Non solo una
canzone, ma un richiamo, un viaggio emotivo che riporta alla luce ciò che il
tempo non ha cancellato
Ci sono
canzoni che si ascoltano, e canzoni che si attraversano. “I Got You Babe”
per me appartiene alla seconda categoria. Al di là dei tanti significati che
negli anni le sono stati attribuiti, ogni volta che parte quel giro di note
succede qualcosa che non capita con tutti i brani: l’aria cambia, il tempo si
piega, e mi ritrovo catapultato in un passato che non è mai davvero passato.
Rivedo immagini che scorrono come vecchie pellicole: volti, strade, colori,
sensazioni che tornano a galla con una nitidezza sorprendente. È una nostalgia
dolce, mai triste, che porta con sé l’emozione di un’epoca vissuta
intensamente. E forse è proprio questo il segreto di certe canzoni: non
raccontano solo una storia, ma ci riportano dentro la nostra.
Quando nel 1965
uscì “I Got You Babe”, nessuno
poteva immaginare che quel duetto semplice, quasi ingenuo, sarebbe diventato
uno dei simboli più riconoscibili della cultura pop del Novecento. Eppure,
bastano poche note per ritrovarsi catapultati in un’epoca in cui l’amore
giovane sembrava davvero capace di sfidare il mondo intero.
Il brano nasce
dalla penna di Sonny Bono, che lo scrive pensando alla sua
compagna, Cher,
allora appena diciannovenne. È una dichiarazione d’amore, certo, ma anche una
piccola ribellione: due ragazzi che si tengono per mano e rispondono ai giudizi
degli adulti con un sorriso ostinato. Un “noi contro tutti” che non ha bisogno
di urlare.
Prima di
diventare icone, Sonny & Cher erano semplicemente due ragazzi innamorati
che cercavano di farsi strada in un mondo musicale dominato da band maschili e
da produttori che non vedevano di buon occhio una coppia così fuori dagli
schemi.
Sonny, più grande,
era il regista silenzioso: scriveva, arrangiava, costruiva l’immagine. Cher,
con quella voce profonda e magnetica, portava luce, carisma, una presenza
scenica che bucava lo schermo.
Insieme erano
una piccola rivoluzione: non aggressiva, non politica, ma estetica, emotiva,
generazionale. “I Got You Babe” li consacra come la coppia del momento,
li porta in cima alle classifiche e li trasforma in un fenomeno culturale.
È il brano che
li definisce, che li racconta, che li immortala.
La forza di “I
Got You Babe” sta nella sua universalità. È una canzone che non appartiene
solo agli anni ’60: continua a riemergere, a trasformarsi, a trovare nuove voci
e nuovi contesti.
Negli anni, il
brano è stato reinterpretato in modi molto diversi:
Una parodia
irresistibile, nata dalla collaborazione con MTV. Cher dimostra una volta di
più la sua autoironia, cantando seriamente mentre i due personaggi animati
commentano e disturbano. Un piccolo cult degli anni ’90.
Una delle
interpretazioni più teatrali e affascinanti: Bowie in versione glam, Faithfull
in abito monacale, atmosfera decadente. Non è una cover “ufficiale”, ma una
performance che ha segnato l’immaginario collettivo.
E poi tante
versioni live, reinterpretazioni acustiche, omaggi televisivi. Segno che “I
Got You Babe” non è solo una canzone: è un linguaggio, un simbolo, un modo
di raccontare l’amore.
Perché
funziona ancora oggi? Forse perché parla di qualcosa che non invecchia: la
sensazione di essere giovani, giudicati, incerti… ma insieme. La promessa che,
anche se il mondo non ci capisce, “I got you, babe” è abbastanza.
È un brano che
non pretende di essere profondo, ma lo diventa proprio per la sua sincerità. E
ogni volta che lo si riascolta, sembra ricordarci che l’amore – quello
semplice, quello che ti fa ridere anche quando tutto va storto – è ancora la
cosa più rivoluzionaria che abbiamo.
Riascoltando “I
Got You Babe” con attenzione, c’è un elemento che sorprende sempre: quella
linea melodica che entra puntuale a ogni ritornello, come una piccola firma
sonora. È uno strumento dal timbro caldo e leggermente nasale, che sembra quasi
“cantare” insieme alle voci. Molti lo identificano come un oboe, o
comunque uno strumento a fiato dal colore simile, capace di dare al ritornello
un carattere più dolce e quasi fiabesco. È un’idea semplice ma geniale: mentre
Sonny e Cher si scambiano le frasi del duetto, questo strumento li accompagna
come un terzo personaggio, sottolineando l’intimità del brano e aggiungendo una
sfumatura melodica che lo rende immediatamente riconoscibile.
È uno di quei
dettagli che non si notano subito, ma che contribuiscono in modo decisivo
all’atmosfera del pezzo — e forse anche alla sua capacità di riportarci
indietro nel tempo con una forza così evocativa.
Il 28 gennaio del 2005, a 60 anni, moriva Jim Capaldi, minato da uncancro allo stomaco.
Vera leggenda del rock, batterista di grande talento, fu il fondatore, assieme a Steve Winwood e al chitarrista Dave Mason dei Traffic, uno dei gruppi rock più amati tra gli anni '60 e '70.
Capaldi, a marzo 2004, era stato anche inserito nel "Rock N' Roll Hall of Fame".
Qualche nota biografica tratta dal sito Rockol
Nato il 2 agosto 1944 a Evesham, nel Worcestershire, da genitori musicisti e di origine italiana, Nicola JamesCapaldi si avvicina giovanissimo al mondo della musica acquisendo una discreta popolarità locale con gli Hellions, in cui suona la batteria accanto al chitarrista Dave Mason. Quando i due vengono ingaggiati di spalla alla cantante Tanya Day allo Star Club di Amburgo (lo stesso locale in cui si fanno le ossa i Beatles) hanno modo di fare la conoscenza di Steve Winwood, prodigioso e giovanissimo cantante e tastierista proveniente dalla vicina Birmingham e allora in forze allo Spencer Davis Group; nasce così un’amicizia da cui anni dopo scaturiranno i Traffic, formazione di importanza cruciale nella scena rock psichedelica inglese della seconda metà degli anni Sessanta. Scrivendo il testo di “Paper sun”, il primo singolo del gruppo che entra subito nella Top 5 delle classifiche inglesi, Capaldi inaugura un sodalizio compositivo con Winwood che farà epoca grazie ad album come Traffic, No Exit e John Barleycorn Must Die. Nel 1972, mentre fa ancora parte del gruppo, pubblica il primo album solista Oh How We Danced, con la collaborazione di altri membri della band e di Paul Kossof, chitarrista dei Free. Nel terzo disco, Short Cut Draw Blood, decisamente orientato verso tematiche sociali, ambientaliste e di protesta, viene inclusa una cover di “Love hurts” degli Everly Brothers che diventa un successo internazionale. Capaldi espande nel frattempo la sua cerchia di amicizie e collaborazioni musicali: nel 1973 è uno dei promotori del concerto al Rainbow di Londra che saluta il ritorno alle scene di Eric Clapton dopo un periodo di riabilitazione dalla droga; poi inizia a frequentare Bob Marley, a cui scrive il testo di una canzone (“This isreggae music”) e collabora con Carlos Santana, mentre lo stesso Clapton e George Harrison figurano come ospiti nel 1988 nell’album Some Come Running; nel frattempo, tra un disco e l’altro (e qualche hit, come “That’s love” da Fierce Heart, 1983, che riscuote successo negli Stati Uniti) si dedica con fervore alla causa ambientalista e all’assistenza dei ragazzi di strada brasiliani, obiettivo a cui la moglie (lei pure brasiliana) Aninha, sposata nel 1975, si dedica a tempo pieno; album come Let The Thunder Cry, del 1981, risentono tematicamente e musicalmente del periodo in cui la coppia risiede a Bahia, generando due figli. Nel 1993 Capaldi è invitato da Winwood a collaborare a un album che presto si trasforma in un disco dei riformati Traffic (senza Mason e Chris Wood, l’altro membro storico che nel frattempo è scomparso): ne seguono, l’anno successivo, un album, Far From Home, e un tour di grande successo negli Stati Uniti. Nello stesso periodo Capaldi scrive una ballata per gli Eagles, anch’essi rimessisi insieme da poco: il brano, intitolato “Love will keep us alive”, diventa uno dei titoli di punta dell’album che segna il ritorno sulle scene della band californiana, “Hell freezes over”. Qualche anno dopo Capaldi riallaccia anche i rapporti musicali col vecchio amico Mason, per un tour datato 1998 da cui viene ricavato anche un disco (Live – The 40,000Headmen Tour) e torna a occuparsi attivamente della sua carriera solista: nel 2001, con molti nomi illustri al suo fianco (Paul Weller, Gary Moore, Ian Paice, Winwood e ancora Harrison) pubblica Living On TheOutside, seguito nel 2004 da Poor Boy Blue. Nuovi progetti di reunion dei Traffic vengono stroncati brutalmente dal peggiorare di un tumore allo stomaco che stronca il batterista il 28 gennaio del 2005. Circa due anni dopo, il 21 gennaio 2007, Winwood, Weller, Moore e altri amici e collaboratori dello scomparso musicista (tra cui Pete Townshend, Joe Walsh, Yusuf Islam, Bill Wyman e l’ex tastierista dei Deep Purple Jon Lord) sono sul palco della londinese Roundhouse per un concerto tributo da cui viene tratto anche un cd.
La prima “lezione speciale” del corso
si trasforma in un viaggio libero tra ricordi, musica e testimonianze dirette
del rock anni ’50 e ’60
Sin dall’inizio del corso “Il Rock negli anni ’70 e
dintorni”, alla UniSavona, avevo previsto, almeno a livello
progettuale, di inserire un paio di incontri speciali con personaggi noti del
mondo dello spettacolo, momenti in cui uscire dal programma canonico e andare a
ruota libera, lasciando che la musica e i ricordi guidassero la conversazione.
Questa è stata la prima di queste occasioni, anche se già nella lezione
inaugurale di ottobre avevamo toccato un tema che si sarebbe rivelato perfetto
per l’ospite di oggi: il rock degli anni ’50 e ’60, un’epoca che l’ospite è stato testimone diretto.
La settima lezione del corso, ospitata nella Sala Stella
Maris di Savona il 27 gennaio, si è trasformata quindi in un incontro davvero speciale grazie
alla presenza di Michele, accolto da
una sala gremita e da un pubblico caloroso, attento e sinceramente coinvolto.
Fin dai primi minuti si è percepito un clima particolare, quasi familiare, che
ha messo l’artista a suo agio e gli ha permesso di raccontarsi con una evidente
spontaneità. Nonostante una carriera che lo ha portato a esibirsi in tutto il
mondo, Michele ha confidato di non aver mai vissuto un’esperienza in un contesto
simile: un dialogo diretto, intimo, costruito non su una semplice intervista ma
su un percorso condiviso, fatto di ricordi, musica e partecipazione autentica.
Durante l’incontro sono stati proposti anche alcuni video - e
foto - selezionati della sua carriera: momenti televisivi, spezzoni d’epoca e
frammenti rari che hanno permesso al pubblico di rivivere la storia artistica
di Michele in modo diretto e coinvolgente. Ogni clip aggiungeva un tassello al
racconto, creando un percorso che alternava ricordi, aneddoti e musica, e che
ha contribuito a rendere l’atmosfera ancora più viva.
A rendere l’incontro ancora più prezioso è stata la presenza
di Cristina, la moglie di Michele, che ha partecipato alla costruzione
della scaletta della giornata. La sua presenza discreta ha dato un tocco di autenticità, evidenziando come la storia raccontata non
fosse solo quella di un artista, ma anche quella di una vita condivisa.
La parte finale dell’incontro ha confermato il clima
speciale della giornata, con diverse persone che hanno rivolto domande a Michele, con un interesse vero, rispettoso, affettuoso.
Lui ha risposto con disponibilità e ironia, divertito e sinceramente colpito
dall’attenzione ricevuta. Naturale il rito delle fotografie.
A seguire un breve video che restituisce perfettamente il
tono della giornata: sorrisi, applausi, sguardi attenti, un senso di comunità
che raramente si crea in modo così naturale. Un piccolo frammento che racchiude
l’essenza dell’incontro e che rimarrà come testimonianza di un momento davvero
riuscito.
Michele ha lasciato la sala visibilmente soddisfatto, quasi
sorpreso dalla qualità dell’esperienza. E il pubblico, dal canto suo, ha
portato a casa non solo un ricordo musicale, ma la sensazione di aver
partecipato a qualcosa di unico.
Il 20 settembre 1976, sul palco del
100 Club di Londra, nasceva la leggenda di Siouxsie and the Banshees: venti
minuti di caos improvvisato che cambiarono per sempre le regole del punk
Quando Susan Ballion, non ancora nota al mondo come Siouxsie
Sioux, salì sul palco del 100 Club Punk Special nel settembre del 1976, non
portava con sé una scaletta, né una chitarra accordata, e nemmeno una band nel
senso convenzionale del termine. Insieme a lei c’erano Steven Severin al basso,
Marco Pirroni alla chitarra e un giovanissimo Sid Vicious, che maltrattava la
batteria con una furia scomposta. Nessuno di loro aveva mai provato insieme.
Non c’erano canzoni da eseguire, ma solo un’urgenza espressiva che non trovava
spazio nelle strutture del rock tradizionale. Il debutto dei Banshees fu un
atto di puro terrorismo sonoro: venti minuti di improvvisazione brutale
costruita attorno a una versione deformata e nichilista del "Padre
Nostro".
Mentre Sid Vicious manteneva un ritmo ossessivo e sgraziato,
Siouxsie declamava testi frammentari, mescolando preghiere, inni patriottici
come "Rule Britannia" e classici del rock ridotti a brandelli, il
tutto immerso in un oceano di feedback e distorsioni. Non era musica, era una
performance d’avanguardia che sfidava apertamente il pubblico, lasciando gli
spettatori tra lo sconcerto e il fascino magnetico. In quel marasma cacofonico,
però, si stava cristallizzando qualcosa di nuovo. Siouxsie non era solo una
cantante punk; con il suo trucco drammatico, i capelli corvini e un'attitudine
distaccata e autoritaria, stava gettando le basi estetiche di quello che
sarebbe diventato il post-punk e la cultura dark. Quella sera, l'assenza di
tecnica si trasformò in una libertà creativa assoluta, dimostrando che per fare
la storia non servivano spartiti, ma il coraggio di occupare uno spazio e
urlare la propria esistenza. Da quel vuoto pneumatico di note nacque una delle
carriere più sofisticate e influenti della musica britannica, trasformando un
debutto improvvisato nel big bang di un intero movimento artistico.
Nella storia della musica contemporanea, pochi rituali hanno
saputo alimentare il mito quanto i leggendari after-show di Prince Rogers Nelson. Al di là dei grandi tour
mondiali e dei riflettori degli stadi, esisteva una dimensione parallela e
quasi mistica che prendeva vita nel cuore della notte, solitamente intorno alle
tre del mattino, tra le mura del complesso di Paisley Park o in club
sotterranei rimasti aperti solo per lui. Questi concerti privati, riservati a
un’élite di dieci o venti fortunati spettatori, rappresentavano l’essenza più
pura e incontaminata del genio di Minneapolis: sessioni improvvisate che
duravano fino all'alba, dove il confine tra l’artista e l’uomo svaniva
completamente. In quelle ore piccole, lontano dalle logiche commerciali e dalle
telecamere, Prince si liberava di ogni maschera per rifugiarsi nel suo unico,
vero elemento naturale, trasformando l'insonnia in un atto di creazione
collettiva e regalando a pochissimi testimoni l'esperienza irripetibile di
vedere la musica nascere nel silenzio della notte.
Immaginiamo una di quelle notti in cui il tempo sembra
sospeso, quelle ore piccole in cui il resto del mondo ha già spento le luci e
Minneapolis è immersa in un silenzio quasi surreale, rotto solo dal vento
gelido che soffia dal Midwest. Proprio in quel momento, mentre le strade sono
deserte, in un angolo tecnologico e isolato chiamato Paisley Park, la luce
viola non si spegneva mai. La leggenda dei concerti privati di Prince alle tre
del mattino non era solo un aneddoto per collezionisti, ma l’essenza stessa di
un uomo che non riusciva a smettere di essere musica nemmeno per un istante.
Tutto iniziava spesso dopo un grande show ufficiale: mentre la folla defluiva
stanca dalle arene, tra i corridoi o nei piccoli club del centro cominciava a
correre un passaparola quasi massonico, un invito sussurrato che portava una
decina di fortunati, scelti non si sa bene in base a quale allineamento
astrale, verso il suo santuario privato.
Una volta varcata la soglia di quel complesso di alluminio
bianco, l’atmosfera cambiava radicalmente. Non c’era la frenesia dei grandi
eventi, ma una strana calma elettrica, profumata di incenso e avvolta nel
velluto. I pochi eletti venivano fatti accomodare in una sala prove o in uno
studio minore, spesso seduti per terra a pochi passi dagli amplificatori, senza
barriere, senza bodyguard che urlavano e, soprattutto, senza telefoni
cellulari, perché Prince pretendeva che l'occhio vivesse il momento e non l'obiettivo.
Poi, quasi dal nulla, appariva lui. Poteva essere vestito con una vestaglia di
seta o con un abito impeccabile, come se il concetto di abbigliamento casual
non facesse parte del suo DNA, e senza dire una parola imbracciava una chitarra
o si sedeva al pianoforte. In quel momento, a notte fonda, non stavi assistendo
a uno spettacolo, ma a un rito di purificazione.
Prince suonava per quelle dieci persone come se stesse
suonando per l’universo intero, perdendosi in jam session che potevano durare
ore. Non c'erano le hit radiofoniche, o se c'erano venivano smontate e
ricostruite in chiavi jazz, funk o rock psichedelico fino a diventare
irriconoscibili. Potevi vedere le sue dita muoversi veloci sulle corde, sentire
il respiro affannato tra un assolo e l'altro e incrociare il suo sguardo che
cercava una connessione umana, un cenno di intesa per capire se il ritmo stava
arrivando dritto allo stomaco. Per lui quelle ore piccole erano il vero
laboratorio creativo, il momento in cui l'insonnia cronica si trasformava in
genio puro e la stanchezza spariva di fronte alla necessità biologica di creare
suono. Mentre fuori l'alba iniziava a schiarire il cielo del Minnesota e la
gente comune si preparava per andare in ufficio, Prince chiudeva la sessione
con un semplice cenno del capo, svanendo nell'ombra della sua dimora e
lasciando quegli spettatori storditi, con le orecchie che ancora pulsavano e la
sensazione incredibile di aver visto il cuore pulsante della musica battere
proprio lì, a un palmo dal loro naso, nel silenzio di una notte che non
avrebbero mai dimenticato.
"Bridge
Over Troubled Water", di Simon
and Garfunkel, è un album senza dubbio iconico e una delle pietre
miliari della musica popolare. Pubblicato il 26 gennaio 1970, è stato il
quinto e ultimo lavoro in studio del duo, ma è diventato uno dei più celebri.
Eppure… le premesse non sembrava
potessero portare su facili e soddisfacenti percorsi!
I due autori arrivano a questo
progetto stanchi della loro relazione professionale, qualcuno parlò persino di “odio”.
La storia costellata di successi non fu un sufficiente collante per tenere
uniti Art Garfunkel - impegnato nella sua carriera cinematografica - e Paul
Simon - concentrato nello scrivere l’album -, tormentato dalla sua presunta
mancanza d’ispirazione.
Questo clima non certo idilliaco non
incise sulla creazione di uno dei dischi più dolci, eterei e spirituali della
nostra epoca, il loro testamento artistico, è forse il loro apice.
La traccia di apertura, "Bridge
Over Troubled Water", è senza dubbio il brano più noto dell'album.
È una canzone potente ed emotiva, caratterizzata da una melodia toccante e da
un testo che affronta temi di sostegno e compassione. La voce di Art Garfunkel
è stupefacente in questa canzone, dimostrando la sua abilità tenoriale.
Altri brani degni di nota sono "The
Boxer" e "Cecilia"(dedicato a Santa
Cecilia, santa protettrice dei musicisti).
"The Boxer" presenta
una melodia orecchiabile e un testo profondo che riflette l'esperienza di un
lottatore che cerca di sopravvivere in una città ostile. "Cecilia"
è invece una canzone più vivace e ritmata, con un sound coinvolgente che
cattura l'attenzione dell'ascoltatore.
L'album offre anche momenti più
delicati e riflessivi come "The Only Living Boy in New York"
e "Song for the Asking", canzoni che mostrano la
sottigliezza e la sensibilità delle armonie vocali degli Simon and Garfunkel, un
elemento distintivo del loro sound.
La produzione è impeccabile, con
arrangiamenti sofisticati che includono l'uso di strumenti come pianoforte,
archi e cori.
Simon and Garfunkel hanno lavorato a
stretto contatto con il produttore Roy Halee per creare un suono ricco e
coinvolgente, che ancora oggi mantiene la sua freschezza e il suo impatto.
"Bridge Over Troubled Water"
è un album straordinario - che dimostra l'eccezionale talento degli Simon and
Garfunkel come cantautori e interpreti -
che ha lasciato un'impronta
indelebile nella storia della musica e merita senza dubbio il riconoscimento
che ha ottenuto nel corso degli anni.
Nel 2003 l'album fu annoverato nella
lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone al 51º posto. Nello stesso
anno il network televisivo VH1 lo proclamò 33° miglior album del secolo.
Il 19 settembre 1981 il duo si riunì
per un concerto gratuito a Central Park, a cui parteciparono più di 500 000
persone. Nel marzo successivo pubblicarono un album live dell'evento, da cui
estrapolo “The Boxer”
Quando l'ultimo capolavoro della
musica folk fu lasciato anonimamente in una reception
Nel 1972, gli uffici della Island Records a Londra erano il
centro pulsante della musica d'avanguardia. Eppure, nessuno si accorse del
momento in cui la storia del folk cambiò per sempre. Nick Drake, ormai ridotto a un’ombra dalla depressione,
entrò nell'edificio portando con sé un pacchetto contenente i nastri di Pink Moon. Non chiese udienza ai piani
alti e non cercò il suo mentore Joe Boyd.
Con un gesto che oscillava tra l'umiltà e il totale distacco
dal mondo, Drake lasciò i nastri sulla scrivania della segretaria alla
reception e uscì senza dire una parola. Il contenuto di quel pacchetto era
quanto di più crudo si fosse mai sentito: 28 minuti di voce e chitarra, senza
archi, senza batteria, senza alcuna concessione commerciale. Quel gesto fu
l'ultimo atto di una carriera vissuta in fuga dal successo, un testamento
consegnato come se fosse una pratica burocratica, lasciando che fosse il silenzio,
una volta di più, a parlare per lui.
Con Diario di Bordo,
Gianmaria Zanierfirma un’opera che, oltre ad essere un debutto
discografico, appare come vero attraversamento biografico e musicale.
Musicista, insegnante, divulgatore, voce e mente di Prog & Dintorni,
Zanier porta in questo album tutto ciò che ha vissuto, ascoltato e condiviso
negli ultimi vent’anni. Il risultato è un lavoro maturo, stratificato, capace
di unire introspezione personale e visione critica della scena prog italiana.
Il disco nasce da un lungo periodo di sedimentazione
creativa, in cui le diverse attività dell’autore hanno iniziato a dialogare tra
loro come “vasi comunicanti”. La prima parte dell’album si muove nella forma
canzone, con arrangiamenti che già suggeriscono un respiro più ampio; la
seconda, introdotta dal brano Interludio, si apre invece a territori più
liberi: prog, fusion, pop-rock, atmosfere da colonna sonora. Interludio
è il punto di svolta: due minuti intensi, costruiti con un ensemble di
musicisti di altissimo livello, che segnano il passaggio dalla dimensione
cantautorale a quella più propriamente compositiva.
Uno dei tratti distintivi del progetto è la presenza di
figure cardine del prog italiano, sia storico sia contemporaneo. Dagli Osanna
ai Phoenix Again, da Gigi Venegoni a Piero Mortara, fino ai
contributi di Silvano Silva, Sergio Lorandi, Fabio Del Torchio
e molti altri: Diario di Bordo è anche un album di relazioni, di stima
reciproca, di percorsi che si incrociano dopo anni di interviste, concerti,
trasmissioni radiofoniche e scambi quotidiani con la community online.
Il risultato non è un semplice “album con ospiti”, ma un
lavoro in cui ogni intervento è parte integrante della narrazione. Energia
nuova da bruciare (dedicata ad Antonio Lorandi), registrata con Venegoni, Mortara e i Phoenix Again,
è il brano che ha fatto da traino all’intero progetto, mentre la versione live
di Amare… Soffrire… Gioire… con i Phoenix Again rappresenta una
delle prime scintille che hanno riacceso in Zanier il desiderio di tornare in
studio.
In Diario di Bordo la scrittura di Gianmaria Zanier si
muove con una naturalezza che colpisce per equilibrio e consapevolezza. Fin dai
primi brani si percepisce una forte attenzione alla forma canzone: progressioni
armoniche limpide, modulazioni leggere, arrangiamenti che richiamano quel
pop-rock raffinato degli anni Settanta e Ottanta in cui melodia e struttura
dialogano senza mai sovrastarsi. È una parte del disco che punta alla
comunicazione diretta, ma che non rinuncia a sfumature più ricercate, a scelte
timbriche curate, a incastri strumentali che rivelano un autore abituato a
pensare la musica come un organismo vivo e complesso.
Quando si entra nella seconda metà dell’album, il linguaggio
si amplia e si fa più esplorativo, ma senza perdere coerenza. Qui emergono con
maggiore evidenza le influenze prog e fusion che hanno accompagnato Zanier per
anni, sia come musicista sia come divulgatore. I cambi di tempo e le metriche
composte non sono mai esibiti come virtuosismi, ma diventano strumenti
narrativi; le sezioni strumentali si sviluppano con un respiro più ampio, quasi
cinematografico, lasciando che i temi si trasformino e ritornino sotto nuove
forme.
L’uso delle scale modali non è mai un esercizio di stile, ma
un modo per colorare l’armonia, per dare ai brani una luce diversa, più
sfumata. Allo stesso modo, il dialogo tra strumenti acustici ed elettrici crea
un gioco di contrasti che arricchisce l’ascolto: chitarre classiche e synth,
fisarmonica e basso elettrico, violino e tastiere convivono in un equilibrio
che non appare mai artificioso. Il layering timbrico, costruito con pazienza,
aggiunge profondità senza appesantire, come se ogni strato fosse pensato per
ampliare lo spazio sonoro più che per riempirlo.
Il risultato è un linguaggio personale, riconoscibile, che
non cerca di imitare i modelli del passato ma li rielabora con maturità. Diario
di Bordo riesce così a essere accessibile e complesso allo stesso tempo: un
disco che parla a chi ama la melodia e a chi cerca architetture sonore più
articolate, senza mai sacrificare l’una all’altra. È una sintesi che racconta
non solo un percorso musicale, ma anche un modo di ascoltare, osservare e
restituire la musica agli altri.
Il dipinto di Antonio Perotti - rivelato a sorpresa
sul palco del Porretta Prog Legacy Festival - e il lavoro grafico di OndemediE
contribuiscono a definire un immaginario preciso, intimo e simbolico. Il
booklet, curato insieme a Vannuccio Zanella, è parte integrante
dell’opera: un’estensione visiva del racconto musicale, frutto di un lavoro
meticoloso e condiviso, che valorizza ulteriormente il progetto.
Diario di Bordo è un album che nasce da una lunga gestazione, ma che guarda
dichiaratamente al futuro. Zanier lo vive come un traguardo e, allo stesso
tempo, come l’inizio di una nuova fase: quella in cui la sua voce - finora
dedicata soprattutto a raccontare gli altri - trova finalmente lo spazio per
raccontare sé stessa. La prospettiva di portare il disco dal vivo, anche
aprendo concerti di artisti amici e collaboratori, è la naturale evoluzione di
un progetto che ha nella condivisione il suo cuore pulsante.
Ed è proprio da questa dimensione di dialogo, di scambio e di
racconto reciproco, che nasce l’intervista che segue: un’occasione per entrare
ancora più a fondo nel mondo creativo di Gianmaria Zanier e scoprire, dalle sue
parole, ciò che ha dato forma a questo Diario di Bordo.
Intervista "ESTESA" a Gianmaria Zanier
“Diario di Bordo” nasce da un lungo periodo della tua vita,
in cui hai alternato l’attività di insegnante, musicista e soprattutto
divulgatore. Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che questo
materiale poteva diventare un vero album?
Scherzando, ma non troppo, potrei risponderti… nel momento in
cui l’ho annunciato con il microfono sul palco del “Porto Antico Prog Fest
2025” a te e a Linda Dell, nel corso di quella chiacchierata che abbiamo fatto
tra un concerto e l’altro. Chiaramente, il progetto era già in fase avanzata,
ma annunciandolo pubblicamente e inserendolo di lì a poco all’inizio del teaser
dell’album, https://www.youtube.com/watch?v=Myqx1f_VNTcè come se avessi sancito con me stesso una
sorta di imperativo categorico da cui non avrei più potuto e dovuto tornare
indietro. L’album poi, effettivamente è uscito a fine novembre e, ovviamente,
ne sono davvero orgoglioso e felice.
Sei conosciuto soprattutto come voce e mente di Prog &
Dintorni, sia in radio che nella community online. Quanto ha pesato il tuo
ruolo di giornalista e divulgatore nel modo in cui hai costruito la narrazione
musicale del disco?
Ha pesato moltissimo, senza alcun dubbio. Io nasco musicista
e alcune delle idee presenti nell’album, risalgono a parecchio tempo fa.
All’inizio degli anni 2000, vista la vivacità del panorama prog e non solo e
alla luce di vari eventi successi in quel periodo (mi piace citare, tra i molti
concerti visti allora, quello degli Yes a Vado Ligure del 2003, che so che
anche per te è stato molto importante), ho sentito l’esigenza di divulgare
tanta buona musica, facendo radio e attività sui social. Questa cosa, con il
passare del tempo, mi ha coinvolto sempre di più, anche perché, soprattutto
negli ultimi anni, ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere di persona
molti esponenti di spicco, sia tra le band storiche, sia tra quelle attuali. Ma
l’idea di riprendere concretamente a fare musica c’è sempre stata: diciamo che
ho aspettato il momento giusto, che poi è finalmente arrivato.
Nel disco collaborano figure importanti del prog italiano –
Osanna, Phoenix Again, Gigi Venegoni, Piero Mortara. Come hai vissuto, a
livello umano, il passaggio da intervistatore e promotore a collega in studio?
Con grandissimo entusiasmo, ovviamente. I primi che ho
iniziato a “corteggiare” sono stati i Phoenix Again, avendoli proposti in
trasmissione spesso e sempre molto volentieri (considero soprattutto Unexplored
un vero e proprio Capolavoro): il risultato è stata un’esaltante versione
live del mio brano Amare… Soffrire… Gioire…, durante un loro concerto
alla “Casa di Alex” di Milano nel 2019 https://www.youtube.com/watch?v=YbNMle2ciEU.
Più recentemente, con Gigi Venegoni (impegnato non solo come chitarrista, ma
anche in veste di arrangiatore) e Piero Mortara alle tastiere, insieme ai due
Phoenix Again Silvano Silva (batteria) e Sergio Lorandi (che ha suonato il
basso Fender Jazz Precision, appartenuto al compianto fratello Antonio, che
ricordiamo sempre con affetto) c’è stata la registrazione di Energia nuova
da bruciare https://www.youtube.com/watch?v=3xcChmTRD1M,
che è, di fatto, il brano che ha fatto “da traino” per l’uscita dell’album.
Tornando alla tua domanda, ho sempre avuto una particolare passione per gli
Arti & Mestieri, per quel magico incrocio tra sonorità prog e
jazz-rock-fusion, da “Tilt” fino agli album più recenti (in un video
presente nel mio canale youtube dichiaro apertamente un amore incondizionato in
particolare per il brano Alter ego https://www.youtube.com/watch?v=lb3AvopM3TM&t=31s):
quindi, ho vissuto il fatto di poter interagire con due dei protagonisti di
quella formazione degli Arti & Mestieri con un’esaltazione incredibile.
Stessa cosa, poi, quando nell’estate del 2025, gli Osanna del grandissimo Lino
Vairetti mi hanno dato l’opportunità di suonare insieme a loro, sul palco del
“Porretta Prog Legacy Festival”, sia il mio brano Energia nuova bruciare https://www.youtube.com/watch?v=CYM7z1YJxKw,
sia il loro brano Prog Garden Medley https://www.youtube.com/watch?v=Y2tYTfxELps&feature=youtu.be,
che è, come ben noto, un vero e proprio omaggio al prog italiano degli anni
’70. Da tempo considero gli Osanna come la band, tra quelle storiche, che ha
saputo meglio attualizzare in modo eccellente il proprio sound e le tematiche
presenti nei vari brani, facendo inoltre nuovi album davvero notevoli e
particolarmente aderenti alla realtà che stiamo vivendo: quindi, non potevo
davvero chiedere di meglio.
Hai definito il brano “Interludio” come uno “spartiacque” tra
due anime del disco. Questo confine riflette anche un cambiamento personale, un
prima e un dopo nella tua storia recente?
No, semplicemente ha rappresentato il confine ideale tra la
mia anima più cantautorale e quella da compositore. Ma non stiamo parlando di
due situazioni in antitesi, perché le due direzioni viaggiano in modo
parallelo. Questo brano, tra l’altro, pur durando soltanto un paio di minuti, è
stato molto impegnativo, perché ha coinvolto musicisti come Piero Mortara (qui
alla fisarmonica, forte del recente progetto degli Aria Accordion Trio),
Alfredo Ponissi (sax e flauto, presente in varie line up nei concerti degli
Arti & Mestieri), Fabrizio Ugas (chitarra classica), Stefano Pastor (che ha
suonato una sontuosa parte di violino) e Stefano Nozzoli (pianoforte).
Da anni racconti la musica degli altri, spesso con grande
passione e attenzione ai dettagli. Cosa hai scoperto di te stesso quando, per
la prima volta, hai dovuto raccontare la “tua musica”?
Beh, io nel corso di questi anni, nella mia trasmissione
qualche volta avevo già proposto qualche brano tra quelli presenti nel mio
album. Devo dire che è sempre una cosa molto particolare parlare di sé stessi
nel momento in cui è presente in una playlist una tua canzone: da una parte
vorresti dire tante cose, ma dall’altra sei ovviamente consapevole che devi
mantenere una certa distanza nei confronti di chi in quel momento ti sta
ascoltando. È un equilibrio molto delicato, senza alcun dubbio e occorre muoversi
con molta attenzione, cercando di restare però il più spontaneo possibile.
Tutto questo, ovviamente, non sarebbe possibile, senza il sostegno e
l’interazione quotidiana con i tantissimi amici sul gruppo facebook e sul
profilo instagram “PROG & Dintorni”, interfaccia della trasmissione: gli
amministratori Valter “Uolter” Pelati e Silvia Carotta… e poi Alfonso, Sandra,
Aurora, Bina, Luigi, Loredana, Giuseppe, Scintilla, Stella Maris e tutti gli
altri che non possiamo nominare solo per motivi di spazio, ma che forniscono un
contributo determinante.
Nelle note del CD parli di “vasi comunicanti” tra le tue
attività. Quali esperienze della tua vita - professionali o personali - senti
che hanno inciso di più sul risultato finale?
Sicuramente tutte quelle che abbiamo elencato sinora:
paradossalmente, ma non troppo, una componente fondamentale è quella
dell’insegnamento e del rapporto/confronto quotidiano che ho con i miei alunni
adolescenti. Un discorso molto lungo, ma sicuramente affascinante da
approfondire: il fatto che per loro la musica sia legata a determinate
tematiche e modalità espressive che per noi adulti possono risultare molto
ostiche e difficili da comprendere e viceversa; la loro soglia di attenzione,
sempre più bassa, per cui bisogna sempre mantenere sempre viva la spiegazione o
il confronto, cercando di essere molto concisi, ma il più possibile esaustivi,
ecc.
La prima parte del disco è più vicina alla forma canzone,
mentre la seconda si apre a sonorità prog, fusion, funk e pop-rock. Questa
dualità rispecchia anche due lati della tua personalità?
Senza alcun dubbio. Probabilmente, la sintesi tra questi due
mondi è quella presente nei brani cantati, ma con arrangiamenti più orientati
verso determinate direzioni. Del resto, anche in trasmissione, amo
particolarmente i momenti in cui ho la possibilità di proporre accoppiate
storiche da sogno come De André o Alberto Fortis con la PFM, Finardi con gli
Area o i Crisalide, Branduardi con il Banco, Dalla e De Gregori con Ron e gli
Stadio, il Pino Daniele dei primi album con quelle line up incredibili… E poi
l’amore per il teatro di Gaber, per le colonne sonore, per i momenti di
liberazione funk, per il pop di ieri e di oggi di qualitàeccellente… sono tutte cose che
mi hanno formato come appassionato e che quindi, nel mio piccolo, ho cercato di
inserire in questo album. Alcune credo siano più evidenti, altre magari sono
presenti ancora in forma embrionale, ma spero di poterle esplicitare ancora
meglio in futuro.
Sei abituato a osservare e analizzare la scena prog italiana
da un punto di vista privilegiato. Quanto del tuo “sguardo critico” è entrato
nella produzione del disco, e quanto invece hai dovuto mettere da parte per
lasciarti andare?
Sicuramente l’aver cercato di monitorare con molta attenzione
la scena, soprattutto negli ultimi 20/25 anni, mi ha aiutato parecchio. Per
confrontarmi e, in certi casi, cercare di spingermi quasi al limite delle mie
reali capacità: sintomatico, in questo caso, il contributo che hanno fornito
tutti i musicisti presenti nell’album. In questo contesto, mi fa molto piacere
citare anche il bassista Fabio Del Torchio, con cui ho lavorato in simbiosi per
ciò che riguarda tutti i brani strumentali presenti nell’album e che ha fornito
un contributo davvero determinante.
L’immagine di copertina di Antonio Perotti e il lavoro
grafico di OndemediE contribuiscono a dare un’identità visiva molto precisa.
Quanto hai partecipato a questa scelta e cosa rappresenta per te quel quadro?
Mi fa piacere che tu mi faccia questa domanda, perché sia il
dipinto fatto da Antonio Perotti, sia il lavoro grafico presente nel booklet
per me rappresentano una componente fondamentale del progetto. Con Vannuccio
Zanella della M. & P. Records (che tra l’altro è la persona che ha avuto la
splendida intuizione del titolo dell’album) c’è stato un continuo scambio di
mail, telefonate e messaggi soprattutto quando c’è stato il momento di
preparare il booklet: ci abbiamo lavorato davvero tanto e con grandissimo
impegno, ma alla fine il risultato ci ha ripagato di tutti gli sforzi profusi,
facendo poi uscire l’album con la G.T. Music Distribution di Antonino Destra.
Per quanto riguarda il ritratto del grandissimo Art Director Antonio Perotti,
mi limito a dire che la prima volta che l’ho visto completato è stato durante
il concerto degli Osanna al “Porretta Prog Legacy Festival” di cui parlavamo
poco fa. Antonio Perotti e Lino Vairetti sono grandissimi amici tra loro e
hanno pensato di farmi questa splendida sorpresa: poco prima dell’inizio
dell’esecuzione di Energia nuova da bruciare, appena sono salito sul
palco e stavamo parlando per introdurre il brano, è stato proiettato sullo
schermo il dipinto, con tanto di immediato applauso del pubblico presente. Puoi
immaginarti quindi l’emozione da parte mia in quel momento… C’è una cosa che
non sai però di quel dipinto e probabilmente ti stupirà: è ispirata da uno
scatto fatto dal fotografo Enrico Rolandi, durante un concerto degli Struttura
e Forma del nostro comune amico Franco Frassinetti al “Teatro Cicagna” di
Genova nel 2018. Quella sera eri anche tu presente e avevi effettuato una
ripresa nel momento in cui ho eseguito insieme alla band genovese il mio brano Amare…
Soffrire… Gioire…, che oggi più che mai rappresenta un prezioso documento
di quella bella serata
Ora che “Diario di Bordo” è uscito, come ti senti? È più la
soddisfazione del divulgatore che ha finalmente raccontato sé stesso, o quella
dell’artista che ha trovato una nuova voce?
Ne sono felicissimo, perché lo considero al tempo stesso un
punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio: l’obiettivo è quello di poter
presentare l’album aprendo qualche concerto di alcune delle band che trasmetto.
Ad esempio, Carmine Capasso (che, come ben noto, ospita spesso sul palco
personaggi del calibro di Giorgio “Fico” Piazza, primo bassista e cofondatore
della PFM) con grande disponibilità mi ha offerto questa opportunità, che
ovviamente ho accettato subito con grande entusiasmo. Con altri amici musicisti,
abbiamo ipotizzato altre situazioni di questo tipo e, spero si possano
concretizzare al più presto.
C’è una strada a Genova dove il mare non arriva, ma dove
l’umanità trabocca in ogni vicolo. È Via del Campo, un luogo che Fabrizio De André ha trasformato da semplice
geografia urbana in un tempio della dignità umana. Ma dietro la nascita di
questo capolavoro del 1967 si nasconde una storia fatta di equivoci,
"bugie" creative e un’amicizia nata davanti a un bicchiere di vino.
Via del Campo (1967)è una canzone e al tempo stesso un
manifesto. Ambientata nel cuore del ghetto genovese, descrive un mondo di
prostitute e sognatori con una dolcezza che sfida la morale comune. Faber ci
insegna che la purezza non abita nei palazzi del potere, ma tra gli ultimi. Il
celebre verso finale - "Dai diamanti non nasce niente, dal letame
nascono i fior" - è forse la sintesi più alta della sua intera
filosofia: la bellezza autentica germoglia proprio dove la società vede solo
scarto.
Il fascino del brano risiede anche nella sua melodia antica e
malinconica. Per anni si è creduto che De André avesse rielaborato una ballata
medievale del Cinquecento. In realtà, si trattava di una geniale
"beffa" d'autore.
Qualche anno prima, Enzo
Jannacciaveva scritto la musica
per un brano intitolato "La mia morosa la va alla fonte"(1965).
Per renderlo più suggestivo, insieme a Dario Fo, aveva messo in giro la
voce che la melodia fosse un antico reperto storico. De André, cadendo nel
tranello ma restandone folgorato, la utilizzò per la sua canzone, convinto
fosse di pubblico dominio.
Quando Jannacci riconobbe le sue note alla radio, lo stupore
fu immediato. Se inizialmente il clima si scaldò - con ombre di possibili
battaglie legali per plagio - la vicenda si risolse con quella rara eleganza
che solo i grandi artisti possiedono.
I due si incontrarono e, tra un bicchiere di vino e una
risata, chiarirono l'equivoco: De André ammise candidamente l'errore e la
questione si chiuse con una stretta di mano. La SIAE registrò ufficialmente la
collaborazione, attribuendo la musica a Jannacci e il testo a De André. Quello
che poteva essere un tribunale divenne invece un legame di stima profonda:
Jannacci amò talmente i versi di Faber da inserire Via del Campo nel
proprio repertorio, omaggiando l'amico genovese in ogni suo concerto.
Oggi, camminando per Via del Campo, si respira ancora
quell'atmosfera sospesa tra sacro e profano. Al civico 29 rosso,
l'antico negozio di dischi di Gianni Tassio è diventato un museo dedicato alla
scuola genovese. È lì che la chitarra di Faber e il genio di Jannacci
continuano a parlarsi, ricordandoci che la grande arte non ha confini, nemmeno
quelli della proprietà intellettuale, quando serve a dar voce a chi non ne ha.
Nel
gennaio del 1980 chiudevano i Morgan Studios di
Londra, i primi in UK ad avere un mixer con 24 piste.
In
quel luogo furono registrati album entrati nella storia del rock
Un po’ di
storia…
Il Morgan
Studios (fondato come Morgan Sound Studios) fu uno studio di registrazione
indipendente sito a Willesden, nel nord-ovest di Londra. Fondato nel 1967, è
stato il luogo usato per le registrazioni di artisti importanti come Jethro
Tull, The Kinks, Paul McCartney, Yes, Black Sabbath, Donovan, Joan Armatrading,
Cat Stevens, Rod Stewart, UFO e molti altri.
Glu Studi nacquero per
opera di Barry Morgan, Monty Babson, Jerry Allen e Leon Clavert, che gestivano
un'etichetta discografica jazz ai Lansdowne Studios e volevano uno spazio
ufficio dedicato per la loro label.
Dopo essersi
assicurati una posizione al 169-171 di High Road, nella zona di Willesden, nel
nord-ovest di Londra, decisero di costruire anche uno studio di registrazione. Per
la gestione tecnica assunsero l'ex ingegnere degli Olympic Studios Terry Brown,
che nominò un altro ex "alunno" degli Olympic Studios, Andy Johns come ingegnere
capo. Lavorò alla Morgan come assistente ingegnere anche Roy Thomas Baker, che
in seguito avrebbe raggiunto la fama come ingegnere e produttore ai Trident
Studios.
Brown sapeva
che Clive Green stava progettando una nuova console di missaggio per i
Lansdowne Studios e chiese se potesse acquistare il design. Green invece scelse
di costruire la console da solo, con conseguente fondazione del produttore di
console di mixaggio Cadac Electronics. La prima Cadac - una console
split a 8 canali cablata a mano, personalizzata con ingressi e uscite bilanciati
senza trasformatore - fu installata proprio presso i Morgan Studios.
Morgan
Studios inizialmente operava con una sala live di dimensioni modeste - 36 m2 - e
una sala di controllo di 15 m2, con un registratore Scully da 1 pollice a 8
tracce e registratori Ampex a 2 tracce e 4 rack. Gli studi avevano anche un
pianoforte a coda Steinway e un organo Hammond.
Nel 1969, un
nuovo e più grande Studio 1 fu costruito al piano superiore, con quello originale ribattezzato Studio 2. Il nuovo studio fu dotato di una console di
missaggio Cadac modulare 24x16, un registratore 3M a 16 tracce e uno Studer A80
a 2 tracce.
Lo stesso
anno, quattro dei dipendenti, tra cui il fondatore Barry Morgan, il
tastierista Roger Coulam, il chitarrista Alan Parker e il bassista Herbie
Flowers, unirono le forze con i cantanti Roger Cook e Madeline Bell per formare
il gruppo pop britannico Blue Mink.
Nel 1972,
Morgan aprì uno Studio 3 significativamente più grande al piano terra di un
edificio dall'altra parte della strada, equipaggiandolo con una console Cadac
24x24 e un registratore 3M M79 a 24 tracce.
Nel 1974,
Morgan acquistò un'altra proprietà dietro l'angolo per aprire lo Studio 4, il
più grande dei Morgan. Dotato di una console di missaggio Cadac 28x24, lo Studio
4 ebbe anche la particolarità di essere il destinatario del primo registratore
a nastro Ampex a 24 tracce in Inghilterra (anche se fu successivamente
sostituito da uno Studer A80).
Ciascuna delle
sale di controllo di Morgan aveva 3 riverberi a piastre EMT, 2 limitatori Pye e
2 limitatori UREI. Gli studi di Morgan utilizzavano anche microfoni Neumann U47
e U67.
Nel 1980, Morgan Studios 3 e 4 furono
venduti al gruppo Zomba e divennero Battery Studios. Nel 1984, i Morgan Studios
1 e 2 furono venduti a Robin Millar e rinominati Power Plant Studios, che
chiusero 6 anni dopo.
Aprile 1969: i Jethro Tull registrano
il loro secondo album, Stand Up e, in quegli stessi giorni, il singolo -
ritmo di 5/4 introdotto dal basso, diventato poi uno dei brani più noti del
gruppo - Living in the Past, che uscirà il mese seguente (sul retro, Driving
Song). Le registrazioni hanno luogo presso la nuova sede dei Morgan Studios
di 169-171 High Road, Willesden, nel nord-ovest di Londra. Nello stesso
edificio, come si può vedere nel video, c’erano stati prima i Grosvenor
Studios.
Impossibile stabilire se il
giornalista francese fosse davvero personalmente presente o se il servizio era
un originale inglese poi “ripassato” in salsa d’oltralpe. Anche se la sincronia
suono/immagini non è perfetta, il video della registrazione originale di quel
brano e Ian (a quei tempi un vero chain smoker,) che suona il flauto con la
sigaretta tra le dita della mano sinistra è da JT videoteca.