L’Arte di stare sotto il palco:
guida alla convivenza nel rito dei live
Prendendo spunto dalle riflessioni pubblicate recentemente in
un interessante pezzo su Rolling Stone (precisamente dall'articolo "Regole minime di comportamento ai concerti"),
ho provato a rielaborare quei concetti
per proporre una sorta di "manifesto del pubblico consapevole".
L'obiettivo non è fare la morale, ma riscoprire il piacere di condividere uno spazio e un'emozione senza rovinare l'esperienza a chi ci sta accanto.
Andare a un concerto è, per definizione, un atto collettivo.
Eppure, sembra che negli ultimi tempi abbiamo dimenticato che quel rettangolo
di spazio che occupiamo nel pit non è una proprietà privata, ma un bene comune.
Riflettendo su quanto letto su Rolling Stone, emerge chiaramente che il
problema non sono le regole, ma la mancanza di una "empatia sonora".
Ecco come potremmo tornare a vivere i concerti in modo più civile e,
paradossalmente, più intenso.
1. Il silenzio è una forma di rispetto
C’è un paradosso moderno: pagare decine di euro per sentire
un artista e poi passare tutto il tempo a urlare sopra la sua voce per
raccontare i fatti propri all'amico. Se la conversazione diventa più rumorosa
della batteria, c’è un problema. Il concerto non è il sottofondo del nostro
aperitivo; se abbiamo bisogno di chiacchierare, il bar del locale è lì apposta.
Godersi il silenzio durante le ballate o l'intro di un pezzo è il primo passo
per rispettare chi è lì solo per la musica.
2. La gerarchia del posto (o l'elogio della puntualità)
Tutti vorremmo toccare il palco, ma c’è un patto non scritto
che regola la platea: chi prima arriva, meglio alloggia. Sgomitare con
prepotenza quando le luci si spengono per guadagnare dieci file, calpestando i
piedi di chi ha aspettato ore sotto la pioggia, non è
"intraprendenza", è maleducazione. Se vuoi stare davanti, presentati
presto. Se arrivi tardi, accetta la tua posizione con dignità: la musica si
sente bene anche da qualche metro più indietro.
3. Il dovere della solidarietà
In un club o in un festival, la sicurezza è un affare di
tutti. Se vedi qualcuno che inciampa o un "crowdsurfer" che rischia
di cadere nel vuoto, tendere una mano non è un optional. La comunità del rock –
e della musica in generale – si è sempre fondata sul prendersi cura gli uni
degli altri. Se l’energia sale, divertiamoci, ma assicuriamoci che tutti
tornino a casa interi.
4. Liberare lo sguardo (e mettere giù lo schermo)
Il grande male della nostra epoca: vivere il concerto
attraverso un display di cinque pollici. Non solo stiamo guardando una versione
sgranata della realtà, ma stiamo bloccando la visuale a chi ci sta dietro con
un rettangolo luminoso perennemente acceso. Scattare una foto ricordo è umano,
registrare l'intera scaletta in bassa qualità è inutile (non lo riguarderai
mai) e molesto. Proviamo a guardare il palco con gli occhi, non con la
fotocamera.
5. Il palco non è un bersaglio
Sembra assurdo doverlo ribadire, ma lanciare oggetti agli
artisti è un gesto che interrompe la magia e crea pericolo. Che sia per
attirare l'attenzione o per pura goliardia, è un atto che rompe quel legame
sacro tra chi suona e chi ascolta. L'unico scambio ammesso è quello di energia
e applausi.
In conclusione, tornare a frequentare i live con
consapevolezza significa capire che la nostra libertà finisce dove inizia il
timpano (o la visuale) del nostro vicino. Solo così il concerto torna a essere
quello che dovrebbe: un'esperienza trasformativa e non una battaglia per lo
spazio.
