mercoledì 28 gennaio 2026

Sonny & Cher: “I Got You Babe”: la canzone che ha trasformato due ragazzi in un’icona pop...


Non solo una canzone, ma un richiamo, un viaggio emotivo che riporta alla luce ciò che il tempo non ha cancellato


Ci sono canzoni che si ascoltano, e canzoni che si attraversano. “I Got You Babe per me appartiene alla seconda categoria. Al di là dei tanti significati che negli anni le sono stati attribuiti, ogni volta che parte quel giro di note succede qualcosa che non capita con tutti i brani: l’aria cambia, il tempo si piega, e mi ritrovo catapultato in un passato che non è mai davvero passato. Rivedo immagini che scorrono come vecchie pellicole: volti, strade, colori, sensazioni che tornano a galla con una nitidezza sorprendente. È una nostalgia dolce, mai triste, che porta con sé l’emozione di un’epoca vissuta intensamente. E forse è proprio questo il segreto di certe canzoni: non raccontano solo una storia, ma ci riportano dentro la nostra.

Quando nel 1965 uscì I Got You Babe, nessuno poteva immaginare che quel duetto semplice, quasi ingenuo, sarebbe diventato uno dei simboli più riconoscibili della cultura pop del Novecento. Eppure, bastano poche note per ritrovarsi catapultati in un’epoca in cui l’amore giovane sembrava davvero capace di sfidare il mondo intero.

Il brano nasce dalla penna di Sonny Bono, che lo scrive pensando alla sua compagna, Cher, allora appena diciannovenne. È una dichiarazione d’amore, certo, ma anche una piccola ribellione: due ragazzi che si tengono per mano e rispondono ai giudizi degli adulti con un sorriso ostinato. Un “noi contro tutti” che non ha bisogno di urlare.

Prima di diventare icone, Sonny & Cher erano semplicemente due ragazzi innamorati che cercavano di farsi strada in un mondo musicale dominato da band maschili e da produttori che non vedevano di buon occhio una coppia così fuori dagli schemi.

Sonny, più grande, era il regista silenzioso: scriveva, arrangiava, costruiva l’immagine. Cher, con quella voce profonda e magnetica, portava luce, carisma, una presenza scenica che bucava lo schermo.

Insieme erano una piccola rivoluzione: non aggressiva, non politica, ma estetica, emotiva, generazionale. “I Got You Babe” li consacra come la coppia del momento, li porta in cima alle classifiche e li trasforma in un fenomeno culturale.

È il brano che li definisce, che li racconta, che li immortala.

La forza di “I Got You Babe” sta nella sua universalità. È una canzone che non appartiene solo agli anni ’60: continua a riemergere, a trasformarsi, a trovare nuove voci e nuovi contesti.

Negli anni, il brano è stato reinterpretato in modi molto diversi:

UB40 & Chrissie Hynde (1985)

Una versione reggae che diventa un successo mondiale, morbida, solare, perfetta per gli anni ’80.

Cher & Beavis & Butt‑Head (1993)

Una parodia irresistibile, nata dalla collaborazione con MTV. Cher dimostra una volta di più la sua autoironia, cantando seriamente mentre i due personaggi animati commentano e disturbano. Un piccolo cult degli anni ’90.

David Bowie & Marianne Faithfull (1973 – live)

Una delle interpretazioni più teatrali e affascinanti: Bowie in versione glam, Faithfull in abito monacale, atmosfera decadente. Non è una cover “ufficiale”, ma una performance che ha segnato l’immaginario collettivo.

Blackmore’s Night (2015)

Una versione folk‑medievale che trasforma il brano in una ballata da taverna rinascimentale.

The Flying Pickets (1985)

Interpretazione a cappella, elegante e minimale.


E poi tante versioni live, reinterpretazioni acustiche, omaggi televisivi. Segno che “I Got You Babe” non è solo una canzone: è un linguaggio, un simbolo, un modo di raccontare l’amore.

Perché funziona ancora oggi? Forse perché parla di qualcosa che non invecchia: la sensazione di essere giovani, giudicati, incerti… ma insieme. La promessa che, anche se il mondo non ci capisce, “I got you, babe” è abbastanza.

È un brano che non pretende di essere profondo, ma lo diventa proprio per la sua sincerità. E ogni volta che lo si riascolta, sembra ricordarci che l’amore – quello semplice, quello che ti fa ridere anche quando tutto va storto – è ancora la cosa più rivoluzionaria che abbiamo.

Riascoltando “I Got You Babe” con attenzione, c’è un elemento che sorprende sempre: quella linea melodica che entra puntuale a ogni ritornello, come una piccola firma sonora. È uno strumento dal timbro caldo e leggermente nasale, che sembra quasi “cantare” insieme alle voci. Molti lo identificano come un oboe, o comunque uno strumento a fiato dal colore simile, capace di dare al ritornello un carattere più dolce e quasi fiabesco. È un’idea semplice ma geniale: mentre Sonny e Cher si scambiano le frasi del duetto, questo strumento li accompagna come un terzo personaggio, sottolineando l’intimità del brano e aggiungendo una sfumatura melodica che lo rende immediatamente riconoscibile.

È uno di quei dettagli che non si notano subito, ma che contribuiscono in modo decisivo all’atmosfera del pezzo — e forse anche alla sua capacità di riportarci indietro nel tempo con una forza così evocativa.

 

 

 

 

 

 

In ricordo di Jim Capaldi ...


Il 28 gennaio del 2005, a 60 anni, moriva Jim Capaldi, minato da un cancro allo stomaco. 
Vera leggenda del rock, batterista di grande talento, fu il fondatore, assieme a Steve Winwood e al chitarrista Dave Mason dei Traffic, uno dei gruppi rock più amati tra gli anni '60 e '70. 
Capaldi, a marzo 2004, era stato anche inserito nel "Rock N' Roll Hall of Fame".

Qualche nota biografica tratta dal sito Rockol

Nato il 2 agosto 1944 a Evesham, nel Worcestershire, da genitori musicisti e di origine italiana, Nicola James Capaldi si avvicina giovanissimo al mondo della musica acquisendo una discreta popolarità locale con gli Hellions, in cui suona la batteria accanto al chitarrista Dave Mason. Quando i due vengono ingaggiati di spalla alla cantante Tanya Day allo Star Club di Amburgo (lo stesso locale in cui si fanno le ossa i Beatles) hanno modo di fare la conoscenza di Steve Winwood, prodigioso e giovanissimo cantante e tastierista proveniente dalla vicina Birmingham e allora in forze allo Spencer Davis Group; nasce così un’amicizia da cui anni dopo scaturiranno i Traffic, formazione di importanza cruciale nella scena rock psichedelica inglese della seconda metà degli anni Sessanta. Scrivendo il testo di “Paper sun”, il primo singolo del gruppo che entra subito nella Top 5 delle classifiche inglesi, Capaldi inaugura un sodalizio compositivo con Winwood che farà epoca grazie ad album come Traffic, No Exit e John Barleycorn Must Die. Nel 1972, mentre fa ancora parte del gruppo, pubblica il primo album solista Oh How We Danced, con la collaborazione di altri membri della band e di Paul Kossof, chitarrista dei Free. Nel terzo disco, Short Cut Draw Blood, decisamente orientato verso tematiche sociali, ambientaliste e di protesta, viene inclusa una cover di “Love hurts” degli Everly Brothers che diventa un successo internazionale. Capaldi espande nel frattempo la sua cerchia di amicizie e collaborazioni musicali: nel 1973 è uno dei promotori del concerto al Rainbow di Londra che saluta il ritorno alle scene di Eric Clapton dopo un periodo di riabilitazione dalla droga; poi inizia a frequentare Bob Marley, a cui scrive il testo di una canzone (“This is reggae music”) e collabora con Carlos Santana, mentre lo stesso Clapton e George Harrison figurano come ospiti nel 1988 nell’album Some Come Running; nel frattempo, tra un disco e l’altro (e qualche hit, come “That’s love” da Fierce Heart, 1983, che riscuote successo negli Stati Uniti) si dedica con fervore alla causa ambientalista e all’assistenza dei ragazzi di strada brasiliani, obiettivo a cui la moglie (lei pure brasiliana) Aninha, sposata nel 1975, si dedica a tempo pieno; album come Let The Thunder Cry, del 1981, risentono tematicamente e musicalmente del periodo in cui la coppia risiede a Bahia, generando due figli. Nel 1993 Capaldi è invitato da Winwood a collaborare a un album che presto si trasforma in un disco dei riformati Traffic (senza Mason e Chris Wood, l’altro membro storico che nel frattempo è scomparso): ne seguono, l’anno successivo, un album, Far From Home, e un tour di grande successo negli Stati Uniti. Nello stesso periodo Capaldi scrive una ballata per gli Eagles, anch’essi rimessisi insieme da poco: il brano, intitolato “Love will keep us alive”, diventa uno dei titoli di punta dell’album che segna il ritorno sulle scene della band californiana, “Hell freezes over”. Qualche anno dopo Capaldi riallaccia anche i rapporti musicali col vecchio amico Mason, per un tour datato 1998 da cui viene ricavato anche un disco (Live – The 40,000 Headmen Tour) e torna a occuparsi attivamente della sua carriera solista: nel 2001, con molti nomi illustri al suo fianco (Paul Weller, Gary Moore, Ian Paice, Winwood e ancora Harrison) pubblica Living On The Outside, seguito nel 2004 da Poor Boy Blue. Nuovi progetti di reunion dei Traffic vengono stroncati brutalmente dal peggiorare di un tumore allo stomaco che stronca il batterista il 28 gennaio del 2005. Circa due anni dopo, il 21 gennaio 2007, Winwood, Weller, Moore e altri amici e collaboratori dello scomparso musicista (tra cui Pete Townshend, Joe Walsh, Yusuf Islam, Bill Wyman e l’ex tastierista dei Deep Purple Jon Lord) sono sul palco della londinese Roundhouse per un concerto tributo da cui viene tratto anche un cd.





martedì 27 gennaio 2026

UniSavona-Una sala gremita per Michele: emozioni e rock senza copione

 


La prima “lezione speciale” del corso si trasforma in un viaggio libero tra ricordi, musica e testimonianze dirette del rock anni ’50 e ’60

 

Sin dall’inizio del corso “Il Rock negli anni ’70 e dintorni”, alla UniSavona, avevo previsto, almeno a livello progettuale, di inserire un paio di incontri speciali con personaggi noti del mondo dello spettacolo, momenti in cui uscire dal programma canonico e andare a ruota libera, lasciando che la musica e i ricordi guidassero la conversazione. Questa è stata la prima di queste occasioni, anche se già nella lezione inaugurale di ottobre avevamo toccato un tema che si sarebbe rivelato perfetto per l’ospite di oggi: il rock degli anni ’50 e ’60, un’epoca che l’ospite  è stato testimone diretto.

La settima lezione del corso, ospitata nella Sala Stella Maris di Savona il 27 gennaio, si è trasformata quindi in un incontro davvero speciale grazie alla presenza di Michele, accolto da una sala gremita e da un pubblico caloroso, attento e sinceramente coinvolto. Fin dai primi minuti si è percepito un clima particolare, quasi familiare, che ha messo l’artista a suo agio e gli ha permesso di raccontarsi con una evidente spontaneità. Nonostante una carriera che lo ha portato a esibirsi in tutto il mondo, Michele ha confidato di non aver mai vissuto un’esperienza in un contesto simile: un dialogo diretto, intimo, costruito non su una semplice intervista ma su un percorso condiviso, fatto di ricordi, musica e partecipazione autentica.

Durante l’incontro sono stati proposti anche alcuni video - e foto - selezionati della sua carriera: momenti televisivi, spezzoni d’epoca e frammenti rari che hanno permesso al pubblico di rivivere la storia artistica di Michele in modo diretto e coinvolgente. Ogni clip aggiungeva un tassello al racconto, creando un percorso che alternava ricordi, aneddoti e musica, e che ha contribuito a rendere l’atmosfera ancora più viva.

A rendere l’incontro ancora più prezioso è stata la presenza di Cristina, la moglie di Michele, che ha partecipato alla costruzione della scaletta della giornata. La sua presenza discreta  ha dato un tocco di autenticità, evidenziando come la storia raccontata non fosse solo quella di un artista, ma anche quella di una vita condivisa.

La parte finale dell’incontro ha confermato il clima speciale della giornata, con diverse persone che hanno rivolto domande a Michele,  con un interesse vero, rispettoso, affettuoso. Lui ha risposto con disponibilità e ironia, divertito e sinceramente colpito dall’attenzione ricevuta. Naturale il rito delle fotografie.

A seguire un breve video che restituisce perfettamente il tono della giornata: sorrisi, applausi, sguardi attenti, un senso di comunità che raramente si crea in modo così naturale. Un piccolo frammento che racchiude l’essenza dell’incontro e che rimarrà come testimonianza di un momento davvero riuscito.

Michele ha lasciato la sala visibilmente soddisfatto, quasi sorpreso dalla qualità dell’esperienza. E il pubblico, dal canto suo, ha portato a casa non solo un ricordo musicale, ma la sensazione di aver partecipato a qualcosa di unico.






Il rumore che si fece icona: quando Siouxsie Sioux inventò il futuro senza saper suonare

 


Il 20 settembre 1976, sul palco del 100 Club di Londra, nasceva la leggenda di Siouxsie and the Banshees: venti minuti di caos improvvisato che cambiarono per sempre le regole del punk

 

Quando Susan Ballion, non ancora nota al mondo come Siouxsie Sioux, salì sul palco del 100 Club Punk Special nel settembre del 1976, non portava con sé una scaletta, né una chitarra accordata, e nemmeno una band nel senso convenzionale del termine. Insieme a lei c’erano Steven Severin al basso, Marco Pirroni alla chitarra e un giovanissimo Sid Vicious, che maltrattava la batteria con una furia scomposta. Nessuno di loro aveva mai provato insieme. Non c’erano canzoni da eseguire, ma solo un’urgenza espressiva che non trovava spazio nelle strutture del rock tradizionale. Il debutto dei Banshees fu un atto di puro terrorismo sonoro: venti minuti di improvvisazione brutale costruita attorno a una versione deformata e nichilista del "Padre Nostro".

Mentre Sid Vicious manteneva un ritmo ossessivo e sgraziato, Siouxsie declamava testi frammentari, mescolando preghiere, inni patriottici come "Rule Britannia" e classici del rock ridotti a brandelli, il tutto immerso in un oceano di feedback e distorsioni. Non era musica, era una performance d’avanguardia che sfidava apertamente il pubblico, lasciando gli spettatori tra lo sconcerto e il fascino magnetico. In quel marasma cacofonico, però, si stava cristallizzando qualcosa di nuovo. Siouxsie non era solo una cantante punk; con il suo trucco drammatico, i capelli corvini e un'attitudine distaccata e autoritaria, stava gettando le basi estetiche di quello che sarebbe diventato il post-punk e la cultura dark. Quella sera, l'assenza di tecnica si trasformò in una libertà creativa assoluta, dimostrando che per fare la storia non servivano spartiti, ma il coraggio di occupare uno spazio e urlare la propria esistenza. Da quel vuoto pneumatico di note nacque una delle carriere più sofisticate e influenti della musica britannica, trasformando un debutto improvvisato nel big bang di un intero movimento artistico.








lunedì 26 gennaio 2026

Sinfonia viola alle tre del mattino: quando il mondo dormiva e Prince creava.

 


Nella storia della musica contemporanea, pochi rituali hanno saputo alimentare il mito quanto i leggendari after-show di Prince Rogers Nelson. Al di là dei grandi tour mondiali e dei riflettori degli stadi, esisteva una dimensione parallela e quasi mistica che prendeva vita nel cuore della notte, solitamente intorno alle tre del mattino, tra le mura del complesso di Paisley Park o in club sotterranei rimasti aperti solo per lui. Questi concerti privati, riservati a un’élite di dieci o venti fortunati spettatori, rappresentavano l’essenza più pura e incontaminata del genio di Minneapolis: sessioni improvvisate che duravano fino all'alba, dove il confine tra l’artista e l’uomo svaniva completamente. In quelle ore piccole, lontano dalle logiche commerciali e dalle telecamere, Prince si liberava di ogni maschera per rifugiarsi nel suo unico, vero elemento naturale, trasformando l'insonnia in un atto di creazione collettiva e regalando a pochissimi testimoni l'esperienza irripetibile di vedere la musica nascere nel silenzio della notte.

Immaginiamo una di quelle notti in cui il tempo sembra sospeso, quelle ore piccole in cui il resto del mondo ha già spento le luci e Minneapolis è immersa in un silenzio quasi surreale, rotto solo dal vento gelido che soffia dal Midwest. Proprio in quel momento, mentre le strade sono deserte, in un angolo tecnologico e isolato chiamato Paisley Park, la luce viola non si spegneva mai. La leggenda dei concerti privati di Prince alle tre del mattino non era solo un aneddoto per collezionisti, ma l’essenza stessa di un uomo che non riusciva a smettere di essere musica nemmeno per un istante. Tutto iniziava spesso dopo un grande show ufficiale: mentre la folla defluiva stanca dalle arene, tra i corridoi o nei piccoli club del centro cominciava a correre un passaparola quasi massonico, un invito sussurrato che portava una decina di fortunati, scelti non si sa bene in base a quale allineamento astrale, verso il suo santuario privato.

Una volta varcata la soglia di quel complesso di alluminio bianco, l’atmosfera cambiava radicalmente. Non c’era la frenesia dei grandi eventi, ma una strana calma elettrica, profumata di incenso e avvolta nel velluto. I pochi eletti venivano fatti accomodare in una sala prove o in uno studio minore, spesso seduti per terra a pochi passi dagli amplificatori, senza barriere, senza bodyguard che urlavano e, soprattutto, senza telefoni cellulari, perché Prince pretendeva che l'occhio vivesse il momento e non l'obiettivo. Poi, quasi dal nulla, appariva lui. Poteva essere vestito con una vestaglia di seta o con un abito impeccabile, come se il concetto di abbigliamento casual non facesse parte del suo DNA, e senza dire una parola imbracciava una chitarra o si sedeva al pianoforte. In quel momento, a notte fonda, non stavi assistendo a uno spettacolo, ma a un rito di purificazione.

Prince suonava per quelle dieci persone come se stesse suonando per l’universo intero, perdendosi in jam session che potevano durare ore. Non c'erano le hit radiofoniche, o se c'erano venivano smontate e ricostruite in chiavi jazz, funk o rock psichedelico fino a diventare irriconoscibili. Potevi vedere le sue dita muoversi veloci sulle corde, sentire il respiro affannato tra un assolo e l'altro e incrociare il suo sguardo che cercava una connessione umana, un cenno di intesa per capire se il ritmo stava arrivando dritto allo stomaco. Per lui quelle ore piccole erano il vero laboratorio creativo, il momento in cui l'insonnia cronica si trasformava in genio puro e la stanchezza spariva di fronte alla necessità biologica di creare suono. Mentre fuori l'alba iniziava a schiarire il cielo del Minnesota e la gente comune si preparava per andare in ufficio, Prince chiudeva la sessione con un semplice cenno del capo, svanendo nell'ombra della sua dimora e lasciando quegli spettatori storditi, con le orecchie che ancora pulsavano e la sensazione incredibile di aver visto il cuore pulsante della musica battere proprio lì, a un palmo dal loro naso, nel silenzio di una notte che non avrebbero mai dimenticato.






Simon & Garfunkel e il loro ultimo album - e capolavoro - "Bridge over Troubled Water"

 


Album: Bridge over Troubled Water

Artista: Simon & Garfunkel

Pubblicazione: 26 gennaio 1970

Durata: 36:46

Genere: Folk rock

Etichetta: Columbia Records

Produttore: Paul Simon, Art Garfunkel, Roy Halee

Registrazione: 11 agosto 1969 - 15 novembre 1969

 

"Bridge Over Troubled Water", di Simon and Garfunkel, è un album senza dubbio iconico e una delle pietre miliari della musica popolare. Pubblicato il 26 gennaio 1970, è stato il quinto e ultimo lavoro in studio del duo, ma è diventato uno dei più celebri.

Eppure… le premesse non sembrava potessero portare su facili e soddisfacenti percorsi!

I due autori arrivano a questo progetto stanchi della loro relazione professionale, qualcuno parlò persino di “odio”. La storia costellata di successi non fu un sufficiente collante per tenere uniti Art Garfunkel - impegnato nella sua carriera cinematografica - e Paul Simon - concentrato nello scrivere l’album -, tormentato dalla sua presunta mancanza d’ispirazione.

Questo clima non certo idilliaco non incise sulla creazione di uno dei dischi più dolci, eterei e spirituali della nostra epoca, il loro testamento artistico, è forse il loro apice.

La traccia di apertura, "Bridge Over Troubled Water", è senza dubbio il brano più noto dell'album. È una canzone potente ed emotiva, caratterizzata da una melodia toccante e da un testo che affronta temi di sostegno e compassione. La voce di Art Garfunkel è stupefacente in questa canzone, dimostrando la sua abilità tenoriale.

Altri brani degni di nota sono "The Boxer" e "Cecilia"(dedicato a Santa Cecilia, santa protettrice dei musicisti).

"The Boxer" presenta una melodia orecchiabile e un testo profondo che riflette l'esperienza di un lottatore che cerca di sopravvivere in una città ostile. "Cecilia" è invece una canzone più vivace e ritmata, con un sound coinvolgente che cattura l'attenzione dell'ascoltatore.

L'album offre anche momenti più delicati e riflessivi come "The Only Living Boy in New York" e "Song for the Asking", canzoni che mostrano la sottigliezza e la sensibilità delle armonie vocali degli Simon and Garfunkel, un elemento distintivo del loro sound.

La produzione è impeccabile, con arrangiamenti sofisticati che includono l'uso di strumenti come pianoforte, archi e cori.

Simon and Garfunkel hanno lavorato a stretto contatto con il produttore Roy Halee per creare un suono ricco e coinvolgente, che ancora oggi mantiene la sua freschezza e il suo impatto.

"Bridge Over Troubled Water" è un album straordinario - che dimostra l'eccezionale talento degli Simon and Garfunkel come cantautori e interpreti -

che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica e merita senza dubbio il riconoscimento che ha ottenuto nel corso degli anni.

Nel 2003 l'album fu annoverato nella lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone al 51º posto. Nello stesso anno il network televisivo VH1 lo proclamò 33° miglior album del secolo.

 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare) 

Bridge over Troubled Water – 4:52 (Paul Simon)

El cóndor pasa (If I Could) – 3:06 (Daniel A. Robles, Jorge Milchberg, Paul Simon)

Cecilia – 2:55 (Paul Simon)

Keep the Customer Satisfied – 2:33 (Paul Simon)

So Long, Frank Lloyd Wright – 3:41 (Paul Simon)

The Boxer – 5:08 (Paul Simon)

Baby Driver – 3:15 (Paul Simon)

The Only Living Boy in New York – 3:57 (Paul Simon)

Why Don't You Write Me – 2:45 (Paul Simon)

Bye Bye Love – 2:55 (Felice Bryant, Boudleaux Bryant) – Registrata dal vivo a Ames, Iowa

Song for the Asking – 1:39 (Paul Simon)

 


Formazione

Paul Simon - chitarra, voce

Art Garfunkel - voce

Joe Osborn - basso

Larry Knechtel - pianoforte

Fred Carter, Jr. - chitarra

Hal Blaine - batteria

Jimmie Haskell - archi

Ernie Freeman - archi

John Faddis - ottoni

Randy Brecker - ottoni

Lew Soloff - ottoni

Alan Rubin - ottoni

Los Incas - strumenti peruviani


Il 19 settembre 1981 il duo si riunì per un concerto gratuito a Central Park, a cui parteciparono più di 500 000 persone. Nel marzo successivo pubblicarono un album live dell'evento, da cui estrapolo “The Boxer







domenica 25 gennaio 2026

Nick Drake, il postino del proprio addio: la consegna di “Pink Moon”

 


Quando l'ultimo capolavoro della musica folk fu lasciato anonimamente in una reception

 

Nel 1972, gli uffici della Island Records a Londra erano il centro pulsante della musica d'avanguardia. Eppure, nessuno si accorse del momento in cui la storia del folk cambiò per sempre. Nick Drake, ormai ridotto a un’ombra dalla depressione, entrò nell'edificio portando con sé un pacchetto contenente i nastri di Pink Moon. Non chiese udienza ai piani alti e non cercò il suo mentore Joe Boyd.

Con un gesto che oscillava tra l'umiltà e il totale distacco dal mondo, Drake lasciò i nastri sulla scrivania della segretaria alla reception e uscì senza dire una parola. Il contenuto di quel pacchetto era quanto di più crudo si fosse mai sentito: 28 minuti di voce e chitarra, senza archi, senza batteria, senza alcuna concessione commerciale. Quel gesto fu l'ultimo atto di una carriera vissuta in fuga dal successo, un testamento consegnato come se fosse una pratica burocratica, lasciando che fosse il silenzio, una volta di più, a parlare per lui.



Diario di Bordo, l'esordio di Gianmaria Zanier

 


Gianmaria Zanier - Diario di Bordo

(G.T. Music Distribution, 2025)

 

Con Diario di Bordo, Gianmaria Zanier firma un’opera che, oltre ad essere un debutto discografico, appare come vero attraversamento biografico e musicale. Musicista, insegnante, divulgatore, voce e mente di Prog & Dintorni, Zanier porta in questo album tutto ciò che ha vissuto, ascoltato e condiviso negli ultimi vent’anni. Il risultato è un lavoro maturo, stratificato, capace di unire introspezione personale e visione critica della scena prog italiana.

Il disco nasce da un lungo periodo di sedimentazione creativa, in cui le diverse attività dell’autore hanno iniziato a dialogare tra loro come “vasi comunicanti”. La prima parte dell’album si muove nella forma canzone, con arrangiamenti che già suggeriscono un respiro più ampio; la seconda, introdotta dal brano Interludio, si apre invece a territori più liberi: prog, fusion, pop-rock, atmosfere da colonna sonora. Interludio è il punto di svolta: due minuti intensi, costruiti con un ensemble di musicisti di altissimo livello, che segnano il passaggio dalla dimensione cantautorale a quella più propriamente compositiva.

Uno dei tratti distintivi del progetto è la presenza di figure cardine del prog italiano, sia storico sia contemporaneo. Dagli Osanna ai Phoenix Again, da Gigi Venegoni a Piero Mortara, fino ai contributi di Silvano Silva, Sergio Lorandi, Fabio Del Torchio e molti altri: Diario di Bordo è anche un album di relazioni, di stima reciproca, di percorsi che si incrociano dopo anni di interviste, concerti, trasmissioni radiofoniche e scambi quotidiani con la community online.

Il risultato non è un semplice “album con ospiti”, ma un lavoro in cui ogni intervento è parte integrante della narrazione. Energia nuova da bruciare (dedicata ad Antonio Lorandi), registrata con Venegoni, Mortara e i Phoenix Again, è il brano che ha fatto da traino all’intero progetto, mentre la versione live di Amare… Soffrire… Gioire… con i Phoenix Again rappresenta una delle prime scintille che hanno riacceso in Zanier il desiderio di tornare in studio.

In Diario di Bordo la scrittura di Gianmaria Zanier si muove con una naturalezza che colpisce per equilibrio e consapevolezza. Fin dai primi brani si percepisce una forte attenzione alla forma canzone: progressioni armoniche limpide, modulazioni leggere, arrangiamenti che richiamano quel pop-rock raffinato degli anni Settanta e Ottanta in cui melodia e struttura dialogano senza mai sovrastarsi. È una parte del disco che punta alla comunicazione diretta, ma che non rinuncia a sfumature più ricercate, a scelte timbriche curate, a incastri strumentali che rivelano un autore abituato a pensare la musica come un organismo vivo e complesso.

Quando si entra nella seconda metà dell’album, il linguaggio si amplia e si fa più esplorativo, ma senza perdere coerenza. Qui emergono con maggiore evidenza le influenze prog e fusion che hanno accompagnato Zanier per anni, sia come musicista sia come divulgatore. I cambi di tempo e le metriche composte non sono mai esibiti come virtuosismi, ma diventano strumenti narrativi; le sezioni strumentali si sviluppano con un respiro più ampio, quasi cinematografico, lasciando che i temi si trasformino e ritornino sotto nuove forme.

L’uso delle scale modali non è mai un esercizio di stile, ma un modo per colorare l’armonia, per dare ai brani una luce diversa, più sfumata. Allo stesso modo, il dialogo tra strumenti acustici ed elettrici crea un gioco di contrasti che arricchisce l’ascolto: chitarre classiche e synth, fisarmonica e basso elettrico, violino e tastiere convivono in un equilibrio che non appare mai artificioso. Il layering timbrico, costruito con pazienza, aggiunge profondità senza appesantire, come se ogni strato fosse pensato per ampliare lo spazio sonoro più che per riempirlo.

Il risultato è un linguaggio personale, riconoscibile, che non cerca di imitare i modelli del passato ma li rielabora con maturità. Diario di Bordo riesce così a essere accessibile e complesso allo stesso tempo: un disco che parla a chi ama la melodia e a chi cerca architetture sonore più articolate, senza mai sacrificare l’una all’altra. È una sintesi che racconta non solo un percorso musicale, ma anche un modo di ascoltare, osservare e restituire la musica agli altri.

Il dipinto di Antonio Perotti - rivelato a sorpresa sul palco del Porretta Prog Legacy Festival - e il lavoro grafico di OndemediE contribuiscono a definire un immaginario preciso, intimo e simbolico. Il booklet, curato insieme a Vannuccio Zanella, è parte integrante dell’opera: un’estensione visiva del racconto musicale, frutto di un lavoro meticoloso e condiviso, che valorizza ulteriormente il progetto.

Diario di Bordo è un album che nasce da una lunga gestazione, ma che guarda dichiaratamente al futuro. Zanier lo vive come un traguardo e, allo stesso tempo, come l’inizio di una nuova fase: quella in cui la sua voce - finora dedicata soprattutto a raccontare gli altri - trova finalmente lo spazio per raccontare sé stessa. La prospettiva di portare il disco dal vivo, anche aprendo concerti di artisti amici e collaboratori, è la naturale evoluzione di un progetto che ha nella condivisione il suo cuore pulsante.

Ed è proprio da questa dimensione di dialogo, di scambio e di racconto reciproco, che nasce l’intervista che segue: un’occasione per entrare ancora più a fondo nel mondo creativo di Gianmaria Zanier e scoprire, dalle sue parole, ciò che ha dato forma a questo Diario di Bordo. 


Intervista "ESTESA" a Gianmaria Zanier

“Diario di Bordo” nasce da un lungo periodo della tua vita, in cui hai alternato l’attività di insegnante, musicista e soprattutto divulgatore. Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che questo materiale poteva diventare un vero album?

Scherzando, ma non troppo, potrei risponderti… nel momento in cui l’ho annunciato con il microfono sul palco del “Porto Antico Prog Fest 2025” a te e a Linda Dell, nel corso di quella chiacchierata che abbiamo fatto tra un concerto e l’altro. Chiaramente, il progetto era già in fase avanzata, ma annunciandolo pubblicamente e inserendolo di lì a poco all’inizio del teaser dell’album, https://www.youtube.com/watch?v=Myqx1f_VNTc  è come se avessi sancito con me stesso una sorta di imperativo categorico da cui non avrei più potuto e dovuto tornare indietro. L’album poi, effettivamente è uscito a fine novembre e, ovviamente, ne sono davvero orgoglioso e felice.

Sei conosciuto soprattutto come voce e mente di Prog & Dintorni, sia in radio che nella community online. Quanto ha pesato il tuo ruolo di giornalista e divulgatore nel modo in cui hai costruito la narrazione musicale del disco?

Ha pesato moltissimo, senza alcun dubbio. Io nasco musicista e alcune delle idee presenti nell’album, risalgono a parecchio tempo fa. All’inizio degli anni 2000, vista la vivacità del panorama prog e non solo e alla luce di vari eventi successi in quel periodo (mi piace citare, tra i molti concerti visti allora, quello degli Yes a Vado Ligure del 2003, che so che anche per te è stato molto importante), ho sentito l’esigenza di divulgare tanta buona musica, facendo radio e attività sui social. Questa cosa, con il passare del tempo, mi ha coinvolto sempre di più, anche perché, soprattutto negli ultimi anni, ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere di persona molti esponenti di spicco, sia tra le band storiche, sia tra quelle attuali. Ma l’idea di riprendere concretamente a fare musica c’è sempre stata: diciamo che ho aspettato il momento giusto, che poi è finalmente arrivato.   

Nel disco collaborano figure importanti del prog italiano – Osanna, Phoenix Again, Gigi Venegoni, Piero Mortara. Come hai vissuto, a livello umano, il passaggio da intervistatore e promotore a collega in studio?

Con grandissimo entusiasmo, ovviamente. I primi che ho iniziato a “corteggiare” sono stati i Phoenix Again, avendoli proposti in trasmissione spesso e sempre molto volentieri (considero soprattutto Unexplored un vero e proprio Capolavoro): il risultato è stata un’esaltante versione live del mio brano Amare… Soffrire… Gioire…, durante un loro concerto alla “Casa di Alex” di Milano nel 2019 https://www.youtube.com/watch?v=YbNMle2ciEU. Più recentemente, con Gigi Venegoni (impegnato non solo come chitarrista, ma anche in veste di arrangiatore) e Piero Mortara alle tastiere, insieme ai due Phoenix Again Silvano Silva (batteria) e Sergio Lorandi (che ha suonato il basso Fender Jazz Precision, appartenuto al compianto fratello Antonio, che ricordiamo sempre con affetto) c’è stata la registrazione di Energia nuova da bruciare https://www.youtube.com/watch?v=3xcChmTRD1M, che è, di fatto, il brano che ha fatto “da traino” per l’uscita dell’album. Tornando alla tua domanda, ho sempre avuto una particolare passione per gli Arti & Mestieri, per quel magico incrocio tra sonorità prog e jazz-rock-fusion, da “Tilt” fino agli album più recenti (in un video presente nel mio canale youtube dichiaro apertamente un amore incondizionato in particolare per il brano Alter ego https://www.youtube.com/watch?v=lb3AvopM3TM&t=31s): quindi, ho vissuto il fatto di poter interagire con due dei protagonisti di quella formazione degli Arti & Mestieri con un’esaltazione incredibile. Stessa cosa, poi, quando nell’estate del 2025, gli Osanna del grandissimo Lino Vairetti mi hanno dato l’opportunità di suonare insieme a loro, sul palco del “Porretta Prog Legacy Festival”, sia il mio brano Energia nuova bruciare https://www.youtube.com/watch?v=CYM7z1YJxKw, sia il loro brano Prog Garden Medley https://www.youtube.com/watch?v=Y2tYTfxELps&feature=youtu.be, che è, come ben noto, un vero e proprio omaggio al prog italiano degli anni ’70. Da tempo considero gli Osanna come la band, tra quelle storiche, che ha saputo meglio attualizzare in modo eccellente il proprio sound e le tematiche presenti nei vari brani, facendo inoltre nuovi album davvero notevoli e particolarmente aderenti alla realtà che stiamo vivendo: quindi, non potevo davvero chiedere di meglio.   

Hai definito il brano “Interludio” come uno “spartiacque” tra due anime del disco. Questo confine riflette anche un cambiamento personale, un prima e un dopo nella tua storia recente?

No, semplicemente ha rappresentato il confine ideale tra la mia anima più cantautorale e quella da compositore. Ma non stiamo parlando di due situazioni in antitesi, perché le due direzioni viaggiano in modo parallelo. Questo brano, tra l’altro, pur durando soltanto un paio di minuti, è stato molto impegnativo, perché ha coinvolto musicisti come Piero Mortara (qui alla fisarmonica, forte del recente progetto degli Aria Accordion Trio), Alfredo Ponissi (sax e flauto, presente in varie line up nei concerti degli Arti & Mestieri), Fabrizio Ugas (chitarra classica), Stefano Pastor (che ha suonato una sontuosa parte di violino) e Stefano Nozzoli (pianoforte).

Da anni racconti la musica degli altri, spesso con grande passione e attenzione ai dettagli. Cosa hai scoperto di te stesso quando, per la prima volta, hai dovuto raccontare la “tua musica”?

Beh, io nel corso di questi anni, nella mia trasmissione qualche volta avevo già proposto qualche brano tra quelli presenti nel mio album. Devo dire che è sempre una cosa molto particolare parlare di sé stessi nel momento in cui è presente in una playlist una tua canzone: da una parte vorresti dire tante cose, ma dall’altra sei ovviamente consapevole che devi mantenere una certa distanza nei confronti di chi in quel momento ti sta ascoltando. È un equilibrio molto delicato, senza alcun dubbio e occorre muoversi con molta attenzione, cercando di restare però il più spontaneo possibile. Tutto questo, ovviamente, non sarebbe possibile, senza il sostegno e l’interazione quotidiana con i tantissimi amici sul gruppo facebook e sul profilo instagram “PROG & Dintorni”, interfaccia della trasmissione: gli amministratori Valter “Uolter” Pelati e Silvia Carotta… e poi Alfonso, Sandra, Aurora, Bina, Luigi, Loredana, Giuseppe, Scintilla, Stella Maris e tutti gli altri che non possiamo nominare solo per motivi di spazio, ma che forniscono un contributo determinante.

Nelle note del CD parli di “vasi comunicanti” tra le tue attività. Quali esperienze della tua vita - professionali o personali - senti che hanno inciso di più sul risultato finale?

Sicuramente tutte quelle che abbiamo elencato sinora: paradossalmente, ma non troppo, una componente fondamentale è quella dell’insegnamento e del rapporto/confronto quotidiano che ho con i miei alunni adolescenti. Un discorso molto lungo, ma sicuramente affascinante da approfondire: il fatto che per loro la musica sia legata a determinate tematiche e modalità espressive che per noi adulti possono risultare molto ostiche e difficili da comprendere e viceversa; la loro soglia di attenzione, sempre più bassa, per cui bisogna sempre mantenere sempre viva la spiegazione o il confronto, cercando di essere molto concisi, ma il più possibile esaustivi, ecc.    

La prima parte del disco è più vicina alla forma canzone, mentre la seconda si apre a sonorità prog, fusion, funk e pop-rock. Questa dualità rispecchia anche due lati della tua personalità?

Senza alcun dubbio. Probabilmente, la sintesi tra questi due mondi è quella presente nei brani cantati, ma con arrangiamenti più orientati verso determinate direzioni. Del resto, anche in trasmissione, amo particolarmente i momenti in cui ho la possibilità di proporre accoppiate storiche da sogno come De André o Alberto Fortis con la PFM, Finardi con gli Area o i Crisalide, Branduardi con il Banco, Dalla e De Gregori con Ron e gli Stadio, il Pino Daniele dei primi album con quelle line up incredibili… E poi l’amore per il teatro di Gaber, per le colonne sonore, per i momenti di liberazione funk, per il pop di ieri e di oggi di qualità eccellente… sono tutte cose che mi hanno formato come appassionato e che quindi, nel mio piccolo, ho cercato di inserire in questo album. Alcune credo siano più evidenti, altre magari sono presenti ancora in forma embrionale, ma spero di poterle esplicitare ancora meglio in futuro.

Sei abituato a osservare e analizzare la scena prog italiana da un punto di vista privilegiato. Quanto del tuo “sguardo critico” è entrato nella produzione del disco, e quanto invece hai dovuto mettere da parte per lasciarti andare?

Sicuramente l’aver cercato di monitorare con molta attenzione la scena, soprattutto negli ultimi 20/25 anni, mi ha aiutato parecchio. Per confrontarmi e, in certi casi, cercare di spingermi quasi al limite delle mie reali capacità: sintomatico, in questo caso, il contributo che hanno fornito tutti i musicisti presenti nell’album. In questo contesto, mi fa molto piacere citare anche il bassista Fabio Del Torchio, con cui ho lavorato in simbiosi per ciò che riguarda tutti i brani strumentali presenti nell’album e che ha fornito un contributo davvero determinante.

L’immagine di copertina di Antonio Perotti e il lavoro grafico di OndemediE contribuiscono a dare un’identità visiva molto precisa. Quanto hai partecipato a questa scelta e cosa rappresenta per te quel quadro?

Mi fa piacere che tu mi faccia questa domanda, perché sia il dipinto fatto da Antonio Perotti, sia il lavoro grafico presente nel booklet per me rappresentano una componente fondamentale del progetto. Con Vannuccio Zanella della M. & P. Records (che tra l’altro è la persona che ha avuto la splendida intuizione del titolo dell’album) c’è stato un continuo scambio di mail, telefonate e messaggi soprattutto quando c’è stato il momento di preparare il booklet: ci abbiamo lavorato davvero tanto e con grandissimo impegno, ma alla fine il risultato ci ha ripagato di tutti gli sforzi profusi, facendo poi uscire l’album con la G.T. Music Distribution di Antonino Destra. Per quanto riguarda il ritratto del grandissimo Art Director Antonio Perotti, mi limito a dire che la prima volta che l’ho visto completato è stato durante il concerto degli Osanna al “Porretta Prog Legacy Festival” di cui parlavamo poco fa. Antonio Perotti e Lino Vairetti sono grandissimi amici tra loro e hanno pensato di farmi questa splendida sorpresa: poco prima dell’inizio dell’esecuzione di Energia nuova da bruciare, appena sono salito sul palco e stavamo parlando per introdurre il brano, è stato proiettato sullo schermo il dipinto, con tanto di immediato applauso del pubblico presente. Puoi immaginarti quindi l’emozione da parte mia in quel momento… C’è una cosa che non sai però di quel dipinto e probabilmente ti stupirà: è ispirata da uno scatto fatto dal fotografo Enrico Rolandi, durante un concerto degli Struttura e Forma del nostro comune amico Franco Frassinetti al “Teatro Cicagna” di Genova nel 2018. Quella sera eri anche tu presente e avevi effettuato una ripresa nel momento in cui ho eseguito insieme alla band genovese il mio brano Amare… Soffrire… Gioire…, che oggi più che mai rappresenta un prezioso documento di quella bella serata

https://www.facebook.com/gianmariazanierprogmusic/videos/572453323095305.       

Ora che “Diario di Bordo” è uscito, come ti senti? È più la soddisfazione del divulgatore che ha finalmente raccontato sé stesso, o quella dell’artista che ha trovato una nuova voce?

Ne sono felicissimo, perché lo considero al tempo stesso un punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio: l’obiettivo è quello di poter presentare l’album aprendo qualche concerto di alcune delle band che trasmetto. Ad esempio, Carmine Capasso (che, come ben noto, ospita spesso sul palco personaggi del calibro di Giorgio “Fico” Piazza, primo bassista e cofondatore della PFM) con grande disponibilità mi ha offerto questa opportunità, che ovviamente ho accettato subito con grande entusiasmo. Con altri amici musicisti, abbiamo ipotizzato altre situazioni di questo tipo e, spero si possano concretizzare al più presto.  




 

sabato 24 gennaio 2026

Via del Campo: quando la poesia di Faber incontrò il genio di Jannacci

 

C’è una strada a Genova dove il mare non arriva, ma dove l’umanità trabocca in ogni vicolo. È Via del Campo, un luogo che Fabrizio De André ha trasformato da semplice geografia urbana in un tempio della dignità umana. Ma dietro la nascita di questo capolavoro del 1967 si nasconde una storia fatta di equivoci, "bugie" creative e un’amicizia nata davanti a un bicchiere di vino.

Via del Campo (1967) è una canzone e al tempo stesso un manifesto. Ambientata nel cuore del ghetto genovese, descrive un mondo di prostitute e sognatori con una dolcezza che sfida la morale comune. Faber ci insegna che la purezza non abita nei palazzi del potere, ma tra gli ultimi. Il celebre verso finale - "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior" - è forse la sintesi più alta della sua intera filosofia: la bellezza autentica germoglia proprio dove la società vede solo scarto.

Il fascino del brano risiede anche nella sua melodia antica e malinconica. Per anni si è creduto che De André avesse rielaborato una ballata medievale del Cinquecento. In realtà, si trattava di una geniale "beffa" d'autore.

Qualche anno prima, Enzo Jannacci aveva scritto la musica per un brano intitolato "La mia morosa la va alla fonte"(1965). Per renderlo più suggestivo, insieme a Dario Fo, aveva messo in giro la voce che la melodia fosse un antico reperto storico. De André, cadendo nel tranello ma restandone folgorato, la utilizzò per la sua canzone, convinto fosse di pubblico dominio.

Quando Jannacci riconobbe le sue note alla radio, lo stupore fu immediato. Se inizialmente il clima si scaldò - con ombre di possibili battaglie legali per plagio - la vicenda si risolse con quella rara eleganza che solo i grandi artisti possiedono.

I due si incontrarono e, tra un bicchiere di vino e una risata, chiarirono l'equivoco: De André ammise candidamente l'errore e la questione si chiuse con una stretta di mano. La SIAE registrò ufficialmente la collaborazione, attribuendo la musica a Jannacci e il testo a De André. Quello che poteva essere un tribunale divenne invece un legame di stima profonda: Jannacci amò talmente i versi di Faber da inserire Via del Campo nel proprio repertorio, omaggiando l'amico genovese in ogni suo concerto.

Oggi, camminando per Via del Campo, si respira ancora quell'atmosfera sospesa tra sacro e profano. Al civico 29 rosso, l'antico negozio di dischi di Gianni Tassio è diventato un museo dedicato alla scuola genovese. È lì che la chitarra di Faber e il genio di Jannacci continuano a parlarsi, ricordandoci che la grande arte non ha confini, nemmeno quelli della proprietà intellettuale, quando serve a dar voce a chi non ne ha.




Nel gennaio del 1980 chiudevano i Morgan Studios di Londra


Nel gennaio del 1980 chiudevano i Morgan Studios di Londra, i primi in UK ad avere un mixer con 24 piste.

In quel luogo furono registrati album entrati nella storia del rock

 

Un po’ di storia…

Il Morgan Studios (fondato come Morgan Sound Studios) fu uno studio di registrazione indipendente sito a Willesden, nel nord-ovest di Londra. Fondato nel 1967, è stato il luogo usato per le registrazioni di artisti importanti come Jethro Tull, The Kinks, Paul McCartney, Yes, Black Sabbath, Donovan, Joan Armatrading, Cat Stevens, Rod Stewart, UFO e molti altri.

Glu Studi nacquero per opera di Barry Morgan, Monty Babson, Jerry Allen e Leon Clavert, che gestivano un'etichetta discografica jazz ai Lansdowne Studios e volevano uno spazio ufficio dedicato per la loro label.

Dopo essersi assicurati una posizione al 169-171 di High Road, nella zona di Willesden, nel nord-ovest di Londra, decisero di costruire anche uno studio di registrazione. Per la gestione tecnica assunsero l'ex ingegnere degli Olympic Studios Terry Brown, che nominò un altro ex "alunno" degli Olympic Studios, Andy Johns come ingegnere capo. Lavorò alla Morgan come assistente ingegnere anche Roy Thomas Baker, che in seguito avrebbe raggiunto la fama come ingegnere e produttore ai Trident Studios.

Brown sapeva che Clive Green stava progettando una nuova console di missaggio per i Lansdowne Studios e chiese se potesse acquistare il design. Green invece scelse di costruire la console da solo, con conseguente fondazione del produttore di console di mixaggio Cadac Electronics. La prima Cadac - una console split a 8 canali cablata a mano, personalizzata con ingressi e uscite bilanciati senza trasformatore - fu installata proprio presso i Morgan Studios.

Morgan Studios inizialmente operava con una sala live di dimensioni modeste - 36 m2 - e una sala di controllo di 15 m2, con un registratore Scully da 1 pollice a 8 tracce e registratori Ampex a 2 tracce e 4 rack. Gli studi avevano anche un pianoforte a coda Steinway e un organo Hammond.

Nel 1969, un nuovo e più grande Studio 1 fu costruito al piano superiore, con quello originale ribattezzato Studio 2. Il nuovo studio fu dotato di una console di missaggio Cadac modulare 24x16, un registratore 3M a 16 tracce e uno Studer A80 a 2 tracce.

Lo stesso anno, quattro dei dipendenti, tra cui il fondatore Barry Morgan, il tastierista Roger Coulam, il chitarrista Alan Parker e il bassista Herbie Flowers, unirono le forze con i cantanti Roger Cook e Madeline Bell per formare il gruppo pop britannico Blue Mink.

Nel 1972, Morgan aprì uno Studio 3 significativamente più grande al piano terra di un edificio dall'altra parte della strada, equipaggiandolo con una console Cadac 24x24 e un registratore 3M M79 a 24 tracce.

Nel 1974, Morgan acquistò un'altra proprietà dietro l'angolo per aprire lo Studio 4, il più grande dei Morgan. Dotato di una console di missaggio Cadac 28x24, lo Studio 4 ebbe anche la particolarità di essere il destinatario del primo registratore a nastro Ampex a 24 tracce in Inghilterra (anche se fu successivamente sostituito da uno Studer A80).

Ciascuna delle sale di controllo di Morgan aveva 3 riverberi a piastre EMT, 2 limitatori Pye e 2 limitatori UREI. Gli studi di Morgan utilizzavano anche microfoni Neumann U47 e U67.

Nel 1980, Morgan Studios 3 e 4 furono venduti al gruppo Zomba e divennero Battery Studios. Nel 1984, i Morgan Studios 1 e 2 furono venduti a Robin Millar e rinominati Power Plant Studios, che chiusero 6 anni dopo. 

Aprile 1969: i Jethro Tull registrano il loro secondo album, Stand Up e, in quegli stessi giorni, il singolo - ritmo di 5/4 introdotto dal basso, diventato poi uno dei brani più noti del gruppo - Living in the Past, che uscirà il mese seguente (sul retro, Driving Song). Le registrazioni hanno luogo presso la nuova sede dei Morgan Studios di 169-171 High Road, Willesden, nel nord-ovest di Londra. Nello stesso edificio, come si può vedere nel video, c’erano stati prima i Grosvenor Studios. 


Impossibile stabilire se il giornalista francese fosse davvero personalmente presente o se il servizio era un originale inglese poi “ripassato” in salsa d’oltralpe. Anche se la sincronia suono/immagini non è perfetta, il video della registrazione originale di quel brano e Ian (a quei tempi un vero chain smoker,) che suona il flauto con la sigaretta tra le dita della mano sinistra è da JT videoteca.



CHI HA REGISTRATO AI MORGAN STUDIOS