mercoledì 9 settembre 2026

Compie gli anni Wazza


Compie gli anni oggi, 9 Settembre, Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza.

Nel primo numero di MAT2020 lo convinsi a raccontare una storia romanticomusicale, la sua storia e quella di Gemma, la dolce consorte.

È anche il racconto di un’epoca che non tornerà più ma che molti di noi hanno avuto la fortuna di poter vivere.

Pubblico uno stralcio di quell’articolo, così, tanto per ricordare…


Ciao ... 2001

Parlare di Ciao 2001 è come raccontare di un caro amico d'infanzia, con cui hai diviso solo le cose belle e spensierate della gioventù, prima dei problemi, le responsabilità, la maturità (!) degli anni a seguire.

Ho iniziato a leggere, e quindi acquistare Ciao 2001, credo nel 1971, sicuramente visto per la prima volta nelle mani di amici "più grandi", appassionati di musica.

E già, perché Ciao 2001 era la Bibbia del rock, il Melody Maker dei poveri, l'unico strumento utile per avere notizie in anteprima del magico mondo rock. Internet, le notizie in tempo reale, non erano neanche nella mente del più ottimista- progressista... potevi sapere qualcosa di musica in quei pochi programmi radiofonici esistenti, come "Supersonic-dischi, Mach 2",(ricordate la storica In-a-gadda -da-vida, degli Iron Batterflay, come sigla?), "Pop-off", "Radio 21 e 29","Alto gradimento", ma sì anche "Hit Parade" del grande Lelio Luttazzi (le radio libere, ancora non esistevano..), o "Voi ed Io", la mattina, che aveva come sigla "House of the King" dei Focus, (e noi ingenui per anni a credere che era un inedito dei Jethro Tull, tipo 17"), spesso ascoltati con radioline portatili appoggiate sul cuscino, perché quella "grande" era usata dai genitori!

Oppure in Tv… "Speciale per voi"," Adesso Musica", "Speciale 3 milioni", "Under 20"(se non sbaglio in onda il sabato pomeriggio), " Pop studio", che andavano tutti in onda in seconda serata, e dovevi discutere per vederli, dato che le 22.00 degli anni '70 equivalevano alle 02.00 di oggi. "... mà chè tè stai a vedè... và'ddormì, che domani te devi arzà presto...", questo era il commento più pacato!

Quindi Ciao 2001 era qualcosa di personale, che ti "sparavi" dalla prima all'ultima pagina senza che nessuno ti potesse rompere. Ogni lunedì c'era il rito di andare in edicola, nel mio specifico dalla "mitica" Armeda, la giornalaia che aveva questo bazar, giornali, bombole per il gas, detersivi, che già frequentavo da "pischello", dove lasciavo regolarmente la "paghetta"acquistando montagne di figurine Panini, o il famoso pallone Super Tele che si bucava sempre, luogo dove le cose più vendute erano il Corriere dello Sport (per gli sportivi) e Le Ore o Caballero (per chi prediligeva il sesso), e ogni volta che chiedevi "… è uscito Ciao 2001?",  lo prendeva dallo scaffale, guardava la copertina e poi te lo porgeva, con una faccia tra l'incredulo e il compassionale, come se volesse dire... povera madre!

Ciao 2001 era un giornale "stupefacente" (non solo perchè il 50% di chi lo leggeva si faceva le canne...), ma perché si occupava di tutte le tematiche musicali e giovanili. In seconda di copertina c'era "Orientamenti Professionali", che dava indirizzi e notizie sul mondo del lavoro, (già allora), poi le "Lettere al direttore", dove la gente scriveva (all'epoca si scriveva… cazzo come si scriveva!), di vari problemi anche esistenziali, "L'angolo del Pop" con la tribuna dei lettori, domande e risposte sul mondo musicale, "Fermate il mondo voglio scendere", ogni volta con una notizia da discutere; poi quei begli articoli musicali, con foto a colori ed in bianco e nero, interviste, recensioni di concerti, "Mininotizie", le novità in pillole dall' Inghilterra ed America (per sentirsi sempre aggiornati), "Sotto le note", le traduzioni in italiano degli album più importanti, "Psicologia & Psicanalisi" (non ci facevamo mancare niente…). Rubriche sul cinema, motori, jazz, recensioni di dischi, le classifiche, i poster, gli adesivi, ed infine "Help", che era una specie di megafono per i lettori, dove ognuno poteva dire qualcosa, scrivere poesie, cercare o vendere dischi, strumenti musicali e quant'altro.

E fu proprio Help che mi "cambiò la vita", e premetto che non avevo mai scritto a Ciao 2001, anche se più di una volta ne ero stato tentato, magari per difendere i miei musicisti preferiti che qualcuno aveva osato criticare.

Sicuramente era novembre del 1974, non ricordo il numero, ma sulla copertina c'era Lucio Battisti; come al solito me lo leggo tutto, arrivo ad Help e tra i vari annunci leggo "Cedo a chi desidera, poster di Billy Preston, Osanna, Lou Reed, Jethro Tull, Pink Floyd; in cambio cerco foto o articoli su David Bowie". L'indirizzo era di una ragazza di Tivoli.

All'epoca ero al metadone con i Jethro Tull, bastava leggere il nome e mi saliva l'ormone… ero con un amico, "Ahò, mò quasi quasi jè scrivo…". Lui mi incoraggiò, presi carta e penna, rimediai tutto quello che avevo su Zyggy e glielo mandai; dopo una settimana mi rispose mandandomi il poster di centro pagina di Ciao 2001, quello dei Tull vestiti stile 700 che giocano a carte; faccio finta di stupirmi, le faccio credere che non l'avevo (!!??), ed inizio un lungo rapporto epistolare con lei, raccontandoci a vicenda dei "nostri problemi giovanili" e delle nostre simpatie musicali.

Mi confesserà poi che gli avevano scritto "un botto" di persone, ma per qualche strano gioco del destino aveva continuato a scrivere solo a me.

Ci scambiamo i numeri del telefono "fisso", e una sera mi faccio coraggio e la chiamo proponendole di vederci, visto che Ariccia -Tivoli, in fondo non sono così lontane (anche se non avevo la macchina)

Una domenica di febbraio 1975 programmiamo "l'incontro", prendo il pullman Roma-Tivoli, nel vecchio capolinea di via Gaeta ( i romani sanno...), carico di poster, vecchi Ciao 2001; per riconoscerci c' eravamo scambiati delle foto (tipo giornali dei cuori solitari); lei venne accompagnata dalla sorella, rimasi a bocca aperta dalla bellezza e dal sorriso di questa sedicenne (beh pure io capellone, senza barba, magro, alto 1.80 e con i ray-ban, facevo la mia sporca figura!); dopo i convenevoli della presentazione rimandammo la sorella a casa ed iniziò questo rapporto che dura da 39 anni, prima come amica , poi fidanzata, poi moglie, poi madre delle mie figlie… poi tutta la mia vita: quella sedicenne era Gemma, che molti di voi hanno conosciuto, perché complice nelle mie scorribande musicali italiane ed estere, molto adrenaliniche all'epoca, più "ingessate" adesso!

Quindi ho un "grosso debito" con Ciao 2001, che oltre ad avermi "educato" alla musica mi ha anche fatto trovare la compagna ideale della mia vita; questo nome, Ciao 2001, che all'epoca evocava un anno lontanissimo, dove credevamo che le macchine avrebbero volato, con la possibilità di chiuderle a mò di valigia  (tipo il cartoon dei Pronipoti), dove tutti saremmo stati vestiti con il domopak, ed invece oggi siamo qui, con tanta tecnologia e pochi sentimenti, con un imbarbarimento culturale, con I-Pod e "sagra delle porchetta" che vanno a braccetto, mentre imploriamo i santi, ma poi li portiamo in spalla nelle sagre paesane, protestando solo on-line, perché pensiamo che basta cercare su google per sapere tutto, quando invece non sappiamo un'emerita ceppa.

Non vorrei fare il nostalgico, ma con la fine Ciao 2001 si è chiusa un'epoca, e solo chi l'ha vissuta può capire. Come dimenticare gli artefici di quel giornale, dal direttore Saverio Rotondi, ai giornalisti Enzo Caffarelli, Manuel Insolera, Fiorella Gentile, Maurizio Baiata, Dario Salvatori, Michel "trashman" Pergolani, Armando Gallo, amati ed odiati a seconda di quello che scrivevano, perché oltre ad ascoltarli, di certi musicisti eravamo "tifosi".

Ogni tanto ne sfoglio qualche vecchia copia, e mi sembra di vedere l'album dei ricordi... sì "qualche copia" perché molti mi chiedono se ho ancora le annate complete... purtroppo no, perché lo "sfruttavo" fino all'ultimo, e ogni anno con i vecchi numeri (in me non albergavano le pippe mentali del collezionismo...) ci rivestivo le pareti della mia stanza (vedi foto), così facevo risparmiare i soldi della carta da parati a mia madre, ed avevo la cameretta più "figa" del mondo!

All'epoca uscirono altri magazine, Rockstar, Muzak, Sound, Nuovo Sound, Gong, Popstar, ma nessuno sarà mai rinpianto e ricordato come Ciao 2001!

Nel mio piccolo ho cercato di rendere omaggio a Ciao 2001 nell' occasione di Prog Exhibtion 2010, facendo il logo della t-shirt ufficiale (con l'aiuto del Roger Dean della Garbatella, Glauco Cartocci), come un'immaginaria copertina di Ciao 2001, modificandola in 2010...

Ciao 2001 forever...

WK




Il 9 settembre del 1998 ci lasciava Lucio Battisti, Paolo Giaccio lo ricordava così...


Il 9 settembre del 1998 ci lasciava Lucio Battisti, cantautore, compositore, polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico italiano.
Nel tempo, bazzicando costantemente il mondo della musica mi sono reso conto di come, tra gli addetti ai lavori, si rincorra il primato della “conoscenza intima”, e il numero degli “amici di Lucio” è diventato imponente. Succede per molti e non solo in campo musicale.
Comunque, pochi o tanti che fossero, per poter ricordare un artista scomparso - dato per scontato che la sua arte appartiene ormai a tutti, ed è quindi di per sé uno stimolo per la memoria -, è bene basarsi su elementi oggettivi, o almeno su quelli che appaiono tali.

Un po' di tempo fa, volendo evidenziare la figura di Battisti in un momento simile a questo, mi rivolsi al compianto Paolo Giaccio, che mi omaggiò con questa sua rimembranza… un bel ritratto di Lucio, a mio avviso!


Anno 1971. Mentre Mario Luzzatto Fegiz e io, con l'aiuto di Carlo Massarini, conduciamo Per Voi Giovani, il programma dedicato alla musica rock internazionale e alla più innovativa musica italiana, Lucio Battisti lascia la Ricordi e forma, con Mogol, una sua etichetta indipendente: la Numero Uno. Oltre che al controllo degli affari la mossa gli serve per garantirsi la più completa libertà artistica e creativa. La promoter è Mara Maionchi. È lei che ci fa ascoltare in anteprima "Pensieri e Parole", la nuova canzone di Battisti. Non siamo però i primi. La canzone è stata appena rifiutata da Arbore e Boncompagni, autori di Alto Gradimento, un altro programma radio di grande successo artefice del lancio di molte hit discografiche, perché ritenuta inadatta al loro stile di programmazione. Noi la prendiamo in esclusiva. Ricordatevi che, in quegli anni, non c'erano altre radio se non quelle della Rai. Quindi, a parte chi aveva il disco, l'unico modo per ascoltarla era quello di sintonizzarsi sul nostro programma. 
Questa esclusiva, unita al primo posto subito raggiunto nella classifica di vendita dei singoli, lancia la canzone e il nostro programma, consolidando anche su un pubblico di studenti la notorietà di Battisti. 
"Pensieri e Parole" si svolge su un doppio piano vocale, con un fraseggio che riannoda il dentro e il fuori di una persona. Sfiora i temi della psicanalisi, contrappone una vita di sentimenti semplici e genuini ai sogni e ai progetti di un uomo in crescita. Racconta le lacerazioni sentimentali che un uomo appena adulto deve affrontare, trovandosi già ingabbiato in ruoli e responsabilità. Descrive bene, con le parole di Mogol, la poetica misteriosa di Battisti, a quel tempo profondamente legato, quasi come un gemello, al paroliere. 
Un week end passato in campagna, vicino a Lecco, con tutta la tribù di Mogol e Battisti, serve a confermarmi queste impressioni. Serve anche a far superare a Battisti diffidenze e timidezze. 
Come è noto Battisti evitava il più possibile i contatti con giornalisti e dj. Dopo quel week end mettiamo in cantiere una lunga intervista radiofonica per presentare in anteprima nel nostro programma il suo nuovo album: "Il Mio Canto Libero".
L'intervista dura vari giorni. Inizia in una sala prova, in campagna. Non contenti del risultato ci spostiamo poi in uno studio a Milano, dove Battisti, al pianoforte, canta dal vivo tutti i pezzi dell'album e molte altre sue famose canzoni. 
È così che nel 1972, per un'intera settimana, siamo in grado di presentare nel nostro programma un ospite che mai, fino ad allora, e neanche negli anni a seguire, accetta di mostrarsi così intimamente e sinceramente ai suoi ascoltatori: il suo nome è Lucio Battisti.




lunedì 7 settembre 2026

2Days Prog +1 (2026)- Seconda Giornata (5 settembre)

 


2Days Prog +1 – Seconda Giornata (5 settembre)

Commento della mia unica giornata a Veruno

 

La seconda giornata del festival di Veruno è stata, prima di tutto… splendida. Calda, sì, ma luminosa, con quell’aria di fine estate che rende tutto più morbido. Rispetto alla mia ultima presenza, un paio di anni fa, ho trovato una novità: le sedie davanti al palco erano state rimosse, lasciando uno spazio libero che ha dato più respiro ai musicisti e più libertà al pubblico. Io ho scelto le comode gradinate da calcetto, un po’ più indietro ma perfette per godersi la serata con una visuale ampia.

Il pubblico di giornata è cresciuto lentamente, concerto dopo concerto, fino a diventare numerosissimo. E come sempre accade nei festival prog, ci si ritrova: amici, conoscenti, volti familiari. È musica di nicchia, e chi la ama finisce per frequentare gli stessi luoghi, gli stessi eventi, gli stessi palchi. Il mio racconto riguarda solo la giornata di sabato, ma credo possa essere rappresentativo dello spirito dell’intero festival.


 Ottone Pesante – L’apertura radicale

Gli Ottone Pesante hanno aperto la serata con una proposta che non ha paragoni nel panorama prog: tromba, trombone e batteria che si muovono tra metal estremo, avanguardia e ricerca sonora. Una scelta coraggiosa da parte del festival, che ha voluto iniziare con un set di rottura, capace di catturare l’attenzione e spiazzare.

Il trio ha mostrato una precisione tecnica notevole, un uso creativo degli effetti e una presenza scenica intensa. Il pubblico ha reagito con curiosità e sorpresa, com’è naturale per una proposta così radicale. Un’apertura che ha dato subito il tono della serata.


The Samurai of Prog

 Il debutto live che i fan aspettavano da anni

Per me, questo è stato uno dei momenti più attesi. I The Samurai of Prog, che recensisco da anni, sono sempre stati una band da album in studio: di base un trio internazionale (Kimmo Porsti, Marco Bernard e Steve Unruh, solo il primo presente a Veruno) diventato nel tempo una multinazionale del prog sinfonico, con collaboratori da tutto il mondo, molti dei quali italiani.

Prima apparizione dal vivo!

E vederli finalmente sul palco, con Marco Grieco alle tastiere e Elisa Montaldo come ospite, è stato un piccolo evento storico. La formazione ha rappresentato perfettamente la sua natura: internazionale, stratificata, ricca di contributi italiani.

Il set è stato vario, elegante, significativo della loro produzione: passaggi sinfonici, momenti narrativi, interplay guidato da Porsti, tastiere che ricostruivano l’architettura di tracce del passato.

E l’incontro con Kimmo Porsti è stato un piacere personale: dopo anni di scambi, finalmente la dimensione umana.

Un debutto live che ha mantenuto tutte le promesse.

 

Ritual – La sorpresa della serata

Non li conoscevo, e molti altri come me (anche se ho captato che il loro arrivo a Veruno era stato caldeggiato da molti dei presenti), e forse proprio per questo la loro esibizione è stata una sorpresa. I Ritual hanno portato una lettura del prog fresca, innovativa, con radici folk ben integrate e un profumo - intenso, non superficiale - di quella scuola complessa e giocosa che richiama i Gentle Giant.

Il frontman, Patrik Lundström, è stato il vero catalizzatore: voce particolare, riconoscibile, e una chitarra che passa con naturalezza da momenti acustici a sezioni più energiche. Molti presenti hanno condiviso la stessa impressione: una band da scoprire (almeno per me), capace di sorprendere anche chi ascolta prog da una vita.

Li intervisterò a breve: un’occasione per approfondire una proposta che dal vivo ha mostrato una personalità forte e originale.

 

Martin Barre

Energia, storia e brani che non ascoltavamo live da molto tempo

Il set di Martin Barre è stato un regalo. Vicino agli 80 anni, Barre è salito sul palco con una freschezza che ha stupito tutti: preciso, energico, sorridente, pieno di vita.

Un dettaglio importante: il bassista previsto non ha potuto partecipare e Barre ha chiamato Daniele Piglione dei Beggar’s Farm, che ha avuto pochissimo tempo per preparare la scaletta; l’ho immaginato emozionato, ma si è comportato benissimo, con professionalità e rispetto per un repertorio complesso e credo possa essere questa una grande soddisfazione personale.

La serata ha avuto anche un momento speciale: l’unica occasione in cui Barre ha imbracciato il flauto, durante Serenade to a Cuckoo. Un gesto preciso, voluto, un omaggio diretto a Roland Kirk, il musicista che aveva ispirato quel brano e che Ian Anderson ha sempre riconosciuto come riferimento. Proprio perché il flauto è stato usato una sola volta, si è percepita con forza la solidità dei brani dei Jethro Tull: reggono benissimo anche senza, anche se il condizionamento di anni e anni porta a identificare la loro musica con il flauto traverso. Magari la presenza delle tastiere avrebbe avuto il suo perché!

Oltre all’omaggio a Kirk, Barre ha aperto una parentesi dedicata ai Beatles con Eleanor Rigby, trasformata in un episodio intenso e sorprendentemente rock, perfettamente integrato nel tessuto del concerto.

La parte per me più emozionante è stata quella dedicata ai primi album dei Jethro Tull, brani che nel nuovo millennio non avevo mai ascoltato dal vivo, e che qui hanno trovato nuova vita grazie ad arrangiamenti freschi, energici, quasi “restaurati”: quando mai è capitato di sentire “Hymn 43”?!

E ascoltare quei pezzi con una voce vera, piena, non forzata, ha dato loro una dimensione diversa, più rock, più fisica.

Una band di livello altissimo, un set che ha unito energia, storia e reinvenzione.

Conclusione

La seconda giornata del 2Days Prog +1 è stata un viaggio tra sperimentazione, debutti attesi da anni, sorprese inattese e un tuffo nella storia del prog.

Un festival che continua a essere un punto di riferimento, capace di unire pubblico, musicisti, amici e appassionati in un’atmosfera unica. E anche se il mio racconto riguarda solo la giornata di sabato, credo che possa rappresentare bene lo spirito di Veruno: coraggioso, accogliente, competente, vivo.

E il prossimo anno ci saranno altre novità!



7 settembre 1951: nasce Chrissie Hynde, la carismatica frontwoman dei The Pretenders

 


Il 7 settembre del 1951, a Akron, Ohio, nasceva Christine Ellen Hynde, un nome che sarebbe diventato sinonimo di rock and roll, ribellione e stile inconfondibile. Conosciuta in tutto il mondo come Chrissie Hynde, è la fondatrice e l'anima dei The Pretenders, una delle band più influenti e longeve della storia del rock.

Cresciuta negli anni '60 in pieno fermento culturale, Chrissie Hynde sviluppa fin da giovane una passione per la musica e per l'arte. Dopo aver frequentato la Kent State University, decide di lasciare gli Stati Uniti per l'Inghilterra, un luogo che sentiva più affine al suo spirito. A Londra, si immerge nella vivace scena punk rock di metà anni '70, un ambiente che la ispirerà profondamente e la spingerà a formare una sua band.

Dopo una serie di esperienze musicali e di collaborazioni, nel 1978 nasce finalmente il gruppo che l'ha resa celebre: The Pretenders. Insieme al chitarrista James Honeyman-Scott, al bassista Pete Farndon e al batterista Martin Chambers, Chrissie dà vita a un sound unico che fonde il punk con la new wave e il pop, caratterizzato dalla sua voce potente, graffiante e al tempo stesso incredibilmente melodica.

Fin dal loro album di debutto, l'omonimo The Pretenders del 1980, la band conquista il pubblico e la critica. Brani come "Brass in Pocket" diventano hit mondiali, cementando la reputazione di Chrissie Hynde come una delle frontwoman più carismatiche e talentuose della sua generazione. La sua presenza scenica, la sua chitarra e la sua attitudine "non scendere a compromessi" hanno infranto gli stereotipi e aperto la strada a molte altre musiciste.

Oltre a "Brass in Pocket", il repertorio dei The Pretenders è costellato di successi: da "Back on the Chain Gang" a "I'll Stand by You" e "Don't Get Me Wrong", ogni canzone porta l'inconfondibile firma di Chrissie, sia nei testi, spesso introspettivi e taglienti, sia nella melodia.

Nonostante le difficoltà, le perdite e i cambi di formazione, Chrissie Hynde ha sempre mantenuto viva l'essenza dei The Pretenders, continuando a suonare, scrivere e registrare musica per oltre quattro decenni. La sua influenza si estende ben oltre il mondo del rock: è un'icona di stile, un'attivista per i diritti degli animali e un simbolo di resilienza e autenticità.

Ancora oggi, a più di 70 anni, Chrissie Hynde continua a calcare i palchi di tutto il mondo, dimostrando che la sua passione per la musica è inesauribile. Il suo contributo al rock and roll è inestimabile e il suo nome rimarrà per sempre impresso nella storia della musica come quello di una vera e propria leggenda.

Tanti Auguri Chrissie!







The Doors/Jefferson Airplane: The Roundhouse, Londra, 6-7 settembre 1968


The Doors/Jefferson Airplane
The Roundhouse, Londra, 6-7 settembre 1968

Un deposito ferroviario in disuso poteva sembrare uno spazio insolito per ospitare la prima esibizione sul suolo britannico dei due principali gruppi della scena Americana alternative (e non solo). E’ vero però che nel 1968 l’ampio edificio circolare della Roundhouse aveva sostituito l’UFO quale principale luogo di ritrovo degli Hippie londinesi. Date le notevoli dimensioni dell’ambiente, oltre 10.000 appassionati poterono accorrere alle attese esibizioni dei due gruppi, ma molti di più furono coloro che rimasero fuori dai cancelli senza biglietto. All’appuntamento si presentarono anche le telecamere di Granada TV, ansiose di immortalare l’inedito incontro con il rock acido della West Coast, soprattutto, di vedere all’opera il cantante dei Doors, Jim Morrison.

La rivista Rave aveva definito Morrison una superstar (all’epoca il termine non era ancora inflazionato) sulla spinta dei resoconti giornalistici d’oltreoceano che lo definivano poeta e uomo di spettacolo originale e travolgente, autentico sciamano pop che fondeva la sessualità con una debordante teatralità. Morrison, che si autodefiniva “un politico erotico”, appariva un miracoloso ibrido fra Elvis Presley e una divinità greca e le esibizioni del gruppo, come spiegò il chitarrista Robbie Krieger, somigliavano a “esperienze religiose”.
Nel buio, seduti a gambe incrociate in mezzo al pubblico, c’erano Paul McCartney, Arthur Brown e i Traffic. Di fronte a loro un Jim Morrison vestito di cuoio crollò a terra dopo un balzo, emise urla da far gelare il sangue e poi rincuorò la platea con la lettura sussurrata di un sonetto. Ogni parola, ogni movimento sembravano carichi di significati.

Jim Morrison vive nell’esagerazione”, scrisse entusiasta Mike Grant su Rave. “Il passo incerto e quasi strascicato, la strana indolenza, l’espressione imbronciata, gli occhi semichiusi rivolti verso l’alto, la recitazione ampollosa ma nitida”.

Anche la folla ebbe un ruolo importante. “Uno dei migliori pubblici che ci siano mai capitati”, disse Morrison a Grant dopo gli spettacoli. “Sembravano tutti così sereni… questo ci ha aiutato ad esprimerci al meglio”.






sabato 5 settembre 2026

L'uomo che ha dato un'anima rock a Colosseum e Humble Pie-Buon compleanno a Dave "Clem" Clempson

 


Oggi, 5 settembre, si ricorda un chitarrista che, pur non avendo sempre occupato i riflettori, ha lasciato il segno nel panorama del blues rock e del progressive rock: Dave "Clem" Clempson. L'artista britannico, nato nel 1949 a Tamworth, nello Staffordshire, compie oggi gli anni, e la sua storia è un viaggio attraverso alcune delle band più influenti degli anni '70.

Conosciuto ai più semplicemente come "Clem", il suo nome è legato a formazioni leggendarie come i Colosseum e gli Humble Pie, dove ha sostituito un'altra icona della chitarra, Peter Frampton. La sua entrata in queste band non fu una semplice sostituzione, ma un vero e proprio cambio di rotta stilistico. Con gli Humble Pie, ad esempio, il suo arrivo segnò il passaggio da un sound più acustico e pop a un hard rock più crudo e potente, come testimoniato dall'album di successo Smokin'.

Ma la carriera di Clempson è iniziata molto prima. Negli anni '60, dopo aver fondato il power trio blues-rock Bakerloo, si unì ai Colosseum, contribuendo in maniera decisiva al loro sound, un'innovativa fusione di rock, jazz e blues. La sua chitarra non era solo uno strumento, ma una voce che si integrava perfettamente con la sezione fiati e il virtuosismo degli altri membri della band.

La sua abilità non si limitò solo al rock. Negli anni ha collaborato con nomi del calibro di Jack Bruce e Cozy Powell, dimostrando una versatilità rara. Oltre alla sua attività di musicista live e in studio, si è anche dedicato alla composizione di colonne sonore per televisione e cinema, a conferma di un talento poliedrico e di una creatività inesauribile.

Oggi, la musica di Dave "Clem" Clempson continua a risuonare nelle canzoni di band che hanno fatto la storia del rock. Il suo stile, a cavallo tra il blues viscerale e l'energia dell'hard rock, lo rende un "eroe dimenticato" della chitarra, un musicista che ha saputo dare un'anima a ogni progetto in cui è stato coinvolto.

Tanti auguri a un grande della sei corde!




venerdì 4 settembre 2026

Il Caleidoscopio dei Colori – Giacomo Franco racconta i Beatles-2 settembre 2026

 


La serata del Caleidoscopio dei Colori ha confermato quanto un incontro dedicato ai Beatles possa ancora oggi creare un clima di partecipazione autentica. Nonostante il grande caldo all’interno della sede OltreLetimbro, Savona, il pubblico è arrivato numeroso e ha seguito con attenzione il percorso proposto da Giacomo Franco, che ha aperto la conferenza con la domanda importante: «Da dove si può cominciare oggi, anno 2026, a parlare dei Beatles?». Da lì si è sviluppata una narrazione fluida, capace di intrecciare biografia, contesto storico e riflessioni sulla dialettica fra Lennon e McCartney, presentando i Beatles come fenomeno culturale e come scintilla creativa nata «da un entusiasmo che non aveva bisogno di essere spiegato».

Lo storytelling di Franco ha accompagnato il pubblico dentro un viaggio che non ha mai cercato l’enfasi, ma ha puntato sulla chiarezza e sulla capacità di far emergere la freschezza di un’epoca. La Swinging London, le improvvise intuizioni dei Fab Four, il loro modo di trasformare la quotidianità in musica: tutto è stato raccontato con un tono misurato, che ha valorizzato la sostanza più che l’effetto.

La parte musicale ha aggiunto un elemento di calore umano alla serata. Athos Enrile, Marco Briano e Roberto Storace hanno proposto tre brani in acustico, tre chitarre che hanno creato un’atmosfera raccolta e partecipata. L’ingresso con With a Little Help from My Friends nella versione di Joe Cocker ha aperto un clima di condivisione immediata; Let It Be ha portato un momento di quiete intensa; il finale con All You Need Is Love ha trasformato la sala in un coro spontaneo, con il pubblico che si è unito senza esitazioni. È stato un passaggio semplice e genuino, capace di chiudere la serata con un senso di comunità.

Apprezzati gli interventi di Maura Genta che ha contribuito al racconto di serata.

Nel complesso, l’incontro ha funzionato per equilibrio e naturalezza: contenuti solidi, partecipazione viva, una parte musicale che ha dato forma concreta alle parole e un pubblico che ha risposto con calore. Una serata positiva, che ha mostrato come i Beatles continuino a essere un caleidoscopio di colori capace di unire generazioni e di far risuonare emozioni senza bisogno di effetti speciali.








Gene Parsons: un'eredità musicale nel country rock


Gene Parsons, musicista poliedrico, batterista e inventore, è una figura cruciale nella storia del country rock. Nato il 4 settembre 1944, ha lasciato traccia nella musica, grazie al suo talento e alle sue innovazioni.

La carriera di Gene Parsons decolla negli anni '60, un periodo di grande fermento musicale. Il suo stile di batteria, energico ma al tempo stesso sofisticato, ha contribuito a definire il suono di band leggendarie come i The Byrds. Entrato a far parte del gruppo nel 1968, ha suonato in album iconici come Dr. Byrds & Mr. Hyde e Ballad of Easy Rider, arricchendo il loro sound con la sua ritmica inconfondibile.

Ma il contributo di Parsons non si ferma qui. Con i Flying Burrito Brothers, ha esplorato nuove sonorità, combinando il country tradizionale con il rock, e ha contribuito a gettare le basi per quello che sarebbe diventato il genere del country rock.

Oltre al suo ruolo di batterista, Gene Parsons è noto anche per un'invenzione rivoluzionaria. Insieme a Clarence White, suo compagno di band nei The Byrds, ha creato la Parsons/White String Bender, un sistema meccanico che consente ai chitarristi di ottenere un effetto di "bending" del suono. Questa innovazione ha aperto nuove strade per la chitarra elettrica, diventando uno strumento essenziale per molti chitarristi del genere.

Ancora oggi, l'influenza di Gene Parsons è evidente nella musica moderna. Il suo lavoro ha ispirato innumerevoli musicisti e il suo contributo alla musica è riconosciuto in tutto il mondo. La sua creatività e la sua passione sono un promemoria del potere della musica di evolversi e di connettersi con le persone.





giovedì 3 settembre 2026

Origine e adattamento di "Have You Ever Seen the Rain" dei Creedence Clearwater Revival e "Improvvisamente il blu" dei Camaleonti

 


Origine e adattamento di Have You Ever Seen the Rain dei Creedence Clearwater Revival e Improvvisamente il blu dei Camaleonti


Have You Ever Seen the Rain nasce nel 1970 in un momento delicato per i Creedence Clearwater Revival. È una canzone che parla di un temporale interiore più che di un fenomeno atmosferico. John Fogerty scrive il brano mentre la band attraversa tensioni profonde e il successo, invece di portare serenità, sembra generare nuove ombre. La pioggia che scende in un giorno di sole diventa la metafora di una tristezza inattesa che arriva quando tutto dovrebbe andare bene. La melodia è semplice e diretta, costruita su un andamento che procede con passo sicuro, mentre la voce di Fogerty porta con sé una malinconia trattenuta che rende il brano immediato e universale.

In Italia la canzone arriva poco dopo e i Camaleonti decidono di reinterpretarla con un titolo che ne sposta il colore emotivo. Improvvisamente il blu non parla più della pioggia che cade in un giorno di sole ma di un cambiamento improvviso che trasforma il mondo in un colore diverso. Il blu diventa il segno di una sensazione che arriva all’improvviso e che modifica la percezione delle cose. La vocalità dei Camaleonti è più morbida rispetto a quella di Fogerty e porta il brano in una dimensione più melodica e più vicina alla tradizione italiana. L’arrangiamento conserva la struttura essenziale dell’originale ma introduce un suono più levigato che si adatta alla sensibilità del gruppo.

Le differenze tra le due versioni sono evidenti ma non cancellano il nucleo emotivo del brano. L’originale è asciutto e diretto mentre la versione italiana è più avvolgente. Fogerty canta con una ruvidità che rende la malinconia più cruda mentre i Camaleonti scelgono una via più dolce che trasforma la tristezza in un sentimento più contemplativo. Il testo italiano non riproduce la metafora della pioggia ma conserva l’idea di un cambiamento improvviso che porta con sé una sensazione inattesa. È un adattamento che non copia ma interpreta e traduce, come accade spesso nella musica italiana degli anni Settanta.

Improvvisamente il blu non ha la forza iconica dell’originale ma svolge un ruolo importante nel panorama italiano. Permette al pubblico di avvicinarsi a un brano che parla di fragilità e di cambiamento interiore. I Camaleonti rendono la canzone più accessibile e più vicina alla tradizione melodica nazionale senza snaturarne la profondità. Oggi la versione italiana è un esempio di come un grande successo internazionale possa essere trasformato con rispetto e sensibilità diventando qualcosa di nuovo ma riconoscibile.

In conclusione, Have You Ever Seen the Rain e Improvvisamente il blu sono due modi diversi di raccontare la stessa sensazione. Cambia l’immagine cambia il tono cambia la voce ma resta intatta l’idea di un cambiamento improvviso che porta con sé una malinconia difficile da spiegare. È un ponte tra la ruvidità americana dei Creedence Clearwater Revival e la morbidezza melodica dei Camaleonti un incontro riuscito tra due culture che sanno raccontare la fragilità con linguaggi diversi.



martedì 1 settembre 2026

Bitter Sweet Symphony e i Rolling Stones: la vera storia del campionamento e della contesa sui diritti

 


Il campionamento della discordia: l'eredità contesa di Bitter Sweet Symphony

 

La contesa legale tra i Verve e il management dei Rolling Stones per la paternità di Bitter Sweet Symphony rappresenta uno dei capitoli più controversi della discografia contemporanea. Al centro della vicenda si incrociano un breve frammento orchestrale, un contenzioso economico aspro e una gestione dei diritti che ha privato Richard Ashcroft dei proventi del suo brano più celebre per oltre vent'anni.

La storia affonda le radici nel 1965, quando la Andrew Oldham Orchestra registrò The Rolling Stones Songbook, una raccolta di rielaborazioni sinfoniche dei successi della band inglese. L'arrangiatore David Whitaker rielaborò per archi la linea melodica di The Last Time, pezzo firmato da Mick Jagger e Keith Richards.

Nel 1997, durante le sessioni di registrazione dell'album Urban Hymns, il produttore Youth e il chitarrista Simon Tong isolarono un loop di quattro battute da quella specifica incisione orchestrale per usarlo come base ritmico-armonica.

I Verve ottennero l'autorizzazione per l'uso del master dalla Decca Records, ma il controllo del catalogo editoriale degli Stones antecedente al 1971 apparteneva alla ABKCO Music, la società guidata dal manager Allen Klein. Subito dopo la pubblicazione del singolo e il suo travolgente successo planetario, Klein avviò un'azione legale sostenendo che la band avesse utilizzato una porzione di campionamento superiore a quella pattuita. Messa di fronte al rischio del ritiro del disco dal mercato, la band fu costretta a cedere il 100% dei diritti d'autore a Jagger e Richards, lasciando ad Ashcroft una cifra simbolica di mille dollari per rinunciare a ogni pretesa.

Dal punto di vista strettamente musicale, l'intera disputa poggia su un equivoco di fondo. La progressione armonica del loop - basata sugli accordi di Mi maggiore, Si minore, Re maggiore e La maggiore - riprende lo schema dell'arrangiatore Whitaker. Tuttavia, identificare la composizione dei Verve con quel frammento significa ignorare il lavoro di produzione svolto in studio. Saranno pure uguali gli accordi sulla carta, ma si tratta di due cose completamente diverse.

Il collettivo di Wigan non si limitò a ripetere il frammento della Andrew Oldham Orchestra. Su quel loop la band costruì una struttura sonora complessa: il tema d'archi principale che caratterizza il brano fu scritto ex novo dall'arrangiatore Wil Malone, mentre il gruppo stratificò chitarre acustiche ed elettriche, linee di basso e percussioni aggiuntive. A completare l'opera intervenne la linea vocale e il testo di Ashcroft, del tutto estranei al rock R&B dell'originale degli Stones, a sua volta ripreso da un brano gospel dei Staple Singers.

La vertenza si è risolta formalmente soltanto nel maggio del 2019. Dopo la scomparsa di Allen Klein, Richard Ashcroft si è rivolto direttamente a Mick Jagger e Keith Richards. I due musicisti hanno accolto la richiesta, rinunciando incondizionatamente alle proprie quote sui diritti futuri e restituendo la titolarità della canzone al suo effettivo autore.

La Andrew Loog Oldham Orchestra esegue "The Last Time" dei Rolling Stones (1965), qui mixata con "Bitter Sweet Symphony" dei Verve (1997)





lunedì 31 agosto 2026

Compie gli anni Van Morrison: l'uomo, il mito, la musica

 


Un viaggio nel labirinto sonoro di "Van the Man"

 

George Ivan Morrison, meglio noto come Van Morrison, è una figura titanica della musica contemporanea, un artista la cui carriera, lunga oltre sessant'anni, è un continuo flusso e riflusso di generi, spiritualità e pura, inebriante energia creativa.

Nato a Belfast, in Irlanda del Nord, il 31 agosto 1945, Morrison ha scolpito il suo nome nella storia del rock, del soul, del blues, del jazz e del folk, creando un sound inconfondibile e una discografia vastissima che lo ha reso un'icona di culto e una leggenda vivente.

La carriera di Morrison inizia nei primi anni '60, quando ancora adolescente si immerge nella scena musicale di Belfast, suonando in diverse band di skiffle e rock and roll. La svolta arriva nel 1964 con la fondazione dei Them, una band di rhythm and blues che diviene rapidamente un punto di riferimento in Europa. Con i Them, Morrison incide brani iconici come "Gloria" e "Here Comes the Night", che mostrano già la sua voce potente e carismatica. Tuttavia, insoddisfatto del controllo in studio e della direzione della band, decide di intraprendere la carriera solista dopo un tour negli Stati Uniti nel 1966.

Il suo debutto come solista avviene con il singolo "Brown Eyed Girl" (1967), un brano pop-soul orecchiabile e di grande successo commerciale che lo proietta sotto i riflettori. Sebbene la canzone sia diventata uno dei suoi classici più famosi, Morrison ha sempre espresso insoddisfazione per le sessioni di registrazione e per l'album che ne è derivato, Blowin' Your Mind!, pubblicato senza il suo pieno consenso.

È con i due album successivi che Van Morrison si afferma come un genio visionario e un artista senza compromessi. Nel 1968 pubblica Astral Weeks, un capolavoro di folk, jazz e soul che sfida ogni etichetta di genere. L'album è un'esperienza mistica e poetica, con canzoni come la title track e "Cypress Avenue" che fluiscono come un fiume di coscienza, tra improvvisazioni vocali e arrangiamenti orchestrali rarefatti. Astral Weeks non ottiene un grande successo commerciale al momento della sua uscita, ma nel tempo viene riconosciuto dalla critica come uno dei più grandi album di tutti i tempi.

A soli due anni di distanza, nel 1970, Morrison cambia nuovamente rotta con Moondance, un disco più accessibile e orientato verso il pop-jazz e il soul. L'album, che include classici come la title track, "Into the Mystic" e "Caravan", segna un successo commerciale e consolida la sua reputazione di cantautore di primo piano, capace di creare melodie accattivanti senza sacrificare la profondità artistica.

La carriera di Morrison è un'evoluzione costante. Dopo la pausa spirituale e personale che ha seguito Moondance, egli ha continuato a esplorare e a fondere generi musicali, alternando periodi di ispirazione e sperimentazione a lavori più convenzionali. Album come Saint Dominic's Preview (1972) e Veedon Fleece (1974) mostrano una crescente propensione per le improvvisazioni e un'atmosfera più pastorale e riflessiva, mentre i lavori successivi, come Into the Music (1979) e Beautiful Vision (1982), combinano la sua spiritualità con influenze blues, gospel e celtiche.

Nel corso degli anni '80 e '90, Van Morrison ha continuato a pubblicare con regolarità, mantenendo un approccio riservato e concentrandosi principalmente sulla musica. Il successo commerciale torna a bussare con l'album Avalon Sunset (1989), che include la celebre ballata "Have I Told You Lately", una delle sue canzoni più famose e amate. Ha inoltre collaborato con artisti del calibro di The Chieftains, Cliff Richard e John Lee Hooker, dimostrando la sua versatilità e il suo profondo rispetto per le radici della musica.

Con una discografia che conta oltre quaranta album in studio, Van Morrison è un vero e proprio "working man" della musica. La sua voce, profonda, ruvida e capace di infinite sfumature, è il suo strumento principale. Il suo stile vocale unico, fatto di "gorgheggi" e improvvisazioni sciamaniche, è stato spesso paragonato a quello di un predicatore o di un bardo celtico. I suoi testi, spesso influenzati dalla spiritualità, dalla poesia e dal "flusso di coscienza" joyciano, sono un'esplorazione di temi come la nostalgia, la redenzione e la ricerca di una verità interiore.

Nonostante la sua nota avversione per il "music business" e una reputazione di artista schivo e burbero, il suo impatto sulla musica è innegabile. È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame e nella Songwriters Hall of Fame, e due dei suoi album, Astral Weeks e Moondance, sono regolarmente citati tra i migliori di tutti i tempi da riviste come Rolling Stone. L'eredità di "Van the Man" è quella di un artista autentico, un maestro che ha sempre messo la sua arte al di sopra di tutto, creando un'opera che continua a ispirare generazioni di musicisti e ascoltatori.










domenica 30 agosto 2026

Origine e adattamento: “San Francisco” e la versione italiana di Bobby Solo

 


Origine e adattamento: “San Francisco” e la versione italiana di Bobby Solo

 

Origine del brano americano

Nel 1967, in piena esplosione della controcultura, John Phillips dei Mamas & the Papas compose San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair) per la voce limpida e quasi angelica di Scott McKenzie. Il brano divenne immediatamente un manifesto del movimento hippie, un invito gentile, non aggressivo, a raggiungere la città californiana portando un fiore tra i capelli, simbolo di pace, apertura mentale e rifiuto della violenza.

La canzone non era solo un prodotto musicale, ma un gesto politico e sociale. Uscì alla vigilia della Summer of Love, quando decine di migliaia di giovani si riversarono nel quartiere di Haight-Ashbury per vivere un’utopia comunitaria fatta di musica, libertà e sperimentazione. Il brano di McKenzie, con il suo arrangiamento morbido e la melodia quasi ipnotica, divenne la colonna sonora di quell’estate irripetibile.

 

L’arrivo in Italia e la scelta di Bobby Solo

In Italia, il brano arrivò quasi subito. Le case discografiche erano attentissime ai successi americani, e Bobby Solo - già noto per il suo stile a metà tra rock’n’roll e ballad melodica - fu scelto per interpretarne una versione italiana. La sua voce, più scura e vibrante rispetto a quella di McKenzie, dava al brano un colore diverso, meno etereo, più vicino alla sensibilità melodica italiana.

La traduzione non era una semplice trasposizione letterale. Come spesso accadeva negli anni Sessanta, il testo venne adattato per incontrare il gusto del pubblico italiano, mantenendo però il nucleo simbolico del brano: la città come luogo di libertà, il viaggio come rito di passaggio, il fiore come segno di appartenenza a una nuova generazione.

 


Differenze tra originale e adattamento

Atmosfera - L’originale è un invito sussurrato, quasi una preghiera pacifista. La versione italiana, pur rispettandone lo spirito, assume un tono più narrativo e diretto, tipico della canzone melodica italiana.

Voce - McKenzie canta con leggerezza, come se il brano fosse sospeso nell’aria. Bobby Solo porta invece una vocalità più piena, con un vibrato che rende il messaggio meno “comunitario” e più personale.

Arrangiamento - L’originale è costruito su un tappeto sonoro morbido, quasi trasparente. L’adattamento italiano introduce una struttura più tradizionale, con un accompagnamento che richiama la canzone pop dell’epoca.

Messaggio - Rimane intatto il tema della partenza verso un luogo simbolico, ma nella versione italiana il riferimento alla cultura hippie è meno esplicito, più filtrato e addomesticato per il pubblico nazionale. 

 Significato culturale

La versione italiana di San Francisco non ebbe l’impatto rivoluzionario dell’originale, ma svolse un ruolo importante, portò in Italia, in forma mediata, un frammento della controcultura americana. Per molti giovani italiani fu una delle prime porte d’ingresso verso un mondo nuovo, fatto di musica, libertà e contestazione pacifica.

Bobby Solo, con la sua interpretazione, contribuì a rendere quel messaggio più accessibile, traducendolo in un linguaggio musicale familiare. Il risultato è un brano che oggi rappresenta un ponte tra due mondi: la California del ’67 e l’Italia che iniziava a guardare oltre i confini della propria tradizione musicale.

Conclusione

Come accade spesso negli adattamenti italiani degli anni Sessanta, San Francisco nella versione di Bobby Solo non è una copia dell’originale, ma una sua reinterpretazione culturale. Mantiene il cuore del messaggio, ma lo veste con una sensibilità diversa, più mediterranea, più melodica. È un esempio perfetto di come una canzone possa attraversare oceani e trasformarsi, rimanendo però riconoscibile nella sua essenza.



sabato 29 agosto 2026

"In-A-Gadda-Da-Vida": Ron Bushy e l'assolo che ha fatto la storia

 


Il 29 agosto 2021 ci lasciava Ron Bushy, il leggendario batterista degli Iron Butterfly, morto all'età di 79 anni a Santa Monica, in California, dopo una lunga battaglia contro il cancro all'esofago.

Ron Bushy è stato l'unico membro degli Iron Butterfly a comparire in tutti e sei gli album in studio della band. È celebre per il suo assolo di batteria, lungo e ipnotico, presente nel brano epico di 17 minuti, "In-A-Gadda-Da-Vida", considerato una pietra miliare del rock.

Nato a Washington D.C. il 23 dicembre 1941, Ron Bushy ha trovato la sua vocazione nella musica fin da giovane. Dopo aver suonato in una band chiamata The Voxmen, si unì agli Iron Butterfly nel 1966. La sua presenza costante e la sua abilità ritmica hanno fornito una solida spina dorsale a un sound che spaziava dal rock psichedelico all'acid rock.

La fama mondiale arrivò con il secondo album della band, In-A-Gadda-Da-Vida del 1968. L'assolo di batteria, un capolavoro di improvvisazione e intensità, divenne il simbolo di un'epoca. Si dice che per ottenere il suo sound unico, Bushy abbia rimosso le pelli inferiori dei tom. La sua performance non era solo una dimostrazione di tecnica, ma una vera e propria espressione dell'anima, come lui stesso amava dire, "ogni battito proveniva dal cuore e dall'anima". Questo assolo non solo ha reso il brano immortale, ma ha anche contribuito a gettare le basi per l'hard rock e l'heavy metal che sarebbero fioriti negli anni successivi.

Oltre al suo lavoro con gli Iron Butterfly, Bushy era anche un designer e ha contribuito alla grafica e al merchandising della band. La sua creatività non si fermava alla musica; arrivò persino a costruire un set di batteria in plexiglass, che si ritiene sia stato il primo nel suo genere.

Nonostante gli alti e bassi della band e i numerosi cambi di formazione, Ron Bushy rimase un punto fermo, suonando on-and-off con gli Iron Butterfly fino al 2012 e facendo occasionali apparizioni come ospite fino alla sua morte.

La sua scomparsa ha segnato la fine di un'era, perché Bushy non è stato solo un batterista di talento, ma una figura amata e rispettata, noto per la sua gentilezza, il suo sorriso e il suo spirito combattivo.