domenica 12 marzo 2023

Agusa, il progressive rock che arriva dalla Svezia

 


Gli Agusa sono un gruppo progressive rock svedese che aggiunge alla sua musica elementi progressive, con utilizzo di chitarra classica, influenze jazz e folk acustico. 

La loro proposta si ispira a band più famose come Kebnekajse e Änglagård.

Il nome Agusa deriva dall'omonimo villaggio in Scania.

L'album di debutto, Högtid, è stato pubblicato nel 2014 e nel 2015 è arrivato Två, il secondo lavoro in studio. A seguire, nell'ottobre 2017, Agusa.

L’ultimo atto discografico è del settembre 2021 ed il titolo è En annan värld.

 

Gli Agusa nascono nel 2013 a Malmö, fondati da Mikael Ödesjö e Tobias Petterson.  Più tardi, Dag Strömqvist si unisce alla batteria e Jonas Berge all'organo. Nel giro di un anno e dopo solo pochi concerti, Strömqvist lascia il gruppo sostituito da Tim Wallander e Jenny Puertas.

La band ottenne un contratto discografico con Transubstans, registrando il loro primo album, Högtid, con Kristian Holmgren come produttore, raggiungendo il 17 ° posto nella classifica hard rock svedese.

Il secondo album di Agusa, Två, fu registrato nel gennaio 2015 e pubblicato nello stesso anno dall'etichetta discografica americana Laser's Edge.

Nel 2015, gli Agusa si sono esibiti al Roadburn Festival in Oland e al Copenhagen Psych Fest in Danimarca.

 

Membri attuali

Mikael Ödesjö – voce, chitarra (dal 2013)

Simon Ström – basso (dal 2017)

Roman Andrén – tastiere (dal 2019)

Nicolas Difonis – batteria, percussioni (dal 2021)

Jenny Puertas – flauto (dal 2014)

 

Membri precedenti

Tim Wallander - batteria (2014-2021) 

Jonas Berge - Tastiere (2013-2016)

Jeppe Juul - Tastiere (2016-2019)

Tobias Pettersson - basso (2013-2017)

Dag Strömqvist - batteria (2013-2014)

 

Discografia 

Album in studio (cliccare sul titolo per ascoltare)

2014 – Högtid

2015 – Två

2017 - Agusa

2021 - En annan värld

 

Album live

2016 – Katarsis

 

Compilation

2016 – Agusa

 

https://www.facebook.com/agusaband

https://agusaband.bandcamp.com/







venerdì 10 marzo 2023

Dorothy Moskowitz & The United States Of Alchemy - “Under An Endless Sky”

 

Dorothy Moskowitz & The United States Of Alchemy

“Under An Endless Sky”

Tompkins Square Records

CD-7 tracce

Distribuzione Mondiale CARGO


Puntuale come un orologio svizzero arriva un nuovo progetto di Francesco Paolo Paladino, che non si presenta mai come artista autarchico ma trova linfa vitale nel team work, costituito sempre da persone di fiducia, con sconfinamenti fondamentali in funzioni delle nuove amicizie/scoperte, in taluni casi sorprendenti.

Nello specifico, il nuovo atto creativo, “Under An Endless Sky”, trova la denominazione “Dorothy Moskowitz & The United States Of Alchemy” e, analogamente a quanto accaduto per il precedente lavoro, ad affiancare Paladino - autore delle musiche - troviamo Luca Ferrari, impegnato nelle liriche… in buona compagnia. E già, l’occhio cade subito sul quel “Dorothy Moskowitz” che non è proprio un dettaglio! Ma andiamo con ordine, utilizzando il racconto cronologico di Paladino, una trama affascinante senza la quale mancherebbero importanti elementi.

Intanto è palese la soddisfazione tendente all’eccitazione di Paladino, da sempre appassionato di avanguardia sotto forma di svariati filoni artistici. In tal senso, i suoi due punti di riferimento dichiarati, quelli definititi “totem”, sono Brian Eno e i The United States of America. Focalizziamoci sui secondi - che pubblicarono nel 1968 un solo album per la Columbia Records - le cui menti erano il compositore Joseph Byrd e una cantante incredibile, Dorothy Moskowitz, che troviamo ora affianco a Paladino/Ferrari.

Un autorevole giornalista ha descritto quel disco del ’68 come “… un perfetto esempio di avanguardia secondo i canoni del 1968; un disco di ultra tecnologia sonora applicata alla forma canzone”.

Risulta quindi comprensibile l’attrazione tra anime simili, una sorta di “metallo e calamita” che trova compimento nel 2021, quando Paladino entra in contatto con Dorothy, ormai ottantaduenne, acquistando il libro di Tim Lucas “The secret life of love songs”, che nelle prime cento copie conteneva l’omonimo CD di Dorothy. La timida conoscenza si trasforma presto in collaborazione saldata da stima reciproca, sino a che Dorothy presta la sua voce per una lunga composizione appena nata, intitolata “Under an endless sky”.

Dice l’autore: “Quando ascoltai la sua voce sul mio brano mi vennero i brividi. Era la voce di un bardo, un misto tra Nico e Marianne Faithfull, ma allo stesso tempo qualcosa di assolutamente originale e di unico. Preso dall’entusiasmo composi subito altri sei brani e compresi che lo stesso entusiasmo animava anche lei. In una delle mille e-mail mi confessò che la nostra avventura musicale l’aveva rianimata, le aveva dato una nuova linfa, una nuova ragione di cantare.”

Come anticipato, ci sono tra i partecipanti collaboratori di lunga data: Sean O Breadin - che ha letteralmente inventato un magico bordone di chitarra elettrica -, il trio Cavalazzi e gli Enten Hitti ai violini, viole e violoncelli; e ancora Stefano Scala alle percussioni, Riccardo Sinigaglia ai flauti, Mauro Sambo ai fiati e Angelo Contini al trombone. Usuale e naturale l’utilizzo dello studio Elfo di Alberto Callegari per la fase di montaggio.

Finisce qui la storia? Non di certo, siamo solo a metà del sogno!

Il trio si forma con il nome di DOROTHY MOSKOWITZ & UNITES STATES OF ALCHEMY. I due italiani propongono di non comparire in copertina con i loro nomi, utilizzando invece un moniker che, in qualche modo, potesse riallacciarsi al mitico passato di Dorothy.

Avendo il materiale in mano e stabilite le formalità mancava un dettaglio di poco, pochissimo conto: chi avrebbe potuto produrre l’album? A chi sarebbe interessato introdurre sul mercato discografico un disco di musica d’avanguardia?

Conoscendo personalmente e da molti anni Paladino direi che, a questo punto, l’obiettivo era già stato raggiunto, ma cosa c’è di più bello se non condividere le cose che si amano, a maggior ragione se ne si è gli autori?

Inizia la ricerca, partendo da un produttore artistico con i controfiocchi, Joe Boyd (Pink Floyd, Nick Drake, Incredible String Band). Boyd ascolta e, pur apprezzando, non ritiene il lavoro utilizzabile nel suo “territorio” ma fornisce le coordinate per arrivare all’amico Josh Rosenthal, il label manager della Tompkins Square Records. Josh aveva precedentemente lavorato 15 anni in Sony e nel 2005 aveva fondato a New York la sua etichetta, poi trasferitasi a San Francisco, una label molto particolare ed esclusiva, avente l’obiettivo di riesumare tesori nascosti della musica moderna, quindi una produzione di estrema qualità e rivolta ad un pubblico di cultori.

Josh ascolta il materiale e immediatamente lo propone per la produzione. La sintesi? Contratto firmato in dicembre dai tre musicisti, rimasterizzazione del tutto e programmazione dell’uscita di “Under an Endless Sky” per il mese di marzo 2023.

Una storia a lieto fine dunque.

Completo gli elementi oggettivi parlando dell’artwork, come sempre affidato a Maria Assunta Karini, imprescindibile nei progetti targati F.P.P.

A fine articolo ho inserito qualche notizia supplementare di sicuro interesse.

L’album era stato anticipato nel mese di febbraio dal singolo “Unknown To Ourselves", di cui propongo l'ascolto a seguire.

 

Ma parliamo un po' dei contenuti, partendo dalla tracklist:

 

1- “Under an Endless Sky” (23:48)

2- “Cut the Roots” (pt.1) (3:31)

3- “My Doomsday Serenade” (7:18)

4- “My Last Tear” (2:31)

5- “The Disappearance of the Fireflies” :(4:08)

6- “Cut the Roots” (pt.2) (7:28)

7- “Unknown to Ourselves” (4:15)

 

Musiche di Francesco Paolo Paladino e Dorothy Moskovitz

Liriche di Luca Ferrari e Dorothy Moskovitz

 

Apertura con la lunga title track, “Under an Endless Sky”.

 

Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali

Pierangelo Pandiscia & Gino Ape: violini

Trio Cavalazzi: violini, deconstructed frames di F. P. Paladino

Mauro Sambo: corno

 

Ventitrè minuti da brividi: impossibile dicotomizzare testo, sonorità e modello propositivo.

L’ascolto deve essere accompagnato dalla lirica per poter avere facile accesso ai propositi degli autori, con immagini che improvvisamente appaiono e si nascondono, spingendo sulla strada dell’oniricità, mentre i musicisti diventano meri mezzi "da trasporto", non importa dove, ma occorre realizzare un minimale rapporto osmotico.

La voce diventa anch’essa uno strumento che penetra il corpo e si muove, dettando un percorso preciso, suggerendo concetti semplici nell’argomentazione ma poi, nella pratica, spesso dimenticati:

Che strana cosa è l’uomo, un topo da laboratorio accecato in una gabbia, bloccato in casa sua, in ascensore o in macchina, i suoi occhi inghiottiti dagli schermi; una specie di promessa non mantenuta, un’alba tramontata troppo presto, spaventato, prudente, triste, è la fede che lo tiene in schiavitù, il Dio in cui crede è solo nella sua testa, e teme tutto, il vento e l’acqua.

Qui nella leggerezza dell’alba, dove il profumo risveglia i sensi e i brividi percorrono il corpo, ci sentiamo così profondamente vivi, grati per tutto ciò che delizia, per la solitudine, il silenzio e la pace; andiamo oltre la parola, oltre la memoria, grati semplicemente per esserci. Abbiamo perso tempo ma non disperiamo, perché non c’è altra strada da percorrere se non vivere nel qui e ora, sotto questo cielo infinito, ancora spaventoso, ancora minaccioso, ma pieno di promesse, con il mare selvaggio e vertiginoso… sotto un cielo infinito…

Mi dilungherò nella sintesi dei testi ma ne vale la pena. Da paura!

 

Si prosegue con “Cut the Roots” (pt.1)


Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali

Trio Cavalazzi: violini, viola e violoncello

Riccardo Sinigaglia: effetti elettronici

Angelo Contini: trombone

Sean Breadin: chitarra ed effetti

Stefano Scala: percussioni

 

Terra e cielo, terra e cielo, cuore e mente; i semi della pace trovano la loro strada, un maschio urla, una donna prega… tagliare le radici, nonostante il frastuono e respirare per sempre… ovunque. 

L’elemento vocale diventa sempre più caratterizzante, e per chi ha seguito le vicende di Nico e dei Velvet Underground, basterà chiudere gli occhi per ritrovarsi in qualche oscuro club newyorkese per vedere un paio di fari blu su di un viso trasfigurato che emergono in modo naturale… ma con estrema forza.

La musica evoca immagini, a maggior ragione quando si ha a che fare con questo tipo di atmosfere sonore.

 

La terza traccia si intitola “My Doomsday Serenade”.

 

Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali

Trio Cavalazzi: violini, viola, violoncello

Riccardo Sinigaglia: effetti elettronici

Angelo Contini: trombone

Sean Breadin: chitarra e effetti

Stefano Scala: percussioni

 

Niente è per sempre, nulla è eterno, la resa dei conti arriva sempre, senza che ci sia troppo da ridere. Troppo poco e troppo tardi; i compleanni segnano la strada, sino ad arrivare alla resa dei conti. La mia Doomsday Serenade suonerà, e quando la sentirai continua a giocare, senza recriminazioni. Niente è per sempre e arriverà un giorno la resa dei conti, e ciò che è stato fatto non può essere annullato, senza scuse né giustificazioni…

 

Saggezza e speranza si fondono mentre i giochi di voce e le atmosfere ipnotiche conducano ad una sorta di girotondo continuo che si arresta solo al termine della traccia.

Partecipare in modo emotivo appare un obbligo.

 

La breve “My Last Tear” vede impiegati:

 

Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali e harp

Angelo Contini: trombone

 

Ho lasciato la mia ultima lacrima sul davanzale della finestra, per te o mia musa. Ho aspettato e aspettato, pensando alla carezza che ti eri concesso, sembra tanto tempo fa. Un tempo pieno di speranza; ho creduto a quel sentimento e poi te ne sei andato, abbandonato alla confusione senza speranza. Così mi rimane l'ultima lacrima, sul davanzale della finestra e resto sospeso nel tempo, il mio sguardo si rabbuia, e mi unisco alle mucche nere, costrette a pascolare nella notte più nera, nella notte più nera.

Momento catartico, sublime, intrappolato nella brevità compositiva; la voce è il driver mentre emerge un sottofondo parlante che sa raccontare... esattamente come fa Dorothy.

Le immagini si aprono tra disperazione e spleen, e un quadro prende forma sulla tela bianca, mentre dovrebbe nascere l’ascolto libero e senza pregiudizi. Magnifico.

 

E si arriva a “The Disappearance of the Fireflies”.

 

Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali

Riccardo Sinigaglia: flauto

Molto tempo, fa nei campi si vedevano le lucciole volare libere quasi ovunque, piccoli gioielli di inestimabile valore: le cose erano più sicure e vere; nessun limite nonostante gli uomini che sapevano solo uccidere. Di tutto ciò mi rimane un ricordo di libertà, pace e amore

Ricerca, sperimentazione e poesia: possono coesistere elementi apparentemente inconciliabili, almeno secondo l’ortodossia musicale? Consiglio un ascolto attento di questo quadretto bucolico, dove gli effetti incontrano vocalità angeliche, quasi auliche, e capirne la lirica produrrà valore aggiunto.

 

Cut the Roots p.t. 2” chiude il cerchio rimasto aperto.

 

Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali e campane tubolari

Riccardo Sinigaglia: synthed effetti elettronici

Sean Breadin: synth-guitar ed effetti

Stefano Scala: percussioni

 

Terra e cielo, cuore e mente, i semi della pace trovano la loro strada. Un maschio urla, una donna prega: tagliare le radici! Nonostante il frastuono, respira per sempre… ovunque.

 

Pensieri antichi si uniscono all’attualità, mentre le vocalizzazioni e l’atmosfera “caotica” disegnano uno scenario distopico, disperato, quasi privo di luce oltre il tunnel.


A conclusione “Unknown To Ourselves”.

 

Dorothy Moskovitz: voce

Francesco Paolo Paladino: tastiere virtuali e piano

Mauro sambo: sassofono 

Non abbiamo avuto il tempo di conoscerci veramente, il nostro tempo insieme è svanito come lacrime nelle dita, anni sprecati che abbiamo perso in sciocchezze, come animali tra animali inclini al rimpianto e all'illusione, una caduta solitaria nel mare sconfinato di tutte le vite passate, presenti, future, passeggeri nella notte di  un viaggio di sola andata a noi sconosciuto, segnato da deboli luci enigmatiche che ci confondono e ci confortano. 

Traccia purificatoria, curativa, nel senso della capacità di spingere verso la riflessione. Qualche eventuale lacrimuccia durante l’ascolto non appare atto di debolezza ma piuttosto l'incontro tra il possibile e sperabile virtuosismo  di chi ascolta e la capacità degli artisti di saper smuovere e scombussolare pensieri e sentimenti.

E questo brano diventa il sample rappresentativo dell’album, essendo uscito in anteprima…

 


Che dire, come sempre rimango sorpreso dai lavori proposti da Paladino, molto diversi tra loro ma sempre caratterizzati dall’estrema qualità e dalla novità.

Nello specifico, oltre a circondarsi di ottimi collaboratori, insieme a Luca Ferrari mette in risalto una figura che, onestamente mi ero perso - quella di Dorothy Moskovitz - così come avevo sottovalutato la portata di un album come “United States of America”, di cui si parla a seguire e di cui propongo l’ascolto (cliccare sul titolo in blu).

Ma la storia non finisce qui. Oltre a pensare già ad un possibile “capitolo 2” Josh Rosenthal ha in mente di realizzare un remix del CD, con l’entrata in gioco di altri musicisti, soprattutto dj-artist, che lo reinterpreterebbero secondo i loro gusti.

Attendiamo nuovi eventi!


Qualche info oggettiva sulla label Tompkins Square Records e su “United States of America”, l’album del ’68.


La Tompkins Square Records è stata lanciata nel 2005, a New York, da Josh Rosenthal dopo un lungo periodo passato alla Sony Music. Nel 2011 l’etichetta si trasferisce a San Francisco e Rosenthal gestisce l'etichetta da solo con l'aiuto di un art director e di una casa editrice.

Il primo album prodotto è stato “Imaginational Anthem”, un'antologia di musica di chitarristi fingerstyle tra cui Jack Rose, Sandy Bull, John Fahey, Max Ochs e Kaki King La serie è cresciuta fino ad arrivare a sette volumi. 

Tompkins Square Records ha anche pubblicato una registrazione inedita del concerto di Tim Buckley, “Live at the Folklore Center, NYC - 6 marzo 1967”. 

Rosenthal ha poi portato Charlie Louvin a registrare una serie di album, presentandolo ad una nuova generazione di ascoltatori.

Prosegeundo, Tompkins Square ha pubblicato “Remembering Mountains: Unheard Songs of Karen Dalton”, un album di canzoni scritte da Dalton ed eseguite da artisti come Lucinda Williams, Sharon Van Etten, Tara Jane O'Neil e Diane Cluck. 

Diverse le pubblicazioni di dischi a 78 giri per il Record Store Day. Gli artisti coinvolti includevano Luther Dickinson, Tyler Ramsey e Ralph Stanley. 

Nel 2015, Rosenthal ha scritto e pubblicato il libro “The Record Store of the Mind”, un libro di memorie sull'essere un collezionista di dischi e possedere una casa discografica.

 


L’album “United States Of America” è stato pubblicato nel 1968 dalla Columbia Records.  L'album ha trascorso nove settimane nella classifica degli album di Billboard negli Stati Uniti, raggiungendo il numero 181 nel maggio 1968.  

Una prima ristampa su compact disc avviene per merito della Columbia Records, nel 1992, con due bonus track. Nel 1997 l'album è stato ristampato nel Regno Unito dalla Edsel Records.  Il 13 luglio 2004 la Sundazed Records propone l'album in vinile e CD, con una nuova copertina, diversa da quella utilizzata per le versioni originali nel Regno Unito e in Europa, e con la versione in CD contenente 10 tracce bonus.

L'accoglienza moderna dell'album è stata molto positiva. Richie Unterberger di AllMusic lo considerava "uno degli album psichedelici più eccitanti e sperimentali della fine degli anni '60" e paragonava parte del materiale più duro della band ai primi Pink Floyd e ai Velvet Underground. Conclude: "Occasionalmente le cose diventano troppo eccessive e impacciate, e i tentativi di commedia sono un po’ piatti, ma per il resto questo è quasi un classico". "L'album di debutto più ambizioso e stravagante ha 36 anni", ha aperto la recensione di Mark Hamilton scrivendo della ristampa del 2004 per Dusted Magazine. Country Joe Macdonald ha affermato che l'album "è ancora al di sopra del lavoro della maggior parte dei loro colleghi psych-rock dell'era Monterey", nonostante la presenza di alcuni effetti elettronici datati tipici di "molti pezzi elettroacustici degli anni analogici". 

È incluso nel libro 1001 album che devi ascoltare prima di morire.  La rivista Classic Rock lo ha citato come uno dei "16 migliori album di rock psichedelico".




 

 

 

 



mercoledì 8 marzo 2023

Pietruccio Montalbetti ricorda Lucio Battisti

In questa foto ci sono tutti i Dik Dik insieme a Lucio Battisti mentre ci intervistano sulla TV RAI 1 nella foto Lucio indossa il foulard e i pantaloni a righine che gli ho dato al festival di Rieti (Pietruccio)

 

Pietruccio Montalbetti, uno dei Dik Dik, strinse una forte amicizia con Lucio Battisti e lo ricorda così…

Certo è che di Lucio Battisti ce ne sarà uno e le sue canzoni rimarranno nella storia!

Io non ho contribuito musicalmente e quando la prima volta, in uno studio di registrazione, mi fece ascoltare le sue canzoni. Per gentilezza gli dissi che erano interessanti ma in realtà pensavo: “Con queste canzoni non andrà molto lontano!”, ma si stabilì una sorta di empatia e una amicizia che durò tutta la vita.

Allora non avevo capito la sua arte, ma mi piaceva come persona, tanto che il Natale del 1965 lo trascorse nella mia famiglia con mia mamma che lui poi chiamava mamma…

Una frase storica di Lucio…

"Vedi, a me non interessa sentirmi intelligente ascoltando dei cretini che parlano, preferisco sentirmi cretino ascoltando una persona intelligente, che mi spiega ciò che non capisco perché io ho sempre voglia di imparare…”

 






lunedì 6 marzo 2023

Dr. FEELGOOD & The BLACK BILLIES-NIDABA THEATRE, 4 MARZO 2023

 


I miei affetti in quel di Milano mi portano sempre di più nel capoluogo lombardo, dove certamente non mancano le occasioni per diversificare l’impegno del tempo libero. E così può accadere che nello spazio di poche ore si possa passare dal teatro che propone un Musical - nello specifico il Repower di Assago che ospitava “Grease” - al piccolo club dove va in scena usualmente il rock blues e affini. Inutile scrivere che è questa una delle situazioni che prediligo, immerso nella MIA MUSICA, a contatto con musicisti e audience, e un’atmosfera che elimina l’oceano e trasporta in un mondo che ho conosciuto personalmente, e che ho visto riproposto fedelmente in questa occasione al NIDABA THEATRE, location dalle dimensioni contenute, con il pregio che artisti e pubblico diventano un tutt’uno, a patto che il menu risulti coinvolgente.

Chi bazzica il locale sa cosa potrà accadere nel corso della serata e la prima indicazione arriva ovviamente dall'artista in locandina.

In questo caso i protagonisti corrispondevano al nome di Dr. FEELGOOD & The BLACK BILLIES.

Un minimo di storia per chi non fosse uso al genere, anche se Dr Feelgood - alias Maurizio Faulisi - non è certo uno sconosciuto.

Attingo alle note ufficiali per allargare l’immagine…

Dr. Feelgood è una delle voci più amate di Virgin Radio, la radio Rock per eccellenza. Supportato dai The BLACK BILLIES, celebra le radici della musica americana, portando sul palco tutta l’energia del buon vecchio old style rock’n’roll anni ’40 e ’50, del western swing e del classic country, il tutto condito con tanti aneddoti e curiosità raccontati con passione ed ironia dallo strepitoso frontman.

 

Partiamo dalla lineup:

Maurizio ‘Dr Feelgood’ Faulisi-voce e chitarra ritmica

Mariano Marin-chitarra elettrica

Carlo Rizzi-contrabbasso

Fabio Nobile-pianoforte

Raffaello Migliarini-batteria

 

Per chi volesse saperne di più su musicisti e oltre suggerisco una visita al sito di riferimento:

https://www.blackbillies.com/ 

Le proposte della band riguardano generi specifici, come country, blues e rock and roll, ma gli standard presentati cercano volutamente le radici, dando un’idea dell’evoluzione, tanto da poter accontentare sia i veri appassionati che eventuali neofiti.

Ecco un esempio da “conoscitori”, che evidenza due possibili set…

Da Hank Williams (23-53) a Johnny Horton, passando per Little Richard e Fats Domino, il quintetto perlustra anni remoti, quando il blues e la musica “popolare” americana erano soprattutto un grido di dolore e al contempo un atto di denuncia, accompagnato dallo sfogo musicale e quindi trasformato in momentaneo sollievo, uno spirito in parte rimasto in popolazioni che utilizzano uno strumento quotidianamente (chitarra, mandolino, ukulele…) non come obbligo scolastico ma come necessità collegata a precisi aspetti culturali.

Ho apprezzato l’atmosfera che D.F and friends sono riusciti a creare, con una linea di conduzione che affianca la musica al racconto, e il tutto muta in uno spettacolo didattico/didascalico.

E se il vocalist suona, canta e racconta, il resto della band dimostra skills di prim’ordine che però da sole non sarebbero funzionali al coinvolgimento del pubblico, che al contrario viene contagiato dal feeling e dal divertimento da palco, e alla fine si realizza un rapporto osmotico che rende la sala un unico corpo, abbattendo la distanza tra i presenti, sopra o fuori pedana.

Che dire, bravissimi, con uno spettacolare Fabio Nobile che “picchia” sui tasti con una postura che riporta al Ray Charles nel film “Blues Brothers”, un Mariano Marin Telecaster dipendente che sciorina assoli mai banali davanti ai nostri occhi (e io ero a un metro dal palco!), un Raffaello Migliarini che non usa la batteria come mero accompagnamento ma miscela la necessità ritmica richiesta con elaborazioni personali, e con un “nascosto” Carlo Rizzi - le dimensioni del suo contrabbasso elettrificato non consento grande dinamicità on stage - che completa alla perfezione la sezione ritmica, fondamentale in queste occasioni.

E poi cosa aggiungere sul driver, il ‘Dr Feelgood’!? Uno showman esperto, abile intrattenitore conoscitore di una cultura musicale immortale, musicista navigato e da apprezzare. La cosa che colpisce di più in lui, elemento fondamentale, è la passione cristallina, quella che, se ci fosse tempo, ne sono certo, lo porterebbe a confrontarsi con ogni singolo partecipante al concerto per condividere esperienze e parlare di musica.

Dalla mia posizione è stato facile riprendere alcuni brani, che propongo a fine articolo…

Un grande scoperta la band, un grande plauso ai gestori del NIDABA THEATRE, che non conosco, ma immagino anch’essi mossi da grande passione, elemento senza il quale certe manifestazioni non potrebbero nemmeno essere immaginate.


Un po' di ascolto…

 

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venerdì 3 marzo 2023

Alla scoperta dei I Tusmørke, gruppo prog rock norvegese - l'ascolto di tutta la loro musica


I Tusmørke sono un gruppo prog rock norvegese di Skien, che vive a Oslo. La band si formò nel 1994 come Twilight, ma iniziò con i nomi Sativa e Withywindle.

Nel 1997 cambiarono il nome in Electric Tusmørke, quando presero una “via elettrica”.

In quell’anno il gruppo si trasferì a Oslo e nel 2012 debuttò con un singolo in vinile, "Salomonsens Hage/Singers & Swallows", pubblicato dall'etichetta Fresh Tea.

Uscì anche il loro primo album, Underground Twilight, pubblicato da Termo Records.

Possono vantare una nomination al Premio Spellemannprisen (premio conferito agli artisti musicali norvegesi) ottenuta nel 2016 nella categoria rock per l'album Led behind the light.


Membri 

Presenti

Benedictor - basso, voce

Krizla - flauto, voce, theremin

HlewagastiR - batteria

Marxo Solinas phenomenon - tastiere

Membri della sessione

Filip Zenon - batteria

Andreas Prestmo - voce

Svenno – percussioni

 

Precedenti

Deadly Nightshade - tastiera

Reggie Meyer - tastiere

Svenno - percussioni

Andreas Prestmo - voce

Håkon Andersen – batteria

 

Album/EP (cliccare sul titolo per ascoltare)

Demo (1997)

Underjordisk Tusmørke (2012)

Den Internasjonale Bronsealderen (2013)

Risetbak speilet (2014)

Førtbak lyset (2016)

Hinsides (2017)

Bydyra (2017)

Fjernsyni farver (2018)

Osloborgerlig Tusmørke – Vardøger og utburder vol. 1 (2018)

Leker For Barn, Ritualer For Voksne (2019)

Nordisk Krim (2020)

 

Singoli

Salomonsens hage/Singers & Swallows (2012)


 Link utili




venerdì 24 febbraio 2023

Coridian, il rock che arriva dalla Nuova Zelanda: in uscita il nuovo album "HAVA"


 

Coridian-HAVA

Data di uscita: venerdì 10 marzo 2023

 

Conosciamo oggi una nuova band che arriva dalla Nuova Zelanda e presenta un rock contaminato condito da un buon impegno sociale e da attenzioni verso gli aspetti importanti del quotidiano.

La loro prossima e imminente uscita discografica rappresenta il completamento di un percorso che tratta gli elementi “acqua, terra e fuoco”, a cui viene ad aggiungersi la tessera mancante “aria”.

Ed ecco quindi Hava (Aria), il 4° e ultimo capitolo del concept Coridian’s Elements.

Gli altri elementi trattati erano contenuti in Oceanic (Acqua), l’EP Caldera (Terra) del 2017 e l’album Eldur (Fuoco) del 2020.

Hava è il primo full lenght dei Coridian, contenente 13 tracce che includono cinque singoli pubblicati negli ultimi due anni e ognuno rappresenta varie fasi del suono e dell'emozione complessiva che compone l'album.

Scritto e registrato durante le varie fasi di una pandemia globale, Hava rappresenta lo sforzo finale della band che completa e raggiunge l’obiettivo finale, facendo evolvere la propria identità e ideologia, avendo come riferimento i fan e i coetanei sparsi per il mondo.

L’atmosfera di Hava rimane comunque ottimista e propone il tema continuo della crescita dell'umanità e della libera espressione.

Musicalmente e artisticamente parlando, Hava incorpora influenze indiane, un'ode al frontman Maharaj e alla sua eredità.

Come accaduto in precedenza, ogni loro album non tratta uno solo aspetto specifico, ma affronta anche argomenti relativi alla storia e alla cultura, utilizzando il binomio “esperienza e memoria”.

L'album scivola via leggero ma gli aspetti sonori sono potenti e colpiscono, per merito della miscela tra una sezione ritmica importante e parti di chitarra in evidenza con l’aggiunta del tappeto tastieristico, il tutto teso a formare la base per slanci vocali e melodici che non lasciano indifferenti.

Difficile fornire un’etichetta alla musica dei Coridian, tra rock duro e progressive, con largo spazio alle contaminazioni.

 A me sono piaciuti!


Conosciamoli meglio… e poi ascoltiamoli!


I Coridian sono un gruppo alternative rock neozelandese.

La band è composta dai fratelli Mike Raven (chitarre / tastiere), Kris Raven (batteria / percussioni), Nick Raven (basso) e Dity Maharaj (voce / testi / art work).

Hanno lavorato con alcuni dei migliori nomi della musica kiwi e australiana, tra cui Zorran Mendonsa (City Of Souls/Crooked Royals) Forrester Savell (Karnivool, Shihad) e Ermin Hamidovic (Architects/Intervals).

I Coridian hanno fatto un lungo tour intorno ad Aotearoa, inclusi molti dei loro tour da headliner, esibendosi con artisti neozelandesi di alto profilo, come Devilskin, City of Souls, I AM GIANT, Ekko Park, Dead Favors, Skinny Hobos e Written by Wolves.

Hanno anche supportato artisti internazionali come Skillet (USA), P.O.D (USA), Fuel (USA), Fozzy (USA), Sumo Cyco (CAN) e Red Sea (AUS).

Negli ultimi cinque anni, Coridian ha pubblicato una serie di singoli e video musicali (tra cui "Reflections", "Rite Passage" e "State of Mind" finanziati da Nz On Air), più tre EP come parte della loro serie di concept Elements. Le versioni precedenti includono 2015 Oceanic (Water), 2017 Caldera (Earth) e 2020 Eldur (Fire) che ha accumulato un seguito mondiale.

Il 2023 è l'anno di Hava (Air), il capitolo finale e l'album completo. Con il primo singolo "Wicked Game" (una rivisitazione del classico racconto di Chris Issak) in uscita nel 2021 seguito da "Endless War", inizia un nuovo capitolo per Coridian.

Settembre 2022 ha visto l'uscita di "Rakshasa", il 3° singolo con Michael Murphy con NZ On Air finanziato dal 4 ° singolo "State of Mind" che è uscito a novembre per finire il 2022.

Il 5° e ultimo singolo 'Co-Exist' è uscito a febbraio, prima del loro album di debutto il 10 marzo.

Un album composto da 13 tracce, disponibile su CD e vinile che Coridian presenterà live per tutti il 2023 e il 2024, proponendosi in tour in Nuova Zelanda, Australia e oltre.


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