
Negli anni ’70 artisti come Joni Mitchell e Brian Jones hanno
portato il dulcimer nel rock. Ti senti parte di quella tradizione o stai
cercando nuove sonorità?
C’è un grande interesse per la musica antica e
rinascimentale, che sta rivoluzionando il repertorio dello strumento,
tradizionalmente legato al folk irlandese e scozzese. Questo mi entusiasma
molto, ma ho anche l’ambizione personale di inserire brani popolari italiani
nel repertorio del dulcimer. Con il mio gruppo Mormorè sto scoprendo molta
musica tradizionale piemontese e lombarda, e vedo che il dulcimer vi si
inserisce benissimo. Recentemente abbiamo registrato Calissun con
dulcimer, ghironda e piva: è stato accolto con grande entusiasmo dalla comunità
britannica del dulcimer e sarà incluso in una raccolta natalizia, cosa che mi
ha fatto molto piacere. Ad aprile spero di insegnare Calissun in un
festival nel nord dell’Inghilterra e di suonarlo dal vivo. Con una cantante
abbiamo musicato tre canzoni di Ceriana per dulcimer, presentate la scorsa
estate alla festa di musica tradizionale di Santa Brigida, a Dolcedo.
Un’insegnante americana di origini italiane, Nina Zanetti, sta lavorando per
recuperare e arrangiare canzoni italiane per dulcimer, organizzando lezioni nei
festival online – oggi il principale metodo di formazione per questo strumento
– e sta pubblicando un libro di arrangiamenti italiani. Con lei collaboro
correggendo le traduzioni dei testi e suggerendo brani.
Qual è l’ostacolo più grande nel far capire al pubblico
moderno il valore di uno strumento così antico?
Quando presento il dulcimer negli stage o suonando per
strada, la gente rimane sempre molto colpita e fa molte domande; spesso lo
prende in braccio e si entusiasma. Ho persino fatto stampare un bigliettino che
spiega le sue origini e include i contatti del gruppo Facebook Amici del
Mountain Dulcimer. Gli ostacoli, quindi, sono pochi, se si riesce a far
conoscere lo strumento. Quando l’anno scorso ho organizzato la visita di due
insegnanti americani, i loro concerti erano gremiti e rappresentavano i due
principali filoni dello strumento: uno legato alla cultura degli Appalachi e
l’altro alla musica medievale europea, che la seconda insegnante aveva
arrangiato per dulcimer.
Il dulcimer è spesso definito uno strumento “democratico” e
facile da approcciare. Concordi?
Io lo vedrei benissimo sostituire il flauto dolce come primo
approccio alla musica nelle scuole, come avviene in molte scuole americane. In
pochi minuti anche i bambini riescono a suonare semplici melodie, con grande
soddisfazione.
Qual è il tuo sogno o il tuo prossimo progetto per riportare
il dulcimer appalachiano al centro dell’attenzione?
Grazie all’influenza della musicista Jean Ritchie, negli anni
’50 il dulcimer ha vissuto una rinascita negli Stati Uniti, influenzando poi la
musica pop e rock, dai Rolling Stones a Joni Mitchell fino a Cyndi Lauper. Oggi
in Gran Bretagna c’è una bellissima comunità di dulcimer che mi sostiene da
quando ho iniziato. Il mio sogno è creare una comunità anche in Italia.
Qualunque strumento che riporti le persone – bambini e adulti – a fare musica,
per piacere personale o per condividerla, attingendo anche alla nostra
ricchissima tradizione, merita ogni sforzo. Esistono dulcimer per principianti
facilmente acquistabili e poco costosi, belli anche da appendere al muro e che
non occupano spazio. Dopo i due stage che ho organizzato nel Ponente ligure
l’anno scorso, stiamo preparando con il Sermig di Torino uno stage a giugno,
con un docente molto conosciuto e amato: Rob Brereton. L’evento includerà
lezioni, un concerto dei docenti (in contemporanea ci sarà anche uno stage di
cetra con Maguy Gerentet) e il saggio finale degli allievi. Spero anche di
coinvolgere i liutai italiani che costruiscono dulcimer da anni. La scorsa
estate ho scritto un articolo per la rivista del Nonsuch Dulcimer Club,
presentando il liutaio italiano Valerio Gorla, attivo da molto tempo. Spero che
al Sermig possa nascere un festival del dulcimer a 360 gradi, dove
partecipanti, liutai e pubblico possano condividere il loro entusiasmo per
questo strumento. Nel frattempo, sono felicissima di presentarlo ovunque: nelle
scuole, nei mercatini, nei festival. Vorrei solo essere più brava nel
dimostrare tutte le possibilità sonore e tecniche del dulcimer, davvero
infinite nelle mani giuste.
Da parte mia, l’auspicio è di poter approfondire
ulteriormente il dulcimer e, magari insieme a Gianna, dare vita a un workshop
che contribuisca a farlo conoscere e apprezzare anche nel nostro territorio.