sabato 8 aprile 2023

Uppalapu Srinivas, il "Mozart della musica classica indiana".


Alla scoperta di Uppalapu Srinivas, compositore e mandolinista indiano di musica classica carnatica.

Essendo un bambino prodigio, è stato spesso denominato il Mozart della musica classica indiana.

Nel 1998 è stato insignito del Padma Shri dal governo indiano. Ha anche ricevuto il Sangeet Natak Akademi Award nel 2009 assegnato da Sangeet Natak Akademi, che è la National Academy of Music, Dance & Drama, in India.

 


Primi anni di vita e background

Srinivas nacque il 28 febbraio 1969 a Palakollu, in Andhra Pradesh. All'età di cinque anni prese in mano il mandolino di suo padre, U. Satyanarayana, dopo averlo sentito suonare ad un concerto.

Dopo aver realizzato la portata del talento del piccolo Uppalapu, il padre, che aveva studiato musica classica, gli comprò un nuovo mandolino e iniziò i suoi insegnamenti.

Il chitarrista Vasu Rao, nel 1976, quando Srinivas aveva sette anni, lo introdusse alla musica occidentale. Ben presto il guru di Satyanarayana, Rudraraju Subbaraju (discepolo di Chembai Vaidyanatha Bhagavathar), che aveva anche insegnato al padre di Srinivas e a Vasu Rao, riconobbe il potenziale del giovane Srinivas e iniziò passargli la propria conoscenza.

Dal momento che Rudraraju Subbaraju non sapeva suonare il mandolino - cantava solo pezzi del repertorio classico carnatico - si appoggiò al giovane che ben presto sviluppò uno stile fenomenale e unico, su di uno strumento che non era mai stato suonato prima nel rigoroso e difficile stile carnatico.

Ben presto la famiglia si trasferì a Chennai, l'hotspot della musica carnatica, dove vive la maggior parte dei musicisti carnatici.

Quando Srinivas si esibì per la prima volta fu paragonato ai più grandi prodigi del mondo: "Alcuni di voi hanno sentito o letto di bambini eccezionalmente dotati: il nostro mandolinista Srinivas, Sir Yehudi Menuhin, Beethoven, Sir Isaac Newton, Picasso, Madam Curie, la lista è infinita".

In giovane età fu prevista per lui una carriera a livello internazionale, e fu coniata la definizione di “successore di Pandit Ravi Shankar”.

 


Carriera

Il suo debutto avvenne nel corso di un concerto pubblico carnatico, nel 1978, durante il festival Thyagaraja Aradhana a Gudivada, in Andhra Pradesh. Successivamente, all'età di undici anni, nel 1981, tenne il suo primo concerto pubblico a Chennai, presso l'Indian Fine Arts Society durante la stagione musicale di dicembre.

Inizia così a suonare il mandolino acustico, ma in seguito passa all’elettrico poiché questo assetto gli permetteva di suonare note lunghe e sostenute - la componente per eccellenza nella musica classica indiana - oltre a renderle chiaramente udibili.

Fu il primo musicista ad usare il mandolino elettrico nella musica carnatica: modificò lo strumento elettrico occidentale, usando cinque corde singole invece delle tradizionali quattro corde raddoppiate, per adattarsi al tono carnatico, al sistema raga e soprattutto ai gamaka, o oscillazioni sfumate.

A partire dal 1982, si esibì regolarmente durante la stagione di dicembre della prestigiosa Madras Music Academy, ritornando lì ogni anno - il 23 dicembre di ogni anno era uno slot riservato a U. Srinivas - e ciò rappresentava il più alto riconoscimento possibile.

Srinivas si esibì all'età di tredici anni al Berlin Jazz Festival. Inizialmente prenotato per suonare un concerto di mezz'ora dopo Miles Davis, Srinivas ottenne una standing ovation e dovette suonare per un'altra ora. "Ce l'ha nel sangue. È fantastico", disse il leggendario Don Cherry all'epoca.

Il chitarrista John McLaughlin ascoltò per la prima volta un nastro di questo concerto del tredicenne prodigio e rimase molto colpito.

Successivamente suonò al Festival Olimpico delle Arti di Barcellona, nel 1992, e nel 1995 registrò un album fusion di successo con Michael Brook. Quando John McLaughlin fece rivivere il suo gruppo Shakti, e lo ribattezzò Remember Shakti, nel 1997, chiese a Srinivas di unirsi al gruppo e girare il mondo con esso, insieme ad altri musicisti indiani Zakir Hussain, Shankar Mahadevan e V. Selvaganesh. Srinivas era un musicista di spicco del gruppo.

Srinivas ha avuto occasione di fare numerosi tour in tutto il mondo: Australia, Sud-est asiatico, Asia sud-occidentale e ampiamente e frequentemente negli Stati Uniti e in Canada.

Suo fratello minore, U. Rajesh, studiò con lui per circa 27 anni diventando un abile mandolinista che spesso lo ha accompagnato nei concerti durante gli ultimi 20 anni della sua vita. Suona anche jazz e musica occidentale, e ha suonato il mandolino nell'album di John Mclaughlin 'Floating Point', che ha ricevuto una nomination ai Grammy nella categoria Best Contemporary Jazz Album nel 2008.

Srinivas e Rajesh hanno anche composto insieme musica e, oltre a quella carnatica, hanno ampiamente lavorato sulla fusione della musica carnatica e occidentale. Hanno anche suonato con la Johannesburg Philharmonic Orchestra, con il bassista elettrico francese Dominique Di Piazza, il pianista Anil Srinivasan e Stephen Devassy, un pianista del Kerala.

Nel 2008 hanno collaborato di nuovo con John Mclaughlin per l'album Samjanitha, che comprendeva anche Zakir Hussain, Sivamani e George Brook. Srinivas ha paragonato la musica carnatica alla lingua sanscrita: "È la base da cui scaturiscono così tante altre lingue. La musica carnatica è qui per rimanere con noi e tutta la musica che suoniamo si basa su questo".

Nel corso degli anni, Srinivas ha registrato oltre 137 album, in diversi generi, dagli assoli di musica carnatica agli jugalbandis con musicisti indostani sino alla world music. Si è esibito con artisti occidentali come John McLaughlin, Michael Brook, Trey Gunn, Nigel Kennedy, Nana Vasconcelos e Michael Nyman, così come con artisti di musica Hindustani come Hariprasad Chaurasia e Zakir Hussain, oltre ad artisti carnatici come Vikku Vinayakram e V. Selvaganesh.  

Srinivas fondò anche una scuola di musica chiamata “Srinivas Institute of World Music” (SIOWM) a Chennai, dove, da quando aveva appena diciotto anni, insegnò gratuitamente a un certo numero di studenti. Srinivas ha formato quasi un centinaio di studenti in tutto il mondo, molti dei quali hanno studiato con lui e U. Rajesh fino a dieci anni. U. Rajesh continua a insegnare ai propri studenti al SIOWM.

 


Strumento

Il primo mandolino di Srinivas apparteneva a suo padre, di base un clarinettista. Si trattava di un mandolino occidentale "standard"; tuttavia, apportò delle modifiche per adattare lo strumento al suo stile e alle sue esigenze.

Iniziò con il mandolino acustico, ma né le dimensioni né la pizzicatura richieste al mandolino acustico erano adatte per note lunghe e sostenute. Passò quindi al mandolino elettrico, che era più adatto per note sostenute e ornamenti musicali.

A differenza delle otto corde di un tipico mandolino, accordate su GG-DD-AA-EE, Srinivas generalmente utilizzava solo cinque corde accordate su CGCGC. Copie di questo stile di mandolino sono disponibili in India, e molti altri mandolinisti indiani hanno usato strumenti simili (tra cui suo fratello, U.Rajesh, e il suo studente, Suresh Kumar). Il design e le sue specifiche combinazioni di corde sono brevettati in India e negli Stati Uniti.


Vita privata

Srinivas ha sposato U. Sree, figlia di un ufficiale di vigilanza dell'Andhra Pradesh, nel 1994. La coppia ha avuto un figlio, Sai Krishna (noto anche come Naani Krissh, futuro regista che ha fatto il suo debutto con Opperah nel 2017), e hanno divorziato nel 2012. Dopo la separazione la moglie U. Sree ricevette la custodia del figlio.

U.Srinivas era un ardente devoto del Paramacharya di Kanchi e seguace di Sri Sathya Sai Baba e si era esibito prima di lui in diverse occasioni.


Malattia e morte

Srinivas fu sottoposto a trattamento medico per una condizione epatica, e l’11 settembre del 2014 fu sottoposto a un trapianto di fegato. Durante il recupero, è mancato all'Apollo Hospital alle 9:30 del 19 settembre 2014 dopo importanti complicazioni.




 

venerdì 7 aprile 2023

Sophya Baccini - “ANIMATESI”: commento all'album e intervista all'artista

 


Sophya Baccini - “ANIMATESI”

CD 


Chi conosce musicalmente Sophya Baccini sa anche che ogni suo nuovo progetto, in sequenza o parallelo ad altri, potrà fornire uno dei tanti volti dell’artista napoletana, ma sarà difficile trovare una copia di qualcosa di esistente. Accade la stessa cosa quando si esprime su di un palco.

“Presence” e “Aradia” sono i suoi ensemble di riferimento, ma è facile trovarla inserita in contesti prog di terzi, collaborazioni pregiate alle quali alterna nuove idee, proposte alternative che mettono in rilievo una grande versatilità che trova soddisfazione sia all’interno di un gruppo (l’ultimo è totalmente al femminile) che nella versione autarchica.

Ma Sophya Baccini è sinonimo di voce e pianoforte, e proprio attraverso questi elementi nasce “Animatesi”, così sintetizzato dall’autrice:

Con questo nuovo disco torno al mio amore primitivo - pianoforte e voce -, portando con me tutto l’inestimabile bagaglio di viaggi, esperienze e collaborazioni con musicisti, autori, produttori e discografici, durante decenni indimenticabili di musica, e un pizzico di follia.”

Non è completamente sola Sophya, perché il suo nuovo viaggio trova appoggio nella poetessa e scrittrice Viviana Pernetti che, dopo essere diventata all’improvviso non vedente a causa di una malattia, ha trasformato il suo handicap in un punto di forza, e in questa occasione ha firmato gran parte dei testi.

Dieci brani musicali, dieci poesie musicate, dieci riflessioni che è possibile comprendere appieno - e ascoltare cliccando sui titoli della tracklist - leggendo il pensiero di Sophya attraverso l’intervista che propongo a seguire.

Il contesto nel quale si muove normalmente Sophya ha a che fare con il rock contaminato, ma esiste per ogni musicista la necessità di proporre l’essenza della musica, che è azione soggettiva, e che in questo caso significa mettere in rilievo strumenti di riferimento, come la voce e il pianoforte, unendo al tutto la potenza della lirica, una miscela che, al di là dei gusti personali, appare in questo caso trasversale e di assoluta qualità.

Un cantato in lingua italiana nel quale si aprono un paio di segmenti anglofoni, giusto per omaggiare miti musical-culturali come Jimmy Page, Bob Dylan e Joan Baez, tutto all’insegna della bellezza estetica e sostanziale.

Ma mi piace sottolineare la valenza del titolo, quell’”Animatesi” che è l’unione di due termini, “anima” (denominazione originaria) e “matesi”, vocabolo desueto che ha a che fare con l’apprendimento e la “disposizione ad imparare”, concetto che l’autrice definisce così: “La vera democrazia dell’anima, il pensiero figurativo ma anche scientifico senza condizionamenti e senza sovrastrutture”.

Non resta che leggere ed ascoltare, sarà impossibile rimanere indifferenti!



La chiacchierata con Sophya Baccini…


Mi racconti come nasce il tuo nuovo album, “Animatesi”?

ANIMATESI è un lavoro nato dal mio amore per il pianoforte e per il bel canto, che sono stati il mio primo vero approccio alla musica fin da quando ero piccolissima. Mio padre, che era stato un tenore in gioventù, mi mise sul pianoforte quando avevo cinque anni e da allora tutte le mie scoperte, tutto il significato della musica mi sono arrivati proprio dal rapporto intensissimo col mio pianoforte, sempre lo stesso che mi ha seguita in tutti i traslochi, e su quello sono nati poi tutti i miei brani, a cominciare dai dischi dei Presence passando poi per Aradìa, il mio primo album solista, per la collaborazione con i Delirium, fino a BIG RED DRAGON ed al prossimo lavoro con le Sophya Baccini’s Aradia, il mio gruppo di prog tutto al femminile. Il pianoforte insomma ha catturato un po’ della mia anima, ma negli ultimi anni mi ero dedicata maggiormente allo studio della voce alla composizione, ed alle registrazioni con l’aiuto dei suoni campionati. Durante il primo lockdown, quando non si poteva uscire di casa, in quei pomeriggi strani e silenziosi che nessuno di noi dimenticherà, ho ritrovato con stupore e con piacere il mio antico rapporto col pianoforte, e mi sono resa conto che nel mio percorso mancava proprio questo aspetto fondamentale della mia formazione. Così mi sono messa a scrivere, a suonare, a suonare e a cantare riscoprendo sensazioni dimenticate, ed arricchite da tutte le esperienze vissute in tantissimi anni di professionismo e collaborazioni… è stata come una ripartenza, come chiudere un cerchio.

Lavoro “solitario” con un’eccezione, l’importante partecipazione in veste autorale della poetessa/scrittrice Viviana Pernetti: come è nata la vostra collaborazione?

Inizialmente proprio per i motivi che ti ho detto il disco doveva chiamarsi “Anima”. Poi mi sono ricordata che anni fa una mia amica, plurilaureata ed appassionata di musica e di letteratura, mi aveva mandato alcune sue poesie che mi erano piaciute moltissimo. Nel frattempo, avevo già scritto qualcosa, tre brani per l’esattezza, ma non volevo una cosa troppo uniforme ed inoltre a me piace molto la collaborazione in generale, per cui ho pensato di unire musica e poesia per rendere il lavoro più vario ed anche in qualche modo unico. Ho contattato Viviana, questa mia amica, e lei ha accettato con entusiasmo. Quindi è cominciato un vortice creativo che ci ha coinvolte tutt’e due in maniera potente. Lei mi chiedeva l’argomento, e dopo un po’ mi arrivava il testo per posta, ed anche questo mi piaceva moltissimo. Aspettare e ricevere il pacchetto. Tutto scritto a mano, lei tra l’altro è diventata ipovedente a causa di una malattia ma riesce a scrivere benissimo, lo ha fatto per anni essendo un’insegnante, ed ha reso questo suo handicap un punto di forza dedicandosi alla scrittura. Quindi, dicevo, tutto scritto a mano, tutto suonato in diretta e con uno strumento vero, emozioni uniche, antiche e nuove. Io le ho spiegato che volevo intitolare il disco “Anima” e il perché, e lei che è appassionata di cultura greca mi ha parlato della Matesi, che è praticamente la vera democrazia dell’anima, il pensiero figurativo ma anche scientifico senza condizionamenti e senza sovrastrutture. Allora abbiamo pensato di unire i due termini e di creare “ANIMATESI”, che meglio di qualsiasi altra parola descrive il contenuto e la genesi dell’album. Quando poi lei mi ha mandato il testo mi sembrava così bello che non poteva essere altro che la title track.

Pianoforte e voce, un ritorno alle origini: è questa la tua vera dimensione espressiva?

Questa è una bella domanda… probabilmente sì, perché quando mi siedo davanti al pianoforte è come se il resto del mondo scomparisse, e comincia un viaggio che non so dove mi porterà.

Possibile sintetizzare in un unico messaggio le liriche? Si può trovare una certa concettualità?

Sì, ed è tutto nel titolo. “Animatesi”, teoria dell’anima, discorso del profondo.

Un paio di brani sono in lingua inglese: me ne parli?

Sono due dei tre brani scritti interamente da me, l’altro è il brano che apre l’album, “C’era la luna”. Il primo, “Jimmy”, parla di quei rapporti tossici e deleteri che bisogna avere il coraggio di eliminare, per quanto affascinanti, ma quando ho cominciato a scriverlo, già dai primi accordi mi sono resa conto che il filo conduttore è stato il mio amore e la mia ammirazione per Jimmy Page.

Il secondo, “Dylan and Joan”, come puoi immaginare è dedicato a Bob Dylan e Joan Baez. Anche loro sono per me un mito, specialmente lei, che ho ascoltato tanto perché mi piaceva la sua voce e la sua tecnica; non sapevo che avessero avuto una storia, e non sapevo nemmeno che lei era già famosa prima di lui, ed è stata lei a farlo conoscere portandolo in giro nei suoi concerti, che poi per entrambi sono diventati veri e propri bagni di folla ed eventi indimenticabili. Anche questo brano è un ringraziamento, è riconoscenza per aver creato un mondo e per essere stati capaci di cambiare le cose, di fermare una guerra con la musica, di influenzare positivamente la vita e l’immaginario di quattro, cinque generazioni.

Io sai, credo che il compito di un’artista, oltre che esprimersi con la musica, sia anche quello di celebrare delle storie rendendole eterne… la scrittura si può purtroppo perdere, una canzone può dare immortalità.

La label e la distribuzione riportano a tuoi “amici” tradizionali…

Sì, l’etichetta è AFRAKA’ di Lino Vairetti, cantante e leader degli Osanna. Ho collaborato a lungo con loro, sia in studio che dal vivo, e Lino è stato ospite in due dei miei album. Anche Irvin Vairetti, suo figlio, ha cantato un brano in “Big Red Dragon” delle Sophya Baccini’s Aradia, il mio gruppo prog tutto al femminile. Quando ho terminato le registrazioni di “Animatesi” mi è sembrato naturale chiedergli se gli avrebbe fatto piacere farlo uscire con la sua label, e lui ha accettato dandomi una grossa mano anche a livello pubblicitario, elaborando il comunicato stampa e diffondendolo sui social. Anche con lui, come nel caso di Viviana, è nato uno scambio molto intenso, proficuo, e a tratti divertente! Lino è una persona eccezionale oltre che un grandissimo musicista, ed è sempre pronto ad aiutare chi cerca di fare qualcosa di nuovo in ogni ambito della cultura. Infatti, io credo che il maggior punto di forza di “Animatesi” sia proprio la novità di presentarsi senza rete e senza alibi, senza effetti e senza sovra incisioni, in un momento in cui la tecnica digitale la fa da padrona.

La distribuzione è affidata alla mia etichetta storica con cui sono usciti la maggior parte dei miei lavori, la Black Widow Record di Genova.

Musica intimistica che richiede atmosfera adeguata: pensi sia proponibile una proposizione live, scegliendo location corrette?

Sicuramente sì, come giustamente dici scegliendo le location corrette; ho anche elaborato un piccolo spettacolo con l’aiuto di immagini e la presenza di un attore/mimo per rendere il tutto più dinamico, e mi piacerebbe fare qualche diretta in streaming proprio per accentuare il concetto di musica vera senza artifici.

Un’ultima cosa, tra le dieci tracce ne esiste una a cui sei più legata? Se sì, perché?

Sì, c’è, ed è “C’era la Luna”, perché è stato il primo brano che ho scritto e che mi ha fatto venire l’idea di creare un disco pianoforte e voce. Avrei potuto arrangiarlo per vari strumenti ma poi mi sono resa conto che forse lo avrei snaturato, oppure che altri suoni sarebbero risultati inutili. “Less is more” ... mai come in questo caso l’adagio inglese mi sembra che spieghi tutto.

Il CD, pubblicato su Etichetta “Afrakà Records” di Napoli e distribuito dalla “Black Widow” di Genova, è disponibile in versione fisica e on line in streaming sulle piattaforme digitali dal mese di gennaio 2023. La grafica della bellissima copertina è realizzata da Roberto Boemio con foto di Davide Visca.


Le 10 tracce di “Animatesi”, rigorosamente registrate pianoforte e voce, sono in sequenza: 


1 – C’ERA LA LUNA

2 – ANIMATESI

3 – NON VALE UNA GUERRA

4 – ANGELICA

5 – JIMMY

6 – DYLAN AND JOAN

7 – ALLODOLA

8 – LAMED

9 – BARUC

10 – PONENTE





giovedì 6 aprile 2023

Una domenica pomeriggio ai Magazzini Merula


Una domenica di inizio aprile mi ha portato nel mio “negozio” preferito, i Magazzini Musicali Merula di Roreto, dove negli anni ho comprato svariati strumenti di ogni genere. Questa la volta la scusa era il cambio mandolino, ma sarebbe stato riduttivo non allargare la visita.

Terminato il rapido acquisto, ho passato molto tempo in adorazione davanti alle cinque Gibson esposte, per poi allargarmi verso ogni reparto.

Segno della croce e preghiera al cospetto di un corner denominato “UN ANGOLO DI STORIA”, con l’esposizione di Moog e Synth, con il sottofondo video di “personcine” note e legate a quegli strumenti, come Keith Emerson e Rick Wakeman ad esempio!

Scendendo poi verso la sala eventi scopro la musica vigorosa dei LEM, di cui non posso dire molto essendo arrivato in tempo per il solo ultimo brano, e quindi non mi sbilancio, anche se l’immagine del power trio mi sembrava funzionasse a dovere.

Lascio quindi la valutazione approfondita per tempi successivi e propongo l’ultimo frammento di concerto.

 

Le occasioni per scoprire la musica dei LEM non mancheranno, magari iniziando con un click sui link seguenti:

https://lemtheband.bandcamp.com/album/aint-over-until-is-over

https://www.facebook.com/LEMtheband/?paipv=0&eav=AfYW74SR3M664QNfAf_sIki89wnVw9xnQK1hJHSya_l0eFVVz1lMT-P1Ko6kHMijPQE&_rdr




martedì 4 aprile 2023

The Residents rivisitati da Alieno deBOOOTES e Alessandro Monti


Incuriosito da quanto letto nel libro di Alessandro Monti, “RIPRODUZIONE CASUALE-Sintemi d’ascolto non lineari”, provo a presentare i The Residents - gruppo musicale e collettivo artistico statunitense - e il loro modo unico di proporre musica.

I membri del gruppo non hanno mai mostrato la loro vera identità al pubblico (fatto inusuale nel mondo del rock), ed è dunque possibile che nel corso degli anni si siano avvicendati diversi musicisti nelle vesti dei quattro componenti ufficiali della formazione. Fedeli ad una propria rigida etica "alternativa", si sono sempre autoesclusi dai circuiti di musica commerciale.

Durante i concerti, talvolta delle performance multimediali, i membri del gruppo di solito si presentano indossando cilindro, frac e una maschera grottesca (quella più celebre rappresenta un gigantesco bulbo oculare).

In estrema sintesi parliamo di un gruppo di rock sperimentale che ha anticipato la new wave, fondendo rock, noise e vaudeville in modo atipico e grottesco, adoperando perlopiù apparecchiature elettroniche e la tecnica del montaggio sonoro. Le loro opere si dividono principalmente in due categorie: quelle basate sulla "decostruzione" dissacrante della musica pop e rock occidentale (come nel caso di (I Can't Get No) Satisfaction dei Rolling Stones), e complesse opere concettuali.

Fra gli artisti a cui si ispirano vi sono Frank Zappa, Erik Satie e Anton Webern. I loro testi surreali e spesso provocatori sono costruiti intorno ad un tema, una teoria oppure una trama, come nel caso dell'ambiziosa The Mole Trilogy, God in Three Persons (1987), dedicata ad alcuni episodi della Bibbia, e Gingerbread Man, dedicato alla paranoia e alla disperazione.

Ai The Residents è legata la LA TEORIA DELL'OSCURITA', secondo la quale i quattro potrebbero essersi avvicendati nel tempo cambiando in continuazione, una congettura inculcata loro dall’altrettanto oscuro personaggio che rimarrà il chiodo fisso della band per tutta la loro vita, N. Senada, compositore di dubbia provenienza (e di dubbia esistenza).

Questo l’assioma che ne sintetizza il pensiero…

"L'opera d'arte conserva la propria creatività e integrità in quanto tale solo se nascosta al pubblico"

I The Residents rifuggono la popolarità e il successo di massa, rifiutando i metodi del music business e autogestendo in completa autonomia l’attività del gruppo.

Secondo questa teoria la parte più importante del cervello umano è stata atrofizzata dal consumismo, dalla pubblicità e dai media: il cervello altro non è che un particolare circuito elettrico, che pertanto funziona tanto meglio quanto più la temperatura è bassa: in altre parole la Terra Promessa della setta è il Circolo Polare Artico (voci insistenti suggeriscono che Senada non sarebbe altri che Captain Beefheart in uno dei suoi migliori travestimenti).

Fedeli a questi concetti, i The Residents rifiutano di suonare molto dal vivo e quando succede si travestono da frigoriferi, come per evocare (con una sorta di danza rituale del gelo) lo stato creativo per eccellenza.

In seguito, adotteranno invece la classica maschera con il bulbo oculare.

Autori di una quarantina di album, hanno comunque suonato dal vivo, realizzando concerti e tournée, col vantaggio di poter sostituire o aggiungere membri senza che il pubblico se ne accorgesse.

Per il resto: voci modificate e distorte, testi criptici o senza senso.

 

Tutto questo mi conduce ad un paio di tributi alla band di cui mi ha fatto omaggio Monti, denominati "Unconventional Residents" e "Unconventional Residents II", attribuiti ad Alieno deBOOOTES (Alessandro Pizzin) che, in collaborazione con Alessandro Monti, ha mostrato uno spaccato dei “The Residentes” proponendo la loro musica (22 brani +18), lasciandone inalterato il DNA ma operando in modo tale da marchiare atmosfere e sound in modo personale.

Chiosa Monti: “L’idea di base è quella che l’eccentrica e a tratti inaccessibile musica dei Residents ha spesso fatto dimenticare la straordinaria vena POP sotto la superficie; da qui è partito Alieno deBootes per la sua interpretazione…” E prosegue: Quando Alieno mi ha proposto di aggiungere delle parti ai suoi incredibili arrangiamenti, la cosa che mi è venuta spontanea è stata pensare alle voci, dal momento che ero tra i pochi nella zona a conoscere bene quelle musiche. Avevo ripreso a cantare da poco e, nonostante sia sempre stata una missione non facile per il sottoscritto, mi sono messo alla prova: era una sfida che si è subito trasformata in un divertimento sfrenato. Mentre Alieno preparava le sue basi con una straordinaria tecnologia nel suo studio, io aggiungevo qualcosa di mio bilanciando il tutto con il mio approccio low-fi di un semplice pc; alla fine questo incrocio di metodi ha dato dei frutti inaspettati, come se due periodi diversi del gruppo fossero uniti in uno. Dalla Louisiana al Veneto passando attraverso le propaggini di Giove (per citare “Not Available!”): una storia che non ha senso e per questo è perfettamente calata nell’opera del mitico combo.”

Non avendo termini di paragone (mi sto avvicinando solo ora ai The Residents), ho assorbito la musica “non convenzionale” di Alieno e Monti in veste “tradotta”, come fossero brani di produzione propria (anche se in pratica lo sono diventati), pronto ad un salto all’interno di atmosfere e sonorità intricate e bisognose di buona concentrazione, ma quando si parla e si scrive di musica occorre lasciare da parte i preconcetti e vivere l’ascolto scevri da condizionamenti, una sorta di “vediamo cosa accade”, ovvero che tipi di risposte il nostro corpo restituirà alla sollecitazione sonora e ritmica. Non mi pare si possa trovare alla proposta di Alieno un’etichetta che faciliti l’incasellamento, ma possiamo dire che, nonostante l’utilizzo della tanta tecnologia disponibile, il profumo vintage resta nell’aria dopo l’ascolto.

Sono troppo “scoperto” in questo campo specifico per poter annodare analogie e differenze, ma i due CD che ho ascoltato in sequenza mi hanno pienamente soddisfatto e, al di là della risposta emotiva e lontana dalla razionalità, ho trovato il tutto fresco e intelligente - tra rock, pop e avanguardia -, godibile anche per chi si affida solo all’istinto.

E ora dovrò appropriarmi della discografia dei The Residents, cosa ardua ma non impossibile!






lunedì 3 aprile 2023

Seymour Stein, leggendario dirigente musicale che ha lanciato Madonna e Talking Heads, è mancato a 80 anni

David Byrne, Seymour Stein e Madonna


Seymour Stein, leggendario dirigente musicale che ha lanciato Madonna e Talking Heads, è mancato a 80 anni

 

È mancato a Los Angeles, all’età di 80 anni, Seymour Stein, l’uomo che attraverso la Sire Records lanciò la carriera di Madonna e delle prime icone punk rock e new wave, come Ramones e Talking Heads: lunga la sua battaglia contro il cancro.

Sebbene il suo lavoro abbia goduto di una distribuzione favorevole da parte di una major, Stein si avvicinò al business discografico con lo zelo di un indipendente, prendendosi una moltitudine di rischi lavorando su talenti non certi, spesso underground, che lo ripagarono attraverso i loro piazzamenti in classifica.

Depeche Mode, Ice-T, Lou Reed, The Pretenders, The Smiths, The Cure, Seal, The Replacements, Aphex Twin e molti altri artisti pubblicarono alcune delle loro più grandi musiche con Sire, sia tramite una firma diretta che con un accordo di licenza, un mixtape ben curato delle uscite di Sire degli anni '80 e '90 che diventarono la colonna sonora di un'epoca.

Come il defunto manager dei Talking Heads Gary Kurfirst ebbe a dire alla Rock and Roll Hall of Fame in occasione dell'introduzione del dirigente nel 2005, "il gusto di Seymour per la musica è sempre un paio di anni avanti a quello di tutti gli altri". È stato indiscutibilmente uno dei più grandi dirigenti A&R nella storia della musica moderna. 

Sire ha lasciato il segno per la prima volta tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 pubblicando i primi lavori dell'incarnazione blues-rock dei Fleetwood Mac e della band art-rock olandese Focus (quest'ultima con l'improbabile singolo di successo, "Hocus Pocus"). Ma Stein si tuffò con tutto il cuore nella scena punk alla fine degli anni '70, firmando molti dei migliori artisti del genere da New York al Regno Unito e in Australia.

Sire ha poi goduto di un successo simile con gruppi post-punk e new wave, come i Pretenders, i Cure e i Depeche Mode e molti altri.

Stein strinse alleanze commerciali con una serie di etichette indipendenti europee, commercializzando nomi di atti sviluppati da marchi come Rough Trade, Beggars Banquet e Creation negli Stati Uniti.

La sua scoperta più redditizia fu Madonna, che lavorava ancora in un club di Manhattan ed era poco conosciuta quando Stein la mise sotto contratto nel 1983. La cantante diventò una superstar con Sire, inanellando tre album n. 1, 10 singoli n. 1 e un totale di 23 top-10 hits prima di lanciare la sua impronta Maverick nel 1992.

In una dichiarazione rilasciata domenica sera, Mandy Stein ha dichiarato: "Sono cresciuta circondata dalla musica. Non ho avuto l'educazione più convenzionale, ma non cambierei la mia vita e il mio rapporto con mio padre per nulla al mondo; era un nonno amorevole e premuroso che si godeva in ogni momento le sue tre nipoti. Mi ha donato la colonna sonora definitiva della vita, così come il suo malvagio senso dell'umorismo. Sono oltremodo grata per ogni minuto che la nostra famiglia ha trascorso con lui e per il fatto che la musica che ha portato al mondo abbia avuto un impatto positivo sulla vita di così tante persone".

Nato a Brooklyn nel 1942, fece il suo ingresso nel mondo della musica americana mentre era ancora un adolescente. All'età di 13 anni ottenne un ingresso alla rivista Billboard dove copiò ossessivamente le pubblicazioni delle vecchie classifiche a mano. Guidato dal direttore grafico Tom Noonan e dall'editore Paul Ackerman, contribuì ben presto alle recensioni.

Dopo essersi diplomato al liceo, Stein fece una breve apparizione al college prima di tornare a Billboard a tempo pieno. Passò alla squadra discografica attraverso un'associazione con Syd Nathan, della King Records di Cincinnati; Dopo uno stage per due estati entrò a far parte dell'azienda nel 1961.

Dopo due anni con King, la casa di James Brown e di altre star del R&B e del country, Stein tornò a New York per lavorare per la Red Bird Records, un'etichetta indipendente gestita dall'impresario dell'etichetta George Goldner e dai cantautori di successo Jerry Leiber e Mike Stoller.

Uno scisma tra i soci della Red Bird fece fallire l'etichetta nel 1966, ma Stein fu avvicinato dal produttore-compositore Richard Gottehrer con un'offerta per formare una nuova società insieme. La Sire Records del duo – il cui nome era un anagramma delle prime due lettere nei nomi dei partner – aprì quell’anno un negozio nel Brill Building, il centro del music-biz di Manhattan. 

I primi anni di Sire – durante i quali l'etichetta fu distribuita dalla London Records, il braccio statunitense della Decca britannica – furono scarsi dal punto di vista commerciale. Attraverso una collaborazione con l'inglese Blue Horizon Records, l'etichetta offrì pubblicazioni negli Stati Uniti di parte del primo materiale blues dei Fleetwood Mac, così come il lavoro di Chicken Shack, un'altra unità blues capeggiata dalla cantante Christine Perfect, che presto sposò il bassista dei Fleetwood Mac John McVie e si unì al gruppo di suo marito. Tuttavia, l'associazione della band con Sire non produsse grandi successi.

I primi album di band artistiche britanniche come Renaissance e Barclay James Harvest guadagnarono una certa trazione radiofonica per Sire, ma niente di eclatante. Tuttavia, Sire colse nel segno nel 1973, quando la hit dei Focus, "Hocus Pocus", divventò un singolo che raggiunse la posizione numero numero 9, spingendo l'album "Moving Waves" al numero 8 in America.

Gottehrer lasciò Sire nel 1974 per concentrarsi sulla produzione. Più o meno nello stesso periodo, Stein - spalleggiato dalla sua allora moglie Linda - iniziò sempre più a setacciare i club di New York alla ricerca di nuovi talenti.

Su fervente raccomandazione della moglie, Stein organizzò uno spettacolo dei Ramones ad una prova di New York alla fine del 1975. Anche se quella notte era febbricitate, fu attratto dall'energia e dall'immagine del quartetto, e firmò un contratto con i padrini del punk. L'album di debutto omonimo della band del 1976 raggiunse la posizione numero 111, ma soprattutto introdusse efficacemente il punk rock agli ascoltatori americani e britannici. Il gruppo, che fu poi gestito da Linda Stein, pubblicò 11 album in studio con l'etichetta prima di uscire nei primi anni '90.

Un viaggio alla Mecca punk CBGB di Bowery per assistere a uno degli atti di apertura dei Ramones portò a un altro accordo di buon auspicio. Stein andò a fare scouting del gruppo di Brooklyn The Shirts, ma la band fu sostituita all’ultimo momento da un trio nervoso di ex studenti della Rhode Island School of Design, i Talking Heads, che divennero uno dei gruppi più popolari di Sire, pubblicando nove album di platino e oro durante gli 11 anni trascorsi con l'etichetta.

Altri contratti punk di alto profilo dell'epoca includevano punti fermi del CBGB come Richard Hell & the Voidoids di New York e Dead Boys di Cleveland. Stein diede anche una prima possibilità negli Stati Uniti ai Rezillos scozzesi e a prodotti agli antipodi come Australia's Saints e Radio Birdman.

Sire è stato distribuito dalla Warner Bros dal 1977 e acquisito dalla società nel 1978. Tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, Sire ha firmato o distribuito musica di una varietà di gruppi punk e post-punk di alto livello, dagli Stati Uniti e dall'estero. Nel corso della storia il suo roster ha incluso i Replacements (e più tardi il loro frontman Paul Westerberg), Echo & the Bunnymen, Madness, Undertones, gli Smiths (e il cantante Morrissey), Everything But the Girl, Aztec Camera, Erasure, Flamin' Groovies, My Bloody Valentine e Ride.

Madonna è stata la turbina commerciale che ha guidato Sire negli anni '80. Messa sotto contratto da Stein dopo che il dirigente aveva ascoltato una demo della sua canzone "Everybody", mentre si stava riprendendo da un intervento chirurgico a cuore aperto, la cantante ha poi registrato un disco di platino per la compagnia dal 1983-90. Sei dei suoi album hanno raggiunto lo status di multiplatino, e due - "Like a Virgin" (1984) e il comp "The Immaculate Collection" (1990) - hanno ricevuto premi RIAA "diamond record" per le vendite di oltre 10 milioni.

La diversificazione artistica dell'etichetta è testimoniata da ingaggi come quello dell'ex frontman dei Beach Boys Brian Wilson, il cantante country/pop canadese K.D. Lang, il cantante britannico Seal, l'unità alt-country dell'Illinois Uncle Tupelo e il suo successore rock Wilco, il rapper di Los Angeles Ice-T (e la sua controversa band hard rock Body Count), la cantante israeliana Ofra Haza e l'ex leader dei Velvet Underground Lou Reed.

Quando le fortune commerciali della Warner Bros iniziarono a calare, dagli anni '90 in poi, l'impatto di Sire come marchio di successo diminuì, anche se Stein continuò a scovare talenti in via di sviluppo; gli ultimi concerti dell'etichetta includevano Delta Rae e Residual Kid.

Nel 1998 la rock band scozzese Belle & Sebastian pubblicò la canzone "Seymour Stein" nel loro album "The Boy With the Arab Strap". Anche se assomiglia a una canzone d'amore nello stile tardo dei Velvet Underground, parla della decisione di Stein di non arruolare il gruppo.

La società ha continuato a lavorare nel 21° secolo, anche se a un ritmo più lento, con alti dirigenti A & R come Michael Goldstone e Rani Hancock che hanno assunto posizioni senior al fianco di Stein, fino al suo pensionamento nel 2018. I suoi ultimi concerti hanno incluso Regina Spektor, Tegan & Sara, Cavetown, Bryce Vine e altri, anche se divenne sempre più un'etichetta Warner Music; Stein ha assunto ulteriori incarichi nel 2013 come dirigente senior dell'etichetta A & R per la società madre. Sebbene non sia stato un cantautore, è stato onorato dalla Songwriters Hall of Fame nel 2016 con il premio Howie Richmond Hitmaker.

Billboard gli ha reso omaggio con il suo Icon Award nel 2012 con un breve video documentario, con Ice-T, Chris Frantz e Tina Weymouth dei Talking Heads, il batterista dei Ramones Tommy Erdelyi, il co-fondatore di Sire Richard Gottehrer, il manager di Madonna Guy Oseary e lo stesso Stein, tra gli altri. 

Tuttavia, i suoi ultimi anni sono stati segnati da una tragedia, poiché la sua ex moglie Linda è stata uccisa dal suo assistente personale nel 2007. La loro figlia, Samantha Jacobs, è morta per un cancro al cervello nel 2013.

Stein lascia la figlia, la regista e produttrice Mandy Stein, tre nipoti e sua sorella, Ann Wiederkehr.





domenica 2 aprile 2023

Ci ha lasciato Ryuichi Sakamoto


Il musicista e compositore giapponese Ryuichi Sakamoto è morto all'età di 71 anni dopo una lunga battaglia contro il cancro.

Lo ha reso noto la sua agenzia, a distanza di qualche giorno dalla scomparsa, avvenuta martedì 28 marzo.

Era nato il 17 gennaio 1952 ed è stato un musicista, compositore e attore giapponese.

Viene considerato tra i pionieri della fusione tra la musica etnica orientale e le sonorità elettroniche occidentali. La sua vasta discografia solista (che include oltre settanta titoli diversi) spazia fra numerosi generi quali pop, musica elettronica, ambient, bossa nova, world music e musica neoclassica.

Dapprima membro degli Yellow Magic Orchestra, gruppo musicale seminale per la musica elettronica giapponese e il j-pop, Sakamoto inaugurò successivamente la carriera solista e divenne compositore di note colonne sonore cinematografiche, alcune delle quali, come Furyo, L'ultimo imperatore (alla quale prese anche parte come attore) e Il tè nel deserto, ottennero fama mondiale e premi prestigiosi.

Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in carriera dal compositore nipponico, spicca il premio Oscar conquistato nel 1987 per la colonna sonora del succitato film di Bernardo Bertolucci, "L'Ultimo Imperatore".

Negli anni, Sakamoto ha collaborato con artisti come Caetano Veloso, David Byrne e Iggy Pop, per poi pubblicare da solista una ventina di album e coltivare nel tempo la sua passione per i videogiochi. Le sperimentazioni compiute da Sakamoto lo hanno infatti portato a incrociare ciclicamente l'industria dell'intrattenimento digitale, prova ne sia l'impegno profuso dal compositore giapponese nella realizzazione dei brani strumentali di videogiochi come Seven Samurai 20XX, L.O.L. Lack of Love, Hohokum e Dawn of Mana, oltre al già citato jingle di avvio ascoltato da tutti i possessori della più che ventennale console SEGA Dreamcast.



Gianni Nocenzi , Ryuichi Sakamoto e Norihito Sumitomo:

Quando grandi musicisti si incontrano... al principio dell'arcobaleno...

Il brano è "Al principio dell'arcobaleno (part two)”, tratto dall'album “Soft Song” di Gianni Nocenzi.

L'immagine nel video è tratta dal libretto interno dell'album.





sabato 1 aprile 2023

Ci ha lasciato Ray Shulman, pilastro dei Gentle Giant


Era nell’aria ma solo ora trova conferma la notizia della morte di Ray Shulman, il più giovane di tre fratelli (gli altri sono Phil e Derek) che diedero vita a quella meravigliosa band che sono stati i Gentle Giant.

Era nato l’8 dicembre del 1949 a Portsmouth, nell’ Hampshire, ed è famoso per essere stato il bassista, polistrumentista e compositore del gruppo.

Con Philip e Derek, come lui cantanti e polistrumentisti, fondò nel 1966 il gruppo di pop psichedelico Simon Dupree and the Big Sound, che ottenne un effimero successo con il singolo “Kites” (1967) e si sciolse due anni più tardi.

Nel 1970 i fratelli Shulman unirono le forze con Kerry Minnear, Gary Green e Martin Smith e nacquero così i Gentle Giant, gruppo di rock progressivo rimasto attivo fino al 1980, nei quali Ray fu principalmente bassista e coautore ma suonò vari altri strumenti, tra cui chitarra folk, tromba, violino, flauto dolce e percussioni.

Dopo lo scioglimento dei Gentle Giant, Ray suonò per un breve periodo con il gruppo irlandese Minor Detail.

Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta intraprese una carriera come produttore discografico, lavorando tra gli altri con The Sugarcubes, The Sundays e Ian McCulloch.

La pagina ufficiale dei Gentle Giant riporta:

È con grande dolore che annunciamo la scomparsa di RAYMOND SHULMAN, il 30 marzo 2023.

Raymond è deceduto serenamente nella sua casa di Londra dopo aver combattuto una lunga malattia. Lascia sua moglie Barbara Tanner e i suoi fratelli Derek e Philip Shulman. La sua famiglia chiede privacy in questo momento molto triste."

Una grandissima perdita, e il mio pensiero vola a quel giorno autunnale del 1973, quando ebbi la fortuna di vederlo su di un palco genovese, nel momento di massimo splendore della band!

R.I.P. Ray!