giovedì 26 maggio 2016

The Rome Pro(G)ject: “II – Of Fate and Glory”


Non conoscevo il progetto The Rome Pro(G)ject, eppure il successo del primo atto omonimo risale a tre anni e mezzo fa e, vista la tipologia musicale e il pugno di ospiti rilevanti, l’album non è certo passato inosservato!
Tutto ruota attorno a Vincenzo Ricca, amante della musica progressiva intesa come pura espressione strumentale, capace di raccogliere tracce di nobile passato, in bilico tra Genesis e Yes.
Il nuovo capitolo si intitola “II – Of Fate and Glory”, uscito intenzionalmente il 21 aprile, nel 2769mo anniversario della nascita di Roma, città a cui è dedicata la musica di Ricca. 
Dice l’autore: “Il disco è una storia musicale “of fate and glory” dell'antica Roma, dalla fondazione alla sua massima espansione territoriale, dopo 870 anni di conquiste continue.”

Gli ospiti sono grandi esponenti della musica progressiva storica: Steve Hackett, David Jackson e Bill Sherwood, ovvero una rappresentanza significativa di Genesis, VdGG e Yes.
Poteva bastare? Beh, aggiungiamo il genesisiano Franck Carducci, i due Narrow Pass Mauro Montobbio e Luca Grosso e un paio di RANESTRANE - Riccardo Romano e Daniele Pomo.
Ma c’è ancora una chicca, la presenza di Madame Hackett, ovvero Joanna "Jo" Lehmann, coautrice della title track, brano in cui ha anche il ruolo di voce narrante, con il compito che nell’album di esordio fu di Francesco Di Giacomo, la voce guida che declama i titoli dei brani che compongono il disco.
10 tracce + bonus costituiscono episodi che si sviluppano per oltre un’ora tra suoni e atmosfere conosciute, che riportano a una particolare musica seventies, quella in cui i tappeti tastieristici di Wakeman e Banks intrecciavano i lunghi assoli di Hackett e Howe, mentre le sonorità ipnotiche della “famiglia” Hammill toccavano cuori e menti, tra momenti onirici e paesaggi distopici.
Occorre sottolineare come l’apporto dei guests superi la tradizionale parata di artisti illustri, che solitamente si limitano all’apporto - importante - strumentale: basta dare un’occhiata agli autori dei brani e troveremo oltre a Vincenzo Ricca la già citata Jo Hackett, il marito Steve, Jackson, Sherwood, Montobbio e Paolo Ricca jr.
L’album ha un obiettivo dichiarato, l’omaggio a una città che, a dispetto del suo immutato fascino, vive un momento di difficoltà reale e di immagine, e sembra quasi che Ricca accorra in suo soccorso, accostando l’immortalità della capitale a un elemento, la musica progressiva, che appare perfetta per delineare l’evoluzione storica, rinvigorendo e rendendo eterno il binomio tra lo scandire del tempo e trame sonore a esso dedicate.
La sintesi che si può trarre e quella che “II – Of Fate and Glory” non è un contenitore per pochi addetti ai lavori, ma è congeniato in modo così accurato e con tale gusto che per catturarlo è sufficiente la giusta sensibilità e il virtuosismo d’animo, caratteristiche che niente hanno a che vedere con la suddivisione di genere e di gradimento, tipica di chi ragiona in termini di businnes musicale.
Gli attori sono stratosferici e, dalle parole di Vincenzo Ricca - proposte a seguire - emergono dettagli che svelano la sua filosofia di lavoro e le difficoltà conseguenti, ma il risultato è davvero straordinario, non solo per l’ascoltatore ma anche per chi è stato parte costituente del progetto, come dimostrano i commenti che ho raccolto a fine articolo.

Ho ascoltato tutto di un fiato e sono tornato indietro nel tempo… ho ascoltato una seconda volta e ho guardato il video che vede Hackett in primo piano: davvero un grande lavoro!



L’INTERVISTA

Potresti sintetizzarmi la tua storia musicale e le tue esperienze formative?

Suono ad orecchio da quando avevo tre anni. Ho da sempre ascoltato ogni genere musicale e per questo sono molto attirato dall'arrangiamento dei brani nei quali amo inserire qua e là suggestioni già ascoltate e comunque mie ispiratrici. Scrivo colonne sonore per documentari e compongo molto per diverse sound libraries. Il prog, quello più melodico, e meno strettamente tecnicistico, è il mio genere preferito. Il mio primo album del genere fu A trick of the Tail nel 1976. Da allora è stata tutta una meravigliosa scoperta a ritroso e in avanti.

Non conoscevo il progetto “The Rome Pro(G)ject II”: mi racconti di cosa si tratta?

"Of Fate And Glory" è il seguito naturale dell'album che si intitola come il gruppo, e che è uscito tre anni e mezzo fa riscuotendo molto riscontro tra gli amanti del genere, ma è un concetto diverso. I brani del primo album erano un ritorno alla musica prog degli anni ‘70. Erano "una passeggiata musicale attraverso i luoghi, la bellezza e la grandezza della Città Eterna". C'erano Francesco Di Giacomo, Richard Sinclair, David Cross, John Hackett, Nick Magnus... Avevo ospitato due brani composti da altri. Della compagine scorsa sono ancora con me Steve Hackett e David Jackson. L'inserimento del funambolico Billy Sherwood ha aggiunto la modernità che cercavo per questo sequel. In questo album si parla in musica di Roma, vista come una storia predestinata per volontà divina poi concretizzatasi per il valore degli uomini che hanno impersonificato quella volontà. Si va dalla leggenda della Lupa e di Romolo e Remo fino al 117 d.C., cioè al momento storico in cui, grazie a Traiano, la conquista del Mondo conosciuto da parte di Roma raggiunse la massima espansione.

Nei credits si notano ospite illustri - S. Hackett, D. Jackson, B. Sherwood-  alcuni dei quali conosco personalmente: come è nata la composizione delle collaborazioni?

Questo disco, diversamente dal primo, è firmato fin dalla copertina dai big che hai citato. Il primo disco era più misterioso... questa sigla mai sentita... i nomi quasi illeggibili degli illustri partecipanti. Il mio nome assente. Adesso è qualcosa di più: Steve e David sono coautori di tre brani assieme al sottoscritto. Billy suona in quattro brani e, di questi, ne scrive due con me. Altri grandissimi musicisti, più giovani ma certamente all'altezza - come Riccardo Romano delle RaneStrane e della Steven Rothery Band, che ha anche missato e masterizzato il disco - hanno aggiunto una modernità che ho qui volutamente cercata, così come l'avevo rifiutata nel primo album.

Ci sono anche un paio di  Narrow Pass e Franck Carducci: sono i Genesis gli ispiratori principi… il collante del vostro collettivo?

Sai, l'ensemble è molto variegato e competitivo. Io sono un "allegro despota", per cui i collaboratori (compositori, musicisti, grafico, fonico, fotografo, regista) sono un pò "costretti" e lo sanno. Difficilmente consento una contaminazione di idee... tuttavia questa volta mi sono lasciato coinvolgere di più sotto questo punto di vista, e devo dire che sono piacevolmente soddisfatto di questo mio cambiamento e del risultato. Genesis, Yes, Crimson, Pink Floyd, Marillion, J. Tull, Vdgg, Camel...The Rome Pro(G)ject nasce come un tributo a Roma e al prog che conta, quello che ha fatto la storia di questo genere.

Non avevo mai sentito Jo Hackett in un ruolo musicale mentre in questo caso è annoverata anche tra gli autori in un brano: come sei arrivato a tale coinvolgimento?

Un piacevole inedito, ho il primato per questo! Pur avendo scritto brani con Steve ed aver fatto alcune vocal harmonies nella produzione hackettiana più recente, Jo non si era mai ascoltata così "in primo piano", peraltro nel ruolo di una voce guida che declama i titoli dei brani che compongono il disco. Ricopre il ruolo che nel primo album ebbe il grandissimo, caro ed indimenticabile Francesco Di Giacomo. In quel caso "Big" impersonava Tito Livio e declamava nel prologo e durante il primo brano estratti dall'Ab Urbe Condita. La signora Hackett è una persona eccezionale, ed è stata la madrina di questo progetto. Mi ha incoraggiato a realizzare il primo disco ed era naturale avesse un ruolo che ha accettato di buon grado e con l'entusiasmo che la contraddistingue.

A proposito di “autori”, generalmente i guests si limitano a fornire un cameo musicale, ma in questo caso ho visto che i tre “monumenti” succitati firmano alcuni pezzi: è stato complicato?

Con i big non esistono complicazioni. La loro professionalità e la loro disponibilità è davvero disarmante. Steve ha ripetuto passo passo la linea melodica che avevo disegnato per lui nel brano di apertura, che è un chiarissimo omaggio al suo stile chitarristico e in particolare ad "Hairless Heart". Per non parlare della sincera amicizia di Steve (e Jo) dimostrata in occasione delle riprese del video promozionale, che ha anticipato la release del cd! David è un "magnifico casinista" che si diverte di gusto a suonare e a comporre le parti. Ti assicuro che missare fino a undici tracce di fiati non è impresa facile... Un numero di tracce pari a quelle di una batteria! Billy è stato splendido. Gli ho chiesto un basso "alla Squire", prima degli eventi che lo hanno portato a sostituire il compianto Chris Squire negli Yes, e si è superato. Un ottimo polistrumentista, per The Rome Pro(G)ject suona anche chitarra e batteria. La persona giusta visto "il tiro Yes" di un bel pò di brani. Devo infine ricordare che per impegni e/o malanni, e pur avendomi assicurato la loro partecipazione, sono mancati all'appuntamento Rick Wakeman, Steven Rothery e David Cross. Le parti che avevo pensato per loro comunque nel disco sono facilmente riconoscibili.  

L’album è strumentale - se si esclude il recitato di Jo nel primo pezzo: non c’è spazio per le liriche nella tua musica? 

Amo la musica strumentale e questo progetto lo definisco "un multimediale per immaginazione e melodia". Quindi niente liriche, ma visioni e suggestioni. Basta un titolo per suggerire all'ascoltatore il periodo e i luoghi che lo stesso titolo ripercorre.

Come pubblicizzerete l’album? Sono previsti live con parte dei protagonisti?

Non è umanamente possibile pensare di organizzare una cosa del genere, neanche per un evento unico, anche se mi piacerebbe. Quindi sin dall'inizio di questa avventura è stato chiaro questo concetto. Si potrebbero organizzare presentazioni in luoghi chiave del prog, in Italia e all'estero, con la partecipazione di questo o quel "big", ma dovrei già andare in ristampa... la prima stampa è già quasi andata.

Quale potrebbe essere il passo successivo, nel senso dell’evoluzione del tuo progetto?

Beh... avevo davvero pensato di fermarmi qua, anche perchè gestire questa cosa secondo i miei parametri non è semplice. Quando vuoi il controllo pressoché totale su tutto, questo perfezionismo si paga in termini di tempo ed energie... e finanze. Ma le richieste sono tante, e mi sa proprio che il detto "non c'è due senza tre" finirà con il colpire ancora.


Track list
1) OF FATE AND GLORY (V.Ricca / S.Hackett / J.Lehmann) 3’:53”
2) THE WOLF AND THE TWINS (V.Ricca / W.Sherwood) 3’:38”
3) THE SEVEN KINGS (V.Ricca) 4’:55”
4) SEVEN HILLS AND A RIVER (V.Ricca) 13’:12”
5) FORUM MAGNUM (V.Ricca / D. Jackson) 8’:05”
6) S.P.Q.R. (V.Ricca / S.Hackett) 6’:00
7) OVID'S ARS AMATORIA (V.Ricca / D.Jackson) 6’:53”
8) AUGUSTUS (primus inter pares) (V.Ricca / D.Jackson) 6:19”
9) HADRIANEUM (V.Ricca / P.Ricca) 3’:35”
10) THE CONQUEST OF THE WORLD (V.Ricca / W.Sherwood) 4’:48”
bonus track
11) THE PANTHEON'S DOME (V.Ricca / S.Hackett / M.Montobbio) 4’:30”


"II - OF FATE AND GLORY"
"The Rome Pro(G)ject II"
Steve Hackett electric and classical guitars
David Jackson saxophones and flutes
Billy Sherwood bass, drums and electric guitar
Vincenzo Ricca keyboards
With Mauro Montobbio and Luca Grosso of NARROW PASS
Riccardo Romano and Daniele Pomo of RANESTRANE
Franck CARDUCCI
Paolo RICCA jr.
Giorgio Clementelli
Lorenzo Feliciati
Special guest appearance by Joanna "Jo" LEHMANN HACKETT (guiding voice on "Of Fate and Glory").


Ho chiesto un commento a David Jackson…

Mi è davvero piaciuto lavorare su entrambi gli album di Vincenzo Ricca. Il rock progressivo italiano è eccitante e totalmente imprevedibile, e ho sempre sentito un legame speciale con questo tipo di proposta. Mi ha particolarmente attratto la qualità e l’originalità della scrittura, la musicalità di tutti i musicisti e la miscela tra suoni classici e moderni. E’ stato veramente piacevole suonare ancora con questi artisti e, alla fine, ascoltare il grande risultato.

… a Steve Hackett…

Sono davvero contento di aver partecipato al "The Rome Pro(G)ject II". Penso sia un grande concept, fatto di musica di atmosfera e al contempo potenza pura.

… a Mauro Montobbio…

"The Rome Pro(G)ject II" e' per me motivo di grande orgoglio, sono stato coinvolto sin dagli inizi del progetto e sono felice di comparire al fianco del grande Steve, il sogno di una vita!

… a Luca Grosso…

Sono lusingato di aver potuto partecipare al progetto, suonando così la musica che ho sempre ascoltato. Non avrei potuto desiderare di meglio... sono riuscito a realizzare un sogno oltre le mie più rosee aspettative!

lunedì 23 maggio 2016

VANEXA: LIVE IN SAVONA


Come già annunciato il nuovo album dei Vanexa è prossimo all’uscita, disponibile dal 3 giugno. Il suo titolo è Too Heavy To Fly.
Ma il live del 21 maggio, sul magnifico palco montato come di consueto nella piazza principale della Fortezza del Priamar, a Savona, ha fornito l’occasione per avere una succosa anticipazione, e ben sette dei brani presentati sono parte del nuovo disco (in totale dovrebbero essere nove) targato Black Widow Records (nell’immagine della scaletta di serata, inserita a seguire, le nuove tracce sono quelle contrassegnate dall’asterisco).
Da segnalare la presenza come ospite in un brano dell’album di Ken Hensley, mitico fondatore degli Uriah Heep.
Giocano in casa i Vanexa perché le fondamenta presero forma in città, e della formazione originale troviamo ancora Sergio Pagnacco al basso e Silvano Bottari alla batteria. Completano l’attuale line up Pier Gonella alla chitarra, Artan Selishta -  altro chitarrista -  e la new entry Andrea “Ranfa” Ranfagni, vocalist e frontman.
Nell’occasione si è unito un ospite di prestigio, ex componente della band e titolare di numerosi progetti paralleli, Roberto Tiranti.
Uno stralcio di serata è rimasto intrappolato nella mia video camera ed è visibile a fine post.
Il concerto era inserito in un nuovo contest, il Savona Rock Festival che ha visto in prima fila, in qualità di organizzatrice, Radio Savona Sound, che ha così celebrato nel modo migliore l’incessante attività che ha toccato ormai i quant’anni.
Tre giorni di eventi e azioni collaterali, ma ciò di cui sono stato testimone è il concerto dei Vanexa, entrati in scena come headliner dopo il trio rock blues locale Groove Monkeys, e un’inedita e interessantissima band gallese, i Sendelica, - da ascoltare con attenzione il loro sound psichedelico basato sulla sperimentazione e su strumenti inusuali come il Theremin, il più antico strumento elettronico esistente.
Se con la prima band la temperatura musicale doveva ancora salire… se con i Sendelica era richiesta attenzione e concentrazione per cercare di catturare una proposta sconosciuta, sono bastati pochi secondi e un riff pesante di chitarra perchè parte del pubblico, sino a quel momento composto, accorciasse di colpo le distanze, guadagnando la massima vicinanza al palco, dando il via allo scambio tipico dei concerti metal, dove è bandita la compostezza, così come la staticità e i volumi moderati.
Non credo ci sia stata la possibilità di realizzare prove corpose, ma l’energia appare da subito qualcosa di incontenibile: la sezione ritmica - l’elemento più collaudato - è straripante e i virtuosismi dei due chitarristi regalano momenti di puro spettacolo e sono tanta manna per gli amanti dello strumento. Appare da subito integrato Andrea Ranfa, anch’esso impegnato in molteplici progetti, non tutti rivolti al metal.
E a metà serata entra in scena un pezzo di storia… un frammento di cuore, quel Roberto Tiranti che riconduce verso brani del passato, in una set list divisa esattamente a metà, tra nuovo e storia pregressa.

Dice Silvano Bottari: "Too heavy too fly" è in certo senso un ritorno alle origini, quindi sempre un sound a metà strada tra i '70 e  la NWOBHM anni '80, ma con un groove più attuale e aggressivo; la novità del nuovo chitarrista Pier Gonella e il nuovo vocalist Andrea "Ranfa" Ranfagni hanno decisamente modernizzato e incattivito il nostro suono”.

Aspettiamo l’uscita del disco per un giudizio completo, ma di una cosa si può essere certi… i Vanexa sono tornati e ciò che hanno presentato è l’essenza di un “certo rock” immortale, al di là di ogni tipo di etichetta precostituita.






domenica 8 maggio 2016

Errata Corrige: Siegfried, il drago e altre storie


Errata Corrige: Siegfried, il drago e altre storie
CD+DVD/LP
Black Widow Records

Tornano gli Errata Corrige, rispolverando un album cult, diventato introvabile nella sua forma originale, ma rivitalizzato dalla tecnologia e dalla moltiplicità di formato, dall’immancabile vinile al CD/DVD: Siegfried, il drago e altre storie.
Strana storia quella della band torinese, ma comune a molte entità musicale di inizio seventies.
Provo a contestualizzare in estrema sintesi.
Siamo attorno al ’74 (gli EC nascono in realtà come trio nel ’73), nel pieno splendore del movimento che successivamente verrà etichettato come “progressivo”.
Le band d’oltremanica hanno portato la novità e, nonostante la complessità delle loro proposte, il pubblico recepisce e si appassiona ad una musica che rivoluziona lo status quo e ancora oggi, seppur all’interno della nicchia, ha numeroso seguito.
Ma la vera visibilità mondiale è racchiusa in un fazzoletto temporale, probabilmente il lustro di inizio decade.
Trovarsi al posto giusto e al momento giusto diventa, come sempre, fondamentale, e registrare un disco di puro prog nel 1975 - anno in cui gli EC realizzano “Siegfried…”, appare impresa ardua: l’atmosfera sociale richiede impegno e schieramento politico, e l’avvento dei cantautori sposa in pieno le nuove esigenze.
Sono molti i casi di chi, solo a distanza di tempo, riuscirà a realizzare un album rimasto nel cassetto per 40 anni, sino al momento in cui tutto diventerà più facile, ma certamente meno affascinante.
Gli Errata Corrige, prima di lasciare spazio al “nuovo”, decidono di registrare, seppur in modo avventuroso, il loro disco, poche copie e impossibili da recuperare.
E’ questo l’ultimo atto, dopodichè una band che tende agli aspetti meramente musicali tralasciando le ideologie, come tutti avevano fatto sino a quel momento, non può che sciogliersi al cospetto di una reale delusione, probabilmente insopportabile in giovane età.
L’intervista a seguire, realizzata con Marco Cimino - l’unico membro del gruppo rimasto costantemente e professionalmente in ambito musicale - chiarisce molti degli aspetti a cui ho accennato.
La Black Widow, come spesso accade, raccoglie l’opportunità di sottolineare e promuovere il lavoro del passato, e ripropone il supporto fisico antico con l’aggiunta del CD+DVD che aumenta le possibilità di fruizione.
Siegfried, il drago e altre storie” è un disco fantastico, che ripropone le visioni oniriche di giovani uomini intrisi della cultura musicale dell’epoca, tra Genesis e Jethro Tull, una trasformazione in musica di immagini, leggende e storie che appare fresca come appena “costruita”.
Ci sono all’interno tutti i richiami a quel mondo rivoluzionario - nel senso più musicale del termine - che ha catturato e unito in un lungo matrimonio milioni di appassionati di musica, e mi pare sia evidente un grande sforzo di ricerca dell’originalità, cosa complicata da realizzare in quei giorni, quando in giovane età ci si trovava nel turbinio delle emozioni provocate dal suono proposto da band irraggiungibili, nate quasi dal nulla, in maniera copiosa, e con elementi caratterizzanti diversi gli uni dagli altri.
Il DVD annesso alla confezione si distacca dal live che normalmente resta impresso nel formato, ma è piuttosto una sorta di making of della nuova registrazione, con l’aggiunta di una chicca, quel “Cadence and Cascade” che i King Crimson proposero nel 1970 nell’album “In The Wake Of Poseidon”.
Un album godibile, inossidabile al passaggio del tempo, tecnico e di facile ascolto al contempo: e chissà che non sia il prologo per la musica degli Errata Corrige nel nuovo millennio!


                                            L’INTERVISTA A MARCO CIMINO

Obbligatorio iniziare con cenni relativi alla vostra storia, per tutti quelli che non hanno vissuto i seventies: chi furono e… chi sono oggi gli Errata Corrige?

Inizialmente quattro amici, compagni di scuola che formarono una band giovanile con un progetto dietro, ispirato dalla musica che al tempo ascoltavamo. Abbiamo cercato di emergere nel contesto musicale di quegli anni, suonando spesso allo Swing club di Torino, uno dei pochi locali dove allora si faceva musica, che ospitava musicisti del calibro di JeanLuc Ponty, Gato Barbieri e tanti altri, o a concorsi e feste private. Oggi l’unico musicista professionista sono io – Marco Cimino - e ho avuto la forza e il coraggio di rimettere insieme la band, ovviando alla mancanza di esperienza dei miei vecchi amici, preparandoli, allenandoli e seguendoli con passione in nome del vecchio progetto.

Il vostro unico album, “Siegfried, il drago e altre storie”, è diventato un must all’interno della nicchia prog: che cosa vi ha spinto a riproporlo oggi, con una nuova veste?

L’idea è stata proprio quella di immaginarlo come avrebbe potuto essere allora se avessimo avuto tutti i mezzi necessari a realizzarlo. Il vinile originale è stato registrato su una registratore a 8 piste, in uno studio (G7) che aveva aperto i battenti pochi mesi prima. Noi eravamo decisamente inesperti, non conoscevamo nessuno a cui chiedere aiuto, per suonare le parti che avevamo scritto per altri strumenti. Ora, con la tecnologia a disposizione, le possibilità praticamente illimitate del multitracking e tutti i musicisti che in questi anni ho incontrato e che mi hanno dato la loro disponibilità, è stato tutto più facile. In più avevamo continue richieste del vinile che è praticamente introvabile.
Di qui l’idea di realizzare una nuova versione del materiale originale e di ristampare il vinile.

Ho ascoltato la vostra affermazione dove si evidenzia che la fine prematura degli EC è legata al fatto che non era tra i vostri obiettivi lanciare messaggi politici, in un momento storico in cui era necessario schierarsi:  possibile abbinare certe difficoltà, anche, al fatto che il 1976 coincide più o meno con lo scemare del prog, inteso come largo uso e visibilità del genere?

Sicuramente i tempi stavano cambiando, stava arrivando l’orda dei barbari cantautori, di lì in poi se non avevi messaggi politici introversi e testi criptici e sconclusionati non avevi futuro. In un lampo era finita la stagione d’oro del Prog, che tutti rimpiangiamo, non solo in Italia. Per i musicisti “puri” suonare è diventato difficile.

Che cosa significa rimettere le mani oggi, con la tecnologia attuale, su un album registrato all’epoca in modo avventuroso?

Ho già sottolineato le diversità in merito alle risorse tecnologiche dal ’76 ad oggi, ma tieni presente che nel registrare la nuova versione nessun sequencer o programmatore è stato usato. Le parti sono state eseguite realmente dai musicisti, come si vede dai video. Non ha senso fare questo tipo di musica programmandola al computer.

Come è avvenuto l’incontro con Black Widow, da cui è scaturita la possibilità di rilasciare un lavoro completo, CD/DVD e vinile?

Conoscevo già i ragazzi di BW avendo a lungo collaborato con il mio carissimo amico Tony D’Urso del progetto Abiogenesi, pubblicato per anni da loro, anche su vinile.

A proposito del DVD, anomalo rispetto allo standard, in quanto non costituisce la riproposizione di un live ma una sorta di diario in studio: come lo avete concepito?

Io dal 1980 ho sempre avuto uno studio di registrazione, è la mia prima casa, ci vivo la maggior parte del tempo. Assistendo alla nascita di questo remake mi è venuta spontanea l’idea di, in qualche modo, documentare il procedere del lavoro. Una volta visionati i video c’è voluto poco per farli diventare delle clip.

Mi spiegate la scelta di inserire nel DVD “Cadence and Cascade”, tratto da “In the Wake of Poseidon” dei King Crimson?

Un omaggio a quelli che per noi sono i principali e più importanti esponenti del Prog,  un regalo a chi ci segue, un divertissement per misurarsi su un brano che adoriamo, un cimento a confrontarsi con dei giganti, un ripescaggio per un brano meraviglioso che non tutti ricordano.

Avete suonato recentemente a Genova… cosa significa condividere il palco con amici di lungo corso?

Beh, registrare in studio è una cosa, puoi permetterti di rifare le tracce quanto vuoi, la tecnologia ti può aiutare un sacco, mentre dal vivo è un’altra cosa.
Ma con un pò di studio, buona volontà e impegno siamo riusciti, spero, a renderlo ascoltabile. L’impegno c’è stato soprattutto da parte di Guido, immobilizzato su una sedia: dal vivo il suo modo di suonare la batteria non può rendere al 100% e allora si è industriato ad imparare le parti di tastiera che io non riesco a suonare dal vivo, perchè impegnato col flauto o il piano principale. Gianni e Mike si sono ripresi le parti di chitarra acustiche che erano l’essenza del nostro suono e le parti vocali.

Che mondo musicale hanno trovato gli Errata Corrige dopo 40 anni?

Come detto io ho continuato a fare il musicista, riuscendo a farlo diventare un lavoro, cosa oggi quasi impossibile. Per cui non ho perso il contatto con il mondo musicale, in ogni senso. Concerti, registrazioni, produzioni, pubblicità, musiche da Tv e radio.
E anche seguendo il mercato discografico e le nuove tendenze.

Giriamo lo sguardo verso il passato: esistono rimpianti per qualcosa che, forse, poteva andare diversamente e che magari per rigidità intellettuale non è stato preso in considerazione?

Con il senno di poi qualcosa di più poteva succedere: il contratto sfumato con la Major per cambio improvviso del direttore artistico, o essere pubblicati da etichetta che cambia proprietario pochi giorni dopo, sono vere sfortune, ma essere rifiutati dal direttore artistico che nel ’63 aveva rifiutato i Beatles è sempre un gran bella soddisfazione!
Il più grande rimpianto però è quello di aver visto le Majors ingorde farsi sfilare il mercato discografico dalle dita, senza fare niente per evitarlo se non alzare il prezzo dei CD, mandando la maggior parte dei musicisti in rovina.

E ora, per finire, lo stesso sguardo va rivolto verso il futuro: che tipo di percorso musicale si può intravedere?

Per fortuna resiste un popolo coraggioso, per lo più di over 35, che ascolta realmente la musica, la compra e la sostiene, segue i concerti e, in definitiva, finanzia i musicisti. Per questo ha ancora senso passare giorni in studio di registrazione o attaccato ad un ampli o su una tastiera a dannare con queste maledettissime 7 note.

La "vecchia" registrazione

TRACK LIST:

1) VIAGGIO DI SAGGEZZA
2) DEL CAVALIERE CITADEL E DEL DRAGO DELLA FORESTA DI LUCANOR
a) Il Richiamo
b) Nella Foresta
c) Il Drago
d) Fuggi Citadel
e) Ritorno al Villaggio
3) SIEGFRIED (Leggenda)
4) SIEGFRIED (Mito)
5) DAL LIBRO DI BORDO DELL’ADVENTURE”

DVD

Viaggio di Saggezza  3:09
Del Cavaliere Citadel...  11:54
 Siegfried (Leggenda)  8:48
 Siegfried (Mito)  5:24
 Dal libro di bordo della “Adventure”  5:06
Bonus Track video: Cadence and Cascade (Fripp - Sinfield)

Errata Corrige are:

Mike Abate: Acoustic & Electric Guitars, Vocals
Marco Cimino: All Keyboards, Flute, vocals
Gianni Cremona: Bass Guitar, Acoustic Guitar, Vocals
Guido Giovine: Drums, Percussions, Vocals

Guests:

Manuel Zigante: Cello
Martin Mayes: French Horn
Federico Forla: Oboe
Ivan Bert: Trumpet
Diego Mascherpa: Altosax, Clarinet



giovedì 5 maggio 2016

Pete Townshend... "Il sostituto"



La notizia del prossimo concerto italiano dei The Who non poteva lasciarmi indifferente.
La band inglese ha calcato i nostri palchi solo in due occasioni, e nella seconda ero presente… spero di essere a Milano il 19 settembre.
Che cosa hanno rappresentato e che cosa ancora rappresentano per me gli Who?
Provo a spiegarlo in modo ermetico, facendo seguire una spiegazione al mio pensiero.
Ciò che propongo è per me di estrema importanza, perché racchiude buona parte della mia vita, almeno 52 anni, dagli 8 ad oggi.

Con lui, “The Substitute”, tutto iniziò.
Arrivò attraverso un vecchio registratore a bobine, “Geloso”, nuovo ritrovato tecnologico di cui un uomo antico andava fiero. C’era una bella compagnia su quel nastro, materiale umano d’avanguardia, “nobiltà” e novità.
Quel suono entrò talmente in profondità che il solo pensiero, ancor oggi, riporta alla “foschia” di quei giorni tutt’altro che sereni… ma non è chiaro il motivo di tanto grigiore d’animo… non è facile trovare una giustificazione.
Tutto era bianco e nero… la televisione rifletteva ciò che girava attorno, e il commissario Maigret, mentre risolveva i suoi casi, regalava quintali di tristezza... sempre i soliti colori.
“Il sostituto” si arrotolava sulla bobina, non sempre alla giusta velocità… un po’ in avanti, un po’ all’indietro, e ad ogni passaggio si materializzavano gli stivaletti neri, elasticizzati sui lati… le camice disegnate, col colletto coreano… i pantaloni scampanati, le giacche british…
Ora… ora… ora… rivivono i pantaloni corti, la maglietta maniche lunghe a scacchi bianchi e blù, mentre si balla rossi in volto, pieni di timidezza, mentre qualcuno osserva con orgoglio il futuro in movimento.
“Il sostituto” continua a vivere, accompagna tutti e ovunque per lustri, insegna e suscita ammirazione.
Lo si vorrebbe avere come un amico con cui parlare, o da mostrare come prezioso ricordo di un viaggio.
Sarebbe stato bello vederlo da vicino… in quei tempi lontani.
La vita continua, il tempo massacra i corpi, i sentimenti, le anime, ma il “sostituto” ha sempre un gran potere e alla fine si fa vivo, per tutti quelli che lo hanno apprezzato, per tutti quelli che hanno saputo aspettare.

Un vecchio e un bambino in un’arena si aspettano qualcosa, ma non sanno ancora cosa.
Il vecchio tiene per mano il cucciolo, cerca di proteggerlo, di stimolarlo, di fargli capire che quello che sta per vivere gli rimarrà dentro per sempre, come quel “sostituto” che girava in una bobina, tanti anni fa.
E’ un passaggio di consegne forse… un’eredità prematura… chissà cosa accadrà!?
Si inizia, ma dura poco.
Qualcuno sputa acqua sul popolo, soprattutto su di loro, il giovane e il meno giovane, che cercano un rifugio, al riparo dalla natura scatenata.
Ma la natura si può anche dominare, o forse è lei che dimostra indulgenza, volendo assistere al cambio di consegne.
Ora l’arena è di nuovo piena, ma qualcosa non funziona. Non escono note appropriate dall’ugola ferita e la magia sta per finire, prematuramente, lasciando incompiuto il miracolo che qualcuno ha pianificato… come se i miracoli seguissero un programma prestabilito!
Siamo a un passo dalla meta e qualcuno ci viene a raccontare che per oggi “i miracoli sono finiti”, che… “siamo davvero dispiaciuti”, ma… “ripassate un’altra volta..”
Non è possibile!
Ma nessuno ha fatto il conto con “il sostituto”… il suo nome non è casuale.
Lui si ricorda di un bambino che ballava con i calzoni corti e la maglietta a scacchi bianca e blu, pieno di tristezza incalzante ad ogni nota.
“Il sostituto” prende la bacchetta in mano e decide di dirigere il coro, guardando in faccia il vecchio e il bambino, mentre tutti piangono, ridono e il motivo è sempre lo stesso: la felicità provocata dalla musica e dai ricordi.
Ma sono illusi… “il sostituto” non è lì per un pubblico qualsiasi… la sua missione è quella di realizzare l’alchimia, di essere il testimone della continuità tra un vecchio e un bambino… e la nave giunge in porto.
Nessuno potrebbe dire se il miracolo è avvenuto, troppo presto, troppo giovane il bimbo.
Ma il “sostituto”, ancora una volta, si è dimostrato all’altezza.
Il vecchio non ne avrebbe mai dubitato.




Spiegazione

Il registratore “Geloso”, che ancora possiedo, funzionante, con bobine che presentano l’incisione della mia voce da bambino, è quello che utilizzavo all’età di 8 anni per ascoltare i primi brani beat/rock di cui ho coscienza. Era l’orgoglio tecnologico del mio buon padre.
L’unica (ma nitida) immagine che rimane nella memoria, è quella in cui io, vestito con una maglia a quadri bianchi e blù, con pantaloni corti, ballo, nonostante la mia timidezza, in casa di amici dei miei genitori, orgogliosi del proprio figlio dinamico. Il brano era “Substitute” degli Who, che per me sono diventati, col passare del tempo, Pete Townshend.

Gli Who non mi hanno mai abbandonato, anche se non avevo mai avuto occasione di vederli dal vivo.
Sino all’anno di grazia 2007, momento in cui gli “ Who dimezzati” arrivano all’Arena di Verona.
Per una serie di circostanze il secondo dei due costosi biglietti comprati sei mesi prima passa da moglie a figlio e così provo a spiegare a Niccolò l’importanza dell’evento a cui prenderà parte, cercando di convincerlo che rivaluterà la cosa col passare degli anni.
Il concerto inizia, con mia grande emozione. Il brano “Substitute” è ovviamente sempre presente, ma il diluvio interrompe per un’ora il concerto, impedendo di fatto il passaggio di consegne tra padre e figlio.
Ma un po’ di quiete arriva e si ricomincia. Purtroppo la voce di Roger Daltrey, il cantante, unico vero Who assieme a Townshend, sparisce, complice il tempo infame.


Il concerto sta per concludersi tra i fischi dei delusi, ma… arriva lui, “il sostituto”, Pete Townshend, che prenderà in mano le redini del gioco, canterà e suonerà, e permetterà che una magia si compia.
Anche un essere umano lontano da noi anni luce, può accompagnarci nel nostro percorso, diventando di volta in volta “il sostituto”, il tappabuchi, l’amico e il compagno di gioco.

Poco importa se lui non lo saprà mai!




domenica 1 maggio 2016

LOOMINGS-Everyday Mythology


LOOMINGS-Everyday Mythology
(59 minuti - 11 brani)
AltrOck Productions
Distr. Marquee, BTF, Just For Kicks, Pick Up

Everyday Mythology è il disco di esordio dei Loomings, ensemble musicale formato da sei musicisti che creano e agiscono sull’asse Milano-Strasburgo.
Leggi AltrOck Productions e viene automatico l’abbinamento ad un tipo di musica fuori dai canoni tradizionali: la sperimentazione, la ricerca, la cura dei dettagli, la rigorosità che Marcello Marinone persegue e alimenta nella label.
E anche in questo caso non ci sono sorprese in questo senso, e se è vero che Jacopo Costa, l’ideatore del progetto Loomings, fugge correttamente dalle definizioni di genere e dalle varie etichettature, il brand “AltrOck” diventa esso stesso il biglietto da visita più significativo per evidenziare l’impegno musicale messo in campo.
Ho ascoltato la prima volta Everyday Mythology durante un viaggio, senza avere idea di cosa avrei trovato e senza aver avuto il tempo per un minimo di ricerca delle informazioni, come normalmente avviene.
La solitudine di un percorso autostradale può essere miracolosa quando permette di entrare nella musica altrui e di farsi al contempo toccare pesantemente, e così, in questo caso, un contenitore a mio giudizio tutt’altro che semplice si è trasformato in una piacevolissima sorpresa equidistante tra la razionalità e la pancia.
Sono sicuramente tante le influenze subite - alcune dichiarate - da Costa e rovesciate sul suo attuale lavoro, ma la prima cosa a cui ho pensato e di essere di fronte alla genialità di Frank Zappa, con una discreta dose di coraggio, perché se è vero che i seventies sono stati un buon periodo per proporre l’allargamento dei normali confini musicali, la musica dei Loomings si incanala senza fatica alcuna nella famiglia dell’estrema nicchia.
Musica complicata, colta, contaminata, piena di sfumature che facilitano le convivenze - rock, jazz, etnica, popular - con molteplicità di culture/esperienze in gioco, con la ritmica che si sposa alla lirica, mentre l’apparente libertà espressiva prende a braccetto la rigidità tipica dello spartito.
Un altro accostamento che mi è venuto spontaneo è quello con una parte del mondo Gentle Giant, in particolare per l’ecletticità e per un giostrare del team che non aveva eguali a quei tempi.
La logica fortemente voluta da Jacopo Costa per la nascita di Everyday Mythology mi pare sia da rimarcare: “… il mio interesse non è di scrivere per determinati strumenti ma per determinati musicisti, di mettere in luce le qualità artistiche di ciascuno oppure di proporre loro delle “sfide” dal punto di vista interpretativo”.
Tutto ciò conduce al di fuori di ogni precisa casella di riferimento, e i termini “rock fenomenologico” e “Highly idiosyncratic music”, appaiono come provocazioni e spinte ad abbandonare il precostituito a favore di una musica priva di vincoli e dedita alla ricerca di nuovi spazi.
Non manca la rivisitazione del rock tradizionale dei Led Zeppelin - Black Dog -  che ovviamente non è presentato come elemento coverizzante, ma inserito in precisi contesti nei brani Black e Lockjaw, il tutto contestualizzato in un blocco musicale di piena atmosfera, capace di coinvolgere totalmente nel corso dell’ascolto.
Arrivati a metà dell’album ci si imbatte in Sweet Sixteen, un brano dall’aspetto più…”leggero”, un motivo tipico di un’era lontana, ma che dopo il trattamento dei Loomings diventa godibile e complesso allo steso tempo, e rappresenta forse la sintesi della loro opera di trasformazione, dove l’arricchimento di trame semplici viene contrapposto alla decodificazione della seriosità musicale.
Davvero una bella sorpresa che consiglio di ascoltare.


Track List:
1-Keywords-6:26
2-Black (And Green and Red)-6:06
3-Awkward-4:11
4-In a Black Key-5:25
5-The Things That Change-7:54
6-Sweet Sixteen-4:54
7-...and...-3:32
8-Lockjaw (A Mutant Dog)-7:22
9-Car, Suburbs, Downtown, Despair-4:15
10-A Waiting Game of Nonsense-5:25
11-Milano-3:40

Loomings:
Jacopo Costa: vibes, acoustic drums, glockenspiel, tubular bells, percussions synth, fender rhodes, piano, cymbalum, percussions, some vocals
Maria Denami: vocals, kazoo
Ludmila Schwartzwalder: vocals, kazoo
Benoît Rameau: vocals
Louis Haessler: bass
Enrico Pedicone: vibes, acoustic drums, glockenspiel, tubular bells, percussions


JACOPO COSTA & LOOMINGS - Biografia

Jacopo Costa intraprende lo studio della batteria con Corrado Ciceri all’età di quindici anni; in seguito è ammesso alla classe di percussioni del Conservatorio G. Verdi di Milano, dove studia con Maurizio Ben Omar. Tra il 2008 e il 2009  beneficia di una borsa di studio Erasmus che gli permette di studiare al conservatorio di Strasburgo, nella classe di percussioni tenuta da Emmanuel Séjourné, Stéphan Fougeroux e Denis Riedinger: decide a questo punto di trasferirsi definitivamente in Francia e negli anni seguenti ottiene un master in percussioni presso il conservatorio-Haute Ecole des Arts du Rhin di Strasburgo e intraprende lo studio dello cymbalum nella classe di Luigi Gaggero (unica classe in Europa occidentale dedicata a questo strumento di origine ungherese), diplomandosi nel 2013 e ottenendo un diploma di specializzazione nel 2015. Nel corso degli anni Jacopo Costa ha l’occasione di collaborare, sia come percussionista sia come cembalista, con varie formazioni di musica da camera e orchestre, tra cui Texture Ensemble (di cui è il percussionista stabile dal 2008), Ensemble l’Imaginaire, Orchestra Nazionale della RAI di Torino, Orchestra dell’Opera di Nancy, Bamberger Symphoniker, Junge Deutsche Philarmonie. Dal 2013 Costa ha intrapreso un dottorato in musicologia all’Université de Strasbourg, nell’ambito dei popular music studies, per il quale sta scrivendo una tesi sul rock sperimentale e che lo ha già visto partecipare a diverse conferenze internazionali come relatore. La passione per il rock sperimentale di artisti quali Frank Zappa, Soft Machine o Henry cow, che fin dall’adolescenza ha spinto Jacopo Costa nel mondo della musica, negli ultimi anni gli ha dato modo di prodursi (dal vivo o per produzioni discografiche, alle percussioni o alla batteria) con diverse formazioni e artisti di rock d’avanguardia (Yugen, Camembert, Ske, Francesco Zago, Factor Burzaco, Not A Good Sign). Attualmente l’attività artistica di Jacopo Costa si focalizza nei due progetti Loomings (band attiva dal 2012 per la quale scrive e arrangia le musiche, oltre a suonare le percussioni) e Heedless, neonato lavoro solista che lo vede impegnato tra vibrafono, voce ed elettronica con un repertorio che spazia dalla musica contemporanea ad arrangiamenti di canzoni pop passando per composizioni originali. Alla fine del 2015 Loomings debutta per AltrOck con Everyday Mythology.  

Info
Loomings:

Everyday Mythology BandCamp:
AltrOck:

Ufficio Stampa Synpress44:



sabato 30 aprile 2016

Andrea Vercesi-"Blue"




Nel dicembre scorso raccontai qualcosa del nuovo corso di Andrea Vercesi, rappresentato dall’album album “Blue”, di imminente uscita.
Il mio pensiero, e quello di Andrea, è fruibile al link seguente:


Sono dieci i brani del disco, ma ciò che avevo potuto ascoltare era solo una parte - sei tracce - mente mancavano all’appello: Why Don’t You Want To Stay With Me, Where Are Those People Going, Light That Shines On Me e One Day You Will Ask To Me (A Song For My Son).
Il mood generale è quello che ho descritto nell’articolo precedente, e per chi come me segue da sempre l’evoluzione musicale di Vercesi pare evidente un forte cambiamento personale in atto che, inevitabilmente, si travasa nella sua musica, nel suo modo di comporre, nel suo diverso approccio alla composizione.
E questo suo stato di One Man Band, spesso nascosto dalle tante collaborazioni, ma probabilmente la vera essenza del cantautore pavese, produce temi musicali di largo respiro che riportano a menestrelli stranieri di un mondo lontano, e fuori dai nostri confini.
Nei brani che non avevo ancora ascoltato ho ritrovato una buona vena beatlesiana (Why Don’t You…) e un modello interpretativo più ricercato, riconducibile all’espressività di Tom Waits (One Day You Will Ask…), e il tutto conferma che l’attuale percorso intrapreso da Andrea Vercesi è l’unico possibile, o meglio, l’unico soddisfacente in questo particolare momento della sua vita, dove appare chiara la necessità di rendere concreti e marchiati per sempre i sentimenti del momento vissuto.
E se tutto questo vuol dire realizzare un album acustico godibile, dal vestito molto british, beh… forse lo si può afferrare senza tanta razionalità e ragionamento, accogliendo la musica con semplicità e lasciandosi andare ad un piacevole ascolto.