lunedì 11 aprile 2011

Paolo Siani and Friends-Castles, Wings, Stories and Dreams



Spesso le scelte quotidiane, non solo quelle musicali, sono guidate dall’istinto, dal feeling del momento.
In un qualsiasi negozio di dischi( meglio se vinili) sarei rimasto colpito e indotto all’acquisto da questo “CASTLES, WINGS, STORIES & DREAMS”, che unisce un titolo “da favola” ad una copertina “da sogno”.
Certo, sono apparenti banalità, sicuramente aspetti minori rispetto alla sostanza, ma software e hardware sono complementari, anche nel caso di un album musicale. Se poi ci aggiungiamo lo scopo benefico, si può affermare con certezza che per aiutare “l’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova” sarebbe d’obbligo( se si conoscesse la chiave di volta) inventarsi ogni possibile stratagemma per diffondere il verbo di Paolo Siani.
E’ proprio lui, l’ex drummer della Nuova Idea, l’ideatore del progetto, che ha composto, arrangiato e suonato l’intero album, distribuito da Black Widow Records.
Nel comunicato stampa ufficiale sono fruibili le complete note di copertina:
Nell’intervista a seguire Siani racconta qualcosa di questo suo lavoro, ed è l’occasione per uno scambio di battute interessanti, che spaziano all’interno del contenitore “musica”.
Le indicazioni “ufficiali” descrivono atmosfere Prog, Rock, Jazz, ma è sufficiente una rapida lettura dei musicisti che hanno condiviso il percorso, per ottenere una prima messa a fuoco. Anche in questo caso esistono quindi segnali che sono il preludio alla qualità dell’album.
Qualche esempio … Belloni, Pagani,Vescovi, Usai, Zoccheddu, tanto per citare quelli riconducibili a un corso storico/musicale nato molti lustri fa.
Ma io credo che questo album, voluto fortemente da Paolo Siani, vada visto come pacchetto completo, senza grandi scissioni, spesso usate per evidenziare le caratteristiche e le differenze tra un brano e l’altro.
Paolo racconta di alcune critiche subite per l’utilizzo della doppia lingua, italiano e inglese, ma io preferisco considerare ogni aspetto come funzionale al progetto.
La sensazione che ho ricavato è quella della lettura di un libro, con diversi capitoli, ma legato da un unico filo conduttore. E questo libro è il frutto di un lungo pensiero maturato nel tempo, di esperienze accumulate, e del disagio legato alla sgradevole sensazione che gli anni siano passati invano… pensiero frustrante!
In questo quadro le riflessioni personali, si mischiano alla drammatica attualità, nera come un tempo e forse ancora di più.
Siani spiega il suo iter compositivo, legato allo status di strumentista, e quindi la nascita di una linea melodica seguita da una lirica adeguata, ma tutto torna alla perfezione, e il suo “bilancio” personale, fatto in uno dei tanti “pit stop” disseminati sulla strada della vita, rende bene l’idea di come può sentirsi un uomo a confronto col suo passato e col suo presente.
Lo stesso album, creato 40 anni fa, con gli stessi attori, avrebbe avuto odore di forza e speranza giovanile, nel caso in cui qualcuno avesse sentito la necessità di “cercare” qualcosa oltre il rock.
Oggi… è rimasta intatta la forza, con l’aggiunta dell’evoluzione tecnica e del gusto, ma è palese la necessità di mettere a nudo i propri sentimenti, e le proprie delusioni. E questo è a mio avviso un grande valore aggiunto.
Ma esisterà sicuramente una fetta di possibili interessati all’acquisto, a caccia di mera buona musica, fatto di per sé lecito, ma credo davvero che in questo caso siano inscindibili liriche e suoni.
Non c’è dubbio che siamo di fronte a un disco che segue le conosciute linee prog, ma la miscela è molto più ricca del consueto, e assieme agli strumenti più tipici del genere si notano dei ritorni, come l’Hammond ad esempio (non conosco Usai, ma Vescovi difficilmente si accontenterebbe di uno strumento clone, anche se perfetto), quasi bandito dai palchi per le sue dimensioni, o come tutta una serie di strumenti classici (violino, flauto, cello, piano), sino ad arrivare al recitato di Vittorio Pedrali e alla presenza del soprano Nadia Engheben. E poi Roberto Tiranti alla voce e una lunga lista di musicisti di esperienza e valore.
Chi custodisce nella propria raccolta di dischi …“Clowns”, potrà forse percepire tracce di qualcosa di familiare, ma la varietà degli ospiti garantisce un prodotto unico, che potrebbe rappresentare un “punto zero”, primo atto di un possibile nuovo corso.
Tra i tanti messaggi proposti, tra guerra, sogni e cupa realtà, mi piace evidenziare il testo del brano “Madre Africa”, davvero attuale in questi giorni.
Nel pezzo i friends di Paolo Siani sono: Nadia Engheben (soprano), Mauro Pagani (flauto), Roberto Tiranti (lead vocal), Joe Vescovi (hammond organ) e Marco Zoccheddu (guitar solo).

Madre Africa

Preda di grossi mercanti
Oro, petrolio e diamanti
Schiava del sangue ribelle
Bruciata da tragiche guerre
Madre Africa
Feroce con donne e bambini
Corrotta da sporchi assassini
Frastuono di danze e tamburi
Ventre dei riti più oscuri
Madre Africa
Sorrisi, profumi e colori
Difendi questi immensi tesori
Madre Africa

… e se ci aggiungiamo la musica…


Prima dell’intervista, un ricordo di Verdiano Vera, titolare dello Studio Maia di Genova, dove è stato confezionato l’album:

Durante il periodo della registrazione del disco abbiamo ricevuto molte visite in studio da parte di musicisti amici di Paolo.Tutti coloro che entravano in regia per assistere alle sessioni di registrazione rimanevano colpiti dall'energia positiva che emanavano i suoi brani. L'aria che si respirava in studio era in effetti particolarmente serena e rilassata.Tutti noi facevamo parte di un'unica grande famiglia, tutti piacevolmente coinvolti in quel progetto con la consapevolezza che ogni piccola variazione che si suggeriva di fare, era un qualcosa di nostro che aggiungevamo a quello che sarebbe diventato un bellissimo disco.




L'INTERVISTA

La prima volta che ho sentito parlare del tuo progetto era il giugno dello scorso anno. Nel corso di una chiacchierata telefonica con Joe Vescovi, lui mi accennò alla possibilità di partecipare ad un album che aveva scopo benefico e i cui proventi sarebbero stati destinati al Gaslini. Mi sembrava qualcosa di ancora lontano, ma evidentemente sbagliavo. Qual è stato il motivo che ti ha spinto a mettere insieme un pool di musicisti così prestigiosi?
Dopo una prima fase in cui ho scritto i brani, i testi, e suonato praticamente tutti gli strumenti degli arrangiamenti, mi è sembrato fosse troppo autoreferente il lavoro fatto fino a lì; dopo qualche settimana di riascolto ho immaginato quali amici musicisti potessero essere più adatti a rifare con la loro professionalità le parti di chitarra piuttosto che di hammond, di voce ecc., è ho cominciato, prima a telefonare, e poi a mandare i demo, a ogni amico musicista; le ragioni di questa scelta sono state quindi almeno due: la necessità di avere un risultato sonoro arricchito dalla bravura dei musicisti e conseguentemente creare un maggiore interesse verso l’album e ottenere risultati migliori sul fronte dell’aiuto ai piccoli ospiti del Gaslini.

Ho visto i tuoi ringraziamenti a Black Widow che distribuisce l’album. Conoscendoli so che il loro lato professionale è solo una delle loro componenti, perché è sempre la passione per certa musica che guida le loro azioni. Come è nata la vostra collaborazione?

Attraverso un amico comune, Riccardo Storti, cui avevo mandato un demo pressoché ultimato dell’album per avere un parere “preventivo”. Dopo l’ascolto abbiamo deciso insieme di proporlo a chi ci sembrava più vicino a quel genere di musica.

Vorrei soffermarmi un attimo sul tuo ruolo di strumentista. Sto leggendo un libro incredibilmente completo, quello dove Bill Bruford racconta non solo la sua vita, ma la musica degli ultimi quarant’anni, regalando riflessioni non comuni relative ai drummers. Si tende sempre a pensare che un batterista abbia meno cose da dire rispetto, ad esempio, a chi si dedica alle tastiere. Come definiresti la tua evoluzione, il tuo ruolo, il tuo apporto all’obiettivo comune nel corso degli anni?
Dopo la Nuova Idea ho avuto la fortuna di lavorare per l’Ariston Music, e di produrre molta musica con moltissimi artisti, tra cui i Matia Bazar, Ornella Vanoni, Opus Avantra, Julio Iglesias e Ricchi e Poveri, per citarne alcuni, e naturalmente l’Equipe 84/Maurizio Vandelli. Credo di aver dato molta della mia energia e della mia creatività, ma devo dire che sono stato ripagato alla grande imparando, in sala di registrazione, moltissimo da ognuno di loro, partendo dalle pure tecniche di registrazione sino ad arrivare alla gestione dei brani, seguendo la loro costruzione fase per fase e i relativi arrangiamenti. Poi ho studiato per molti anni, ho sperimentato di tutto e ho acquisito un mio modo di produrre musica partendo da un’idea, coltivandola giorno per giorno e facendola diventare un brano completo.

Ho assistito pochi mesi fa alla celebrazione del prog italiano a Roma, ed era visibile l’entusiasmo, non solo negli uomini più “antichi”. A cosa attribuisci questa voglia di musica di qualità, al di là degli aspetti nostalgici?
Devo confessare che detesto l’aspetto nostalgico di questo nuovo fermento Prog. Pur nel rispetto del passato, che non rinnego, preferisco guardare avanti, e credo che questa sempre più stringente necessità di ascolto da parte del pubblico di questa musica a volte complessa, sia dettata da un’evoluzione spontanea del gusto del pubblico dopo almeno due decenni di musica “codificata” dalle major.

In “Castles, wings, stories & dreams, i testi hanno grande valenza. Non è sempre stato così … non é sempre così, e a volte un aspetto è a servizio dell’altro, ma si percepisce un certo distacco. In questo caso specifico, è nata prima l’esigenza di raccontare delle storie o è la musica che… le ha chiamate? Sei soddisfatto dell’amalgama ottenuto?
Non essendo io un cantautore, ma prevalentemente uno strumentista, sono partito dalla linea melodica per arrivare a testi coerenti. Il mio modo di scrivere, un po’ in italiano e un po’ in inglese, non può prescindere da tematiche che mi riguardano da vicino; sì, sono contento dell’amalgama. Qualche critico non ha apprezzato il fatto che i testi siano alternati nelle due lingue, ma non ne ho capito la ragione. In “Cluster Bombs” denuncio il problema delle vittime delle terribili armi da guerra che colpiscono soprattutto contadini e bambini, anche dopo anni dalla fine di un conflitto. Mi pareva fosse più giusto denunciare questo enorme problema in inglese, cercando di arrivare ad una platea più ampia possibile. Parimenti in “Questa penombra è lenta”, sarebbe stato illogico scrivere il testo in inglese, considerato il tratto fortemente autobiografico del tema.

Mi capita spesso di parlare di musica progressiva fatta da giovani, ma spesso sento l’esigenza di unire altre forme di espressione, come la pittura, il teatro, le immagini. Qual è il tuo feeling relativo alle nuove proposte… di qualità?
Siamo passati in pochi decenni da un mondo fatto di suoni ad un mondo dominato dalle immagini; gli artisti che da anni provano a integrare suoni e immagini, ma aggiungerei anche la danza nelle sue forme più sperimentali e innovative, sono quelli che mi intrigano di più … non può essere un semplice ultraveloce videoclip il risultato finale, ma un prodotto che al momento non ho ancora visto/sentito: io stesso anni fa mi sono cimentato in concerti multimediali, ma sinceramente penso che un linguaggio “universale” sia ancora lontano.

Che cosa cambieresti, se potessi tornare indietro, nelle tue scelte musicali e di vita?
Mi ritengo una persona fortunata, privilegiata, per cui in buona sostanza non cambierei NULLA.

Quale è stato un tuo punto di riferimento, un artista o gruppo a cui ti sei ispirato?
Non ce né UNO, ce ne sono tantissimi; ho preso delle “cotte” per qualche artista (Frank Zappa per esempio), ma non mi sono mai soffermato troppo su uno stile o su un modo di scrivere musica e/o di suonarla; se è di classe e di buon gusto posso farmi influenzare allo stesso modo dal suono di un’ocarina come dall’imponenza di un’orchestra sinfonica.

Quanto tempo dedichi all’educazione musicale di chi è all’inizio della vita?
Al momento poco purtroppo; i miei due figli oggi sono uomini, quindi marciano con le loro gambe ma quando erano piccoli ho semplicemente fatto loro ascoltare tanta musica di ogni genere, e tutti e due pur con gusti diversi, adorano e fanno musica.

E ora, cosa dobbiamo aspettarci da Paolo Siani per i prossimi cinque anni?
Spero di costruire uno spettacolo live per il prossimo autunno e di proseguire a scrivere (ho già ricominciato) per realizzare almeno due album.

E noi restiamo in vigile attesa…