Poco più di un anno fa mi trovavo a commentare
l’album eponimo di Viola Nocenzia cui fa seguito oggi “Pensiero
Viola”, libro scritto a quattro mani con il giornalista Leonardo Lodato.
Siamo di fronte ad una certa
consequenzialità non programmata, fiorita in modo spontaneo, e
quindi il mio punto di partenza resta il commento al disco, fruibile al seguente
link:
Da quel momento il fenomeno “Viola
Nocenzi” esplode e lo spazio che le viene donato dai media in un periodo in
cui regna l’assoluta mediocrità porta a pensare che ci sia ancora qualche
possibilità per le proposte di qualità.
Viola ha un nome ingombrante e
frequentazioni pesanti, laddove gli aggettivi “ingombrante e pesante” fanno
riferimento ad uno status oggettivo, immodificabile, non certo negativo, ma è
un dato di fatto che appartenga ad una certa nobiltà musicale, potenzialmente
facilitatrice.
Succede in qualsiasi tipo di rappresentazione
professionale che il cognome altisonante rappresenti un muro in più da
superare, forse il più duro, ma una volta oltrepassato l’ostacolo le
soddisfazioni potranno arrivare in modo copioso.
Il vantaggio di Viola è semmai quello
di aver vissuto in un contesto privilegiato, o forse sarebbe meglio dire super
stimolante dal punto di vista artistico, ma tali fortune devono obbligatoriamente
accoppiarsi al talento e allo spirito di sacrificio, una sorta di “fame
positiva” che non si ottiene per eredità o come atto dovuto.
Tutti gli indicatori di cui siamo in
possesso dicono che Viola Nocenzi ha imboccato un cammino tutto suo, che si basa
su variegate skills, su di un gusto sopraffino, su una voce fuori dal comune,
su di un’immagine gradevole e vincente, mantenendo però grande naturalezza e
semplicità; e se esistono validi consiglieri, beh… ringraziamoli!
Il libro dunque.
La formula epistolare utilizzata
riporta al passato, ai tempi in cui la tecnologia ci imponeva i lunghi vuoti
postali che legavano la domanda alla risposta, e anche se la comunicazione tra
Viola e Leonardo avrà goduto soprattutto della velocità del “Uozzapp” - così viene
definito nel libro - la numerazione delle varie lettere riconduce ad un modello
antico, sicuramente piacevole.
Mi sono immedesimato e ho ripensato ai
mille scambi di opinioni che da anni mi legano all’autrice, con aneddoti che
potrebbero esaltarne la sua professionalità, riferiti a momenti in cui la sua
strada era ancora … in via di sviluppo.
Lo ammetto, ho bonariamente invidiato
Leonardo Lodato per la sua opportunità, ma il risultato ottenuto mi appare davvero
originale.
Alla base esiste la semplicità del
dialogo a distanza, un incontro tra persone che dimostrano affinità elettiva,
quel “Entanglement” proposto in un brano dell’album e galleggiante nel libro, termine
che fa riferimento ad un legame speciale che può esistere tra due persone che
riescono ad annullare la lontananza fisica attraverso una sorta di naturale dipendenza
reciproca che, in questo caso, una penna immaginaria riesce a nutrire.
E se Foscolo avesse potuto leggere e
commentare “Pensiero Viola”, senza indugio, avrebbe cercato un nuovo concetto sovrapponibile
alla sua “corrispondenza di amorosi sensi”.
Una delle caratteristiche a mio
giudizio importanti è l’idea di scrittura, ovvero il mezzo utilizzato per
raggiungere il fine.
Pagina dopo pagina, entusiasmo dopo entusiasmo,
scoperta dopo scoperta, rimane presente un’immagine fortissima - almeno per me
che ho vissuto la preistoria -, quella della “penna e calamaio”, e mi è apparsa
vivida l’azione atta ad intingere il pennino per bagnarlo di inchiostro, lasciando
qualche macchia sul foglio immacolato, quelle chiazze che fanno parte del
dialogo, quelle note che potrebbero sembrare superflue ma che ci permettono di
entrare nella vita intima - sino al livello che ci è concesso - di due persone differenti - per cultura
e tipologia di vita -, magicamente unite da un legame impalpabile ma
concreto.
La vita di Viola emerge con tutti gli
affetti e le esperienze formative, un quadretto che completa il progetto
discografico a cui accennavo. Ma più che la musicista prevale la donna, un superamento
dell’artista a favore del “comune e quotidiano”.
Ma si scopre anche un po’ di storia
di Lodato, gli aspetti fondanti della sua professione, un iter “costruttivo”
che, se riferito all’elemento “MUSICA”, mi pare facilmente condivisibile.
Il rock, il prog, la musica italiana
e quella straniera, una colonna sonora importante che si può estrapolare dalla
playlist proposta a fine libro, un viaggio nel tempo, molto trasversale e privo
di etichette.
Faccio mie le parole che chiudono la
prefazione di Pamela Villoresi, evitando il racconto dei dettagli che lascio alla
scoperta del lettore:
“Questo libro sarà per ciascuno di
voi un viaggio diverso, un’opportunità da acchiappare al volo e partire per il
proprio viaggio… grazie a Leonardo e naturalmente a Viola”.
A Viola e Leonardo regalo una delle
mie citazioni preferite che, non so perché, si è materializzata davanti a me a
fine lettura: “Progressione… progressione, non perfezione!”
Chissà, forse potrebbe essere oggetto
del loro prossimo scambio epistolare!
Scrivere di "Viola Nocenzi", album di esordio di Viola Nocenzi, mi obbliga ad un rigore
supplementare, perché sono legato a lei da lunga e consolidata amicizia…
virtuale, un concetto apparentemente eccessivo, ma nel pieno spirito del
progetto che Viola ci propone. Urge in ogni caso il massimo dell’obiettività.
Sottolineare il termine “esordio”
potrebbe trarre in inganno: non siamo al cospetto di un’artista che spunta
fuori dal nulla, ma Viola ha una solida formazione musicale, studi approfonditi
specifici, esperienze importanti, tanta gavetta e, naturalmente, un DNA che
gioca a suo favore.
C’è poi da descrivere il “Suo”
strumento, una voce incredibile che può sfruttare un’estensione vocale non
comune (quattro ottave), una dote naturale che lei ha nutrito con l’applicazione
e che la rende performante sia nel registro basso che in quello alto, con
l’impressione, a tratti, di ascoltare di una vocalità operistica.
L’album “Viola Nocenzi” nasce al pianoforte, ed è
figlio della stretta collaborazione tra l’autrice - che firma tutte le musiche,
oltre al testo della conclusiva “Bellezza” - e lo scrittore siciliano Alessio
Pracanica.
Della cinquantina di brani
disponibili, alcuni dei quali creati anni fa, emergono sette perle, un numero
magico per Viola, che propone in ogni episodio una parte di sé, e la
sintesi del pugno di canzoni fa esplodere la concettualità che si cela -
neanche troppo - dietro al progetto.
Il file rouge che annoda i sette
pensieri di Viola si manifesta nella celebrazione dell’amore e della bellezza,
con il focus puntato su aspetti interiori e metafisici, e quindi su tutto ciò
che ruota attorno ad elementi relazionali, non solo all’interno di una coppia.
Ma per raggiungere obiettivi leciti e
ambiziosi - la comprensione, il perdono, la comunione di intenti, un credo che
sia coltivato nel quotidiano - occorre possedere delle virtù, cosa non certo scontata,
e il racconto dell’artista fa emergere, passo dopo passo, le sue qualità
personali, diventando al contempo monito e suggerimento, una via di uscita in
tempi bui.
Ma mi piace sottolineare come gli
aspetti estetici abbiano una loro valenza - spesso si ha timore nel metterli in
primo piano -, perché l’osservazione della magnificenza della natura, di un
quadro di uno sconosciuto o di un volto umano, possono fornire una scossa, o
più semplicemente dare gioia e serenità, esattamente come riesce a fare una
canzone… quella giusta per ognuno di noi.
Guardando dall’alto il lavoro nella
sua globalità si registra una certa atipicità.
Non troviamo né i caratteri della
musica progressiva - Viola si nutre da sempre di quel cibo musicale - né la
leggerezza pop che ci viene propinata oggigiorno dai media, ma la proposta è
fatta di sonorità estremamente moderne che legano episodi in cui spicca la
poesia e la capacità interpretativa. Inutile definire il genere di un album che
è il compendio di tante esperienze e skills, molto meglio assaporare ogni
singola perla, perché di questo si tratta.
Ovviamente la sezione “arrangiamenti”
può contare sull’eccellenza assoluta, ovvero la supervisione dello “Zio Gianni”
- che partecipa anche come strumentista (piano elettrico, pianoforte, sampler,
orchestrazione archi) e sulle competenze enormi di Lo Zoo di Berlino, i cui
elementi sono:Andrea
Pettinelli (rhodes, hammond, synth, theremin, mellotron), Diego Pettinelli
(basso elettrico, sampler, elettroniche, programming) e Massimiliano Bergo
(batteria, percussioni, drum machine), oltre a Roberto Masotti (percussioni);
Viola Nocenzi suona il pianoforte, ovvero lo strumento studiato una vita, con
cui crea ogni canzone.
Provo a fornire qualche immagine
seguendo il percorso, step by step:
Apre il sentiero “Viola”,
potenzialmente una hit, se fossimo in un paese normale.
“Viola” è - anche - un colore, ma ad
esso è immediatamente collegato un profumo; la stimolazione dei sensi non passa
solo attraverso le possibilità visive, e la capacità di eliminare le scorie
negative e guardare il mondo circostante con un po' di comprensione può aiutare
nel fornire “tinteggiatura” differente da quella imposta e a quel punto potremo
avere nuovi occhi che ci regaleranno la realtà. Un urlo preoccupato diventa un
monito: “… non vedi… il cielo è viola…”.
Musicalmente accattivante, tra
elettronica e maestosità sinfonica.
A seguire “Lettera da Marte”,
ovvero il brano uscito come anticipazione dell’album e che propongo a seguire.
Poesia scritta molto tempo prima da
Pracanica, arriva improvvisamente e telepaticamente sulle dite di Viola, in
piena libertà sul pianoforte mentre si lascia guidare dall’ispirazione, sicura
che le sue qualità canore impediranno ogni ostacolo di accoppiamento. Il fulcro del brano e l’aspetto
comunicativo, con immagini metaforiche molto convincenti.
La tecnologia non pone limiti e l’avvicinamento
tra mondi lontanissimi tra loro, un tempo impensabile, è divenuto realtà. Marte
non è poi irraggiungibile. Ma queste enormi possibilità esaltano un ossimoro,
quello che sottolinea il contrasto determinato dalla facilità di contatto tra
chi abita spazi lontani e le difficoltà relazionali rispetto a chi è a pochi
passi da noi, e le incomprensioni portano spesso ad un repentino stacco della
spina; ma le differenze tra simili, fatto di per sé oggettivo, non devono
obbligatoriamente condurre alla chiusura totale dei rapporti personali, e la
capacità di saper rispettare il prossimo sarà elemento premiante.
Risulta facile intravedere un
arrangiamento di gran lusso, con una voce modulante supportata da un tappeto
orchestrale che miscela analogico e digitale…
“Colui che ami” è il
terzo brano, citazione tratta dal Vangelo, utilizzata per affrontare il tema
del dolore e della sofferenza, presenti in abbondanza in questo mondo,
contrastabili con l’amore a la solidarietà.
Intimismo e atmosfera quasi aulica,
con uno stretto dialogo musicale tra pianoforte e voce.
E arriviamo a “Entanglement”,
termine molto tecnico nella sua concezione originale, quella che fa capo alla “correlazione
quantistica”, e il legame esiste, ma tra due persone - potenzialmente le stesse
che troviamo in “Lettera da Marte” -, due entità molto lontane tra loro
dal punto di vista spaziale, ma ugualmente vicine e, nonostante tutto,
dipendenti l’una dall’altra.
Incredibile prestazione vocale su di un tappeto sonoro elettronico.
“Itaca” può condurre
solo all’Odissea e quindi al tema del viaggio e permette all’autrice di mettere
a nudo aspetti differenti che convivono in lei, quello più spirituale accanto
ad uno più materiale, elementi con cui tutti dobbiamo fare i conti, seppur con
dosaggi differenti.
Traccia permeata da una certa
drammaticità, presenta una buona tensione sonora che non può lasciare
indifferenti.
Con “L’orizzonte degli eventi”
la ritmica ritorna in auge e l’elettronica incide, mentre la lirica assume una
nuova dimensione: “… sul confine solo stupidi pensieri, lascio i miei magri
poteri, perdo fame e desideri, io perdo tutto questo ma poi divento eternità…”.
Musicalmente forse più facilmente
adattabile alla lingua inglese - un plauso agli arrangiatori -, sprigiona una
buona energia che spinge ad abbandonare la staticità tipica dell'ascolto.
La conclusione è affidata al brano “Bellezza”,
come già sottolineato l’unico scritto in totale autonomia, una sorta di manifesto
che fornisce il brand all’album.
“Che si possa camminare per lasciare
impronte nella terra bagnata, un peso permanente che copra la rabbia, il dolore
e i sentimenti piccoli, non tutti sono disposti a misurare il proprio cuore e
la propria intelligenza, il proprio cuore; che la soluzione, in fondo, sia solo
l'amore e la bellezza?”.
Un concetto di bellezza che contiene,
ma supera, l’aspetto estetico, una gradevolezza non fine a sé stessa ma derivata
da sani principi, relazioni “pulite” e tanta semplicità, e a quel punto il
bello non sarà più quello definito dai canoni tradizionali, ma la summa di
sensibilità e virtuosismo.
Concludendo… Viola Nocenzi si mette
in gioco e propone un album coraggioso, sceglie la forma canzone ma pensa
istintivamente alla musica che ha assorbito sin dalla nascita - quella dei tempi
composti e dell’estrema difficoltà compositiva e strumentale -, si contorna di
musicisti esperti, persone fidate e affetti e tira fuori tutta la sua
personalità, preparazione e talento. Forte e chiaro risulta il suo messaggio,
il suo credo, la sua voglia di divulgare un pensiero positivo.
In attesa di qualche suo futuro live
- sapendo poi che molti brani sono rimasti nel cassetto - c’è da augurarsi una
buona continuità discografica: abbiamo tanto bisogno di musica di qualità che
possa contrastare la mediocrità che ci circonda.
Tracklist:
1.Viola
2.Lettera da Marte
3.Colui che ami
4.Entanglement
5.Itaca
6.L’orizzonte degli eventi
7.Bellezza
Biografia sintetica
Figlia del fondatore e da sempre
anima del Banco del Mutuo Soccorso, Vittorio Nocenzi, nipote di Gianni, Viola
inizia a suonare il pianoforte all’età di quattro anni, in seguito si dedica
allo studio del violino e intraprende poi quello del canto d’opera, affiancando
allo studio l’attività di insegnamento. La sua formazione umanistica e le
stimolanti frequentazioni artistiche all’interno dell’ambiente familiare nel
quale è cresciuta, hanno contribuito a plasmare la personalità di Viola, che si
rivela in un intrigante mix di estro, sensibilità e ironia.
E’ uscito ieri il
video “Ninna Nanna”, di Viola Nocenzi,
primo atto di un progetto che Viola illustra a seguire.
Le immagini e la
musica ci portano spesso ad interpretazioni variegate, e questa sorta di diversità
di valutazione è compresa tra i vari obietti che la creazione musicale si
prefigge, quello di lasciar percepire in modo unico la proposta in attesa della restituzione di un
feedback che crea la sintonia tra l’azione dell’artista e la passività
dell’ascoltatore, un loop che, se viene chiuso, si trasforma in interessante interazione.
La “Ninna Nanna” di Viola non sfugge a
questa regola e le modalità di fruizione non cambiano, ma avendo l’opportunità
di leggere il suo pensiero il suggerimento è quello di attendere, prima
leggere e poi ascoltare/vedere, perché il racconto è la giusta preparazione che
aiuta a capire, che permette di andare oltre - termine caro a Viola - per afferrare
un mondo che in altro modo sarebbe vissuto, forse, in maniera superficiale.
Fotografie, parole e musica si fondono e ciò che emerge è un
quadro toccante, che supera etichette e generi musicali, perché le storie
quotidiane, quelle che parlano di sentimenti e di vita vissuta, sono comuni, e
anche quando il mantenimento del ruolo - tipico della giovane età - impedisce
il lasciarsi andare, arriva sempre il momento in cui la lacrimuccia scende,
magari quando si è al riparo da occhi indiscreti. Le atmosfere musicali che
Viola Nocenzi propone sono l’espressione del suo percorso di vita, una strada
che, come lei racconta, non è stata facile, ma che è permeata di buoni propositi,
speranze e saggi consigli: quale mezzo migliore se non la Musica, per guardare avanti?
L’INTERVISTA
Come si può descrivere
il percorso musicale di Viola Nocenzi?
Ho
iniziato a studiare pianoforte all’età di quattro anni, nel 1984; nel 1990 ho
intrapreso - affiancandolo al pianoforte - lo studio del violino e dal 1993 mi
sono dedicata al canto, nei primi due anni parallelamente al violino e
successivamente proseguendo con il solo impegno vocale, e non ho più smesso,
praticamente venti anni anni di studio, e mi auguro di non smettere mai, perché
ho capito che è la passione musicale più importante della mia vita.
Quali sono state le tue
esperienze più significative, quelle che ti hanno maggiormente gratificato?
Le mie
esperienze più importanti sono rappresentate certamente dalle centinaia di
concerti fatti nei teatri stabili d’Italia… momenti in cui si riesce a cantare
davanti a tantissime persone in luoghi in cui l’acustica è molto curata, con le
luci giuste, provando la sensazione di essere lì e altrove allo stesso tempo;
un avvenimento che mi ha segnato in modo indelebile è la partecipazione al
concerto “NO PALCO”, all’Ippodromo Le Capannelle, per festeggiare il
trentennale del BANCO (2002), occasione in cui ho cantato davanti a 30.000
persone all’aperto… quella è stata un’emozione davvero unica per me; ma forse
l’atto più significativo è quello che mi ha vista da sola, con il mio
pianoforte, intenta nel disegnare musica mia, creata, suonata e cantata in
prima persona, sonorità che ho cercato
di affinare e registrare nel modo corretto: sintetizzando sono combattuta tra
la bellezza della dimensione live è il contesto intimo basato essenzialmente
sulla scrittura, e non importa il risultato, perché qualsiasi brano io abbia
scritto, più o meno bello, sono sempre riuscita a travasare nella canzone
(parole o musica o entrambe le cose) la mia anima, ed è questa ogni volta una
sensazione meravigliosa, un rito magico che mi appaga totalmente e mi spinge
verso l’infinito.
Essere la figlia di… ti ha aiutato o
a volte è stato complicato, come capita spesso alla prole dei grandi artisti?
Essere
figlia di Vittorio Nocenzi è per me un grande onore, un privilegio, dal punto
di vista artistico e da quello umano. Ho un rapporto davvero molto importante
con mio padre… lui mi aiuta e mi ha aiutato ad essere la donna che sono e in
parte anche l’artista, anche se il mio modo di vedere e proporre la musica non è
simile al suo, sia come atteggiamento che come ambito musicale; a volte il mio
nome è stato un freno, per le aspettative e per i confronti che le persone
tendono a voler fare, cosa di per sé capibile, umana e giustificabile, ma non certo
produttiva; credo che in linea generale le comparazioni non servano a niente,
perché ognuno di noi è un “pezzo unico”, a maggior ragione inutile il confronto tra Viola e Vittorio Nocenzi, primo
perché non ho nemmeno mai pensato lontanamente di poter arrivare alla sua
genialità, che stimo sopra ogni cosa, e seconda cosa perché non esiste
attinenza tra me e lui dal punto di vista musicale… io sono una cantante e
faccio tutt’altro.
Veniamo al nuovo. Ho
appena visto il tuo emozionante video “Ninna Nanna”: da dove nasce l’idea?
L’idea
alla base è quella di fare della speranza un allenamento a prescindere dagli
eventi: questo è! Ho voluto incominciare con il brano più delicato degli oltre
quaranta che ho in cantiere, proponendo qualcosa che parla di me nel modo più
intimo possibile. Negli ultimi due anni ho scritto musica collaborando per i
testi con uno scrittore di cui ho grande stima, Alessio Pracanica, e con lui
sono nate canzoni molto belle e coinvolgenti che mi soddisfano molto
nell’espressione artistica. ”Ninna Nanna”
è il pezzo più tenero e struggente, perchè parla di me e della mia infanzia e
comincia con le mie immagini da bambina. L’intero progetto che sta nascendo avrà
il nome “Il Punto di Vista”, inteso sia come condizione fisica - come si può
notare dal video da piccola avevo le bende agli occhi per una problematica
importante che ho sin dalla nascita - ma anche come condizione metaforico
esistenziale, perché questo disagio fisico mi ha permesso di vedere oltre e di
fare della musica la figurazione dell’invisibile (Leonardo docet); quindi, nel
mio piccolo, nel buio, in una vita che poteva darmi tanto da un lato, che però
mi ha tolto tanto, ho imparato a codificare il mondo attraverso il “non
sguardo”, l’occhio interiore, e questo sin da quando avevo pochi mesi, e va da
se che tutto quanto ho respirato a seguire mi ha portato a identificare le note
che ascoltavo con le persone che amavo e con il volto del mondo che immaginavo;
così ho deciso di iniziare questo nuovo percorso partendo proprio da “Ninna
Nanna”, che è il brano che ha dato origine a tutto e che rappresenta l’inizio
della mia vita.
Mi rifaccio ad un commento che
accompagna il video e che credo sia stato scritto da te: che cosa sono i sogni?
Sì, è
stato scritto da me: i sogni sono il motore che mi da la spinta per andare
avanti ogni giorno con il sorriso sul mio viso, un allenamento alla speranza e
al sogno, sempre e comunque, a prescindere dagli eventi, per quanto duri e
difficili siano. Il sogno è la capacità di immaginare e di andare oltre a
quello che apparentemente potrebbe essere l’unica realtà, se ci si sofferma solo
agli aspetti materiali… cercare di vedere non in 3D ma in 6D, 12 D; credo che
l’essere umano abbia un potenziale enorme e che il corpo sia soltanto un
veicolo di tante forme uniche - comunicazione, espressione personale - quasi
magiche, e il sogno dovrebbe essere la condizione con la quale si potrebbe
vivere la propria vita.
Non vorrei entrare troppo nel
personale, ma un video come quello che proponi riporta al rapporto mamma/figli:
hai voglia di commentare?
Il
brano/video è dedicato a mia madre perché nei primi anni è stata il mio
prolungamento fisico ed emotivo verso quel mondo che io non riuscivo bene a
vedere; mi dava coraggio e mi diceva sempre di dormire e di sperare, perché il
giorno dopo ci sarebbe stato il sole e poco importava se le bende agli occhi mi
avrebbero impedito di vederlo, perchè lei mi rendeva possibile la visione di
quel sole che non avrei potuto “toccare” senza il suo aiuto. Questo è per me un
messaggio molto importante di speranza e di sogno.
”Guardando” “Ninna Nanna” appare
chiara la tua propensione alla danza, ad una sorta di teatralità, e quindi il
canto appare come uno dei tanti elementi che vuoi mettere in scena: sono
lontano dalla verità?
Hai
ragione. La danza è una mia grandissima passione e in ogni caso la musica è costituita
da melodia, armonia e ritmo; io ho una forte propensione alla scrittura
melodica - per questo ho scelto al canzone come forma espressiva musicale -
quella che fa parte della nostra tradizione, ascoltabile e cantabile, ma
contemporaneamente sono attratta dal ritmo - probabile fattore genetico - ma
sta di fatto che tendo a dare molto importanza al “movimento”, mi viene
spontaneo scrivere con i controtempi e ballare, e tutte le suddivisioni che
nella mia mente ci sono mi portano a creare musica tenendo conto delle parti
ritmiche che riesco a immaginare mentre canto; in realtà il video che mi vede
ballare e mantenere un continuo movimento è stato girato con assoluta
naturalezza, mi è stata data la possibilità di fare tutto ciò che volevo ed è
venuta fuori la mia natura, che è sicuramente comunicativa a 360 gradi, e che
mi porta ad essere sempre in prima linea dando ogni volta il massimo, senza la
necessità di nascondere alcunché, e quindi mi viene spontaneo immedesimarmi,
sognare, recitare, ballare, cantare. L’inizio del video presenta la voce di una
bimba… sono io, registrata da mio padre nel 1982 - già ballavo e facevo i miei
recitals! - mentre canto una canzone per mia mamma, utilizzando anche le mani
perché mi è sempre venuto naturale interpretare ogni forma musicale con una
certa fisicità.
L’atmosfera sonora invece,
abbinata alla scelta delle immagini, riporta indietro nel tempo e alimenta una
certa tristezza, condizione che solo la musica è in grado di realizzare in modo
efficacie: anche in questo caso puoi dirmi se è impressione corretta?
Ho deciso
di iniziare senza evitare la realtà delle cose e quindi dallo start della mia
vita che è sicuramente stato duro, ma ho voluto contrapporre questo ricordo
infantile, sbiadito e antico, con la mia immagine attuale, che continua a
portare con sé una certa tristezza e melanconia, ma che ogni giorno si prefigge
di dare speranza; il brano è composto da una prima parte dolce, una nenia che
si prende cura di una bimba, parole che mi diceva mia madre e che ora io dico
alla mia bambina interiore, nei momenti di sofferenza in cui parlo alla mia
parte più indifesa. Poi esiste il mio lato adulto, propositivo, positivo, che
mi suggerisce che ci sarà un domani, ci saranno dei cambiamenti, verrà il
giorno dopo la notte; io ho la mia voce e canto per me e per te, per chiunque
mi voglia ascoltare. Nasce quindi una forte volontà di incoraggiare anche gli
altri, nonostante una condizione di partenza sfavorevole.
Rai e Repubblica hanno
dimostrato interesse al progetto: come sono
andate le cose?
L’interesse
di cui parli è nato casualmente e non me lo aspettavo e quindi ne sono rimasta
molto colpita e contenta: probabilmente tutte le esperienza passate a cui accennavo
prima hanno lasciato un piccolo segno!
Da un pò di tempo hai
creato un tuo angolo dove commenti i lavori musicali di altri: è cosa che ti
gratifica?
Sì,
“L’angolo di Viola” mi piace molto, ma il termine giusto non è
“gratificazione”, perché in realtà tutto questo mi stimola e mi da la speranza
di poter cambiare le cose. Mi spiego meglio: lo stimolo è legato alla
possibilità di conoscere artisti di cui non sapevo l’esistenza e di ascoltare
musica diversa da quella che sento normalmente; mi stimola anche a livello
intellettuale perché mi trovo nella condizione di dover dare un parere sul
lavoro di altri. Il seme della speranza è legato alla mia volontà di invertire
la tendenza rispetto alla critica musicale tradizionale: essendo io stessa
un’artista, e non ritenendomi nella posizione di poter e voler criticare niente
e nessuno, cerco di immedesimarmi e di carpire la profondità del musicista che
ho davanti, e provo a dare voce a quelle emozioni che mi arrivano durante
l’ascolto, quindi una partecipazione emotiva, con grande rispetto per l’uomo e
la sua proposta. Questo è “L’angolo di Viola”, uno spazio in cui una ragazza -
che comunque vive la musica dall’età di quattro anni - si sforza di andare
oltre i propri gusti, oltre i soliti generi, le abitudini, l’uso comune di
criticare tutto e tutti caratteristico di alcuni ambiti. Io cerco la sintonia,
tenendo conto che dietro ogni artista c’è un cuore molto speciale, quello di
una essere umano che sente l’esigenza di dover trasformare le proprie emozioni
e i propri sentimenti in note e parole musicabili, e quindi parlo di cuori più
sensibili. “L’angolo di Viola” è l’opportunità di rispettare il cuore degli
artisti che mi vengono sottoposti.
Ed ora, cosa potrebbe
bollire nella pentola di Viola Nocenzi?
Dopo
“Ninna Nanna” realizzeremo altri brani e non è cosa facile perché dovrò fare
una scelta tra i molti che ho scritto, ma li stiamo già individuando. Vorrei
fare una produzione particolare che si baserà su delle registrazioni binaurali
che mi hanno completamente catturato, perché riescono a riprodurre senza
utilizzo di alcun cavo, tutto “naturale”, utilizzando microfoni incredibili
della Neumann che possono riprodurre una voce esattamente come la capterebbe
uno spettatore se stesse lì ad ascoltarti durante un esibizione a cappella,
senza amplificazione, ed è una cosa che mi affascina, perché trovo gratificante
esprimere in modo reale le mie caratteristiche, la mia timbrica; spesso mi
sento mortificata da certe registrazioni tradizionali, perché nei vari passaggi
- da voce e prodotto finito - si perde un 40% della vera natura della pasta vocale;
vorrei quindi riuscire a registrare la mia voce in binaurale, che permette
addirittura di realizzare il suono in sei dimensioni, come se lo si sentisse
girare attorno a se stessi in tutta la stanza. Sono molto curiosa e contenta di
intraprendere questo percorso, ho le strumentazioni di Viaggi Sonori 3 D e di
Stefano Arciero (coproduzione del progetto) e vedremo cosa accadrà. Ogni brano
scelto prevede la collaborazione con un musicista che io stimo e che mi onorerà
della sua presenza e alla fine tutto si concretizzerà in un album o EP che
vorrei distribuire su piattaforma digitale.
"Questo perché i sogni sono l'unica cosa che
conta fino alla fine. Non importa il tempo, non importa il dolore, non
importano le malattie, importa solo che alla fine ci sia sempre musica
vera."
Quella che racconto
oggi è una bella storia che sa di pura passione musicale.
Cercherò di
sintetizzarla e preparare l’ascolto.
Un paio di anni fa è
stato rilasciato il contenitore “Cosa resterà di me”, immagini, storie,
racconto e brani musicali inediti.
Dieci pictures
utilizzate per scatenare la fantasia e l’ispirazione di musicisti e non solo.
La prima fotografia,
quella che diede origine al progetto, era di “proprietà” di Pino Pintabona,
della BWR, e successivamente sarebbe diventata la copertina di un album prog.
Lo scritto e la musica
diventarono quindi, in modo naturale, “La donna di Pino”, anche se il pezzo
strumentale, di Corrado Rossi, aveva come titolo “The Outer Me”. E per chi non
conoscesse la storia del pluridecorato Corrado ecco un po’ di sua biografia:
A distanza di pochi
giorni dall’uscita del libro ricevo una telefonata di Max Pacini, coautore, che
con una certa emozione mi racconta che il “piano strumentale” di Rossi gli
aveva ispirato una lirica, sollecitata da alcuni accadimenti personali.
Catturiamo il tutto in
auto, col cellulare -è lui che canta- e successivamente proviamo una
registrazione più seria, nel mio box, con l’aiuto di Franco Piccolini.
Max non è un
professionista, ma disegna in modo chiaro la sua idea, senza sbavature e buona
intonazione.
L’idea a seguire è
quella di proporre il tutto ad artista in grado da dare una reale veste
professionale, per il solo gusto di vedere se le cose stanno davvero bene
assieme, per mettersi alla prova in qualcosa di nuovo, certi del valore dei due
singoli ingredienti.
Dopo un paio di
tentativi e promesse non mantenute, l’apparente follia veniva messa nel
dimenticatoio, e lì sarebbe probabilmente rimasta se non avessi, in questi
giorni, casualmente dato lo start al brano, rimasto nel telefono sin dal giorno
della prima prova: l'aver dimenticato a casa gli occhiali mi ha spinto a
pigiare un tasto qualsiasi, forse un segno del destino.
La bellezza della
melodia abbinata ad un testo toccante mi ha portato ad osare, per chiedere ad
una recente amicizia -una straordinaria artista- se avesse voglia di provarci.
Lei è Viola Nocenzi, e
proprio in questi giorni è al rush finale che la porterà alla realizzazione di
un album, e quindi sufficientemente impegnata nel suo lavoro, eppure… dopo
spiegazione e invio del materiale Viola si è prodigata nell’ascolto e
proposizione personale, e nello spazio di un giorno mi ha rimandato il tutto,
interpretato con molto trasporto, con arrangiamenti ad hoc -e qui devo ringraziare le persone che
lavorano con lei, davvero gentili- e con una tecnica di produzione che non
conoscevo, definita “ binaurale”, ovvero una registrazione tridimensionale del
suono, ottimizzata per l’ascolto in cuffia, “riproducendo il più fedelmente
possibile le percezioni acustiche di un ascoltatore situato nell'ambiente
originario di ripresa dell'evento sonoro, mantenendone le caratteristiche
direzionali a 360° sferici”.
Il nuovo album di
Viola Nocenzi nascerà con queste caratteristiche.
Il risultato è
valutabile a seguire (meglio se in cuffia!), e ancora una volta la qualità
emerge dal lavoro di squadra e dal consolidamento di rapporti umani di valore.
Un ringraziamento
speciale a Viola Nocenzi, perché il suo grande e rapido impegno è stato
dedicato ad una musica non sua -fatto per lei inusuale-, percorrendo un genere musicale
che non le appartiene. Eppure il risultato è obiettivamente straordinario, e
sottolineo che anche un rockettaro come
me può rimanere incantato da una melodia e dal modo di proporla.
Viola Nocenziè un’amica, il che potrebbe far pensare
a qualche elogio forzato. Mi importa poco, perché ho una concezione così alta
dell’immagine di Viola che scrivo di getto, ritrovando nel suo libro di poesie
appena uscito ciò che ho captato da lontano in questi anni di frequentazione
virtuale.
Viola è unica, possiede svariati
talenti nell’ampio campo artistico, anche se immagino che ancora oggi in tanti si
approcceranno a lei con la solita frase: “Ma tu sei la figlia di…”. Da
esserne orgogliosi, certamente, ma poi ognuno prosegue con le proprie gambe, se
si ha energia sufficiente, e Viola di “carburante” ne possiede in una misura
indefinibile, di una qualità sopraffina, che le permette di cambiare registro a
piacimento, abbinando ad ogni sua skill un alto tasso di genuinità.
L’ultimo risvolto tangibile si chiama POESIE
DA PARATI, un libro di
poesie di cui si possono apprendere i dettagli ufficiali cliccando sul link a
fine articolo.
Ma chi legge poesie? Chi scrive
poesie? Chi compra libri di poesie?
Non credo sia questo il dilemma che
Viola si possa esser posta prima di rovesciare su carta i suoi pensieri, giacché
chi decide di cimentarsi in una delle tante rappresentazioni dell’arte segue in
primis un’esigenza interna, un richiamo che nasce dall’Io più profondo, e che
solo successivamente diventa materia da condividere: perché tenere la bellezza
in un cassetto?
Ci si ritrova al cospetto di un
evento naturale, di un attimo di vita vissuta, di una riflessione e nasce
spontanea la voglia di immortalare quel momento, seguendo l’istinto, senza
neanche pensare, e ciò che si crea rimbalza e tocca miriadi di punti, esaltando
il potere trasformativo dell’arte.
E sognando - e avendo dalla nostra un
po’ di fortuna -, si compirà il miracolo e l’ipotetica tela da pittore si
riempirà prendendo, forse, una forma inaspettata, basterà solo avere la
pazienza di attendere e qualcosa di magico accadrà.
Ho posto qualche domanda e Viola… le
sue risposte a seguire sono impreziosite da alcune delle sue poesie, tre, tra
quelle che maggiormente mi hanno colpito!
È
appena uscito il tuo libro di poesie ‘POESIE DA PARATI’:
puoi presentarlo ai lettori?
“Poesie
da parati” è il mio manifesto dell'essenziale, un atto poetico creativo intimo,
impertinente, sfrenato, materico e spirituale. È "la raccolta di ciò che
sono, una balsamica Giovanna D'Arco con i draghi in bocca". Quasi 200
poesie come 200 canzoni.
Un
libro di poesie non deve necessariamente avere un filo conduttore, ma
immaginando che i tuoi scritti siano concentrati creativamente in un ristretto
spazio temporale mi sembra plausibile pensare ad un fil rouge che li unisce… mi
sbaglio?
Non c'è
un filo che unisce queste poesie, se non la drammaturgica ricerca che ho
applicato e ampliato nel mio vuoto voluto e custodito, dove ho cercato le poche
parole essenza come biglie piene di colori irrinunciabili, che risuonassero in
tanti modi e in tutti i modi del mio essere.
Ti ho
conosciuta come cantante e autrice di canzoni e ora vedo una svolta, magari
solo un percorso parallelo: da dove nasce questa tua voglia di dipingere la
vita con liriche poetiche?
Sì,
questa è una svolta piena consapevole, che è arrivata prima come natura e poi è
stata consapevolizzata come prolungamento cultura natura. Nel
luogo dove vivevo nel 2022 ancora non c'era il pianoforte. Ma io avevo
un'urgenza, quella di scrivere canzoni. Come faccio da quando ho quattro anni.
Così ho deciso di scrivere parole su fogli umili, non come testi di canzoni,
senza obbligo metrico, senza la necessità di dimostrare nulla, attraverso
figure retoriche o con la ricerca di omologazione nell'appartenenza a un
determinato genere letterario.
Ho
scritto parole come fossero una melodia e tutti i vuoti e gli spazi sono stati
per me armonia e punteggiatura della partitura.
PRIME POESIE
Mi addormento
con le mani
sul foglio
e non voglio
staccarmi.
Come fossero
unghie che ho perso.
Senza pietà
di inchiostro.
Mai sazia.
Mi
racconti la differenza, anche tecnica, che esiste tra la scrittura di un testo
per musica ed una poesia?
Appunto,
la differenza tecnica essenzialmente appartiene alla metrica e all'obbligo
quindi di inserimento endecasillabico che si ha quando si scrive su una
partitura musicale. Anche
la poesia ovviamente ha bisogno della sua influenza ritmica. Ma in questo caso,
per la mia poesia che appartiene in qualche modo al filone della poesia
contemporanea, ho potuto usare le parole in modo prog, spezzarle mangiarle,
accarezzarle, amarle e rielaborarle, senza dover rispettare alcun appoggio
metrico musicale, come avrei dovuto altresì fare con un testo.
‘POESIE DA PARATI’ quale esigenza personale
segue, conoscendo le tue skills differenziate?
L’esigenza
di mostrarmi per tutte le mie strade con tutte le mie complessità, non più solo
una faccia da copertina o una voce da quattro ottave, ma nei voli pindarici che
la mia natura offre. Parlare di essenza, di rivoluzione, di femminile, di
maschile, di spiritualità, di passione, di sociale, di psicologia, d'amore,
dell'importanza della memoria. Parlare dei miei maestri ed essere testimonianza
di quanto ci sia bisogno di applicare la gratitudine.
LA LIVELLA (A TOTÒ)
Come un sagittario senza freccia.
Come Dylan Dog a pranzo dalla nonna.
Anche un alieno russa.
Ridimensioniamoci.
All’interno
del libro ci sono contributi esterni, a partire dalla prefazione: me ne parli?
La
prefazione di Alessandro Bergonzoni è uno dei motivi fondamentali che rende
questo libro a me caro all'anima, al cuore e alla mente. Non è solo la presenza
di un genio a rendermi felice, ma di un artista uomo che con il suo esempio
incarna quello che proietta e che, con grande umiltà, rielabora costantemente
per ognuno di noi. Non poteva scrivere parole più belle di quelle che ha usato
per me, ed io le vedo come un sigillo, un viatico di amore. Poi le presenze di
Angelo Branduardi, Eugenio Finardi, Giovanni Caccamo, Frida Bollani Magoni e
Cosimo Damiano Damato contribuiscono a rendere il tutto un grande abbraccio, un
sostegno, un onore e una luce che splende e che si alimenta di giorno in giorno.
Trovarti
così immersa in questo ruolo, dopo averti conosciuta essenzialmente come
musicista, mi porta a chiederti in quale veste trovi maggiore soddisfazione in
questo preciso momento della tua vita.
Non c'è
una competizione tra queste due attività, né dentro di me né nella loro
essenza. Continuo a scrivere musica e ovviamente a cantare e a insegnare canto,
e la poesia la canto, la leggo e la dirigo con la voce. È diventata la spiga di
grifone che ogni notte compie un battesimo, "che poi al risveglio il mio
nome è un profumo".
Nel
comunicato si legge: “Viola ha fatto da tempo della poesia la sua
attività principale, pubblicando scritti poetici per le più importanti testate
giornalistiche italiane.” Ti chiedo, per terminare, quali sono i riscontri che
stai ricevendo dalla scrittura, e ancora… ti ritroveremo nella veste di
cantautrice o interprete?
I riscontri sono superiori ad ogni tipo di
immaginazione. "Poesie da parati" è andato sold out nella sua prima
stampa, due giorni dopo l'uscita. E ora mi hanno appena comunicato che sta
finendo la seconda ristampa. Tutto questo in soli 20 giorni. Spesso si dice che la poesia non sia commerciale
nelle vendite, se paragonata ad altri tipi di generi letterari, forse sto
dimostrando che in questo momento in Italia non è esattamente così, e questo
ruolo non mi dispiace affatto. Come sempre, come quando è uscito l'album, l'unico
mio vero obiettivo era quello di far uscire al di fuori dei limiti del corpo
l'essenza anima e attraversare l'arte con una vera sensazione di catarsi. Ci
sono riuscita mentre scrivevo: ho provato liberazione conforto e le parole sono
diventate "il mio specchio affilato". Il successo delle vendite non
era né previsto né tantomeno pensato, ma forse i detti popolari non hanno poi
così tanto torto quando dicono che per poter far succedere l'amore non bisogna
pensarci!
Sicuramente ci rivedremo in tutte le vesti delle
stagioni, che siano cantate, che siano scritte su un pentagramma e cantate, che
siano suonate, che siano interpretate che siano dipinte con le parole.
A metà luglio ho commentato in anteprima il nuovo album di Elisa Montaldo, intitolato “Fistful of planets part II”.
Successivamente è capitato qualcosa che mi ha dato grande
soddisfazione, la trasformazione in audio della mia recensione.
Da molto tempo avevo nella testa quell’idea, almeno un tentativo, ma non
trovavo mai la spinta, probabilmente influenzato dal fatto che sono sempre meno
i lettori interessati ad un’analisi approfondita di un qualsiasi progetto: troppo
tempo da perdere, meglio la reazione rapida ad una immagine. Che frustrazione!
Ma il progetto era comunque nel cassetto, voglia stimolata
dal ricordo delle bellissime audio recensioni che Viola Nocenzi realizzò per
MAT2020.
Certo, ci vuole una bella voce, magari la mia erre moscia rovinerebbe
l'ascolto, ma non è stato certo questo il deterrente, semplicemente non è…
scoccata la scintilla.
Hanno colmato la mia lacuna la stessa autrice, Elisa Montaldo,
e Ignazio Serventi, chitarrista classico con un ruolo nel progetto. Ho aderito con piacere alla loro richiesta di
“donare” le mie parole per quello che è stato definito “esperimento”, un
podcast audio inserito nel sito di Elisa a cui ha fatto seguito il video su
youtube, fruibile a fine articolo. La voce è quella di Serventi.
La proposta di Elisa Montaldo: “Ignazio Serventi, che ha
la passione della lettura, ha fatto di propria volontà e in modo del tutto
spontaneo una versione audio della recensione. In pratica, ha registrato sé
stesso mentre la leggeva, intervallando con brevi estratti dei brani che
vengono descritti. Una sorta di "audio-recensione" insomma. Io l'ho ascoltata
e mi è piaciuta molto l'idea, perché è comunque legata all'interdisciplinarietà
tra i sensi, ovvero il tema di “Fistful”. Ho pensato che sarebbe bello
pubblicarla, magari come podcast, sul mio sito. Anche perché… non c’è il tempo di leggere un articolo
completo? Meglio ascoltare piuttosto che guardare? C’è un po' di curiosità legata
alla sperimentazione? E allora Proviamo col
file audio!”
Come su scritto, dopo l’audio è arrivato il video, sperando
che questo nuovo tipo di review possa rappresentare una tentazione, per chi scrive e per quei pochi che ancora leggono!
Serventi si è preso cura di tutti gli aspetti: dalla lettura
alla registrazione, dalla scelta delle musiche di sottofondo agli estratti del
disco… ovviamente ha curato l'editing del video.
Ed ecco qui
un nuovo modo per poter entrare nel mondo di “Fistful of planets part II”,
la galassia polisensoriale creata da Elisa Montaldo!
Il 21 dicembre
sono stato testimone di un evento straordinario, in uno scenario affascinante,
nel periodo più coinvolgente dell’anno, questo per dire come gli ingredienti
basici per la creazione di qualcosa da ricordare fossero tutti presenti.
La denominazione della
manifestazione era la seguente:
“2°
ART IN PROGRESS EVENT TOUR in memoria di GREG LAKE“
…prosecuzione ideale di quanto inventato da Paola
Tagliaferro a Zoagli, nel 2017, in totale accordo con la Madrina Regina
Lake.
Col passare del tempo a Regina si è unita parte della
famiglia Emerson, e per la seconda volta nell’arco di pochi mesi abbiamo
rivisto e ascoltato Ethan Emerson in concerto - giovanissimo nipote di
Keith -, Aaron Emerson - figlio di Keith - accompagnato dall’intera
famiglia, e a chiudere il cerchio Elinor, ovvero la signora Emerson.
Ciò che cercherò di fare non sarà il solito commento ad un
concerto, con l’idea di sviscerare aspetti tecnici, ma mi limiterò al ruolo di
mero cronista, aiutato da spezzoni video e da alcune fotografie catturate dal fotografo Angelo
Ciani. Quello che mi preme evidenziare nel racconto è l’atmosfera in cui si
è svolta una kermesse di alto profilo culturale, variegata, condivisa,
espressione massima di un lavoro di squadra riuscito.
Certo che Didi Pasini Ciriani, appassionata di ELP,
nell’occasione deus ex machina e motore della pianificazione, avrebbe potuto
eliminare la pioggia… magari far splendere il sole e permettere una visita alle
fortificazioni venete e napoleoniche della “città stellata”, ma a pensarci bene
anche le condizioni atmosferiche erano parte del progetto… perché anche il
Natale richiede un profilo adatto!
Ho citato Didi che, in collaborazione con il Comune di Palmanova,
l’Accademia Musicale e la OWL Records, ha reso possibile momenti
che difficilmente verranno dimenticati dai presenti, ma nel corso dell’articolo
proverò a citare tutti quelli che hanno contribuito, nomi non necessariamente
legati al mondo della musica, ma fondamentali per l’esito finale.
Il primo atto ufficiale della giornata prevedeva la
presentazione in Comune di un libro appena uscito, “Emotion, Love &
Power - L’epopea degli Emerson, Lake & Palmer” (Edition Chinaski),
scritto da Fabio Rossi. Fabio è romano, e ha approfittato della
trasferta per accumulare molteplici presentazioni e punti di incontro, tutti
con notevole successo.
Un po’ di emozione nel proporsi ad un pubblico che prevedeva
in prima fila le famiglie Lake/Emerson, ma il gioco domanda/risposta,
intercalato dalla traduzione in inglese di Alexandra Siminica, ha
funzionato ed è risultato efficace.
Per chi volesse approfondire e comprendere nel dettaglio il
pensiero di Rossi, rimando alla nostra intervista di un mese fa:
A seguire un incontro interessantissimo denominato:
“Nulla
muore, tutto si trasforma” - La filiera del legno del Friuli Venezia Giulia
Dalla
distruzione delle foreste alla rinascita del legno in nuove opere.
Davanti ad un pubblico
che via via aumentava il proprio interesse, Emanuele Bonora -rappresentante
assessore foreste Friuli Venezia Giulia - ha guidato e incanalato le esperienze
del Dott. “boscaiolo” Agostino Michielin - propositore di un parallelo
interessante tra il legno dei suoi boschi e il vinile -, lo chefStefano Basello - che prima a parole e
successivamente con i fatti ha dato dimostrazione della sua geniale intuizione per
far rivivere i boschi distrutti dal maltempo dello scorso ottobre nella zona
della Carnia e Sappada, creare delle pagnotte di pane a partire dalla corteccia
di abete -, e Walter Buiatti - imprenditore nel campo del legno (in particolare calzature) in
un’azienda che ha più di cento anni (BUIATTI) - che ha messo in mostra le sue
skills di stampo artigianale costruendo una chitarra semi-acustica ricavata da
un pezzo unico di legno, strumento regalato ad una entusiasta Paola
Tagliaferro. Anche di questa “consegna”, e di un conseguente test, esistono
tracce video:
Saltiamo le convivali
libagioni e gli atti personali pomeridiani e trasferiamoci direttamente al
fantastico Teatro Modena, che alla fine risulterà gremito.
C’è eccitazione
nell’aria e il primo a salire sul palco per il suo concerto al pianoforte a
coda Steinway & Sons sarà il piccolo Ethan Emerson.
Vorrei soffermarmi un
attimo sul pianoforte, perché ho avuto la possibilità di conoscere un grande
professionista di cui parlerò prossimamente in modo esaustivo.
Nella visita
pomeridiana al teatro ero stato colpito da un “signore” che, incurante del
contorno, diligentemente operava sul pianoforte, accorgimenti tecnici che mi
hanno riportato alle considerazioni di Gianni Nocenzi captate nel mese di
agosto, legate alle difficoltà che si trova ad affrontare un pianista quando si
ritrova sul palco con uno strumento che non ha ricevuto adeguata manutenzione
dopo il trasporto. Non è certo il caso di Lorenzo Cerneaz, che ho
ritrovato al mio fianco nel corso della cena, e che presto interrogherò a
dovere!
Lo spettacolo ha
inizio e, con l’aiuto della traduttrice Silvia Rota, Regina Lake
e Elinor Emerson salgono on stage, presentate da Paola Tagliaferro,
con la complicità di Didi Pasini e il sindaco di Palmanova Francesco
Martines, già presente in occasione degli eventi mattutini.
E arriva il momento di
Ethan Emerson che si presenta molto emozionato, come è giusto che sia.
Ecco la scaletta della
sua esibizione…
Ethan delizia il
pubblico con il suo talento, dedicando al nonno e alla nonna alcuni episodi
specifici, con un modus operandi da concertista, composto ed elegante.
Anche per lui propongo
pillole video, in modo che ogni lettore possa farsi la propria idea.
La mia considerazione,
presentata anche sul palco, è che sia un vero piacere vedere un giovane
focalizzato su una musica così particolare, e la speranza è che passione e
talento - elementi certamente fondamentali, che Ethan possiede - siano
accompagnati nel tempo da una buona dose di fortuna e da una non eccessiva
pressione che un cognome altisonante potrebbe generare.
Dopo Ethan la sorpresa,
almeno per chi è rimasto rigorosamente legato alla locandina di presentazione.
Sale infatti sul palco
Aaron Emerson per un brano che è un suo rifacimento di “Fanfare for
the Common Man”. Simpatico siparietto iniziale per un Aaron che si dimostra
a proprio agio davanti al pubblico, e anche questa esibizione è disponibile per
la visione:
Aaron ricorda nello
sguardo Keith, e mentre le sue sagge note si diffondono nell’aria il pensiero
vola a ciò che è stato, e a che cosa persone previlegiate - e “antiche” - come
me hanno avuto la possibilità di vivere in campo musicale.
Seconda parte di
serata dedicata alla musica di Paola Tagliaferro e La Compagnia dell’Es,
ensemble a cui si è aggiunto nell’occasione il grande percussionista autoctono Umberto
Trombetta “Gandhi”. Il resto dei musicisti è consolidato: Pier Gonella
alla chitarra, Giulia Ermirio alla viola, Andrea Zanzottera al pianoforte
e gli Enten Hitti (Gino Ape e Pierangelo Pandiscia) a oboe
e liuto.
La definirei una band
pazzesca, variegata, capace di calarsi in ogni possibile spartito e genere che,
come sempre, ha fornito il tappeto musicale migliore per l’arte particolare di
Paola Tagliaferro.
Il loro set prevedeva
due diversi programmi, il primo dedicato a parte dell’album “fabulae”,
ed il secondo focalizzato sulla figura compositiva di Greg Lake, e
quindi sulle sue ballate.
La sequenza dei
brani...
Due parole sul
progetto di Paola Tagliaferro, titolare di un contenitore dinamico, costituito da salde
fondamenta ma capace di accogliere l’arrivo di nuovi artisti in grado di mettere
a disposizione skills di prim'ordine, mettendo del proprio, ovviamente, ma seguendo
il copione disegnato in ogni minimo dettaglio da Paola, vero artefice di un’idea
di musica che appare difficile inserire in un genere ufficialmente riconosciuto.
Non solo tecnica e idee, ma la proposizione di trame musicali che, afferrando frammenti
di disparate culture, sorpassa il tradizionale concetto di musica, trasformando
l’arte in cibo per mente e anima.
Spero che il sunto a
seguire possa aiutare ad afferrare ciò che il pubblico ha vissuto durante la
performance:
Non poteva mancare un
brano tipicamente legato al Natale, e viene richiesta la presenza al piano di
Ethan che, assieme a Paola & friends propone “I Believe in Father
Christmas”, perfetta fermatura del cerchio.
Difficile descrive in
modo totale un’esperienza simile, che trascende la musica, che diventa veicolo
per favorire e incrementare relazioni umane positive, e la serenità era
palpabile tra le anime presenti.
Un grande lavoro di
squadra, quello che porta risultato solo quando esiste piena condivisione,
sapendo che dietro ai nomi più conosciuti si celano spesso dei veri registi che
lavorano nella retroguardia e che vorrei citare, affiancandoli a quelli già
sottolineati.
Hanno avuto ruolo
importante un altro fotografo, Ricky Modena… la Responsabile della
Cultura del Comune di Palmanova Gabriella Del Frate, Il Responsabile della
Comunicazione del Comune Palmanova, Massimiliano Cao… e per quanto
riguarda grafica e poster la Legatoria Ciani e Ivan Olivo.