lunedì 9 giugno 2025

Dr. Schafausen-Commento al nuovo album "Psychiatric Dark Hotel"



 Tra distopia e introspezione, il nuovo lavoro del Dr. Schafausen svela le profonde risonanze del metal con le fragilità della psiche umana


Il genere metal, nella sua essenza più profonda, non è mai stato soltanto un'espressione musicale, ma un potente veicolo per esplorare le profondità più oscure dell'animo umano e le tensioni latenti della società. Con le sue sonorità estreme, l'intensità viscerale e la capacità di abbracciare narrazioni complesse, il metal si rivela il terreno fertile ideale per affrontare temi scomodi e tabù. È in questo contesto che si inserisce Psychiatric Dark Hotel, il nuovo concept album del Dr. Schafausen. Quest'opera, che consolida la statura artistica di Sergio Pagnacco, spinge le corde del metal a risuonare con le dissonanze della mente umana, trascinando l'ascoltatore in un incubo sonoro che si confronta direttamente con la follia, l'isolamento e la disperazione, temi da sempre cari all'immaginario metal ma qui elevati a un nuovo livello di urgenza e attualità.

Il nuovo concept album del Dr. Schafausen emerge dalla scena metal italiana con una proposta che trascende il semplice ascolto, invitando l'ascoltatore a un'immersione completa in un universo distopico e inquietante. L'opera, annunciata dalla firma con Metal Zone Italia, si presenta come un viaggio sonoro attraverso i corridoi di un ospedale psichiatrico immaginario, dove la mente umana è il teatro di una disperazione palpabile e di una follia che si insinua, frammentando la percezione della realtà.

L'immagine di copertina è un precursore visivo perfetto per l'atmosfera che l'album intende evocare. Ritrae una figura, presumibilmente un'infermiera, con uno sguardo allucinato e segni di sangue o ferite sul viso, mentre offre pillole con una mano e ne tiene un'altra alla bocca. Il suo abbigliamento è macchiato e la scena è immersa in una penombra inquietante che suggerisce un ambiente ospedaliero o manicomiale. L'immagine, con i suoi toni cupi e la sua estetica disturbante, incarna perfettamente il concetto di "Psychiatric Dark Hotel", anticipando il viaggio sonoro in un luogo dove la cura si confonde con la prigionia e la medicina con l'oblio. L'espressione del soggetto, a metà tra l'invito e la minaccia, cattura l'essenza della "spirale di follia, isolamento e disperazione" descritta nei testi.

A livello sonoro, "Psychiatric Dark Hotel" si distingue per la sua intensità e la capacità di costruire un'atmosfera cupa. Le chitarre sature e acide, i bassi profondi e una batteria martellante si fondono per creare una tensione costante, un vero e proprio paesaggio acustico che riflette la frammentazione della realtà e il trionfo della follia. L'album non si limita a un assalto uditivo ininterrotto; al contrario, alterna passaggi di violenza pura a momenti di introspezione e atmosfera, creando un dinamismo che mantiene l'ascoltatore in costante stato di allerta e coinvolgimento emotivo. Questa alternanza è fondamentale per il concept, permettendo di esplorare le diverse sfaccettature della mente intrappolata e delle sue paure più recondite.

Il background di Sergio Pagnacco, alias Dr. Schafausen, con le sue esperienze nei Vanexa e nei Labyrinth, si percepisce nella professionalità e nella maturità artistica che permeano questo lavoro. Pagnacco dimostra una consapevolezza e una libertà creativa che gli consentono di spingersi oltre i confini del genere. "Psychiatric Dark Hotel" è un esempio di come l'istintività musicale possa tradursi in un'opera coesa e potente. I dieci brani sono edificati su un rock moderno che fonde ritmo, rabbia e dolore, mantenendo una forma-canzone solida ma allo stesso tempo contratta, sorretta da partiture strumentali incisive e arrangiamenti lisergici.

Preferisco fornire un giudizio globale anziché analizzare i singoli episodi, ascoltabili in ogni caso utilizzando la tracklist a seguire. L'amalgama sonora dell'album si presenta come un impatto di alta gradazione, dove la distorsione della realtà si traduce in un'esplosione di energia e atmosfere lisergiche. Questo lavoro spazia con disinvoltura attraverso le vibrazioni intense dell'hard rock, le venature malinconiche del post-grunge, la potenza travolgente dell'alternative metal e le sfumature più melodiche del rock alternativo. Il risultato è un'esperienza coesa e dinamica, un paesaggio sonoro dove le tensioni si alternano a momenti di ipnotica gravità, e l'oscurità delle visioni interiori viene catturata in ogni singola nota, delineando l'essenza dell'alienazione mentale con una forza sorprendente.

Il coraggio del Dr. Schafausen di guardare avanti, senza timore reverenziale verso un passato importante ma ingombrante, è ammirevole. L'album rifiuta le facili classificazioni, dimostrando una duttilità che potrebbe proiettare la band verso un definitivo salto di qualità. L'autenticità espressiva permea ogni nota di questo progetto e, sebbene "Psychiatric Dark Hotel" non sia concepito come una semplice colonna sonora, si configura indubbiamente come un'esperienza capace di arricchire l'individuo, innescando una profonda introspezione sulle complessità della psiche umana e la sua intrinseca vulnerabilità.

In un'epoca in cui le questioni di salute mentale sono sempre più al centro del dibattito, "Psychiatric Dark Hotel" assume un significato particolarmente rilevante. L'album non è solo un'esplorazione artistica della follia, ma anche una metafora delle pressioni e delle ansie che possono condurre all'isolamento e alla disperazione nella realtà contemporanea. La "spirale di follia" e l'"isolamento" descritti nell'album possono essere letti come un'amplificazione artistica di esperienze reali, invitando l'ascoltatore a confrontarsi con le proprie paure e con le sfide della società. La musica, in questo contesto, diventa un veicolo non solo di intrattenimento, ma anche di consapevolezza e catarsi, spingendo il metal ai suoi limiti e consolidando il Dr. Schafausen come uno degli artisti più audaci e innovativi della scena italiana.

 

Track List:
1. Psychiatric Dark Hotel
2. Where Are My Pills My Sweet Zombie
3. Psycho Knocks on Room 13
4. The Ward of Broken Minds
5. Dancing on The Edge of Sanity
6. Doctors Speak In Voices Cold
7. Caged Shadows
8. Voices In My Mind
9. Gas Boys
10. Echoes Of Tomorrow
 

Line up:
Milo - vocals, synth
Elias - vocals, guitars
Victor - vocals, guitars
Dr. Schaffausen - bass, keyboards, vocals
Anatole - drums

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domenica 8 giugno 2025

Le radici elettriche – L'evoluzione dei Fairport Convention

 


Nel fervore musicale della Londra underground del 1967, un gruppo di giovani musicisti si ritrovò con un'idea audace: sposare la ricchezza della tradizione popolare inglese con l'energia del rock and roll. Fu così che, prendendo il nome dalla casa di Simon Nicol dove provavano, nacquero i Fairport Convention, un'entità che avrebbe ridefinito il panorama musicale britannico e dato i natali a un genere: il folk rock inglese.

I membri fondatori – Richard Thompson e Simon Nicol alle chitarre, Ashley Hutchings al basso e Shaun Frater alla batteria (ben presto sostituito dal più convincente Martin Lamble) – inizialmente si cimentarono con cover di artisti folk rock americani come Joni Mitchell e Bob Dylan, infondendo in esse un'energia e un'urgenza tipicamente britanniche. Tuttavia, fu l'arrivo di Sandy Denny nel 1968 a segnare un punto di svolta cruciale per il gruppo.

Sandy Denny non era una novizia: con una voce potente, espressiva e profondamente radicata nella tradizione folk britannica, aveva già lasciato il segno con gli Strawbs. La sua presenza nei Fairport Convention non rappresentò solo l'apporto di una vocalista di straordinaria caratura, ma anche quello di una cantautrice sensibile e un'interprete capace di infondere nuova profondità al materiale della band, e fu capace di catalizzare l'evoluzione nel suono del gruppo, spostando l'attenzione verso un repertorio più autenticamente britannico.

Questo primo periodo di sperimentazione e definizione del loro sound culminò con l'uscita del loro omonimo album di debutto, Fairport Convention, nel 1968.

Gli album successivi, What We Did on Our Holidays e soprattutto Unhalfbricking (entrambi del 1969), furono la testimonianza di questa trasformazione. Pur contenendo ancora alcune cover di artisti americani, questi lavori videro la band iniziare a esplorare il repertorio folk tradizionale inglese, riarrangiandolo con strumenti elettrici, ritmi rock e una sensibilità moderna. Canzoni come "She Moves Through the Fair" e "Nottamun Town" (su What We Did on Our Holidays) beneficiarono enormemente della voce eterea e malinconica di Sandy Denny, mentre la sua interpretazione della sua stessa composizione, "Who Knows Where the Time Goes?" (su Unhalfbricking), divenne immediatamente un classico, definendo un'epoca e mettendo in luce la sua straordinaria capacità di fondere folk e sensibilità contemporanea.

Il culmine di questa fase pionieristica, fortemente influenzata dalla presenza e dal talento di Sandy Denny, giunse con la pubblicazione di Liege & Lief nel dicembre del 1969. Considerato da molti il capolavoro del folk rock inglese, questo album fu un'immersione profonda nel folklore britannico, con reinterpretazioni elettriche di ballate tradizionali come "Matty Groves", "Tam Lin" e "Reynardine". La maestria strumentale della band, in particolare il fiddle di Dave Swarbrick (che si unì al gruppo in questo periodo) e la chitarra inconfondibile di Richard Thompson, si sposarono perfettamente con le narrazioni epiche e spesso oscure dei brani, con la voce di Denny che fungeva da filo conduttore emotivo, conferendo drammaticità e pathos alle antiche storie.

Tuttavia, come spesso accade nelle storie musicali più avvincenti, il successo fu accompagnato da cambiamenti e tragedie. La prematura scomparsa del batterista Martin Lamble in un incidente stradale nel maggio del 1969 scosse profondamente la band, e poco dopo anche Sandy Denny lasciò il gruppo per intraprendere la carriera solista. Nonostante questi eventi, i Fairport Convention trovarono la forza di proseguire, evolvendo costantemente la loro formazione e il loro suono negli anni a venire. Figure come Dave Pegg, che subentrò al basso portando con sé una solida musicalità e un carisma contagioso, e in seguito Dave Mattacks alla batteria, contribuirono a mantenere viva la fiamma del gruppo. Anche l'apporto di talentuosi polistrumentisti come Ric Sanders e Chris Leslie, e in precedenza di Jerry Donahue e Maartin Allcock, arricchì ulteriormente il tessuto sonoro dei Fairport Convention nelle decadi successive. Sebbene il periodo formativo rimanga indissolubilmente legato alle "radici elettriche" e all'inconfondibile voce di Sandy Denny, la loro storia è anche un testamento alla resilienza e al continuo rinnovamento di una band che ha saputo accogliere e valorizzare numerosi talenti, mantenendo viva la tradizione del folk rock inglese per molte generazioni a venire.







venerdì 6 giugno 2025

Iron Butterfly: dalle ombre di San Diego al “volo di ferro e farfalla”

 


La California del sud, a metà degli anni '60, era un terreno fertile per l'esplosione di nuove sonorità. L'eco del surf rock si stava affievolendo, lasciando spazio a un'onda più potente e psichedelica che si propagava dalle spiagge assolate ai club fumosi dell'entroterra. In questo ambiente vibrante e in continua evoluzione, nelle tranquille periferie di San Diego, stava per prendere forma una band il cui nome evocava una strana e potente dualità: Iron Butterfly.

La genesi degli Iron Butterfly non fu un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto una lenta metamorfosi, un processo che coinvolse diversi musicisti con aspirazioni comuni e un desiderio di spingersi oltre i confini del rock tradizionale.

Al suo centro si trovava un giovane tastierista e cantante di nome Doug Ingle. Nato nel 1945 a Omaha, Nebraska, Ingle si era trasferito con la famiglia in California, dove la cultura musicale in fermento lo aveva rapidamente catturato. Influenzato dal blues, dal rock and roll e dalle nascenti sonorità psichedeliche, Ingle possedeva una voce potente e un talento per creare atmosfere sonore cupe e intense con il suo organo.

È nel 1966 che si possono rintracciare i primi inizi di Iron Butterfly, quando Ingle iniziò a collaborare con altri musicisti locali a San Diego. Tra questi figurava il batterista Jack Pinney, un ragazzo con un ritmo solido e un'energia contagiosa. Insieme, iniziarono a esplorare un suono che era più oscuro e pesante rispetto a molte delle band beat che dominavano le onde radio in quel periodo. Le loro prime prove erano un crogiolo di riff bluesy, improvvisazioni acide e testi che spesso toccavano temi di oscurità e introspezione.

La formazione iniziale subì diversi cambiamenti nei suoi primi mesi di vita. Il chitarrista Danny Weis, con il suo stile blues-rock incisivo, si unì al gruppo, portando con sé un elemento di virtuosismo e aggressività sonora. Al basso si alternarono diversi musicisti, fino all'arrivo di Greg Willis, che fornì una solida base ritmica. Questa prima incarnazione degli Iron Butterfly si esibiva nei piccoli club e nelle feste della zona di San Diego, costruendosi lentamente un seguito locale grazie alla loro energia sul palco e al loro suono distintivo.

Il nome "Iron Butterfly" nacque da un'idea di Doug Ingle. Voleva un nome che rappresentasse un contrasto, un'unione di elementi apparentemente opposti: la forza e la pesantezza del ferro accostate alla fragilità e alla leggerezza di una farfalla. Questa dicotomia rifletteva in qualche modo la loro musica, che spesso combinava riff potenti e ritmi incalzanti con melodie eteree e passaggi strumentali atmosferici.

Nel 1967, la band decise di fare il grande salto e trasferirsi a Los Angeles, l'epicentro della scena musicale californiana. Qui, si immergerono nel fervore creativo di Sunset Strip, suonando in locali leggendari come il Whisky a Go Go e il Bido Lito's. La competizione era feroce, ma gli Iron Butterfly riuscirono a distinguersi grazie al loro suono unico e alla presenza scenica intensa di Ingle.

Fu durante questo periodo cruciale a Los Angeles che la formazione della band subì un cambiamento significativo che avrebbe plasmato il loro destino. Il bassista Greg Willis lasciò il gruppo e venne sostituito da un giovane e talentuoso musicista di nome Lee Dorman. Dorman, con il suo stile di basso melodico e la sua solida presenza scenica, si integrò perfettamente nel suono della band, aggiungendo una nuova profondità alle loro composizioni.

Poco dopo l'arrivo di Dorman, anche il batterista Jack Pinney decise di lasciare la band. Il suo sostituto fu un giovane e dinamico batterista di nome Ron Bushy. Bushy portò con sé una precisione ritmica e una potenza che diedero un nuovo impulso alla sezione ritmica degli Iron Butterfly. La sua chimica con Lee Dorman creò una base solida e propulsiva per le evoluzioni sonore della band.

Con questa nuova formazione, composta da Doug Ingle (organo, voce), Danny Weis (chitarra), Lee Dorman (basso) e Ron Bushy (batteria), gli Iron Butterfly erano pronti a spiccare il volo. Le loro esibizioni dal vivo divennero sempre più potenti e ipnotiche, catturando l'attenzione di un pubblico sempre più numeroso. Il loro suono, un misto di blues oscuro, psichedelia acida e proto-heavy metal, stava trovando la sua voce distintiva.

Le voci sulla band che univa la forza del ferro alla delicatezza di una farfalla iniziarono a diffondersi oltre i confini dei club di Los Angeles. Qualcosa di speciale stava per emergere dalle ombre di San Diego, un suono che avrebbe presto conquistato le classifiche e lasciato un segno indelebile nella storia del rock. Questo era solo l'inizio del loro viaggio, il preludio al loro volo epico.




Eugenio Finardi - Commento all'album "Tutto"

 

 


Premessa necessaria


Eugenio Finardi mi ha accompagnato dai vent'anni ad oggi, diventando una colonna sonora costante delle mie vicende quotidiane. Ho avuto il privilegio di intervistarlo un paio di volte e ho sempre trovato nella sua musica un tema che si accoppiava perfettamente alle mie esperienze. A differenza di molti cantautori suoi coevi, Finardi ha sempre dimostrato un'attenzione quasi maniacale per gli aspetti musicali, partendo dal rock ma sconfinando in ogni genere possibile, e miscelando una certa classicità, diventando a mio giudizio molto trasversale.

A pensarci bene, negli anni ’70 non esisteva nulla di italiano che proponesse il rock, a differenza, ad esempio, del genere Prog, che poteva contare su grandi gruppi che nulla avevano da invidiare alle band d’oltremanica. Insomma, il rock – carico di messaggi – era targato “FINARDI”!


COMMENTO AL NUOVO ALBUM

 

Con Tutto, Eugenio Finardi ci consegna un'opera che, sebbene possa evocare un senso di congedo dopo cinquant'anni di carriera, e a undici anni dal precedente lavoro in studio, si rivela in realtà un'esplorazione senza tempo delle sue speranze, riflessioni e profonde autoanalisi. Il ventesimo album in studio del cantautore milanese è un concentrato di saggezza e lucidità, un bilancio esistenziale che guarda simultaneamente al passato e al futuro, mantenendo una sorprendente attualità sonora.

L'album si dispiega attraverso undici tracce che fungono da istantanee della sua esistenza, osservate da una prospettiva che trascende il contingente. Finardi si conferma un maestro narratore, guidandoci attraverso un percorso intimo e universale. La sua capacità di attraversare le "ere" musicali e sociali con integrità artistica è evidente anche qui: le sonorità elettroniche avvolgenti, che a tratti richiamano un certo Franco Battiato, si fondono con testi densi e ricchi di significato, creando un connubio equilibrato tra musica, parole e concetti. La tracklist stessa rivela una struttura narrativa interconnessa, dove ogni brano sembra portare in sé l'eco del precedente, in una sorta di "blockchain" cantautorale.

Un aspetto fondamentale nella realizzazione di questo disco è il metodo di lavoro adottato, ispirato al modello "Beatles" nel film Get Back, come lo stesso Finardi ha raccontato. Si è trattato di un lavoro quotidiano e codificato, con orari di lavoro pianificati e rigorosamente rispettati, una disciplina che ha permesso di plasmare l'opera con precisione e dedizione.

In questo processo, un ruolo di primaria importanza è stato svolto dal chitarrista e produttore Giovanni "Giuvazza" Maggiore, da molti anni suo compagno di viaggio nella musica. La sua maestria e la sua sensibilità musicale hanno contribuito in modo significativo a definire le sonorità e l'arrangiamento delle tracce, dimostrando una sinergia artistica consolidata e profonda che si riflette nella qualità del risultato finale.

Tutto è un disco che scava nei ricordi, analizza il presente e si confronta con le incertezze del futuro, toccando persino la fisica quantistica e i misteri dell'esistenza. Finardi traccia un quadro del suo percorso come uomo, sempre attento alla realtà sociale e alle sfumature del sentimento.

Il viaggio si apre con "Futuro", dove la speranza in una tecnologia capace di unire le persone nell'Amore si contrappone all'ironica consapevolezza di un potenziale distacco umano, in un dialogo con il suo celebre "Extraterrestre" del '78. 

Il brano successivo, "Bernoulli", approfondisce ulteriormente le riflessioni sul caos e l'ordine dell'esistenza. 

Il brano successivo, "Tanto tempo fa", rievoca le sonorità degli esordi, riflettendo sulla semplicità di un tempo in cui le idee erano la vera ricchezza, pur mettendo in guardia dalla schiavitù del pensiero e dalla ricerca di ideali effimeri. La lucida affermazione che "La Verità non esiste. Esistono le persone" ne è il culmine.

Il percorso si fa più intimo con "La Battaglia", un brano dalla profonda risonanza interiore, dove la chitarra acustica introduce un momento di riflessione sulla genitorialità, sull'amore incondizionato che include il doloroso ma necessario atto di "lasciar andare" i figli verso la propria libertà. Questa tematica si evolve in "Francesca Sogna", un duetto toccante con la figlia Francesca (in arte Pixel), in cui la voce giovane e sfumata di lei si accosta a quella matura del padre, esplorando le incertezze e le speranze della giovinezza.

"La mano di uno che sa" e "Onde di Probabilità" introducono una tensione più marcata, con musiche ipnotiche che accompagnano riflessioni sulla vita, sulla saggezza acquisita e sul parallelismo tra l'esistenza e la fisica quantistica. "I venti della luna" alleggerisce l'atmosfera, riprendendo il ritmo della speranza e della spinta vitale, con un richiamo al Bob Dylan della giovinezza, sottolineando come la vita vada affrontata qui, sulla Terra, con tutte le sue forze.

A seguire, "Massiccio attacco di panico" offre un momento di catarsi e liberazione, affrontando con lucidità e una certa ironia un'esperienza comune e profonda.

"Pentitevi" affronta il tema della fine e della redenzione con un'ironia che esorta a vivere pienamente, accettando gli errori. L'album si chiude con "La facoltà dello stupore", un brano di straordinaria liricità che celebra l'amore e il cammino condiviso con una persona speciale, affermando che, nonostante le apparenze, per un amore così profondo non esiste mai un vero finale.

Tutto non è solo un disco, ma un testamento artistico di grande spessore. La sua forza concettuale e la profonda liricità sono accompagnate da una musicalità senza tempo, capace di spaziare tra atmosfere leggere, passaggi rock e la maestosità di brani complessi. Eugenio Finardi, con quello sguardo un po' beffardo e complice in copertina, ci interroga e ci invita a riflettere. Un'opera da ascoltare con attenzione, che smentisce ironicamente la sua stessa idea di "fine", dimostrando che la sua energia creativa è tutt'altro che esaurita.

 A proposito del video di "Futuro", devo dire che è un'esperienza davvero suggestiva e, per chi come me ha seguito Finardi per tanto tempo, quasi commovente. La magia sta proprio nella sua capacità di far scorrere cinquant'anni di vita in pochi minuti.

È incredibile come in quelle immagini si riesca a cogliere l'essenza di un percorso artistico e personale lunghissimo. Rivisitare mezzo secolo di storia attraverso gli occhi e l'arte di Finardi, condensato in un'unica clip, è un'occasione rara. Si vedono gli inizi, le trasformazioni, le evoluzioni, ma anche la coerenza e la lucidità che lo hanno sempre contraddistinto. È un concentrato visivo che permette di apprezzare ancora di più la profondità e la longevità della sua carriera, rendendo tangibile il viaggio che ha compiuto e che, in qualche modo, abbiamo fatto anche noi al suo fianco.

 

Tracklist

01. Futuro (03:07)

02. Bernoulli (03:01)

03. Tanto Tempo Fa (03:31)

04. La Battaglia (04:00)

05. Francesca Sogna (feat. Pixel) (03:05)

06. La Mano Di Uno Che Sa (04:19)

07. Onde Di Probabilità (02:36)

08. I Venti Della Luna (03:52)

09. Massiccio Attacco Di Panico (02:01)

10. Pentitevi (04:21)

11. La Facoltà Dello Stupore (04:48)





giovedì 5 giugno 2025

"Religio in Concerto": un viaggio musicale tra anima e suono al Teatro Nuovo di Valleggia (31-5-25)



Sabato 31 maggio 2025, il Teatro Nuovo di Valleggia (SV) ha ospitato un evento musicale di rara profondità: "Religio in concerto" di Edmondo Romano

Inserito nella prestigiosa rassegna "Parole e Musica", sotto la direzione artistica di Roberto Grossi, lo spettacolo si è rivelato un'immersione sonora che ha saputo fondere generi e tradizioni, toccando le corde più intime dell'esperienza umana.

Il concerto ha rappresentato il terzo e conclusivo capitolo di una trilogia dedicata alla ricerca interiore, affrontando temi universali come la nascita, lo spirito, la materia, la rinuncia, la paura, l'amore e la morte. Attraverso un percorso musicale che ha spaziato dal minimalismo al contemporaneo, dal world al progressive, Romano ha guidato il pubblico in una riflessione sonora sul rapporto dell'uomo con il visibile e l'invisibile, attingendo sia dalle composizioni dell'album "Religio", sia dai precedenti lavori della trilogia, "Sonno Eliso" e "Missive Archetipe".

Non posseggo video di qualità della serata per cui ho inserito nell’articolo una clip e un paio di link di repertorio 

La forza di "Religio in concerto" è emersa con prepotenza dalla straordinaria sinergia di un ensemble di musicisti di altissimo calibro. Romano, non solo compositore e arrangiatore, ha incantato il pubblico con la sua maestria applicata a differenti fiati, tessendo trame sonore complesse e affascinanti, sicuramente coinvolgenti.

Al suo fianco, le performance vocali di Simona Fasano hanno aggiunto una dimensione eterea e profonda, mentre Tina Omerzo al pianoforte ha fornito un supporto armonico ricco di sfumature, mettendo in risalto il suo talento con un memorabile "Taksim" (forma di improvvisazione melodica che trova le sue radici nella musica tradizionale araba, greca, mediorientale e turca) verso la fine del concerto. La chitarra e le tastiere di Alessandro Serri, accompagnate dalla sua voce, hanno contribuito a un sound poliedrico, capace di spaziare tra momenti intimi e aperture più ampie. Fabio Biale, con il suo violino, ha introdotto melodie evocative e, sebbene abbia cantato in un solo brano - "Vestire la tua pelle" dall’album Missive Archetipe - la sua voce ha conferito una notevole solennità alla performance, un esempio di come le singole skills personali siano riuscite a emergere pur nel contesto di un forte suono di squadra.

In piena luce Arianna Menesini al violoncello che ha aggiunto calore e profondità all'intera esecuzione. La base ritmica, seppur dimezzata per l'assenza di Rodolfo Cervetto, è stata garantita dalla presenza autorevole di Riccardo Barbera, molto più di un "fornitore di ritmo".

Un elemento di grande impatto visivo ed emotivo è risultata la presenza di Cristiano Fabbri, danzatore, che ha dato vita a un duetto da brivido con il solo Edmondo Romano nel brano "La Seduzione". Questa performance, caratterizzata solitamente dall'improvvisazione, ha aggiunto un livello di imprevedibilità e profonda espressività, trasformando il brano in un momento di pura magia scenica.

Ciò che ha reso "Religio in concerto" un'esperienza così unica è stata, a mio giudizio, la capacità di Edmondo Romano di tessere un dialogo senza soluzione di continuità tra sonorità tradizionali e timbri elettronici moderni.

Nonostante la predominanza di strumenti acustici, le loro risonanze antiche e le diverse provenienze geografiche si sono fuse con naturalezza con i suoni contemporanei, dando vita a un universo sonoro in continua evoluzione. La sottile ma incisiva integrazione dell'elettronica ha permesso di esaltare e ampliare le texture intrinseche degli strumenti acustici, creando un ponte affascinante tra passato e presente. 


Dietro la magnificenza acustica dell'evento, l'impeccabile lavoro di Alessandro Mazzitelli al service è stato fondamentale. La sua dedizione - competenza ed esperienza - ha garantito, come sempre, una produzione sonora superba, permettendo a ogni strumento e a ogni voce di emergere con chiarezza e potenza, contribuendo in modo significativo alla creazione di un'esperienza immersiva e senza precedenti per il pubblico. Nonostante l'evidente coesione del team musicale, c'è stato ampio spazio per valorizzare le singole abilità, con momenti dedicati a mettere in risalto il talento individuale di ogni protagonista.

"Religio in concerto" si è confermato non solo come un evento musicale di alto livello, ma come un'esperienza che ha saputo toccare l'anima attraverso la musica, dimostrando come l'arte possa essere un ponte tra culture, generi e dimensioni umane.

Sono queste le considerazioni di uno spettatore esterno, e sono certo che il perfezionismo a cui tendono in genere i musicisti non sarà stato soddisfatto, ma una rappresentazione live deve regalare molto più della di una performance tecnicamente inappuntabile.

Giudizio sintetico: "Religio in Concerto" è appuntamento imperdibile per chi cerca nell'espressione sonora un mezzo per esplorare le profondità dell'esistenza.



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Laurie Anderson, artista visionaria, compie un anno in più e continua a plasmare l'avanguardia

 


Oggi, 5 giugno, ricorre il compleanno di Laurie Anderson, un'artista la cui visione singolare e creatività sconfinata hanno segnato indelebilmente il panorama dell'arte contemporanea, della musica e della performance. Mentre compie un anno in più, Anderson rimane non solo una figura cardine dell'avanguardia, ma una forza instancabilmente innovativa, che spinge continuamente i confini dell'espressione artistica e sfida le nostre percezioni di tecnologia, comunicazione ed esperienza umana.

Nata a Glen Ellyn, Illinois, nel 1947, il percorso di Anderson è stato un'esplorazione e una reinvenzione costanti. La sua formazione iniziale in violino e scultura ha gettato le basi per un approccio interdisciplinare che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica. Dalle sue rivoluzionarie performance art negli anni '70 al suo improbabile successo mainstream "O Superman" nel 1981, ha dimostrato un'impareggiabile capacità di sintetizzare elementi diversi – parola parlata, musica elettronica, arte visiva e messa in scena teatrale – in opere coese e profondamente risonanti.

L'arte di Anderson è caratterizzata dalla sua arguzia incisiva, dalla profonda indagine filosofica e da un'acuta osservazione delle complessità della vita moderna. Ha costantemente abbracciato le nuove tecnologie, non solo come strumenti, ma come componenti integrali del suo vocabolario artistico, utilizzandole per esplorare temi di identità, memoria e il rapporto in evoluzione tra esseri umani e macchine. Le sue collaborazioni con scienziati, musicisti e artisti di spicco sottolineano ulteriormente il suo impegno per il dialogo e la sperimentazione interdisciplinare.

Oltre alla sua prolifica produzione come musicista e performer, Anderson ha diretto film, composto per la danza e il teatro, creato installazioni su larga scala e servito come prima artista in residenza della NASA. Ogni impresa è contraddistinta dalla sua voce distintiva: una miscela di narrazione poetica, paesaggi sonori evocativi e umorismo spesso disarmante che invita il pubblico a confrontarsi con idee stimolanti su più livelli.

Mentre Laurie Anderson celebra un altro anno, la sua influenza rimane più potente che mai. Continua a ispirare generazioni di artisti a sfidare le categorizzazioni, ad abbracciare il rischio e a vedere il mondo con una mente aperta e uno spirito interrogativo. I suoi continui contributi ci ricordano che la vera arte non consiste solo nel creare oggetti o suoni belli, ma nel promuovere nuovi modi di vedere, pensare ed essere nel mondo.




martedì 3 giugno 2025

Dave Swarbrick: ci lasciava il 3 giugno del 2016 il violinista che ridefinì il folk britannico



 Dave Swarbrick, il violinista che con il suo genio ha forgiato il suono dei Fairport Convention, reinventando la tradizione e ispirando generazioni


Il 3 giugno segna l'anniversario della scomparsa di David Cyril Eric Swarbrick (1941-2016), una figura la cui influenza sulla musica folk e folk rock britannica è stata profonda e duratura.

Noto principalmente per il suo lavoro con i Fairport Convention, Swarbrick fu molto più di un semplice strumentista; fu un innovatore, un catalizzatore e un virtuoso che ridefinì il ruolo del violino in un genere in continua evoluzione.

Nato a New Malden, Surrey, Swarbrick sviluppò precocemente un interesse per la musica tradizionale. La sua capacità di fondere la tecnica classica con la sensibilità folk gli permise di trascendere i confini stilistici, portando il violino da un ruolo di accompagnamento a quello di protagonista solista.

La sua entrata nei Fairport Convention nel 1969 fu un punto di svolta. Fu Swarbrick, infatti, a spingere la band verso una maggiore esplorazione delle radici della musica tradizionale inglese, culminata nell'album seminale Liege & Lief (1969). Questo disco non solo è considerato una pietra miliare del folk rock, ma è anche un esempio lampante della sua visione artistica: unire la potenza del rock con la profondità melodica e narrativa del folk.

Lo stile di Swarbrick era inconfondibile. Caratterizzato da una straordinaria fluidità melodica, una precisione ritmica e una capacità di improvvisazione che gli permettevano di infondere nuova vita anche nelle ballate più antiche. Il suo violino non si limitava a eseguire le melodie; le interpretava, aggiungendo strati di emozione e complessità armonica. La sua tecnica era a tratti aggressiva, a tratti incredibilmente lirica, sempre al servizio dell'espressione artistica.

Oltre ai Fairport Convention, Swarbrick ebbe una carriera prolifica, collaborando con artisti del calibro di Martin Carthy e intraprendendo numerosi progetti solisti. La sua discografia è un testamento della sua versatilità e della sua instancabile ricerca musicale. La sua influenza è riscontrabile in generazioni di violinisti e musicisti folk che hanno tratto ispirazione dalla sua audacia e dalla sua dedizione alla musica.

La scomparsa di Dave Swarbrick ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama musicale. Tuttavia, la sua eredità artistica continua a vivere attraverso le sue registrazioni, che rimangono un punto di riferimento per chiunque voglia comprendere la vera essenza del folk britannico. La sua musica è un promemoria costante del potere della tradizione quando viene incontrata dall'innovazione e dalla passione di un vero maestro.







lunedì 2 giugno 2025

Charlie Watts: il ritmo silenzioso che ha fatto ballare il mondo (oggi avrebbe compiuto 84 anni)




 Charlie Watts: il ritmo essenziale dei Rolling Stones, ricordato nel giorno del suo compleanno


Il 2 giugno 2026 segna quello che sarebbe stato l'84° compleanno di Charlie Watts, il leggendario batterista dei Rolling Stones. A quasi quattro anni dalla sua scomparsa nell'agosto del 2021, il suo contributo fondamentale alla musica rock rimane profondamente sentito dai fan e dagli appassionati.

Charlie Watts non era il tipico batterista rockstar. Schivo, elegante, con un aplomb quasi jazzistico, si distingueva per la sua apparente immobilità dietro la batteria, contrastando con l'energia selvaggia dei suoi compagni di band. Eppure, era proprio quella compostezza a celare un motore ritmico incredibilmente sofisticato e potente, l'ossatura su cui si è costruito il suono inconfondibile dei Rolling Stones per oltre cinquant'anni.

Nato e cresciuto a Londra il 2 giugno 1941, Watts sviluppò presto una passione per il jazz, un'influenza che rimase palpabile nel suo drumming preciso, swingato e mai eccessivo. Prima di unirsi ai giovani Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones, suonò in diverse band jazz e blues della scena londinese. Quando accettò di entrare nei Rolling Stones nel 1963, portò con sé una solidità ritmica e un gusto musicale che si rivelarono cruciali per definire l'identità della band.

Mentre le luci della ribalta spesso si concentravano sui frontman carismatici, Watts era l'ancora, il metronomo implacabile che teneva insieme il caos bluesy e rock 'n' roll della band. Il suo stile non era fatto di assoli pirotecnici o di virtuosismi esagerati, ma di un groove profondo, essenziale e incredibilmente efficace. La sua capacità di "sentire" la musica e di interagire con gli altri membri della band era leggendaria. Keith Richards lo definì spesso "la mia sinistra perfetta", sottolineando la sua importanza nel tessere l'inconfondibile riffing della band.

Oltre al suo ruolo fondamentale nei Rolling Stones, Watts coltivò la sua passione per il jazz per tutta la vita, guidando diverse formazioni e pubblicando album acclamati dalla critica. Questa sua dedizione a un genere musicale apparentemente distante dal rock 'n' roll rivelava una profondità artistica e una versatilità sorprendenti.

Ricordare Charlie Watts nel giorno del suo 84° compleanno non è solo un atto di omaggio a un musicista straordinario, ma anche un'occasione per riflettere sull'importanza di un ritmo solido e autentico, sia nella musica che nella vita. La sua eleganza silenziosa, la sua dedizione al mestiere e il suo contributo inestimabile a una delle più grandi band della storia continuano a ispirare musicisti e appassionati di tutto il mondo.

 





domenica 1 giugno 2025

The Guildmaster – “Gathering of Souls”: un viaggio sonoro tra storia e fantasia

 


Nel panorama del progressive rock contemporaneo, l'opera dei The Guildmaster si distingue per la sua peculiare fusione di sonorità medievali, barocche e rock, un connubio che affonda le radici in un'estetica sonora ricca e stratificata. Con Gathering of Souls, il terzo capitolo della loro saga musicale, la band, composta dal poliedrico Rafael Pacha e arricchita dai contributi di luminari come Alessandro di Benedetti (Mad Crayon, Inner Prospekt), Marco Bernard e Kimmo Pörsti (The Samurai of Prog), consegna un'opera di rara bellezza e complessità.

Sin dal primo ascolto, è evidente la cura meticolosa nella produzione e nell'artwork, quest'ultimo impreziosito dalle inconfondibili illustrazioni di Ed Unitsky.

Il disco si presenta come un'esperienza sonora avvolgente, capace di trasportare l'ascoltatore in epoche remote, tra leggende e avventure senza tempo. È un'ode a un'estetica musicale che celebra l'intreccio tra passato e presente, tra il rigore della musica classica e la libertà espressiva del rock progressivo.

Gathering of Souls si configura come un concept album tematico, un'epopea che attraversa diverse dimensioni storiche, emotive e spirituali.

L'album disegna un viaggio metaforico di ricerca e introspezione. Si parte da un contesto storico preciso e bellico ("The Crusade of Earl Birger"), per poi addentrarsi in una ricerca personale e malinconica legata a una perdita o un'assenza ("Where Are You?"). Questo percorso individuale evolve verso un'esplorazione della collettività e della gioia condivisa ("Omnis Saltat ad Solem").

Successivamente, il concept affronta temi più oscuri e introspettivi, come il conflitto interiore e la redenzione ("Blood and Oblivion"), seguiti da un pellegrinaggio spirituale alla ricerca di uno scopo ("Lo Prometido es Deuda"). Il viaggio include anche un'immersione nel sapere e nella trasformazione ("Mary the Jewess") e un ritorno alle origini e alla connessione con la natura ("Luonto Puhuu").

L'album si conclude con un senso di risoluzione e armonia, suggerendo il raggiungimento di un'unione o di una pace interiore ("Sea and Sky"). 


Mi soffermo ora sugli aspetti meramente musicali…

Il disco si contraddistingue per un'innovativa fusione di generi, plasmando un rock progressivo intriso di atmosfere medievali e barocche. Questa cifra stilistica unica nasce dalla sapiente integrazione di rigore classico e vitalità rock, tessuta con maestria dal genio compositivo dei membri della band.

La produzione è di alto livello, con melodie di alta qualità.

L'album crea un abbattimento delle coordinate spaziali e temporali richiamando atmosfere auliche del passato, facendo un uso estensivo di una vasta gamma di strumenti, sia moderni che antichi/etnici, alcuni dei quali a me sconosciuti.

"The Crusade of Earl Birger" vede l'impiego di corni di fruna, flauti dolci, chitarre acustiche ed elettriche, con un solido contributo ritmico di basso e batteria e un sottile lavoro di pianoforte e synth.

"Where Are You?" presenta un'atmosfera "di vastità malinconica e sonorità stratificate", con l'aggiunta di bouzouki, bodhrán, mandolino, cetra, violino elettrico e tastiere. Le sfumature celtiche sono abilmente ricreate, e spicca un "assolo rovente" di chitarra di Pacha e una "tempesta d'organo". La voce femminile di Paula Porsti aggiunge uno "squisito spot vocale".

"Omnis Saltat ad Solem" incorpora Hulusi (flauto asiatico), Cuatro (chitarra acustica venezuelana a 4 corde) e Nyckelharpa (strumento svedese medievale simile a violino e ghironda), creando una "danza solare circolare" di natura acrobatica.

"Blood and Oblivion" evidenzia il capillare lavoro al pianoforte di Alessandro di Benedetti. La traccia mostra una transizione definitiva verso un'atmosfera più jazz, sia nel tempo ritmico che nelle linee di chitarra nitide, con l'incursione di un sintetizzatore mostruoso che evolve in sinfoniche inebrianti. È presente un'aria corale di Paula Porsti e riflessioni sulla chitarra jazz.

"Lo Prometido es Deuda" si basa sul dulcimer e sulla viola da gamba, strumenti medievali, in contrasto con un emozionante turbinio di organo a canne e  pianoforte.

"Mary the Jewess" mantiene la viola da gamba e i flauti dolci in evidenza, con un edificante assolo di chitarra solista e un maestoso finale di sbarramento delle tastiere.

"Luonto Puhuu" mette in mostra la tecnica al Chapman Stick dell’ospite Alfonso Romero, l’abile batteria di Kimmo e "lick di chitarra".

"Sea and Sky" è un brano dalle "tinte neo-prog" con la partecipazione di un cantante (John Wilkinson), chitarrista (Tony Riveryman) e flautista (Giovanni Mazzotti).

Gathering of Souls non è solo un album, ma un'esperienza immersiva che offre una via di fuga dalla frenesia del mondo moderno. La sua capacità di fondere generi e atmosfere diverse in un sound coeso e originale lo rende un'opera di spicco nel panorama del progressive rock. La qualità degli arrangiamenti, l'abilità tecnica dei musicisti e la profondità emotiva delle composizioni lo pongono di diritto tra i migliori candidati per le classifiche di fine anno. Un capolavoro inestimabile che merita di essere ascoltato e riascoltato.

 

Tracklist:

1.   The Crusade of Earl Birger (5:49)

2.   Where Are You? (10:29)

3.   Omnis Saltat ad Solem (5:55)

4.   Blood and Oblivion (12:39)

5.   Lo Prometido es Deuda (7:11)

6.   Mary the Jewess (10:49)

7.   Luonto puhuu (5:46)

8.   Sea and Sky (5:36)

 

Total Time: 64:14

 

Line-up / Musicians:

Rafael Pacha: saz, recorders, crumhorn, classical, acoustic & electric guitars, bouzouki, bodhrán, electric violin, mandolin, zither, keyboards, hulusi, cuatro, viola da gamba, dulcimer, cither, percussion, whistles

Alessandro di Benedetti: keyboards

Marco Bernard: Shuker basses

Kimmo Pörsti: drums & percussion, additional keyboards

With:

Paula Pörsti: voice, vocals

Yogi Lang: vocals

Nick Markham: vocals

Giovanni Mazzotti: flute

Alfonso Romero: Chapman Stick

John Wilkinson: vocals

Tony Riveryman: electric guitar 






L'incidente di Robert Wyatt


Il 1° giugno del 1973 un incidente cambiava la vita di Robert Wyatt.
Non potrà più suonare la batteria, ma continuerà ad essere un musicista... e che musicista!

Il 1° giugno 1973 Robert Wyatt, l'ex batterista dei Soft Machine, da poco più di un anno impegnato con la sua nuova band, i Matching Mole, viene ricoverato d'urgenza all'ospedale dopo un pauroso salto nel vuoto dall'altezza di tre piani. Le prime notizie battute dalle agenzie parlano di "circostanze misteriose", lasciando intuire chissà quali retroscena. In realtà il povero Robert è stato vittima di una terribile fatalità provocata da un pizzico d'incoscienza. Ospite di amici, cerca di abbandonare furtivamente una festa uscendo dalla finestra di un solaio. La sua intenzione è quella di sorprendere tutti suonando il campanello e ricomparendo per la seconda volta all'ingresso. Uscito dalla finestrella del solaio deve percorrere un brevissimo tratto sulla copertura del tetto prima di calarsi sul balcone del piano dove si sta svolgendo la festa. Sono poco più di due passi, ma sufficienti a cambiargli la vita per sempre. Appoggia malamente un piede, scivola e rotola verso il vuoto. Manca l'aggancio con il balcone e fa un salto di tre piani. Ai primi soccorritori le sue condizioni appaiono subito gravissime. Trasportato d'urgenza al pronto soccorso riuscirà a sopravvivere, ma resterà paralizzato nella parte inferiore del corpo e passerà il resto della vita costretto a muoversi in carrozzella. Nei lunghi mesi delle cure e della rieducazione allo alternerà momenti di speranza a periodi di disperazione. Non tornerà più alla batteria, ma non abbandonerà la musica. Proprio sul lettino dello Stoke Mandeville Hospital comporrà nuovi brani. Il rock perderà un batterista, ma troverà un nuovo autore e interprete dalla amara vena intimistica. L'aiuto degli amici sarà determinante. Verrà organizzato un concerto destinato a raccogliere fondi per le sue cure che frutterà diecimila sterline. Vari artisti gli saranno vicini nella ripresa. Il più attivo sarà Nick Mason dei Pink Floyd, produttore dell'album Rock bottom che raccoglie i brani composti in ospedale
(Rock e Martello-Gianni Lucini)

Lui ha dichiarato a proposito dell’incidente:

«Il dottore era stupefatto. Mi disse: ‘Doveva essere proprio ubriaco per rimanere così rilassato mentre cadeva dal quarto piano'. Se fossi stato appena un po' più sobrio, probabilmente oggi non sarei qui: avrei teso tutto il corpo per la paura e quindi mi sarei fracassato.»


Hanno detto di lui:
«Vive a Louth, Lincolnshire e nella camera da letto ha tutta la strumentazione con cui registra se stesso e incide i suoi album. Abbiamo portato un G4 e Pro Tools e abbiamo registrato la canzone in un pomeriggio. È un cantante davvero straordinario. Prima di andarsene, ha insistito per farci ascoltare una scala in cui cantava tutte le note - ha un range incredibile, qualcosa come 5 o 6 ottave. La cosa veramente interessante è che in ogni ottava la sua voce ha un carattere completamente diverso. Alla fine abbiamo deciso di utilizzarlo per Oceania, abbiamo usato quello che lui chiama Wyattron»
(Biork)