domenica 30 novembre 2008

Ian Siegal, il giorno dopo.



Nel post precedente ho pubblicizzato la presenza di Ian Siegal a Savona.

Prima della performance ufficiale, alle 22.30, Ian si è esibito per un gruppo ridotto di persone, qualche adulto , e tante anime immacolate.

Sto parlando ovviamente di bambini.

Tra le iniziative del Raindogs, c'e' anche questa, e cioè il tentativo di far avvicinare il pubblico minore alla musica e agli artisti.
Qualche brano, inframezzato da domande di grandi e piccini , una sorta di uno contro tutti , al quale i musicisti si prestano con piacere.

Ian Siegal , nonostante la band, si è esibito per noi da solo.

Leggendo il post precedente , e quindi la sua intervista, si capisce l'importanza del personaggio.

A questo pensavo ieri, riflettendo sul luogo dell'esibizione.

Il Raindogs è luogo prestigioso e ambito , ma la capienza potrebbe essere un limite quando ad esibirsi è gente di questa caratura.

A domanda specifica il bassista mi ha "rassicurato".

Il problema non è la capienza, semmai la qualità del pubblico . E proprio il giorno precedente, su un altro palco, l'apporto completo dell'audience è venuto a mancare e :"..se non è calda la platea anche noi non riusciamo a dare il meglio, è un dare avere che non ha niente a che vedere con i calcoli..." ha concluso il musicista.

Non so se la piccola schiera di bimbi seduti a terra era sufficientemente appassionata, ma Ian ha dato segni di apprezzamento e ha dimostrato una disponibilità che non è mai scontata, quando si parla di stelle di prima grandezza.

E così, dalle domande dei presenti, scopriamo che Siegal ha iniziato a suonare a diciott'anni, che suona 4/5 ore al giorno, che considera il mandolino ed il banjo strumenti tradizionali nel blues, che Bill Wiman è una persona piacevole e , ad una domanda legata al particolare pubblico della pre serata , risponde dicendo che è un vero piacere avere di fronte dei bimbi.

Per quelli come me , che solo nel corso della settimana hanno saputo dell'esistenza di Ian, è stato un grande piacere scoprire la sua tecnica chitarristica, accompagnata da una voce incredibile.

Mi rimane il rimmarico di non aver potuto assistere alla performance di tarda sera, delusione bilanciata in parte dal "ricordo per sempre", garantito dalla foto che ho scattato con lui sul palco.


venerdì 28 novembre 2008

Ian Siegal


Ancora un grande avvenimento al Raindogs di Savona.

Domani sera gli amanti del blues potranno ascoltare Ian Siegal.
Provo a presentarlo, attraveso il "lavoro di altri", essendo per me un artista tutto da scoprire.

Le vie del blues secondo Ian Siegal: l’intervista di Massimo Baraldi.

C’è chi sostiene che il blues sia la musica del diavolo e, in queste cose, ognuno è libero di pensarla un pò come vuole. Certo, dopo aver assistito a un concerto di Ian Siegal, è difficile non cominciare a crederlo: tanto scalcia, sibila, barrisce e strepita che pare averne un’intera orda dentro di sé: suona come se stesse andando a fuoco, ma fosse troppo impegnato a tenere il ritmo per preoccuparsi di spegnere le fiamme.

Classe 1971, devoto a Muddy Waters e Son House come a Tom Waits, Ian è un personaggio che sembra fatto su misura per il palcoscenico. Interprete carismatico e appassionato, unisce uno stile chitarristico ruvido e vigoroso a una voce camaleontica che non può non impressionare per estensione e mutevolezza. Forse le ragioni non saranno tutte qui, ma già queste spiegano perché oggi si parli di lui come di uno dei bluesmen più rappresentativi non solo della scena britannica attuale, ma dell’intero Vecchio Continente.

MB: La prima volta che ho incontrato te e la tua National Triolian del 1929 è stato grazie a Norman Hewitt e al suo “Blues to Bop”, a Lugano, nel 1999. Allora eri una brillante promessa, oggi sei riconosciuto come uno dei più influenti bluesmen del Regno Unito. Niente male, non hai di che lamentarti.
IS: Oh no, non mi lamento affatto! Non ho ancora capito esattamente perché sia successo, ma ne sono estremamente felice. Le cose mi stanno andando piuttosto bene ora. Ai tempi del Festival ero agli inizi, e non posso che ringraziare Norman per avermi offerto quell’opportunità. È un gran bravo tipo, per essere un inglese.

MB: Ma non sei inglese anche tu?
IS: Sì, appunto.

MB:Se mio padre fosse ancora vivo, direbbe: "Questo è il mio ragazzo!”, a dirlo è stato Big Bill Morganfield, il figlio di Muddy Waters, parlando di te. Se è vero che suo padre è il tuo eroe musicale, non mi viene in mente un complimento migliore!
IS: Già. Lo è. Sai, Muddy aveva un sacco di “figli” che non erano propriamente suoi: Johnny Winter o Paul Oscher, per esempio. Lui ha “adottato” quei ragazzi bianchi e se li è portati a casa, per insegnar loro il blues. Big Bill sostiene che la stessa cosa sarebbe successa con me, se solo mi fossi trovato in giro al momento giusto. Lo considero un bellissimo complimento, è una cosa bella da dire. Sono parole che non dimentichi.

MB: So che sei stato in tour con Big Bill.
IS: Sì, diverse volte. Lui dice che siamo fratelli, di sangue. Certo, però, se fosse vero sarebbe piuttosto strano! È un tipo in gamba. Un enorme orsacchiotto.

MB: Sei solito alternare performance acustiche in solitaria a concerti con la tua band. L’atmosfera è completamente diversa… a volte fai entrambe le cose, altre no. In quale situazione ti senti maggiormente a tuo agio?
IS: Da solo sei libero, non devi preoccuparti di tenere insieme nessuno, ma con una band c’è più eccitazione, divertimento, rock ‘n’ roll. Non ho una preferenza, mi sento a mio agio comunque.

MB: Hai lavorato duro per molto tempo, poi nel 2003 e 2004 hai avuto un’ottima visibilità aprendo i tour europei di Bill Wyman e i suoi Rhythm Kings. Com’è andata? E in che occasione lo hai incontrato, la prima volta?
IS: Non ricordo esattamente quando è stato; avevamo lo stesso sassofonista, è così che venni a sapere che stavano cercando qualcuno a cui affidare l’apertura. Fu lui a mostrargli il video di un mio concerto al Festival di Edimburgo, e Bill deve aver pensato “Va bene, questo è uno a buon mercato, uno facile.” È stata una grande esperienza, di lui posso dire che è stato estremamente gentile. Prima di me non si erano mai portati in giro nessuno. Soggiornavamo negli stessi hotel, viaggiavamo sullo stesso bus, per qualche ragione, mi hanno concesso di essere parte della band. Eravamo come una famiglia. È stato bello. Loro sono alcune tra le persone migliori che io abbia mai incontrato.

MB: Continuerai a lavorare con lui?
IS: L’ultima volta che ho visto Bill è stato alla festa per il suo settantesimo compleanno, in un club londinese. Se ce ne sarà la possibilità senz’altro, ma certo non possono usare sempre la stessa persona. Sono rimasto in contatto, comunque. Spero che saranno loro a supportare me, un giorno. Quella gente mi ha dato davvero una grande opportunità.

MB: La stessa cosa avvenne in passato con gli Animals e Chuck Berry…
IS: Esattamente. Parliamo di gente che non cerca di tenere il successo per sé stessa, ma di condividerlo con gli altri. Questo è positivo.

MB: Nel 2006 hai sperimentato il circuito blues della West Coast americana. Com’è andata? Pensi che da quelle parti i tempi siano maturi per una nuova “Blues Invasion”, o stanno cavandosela bene per conto loro?
IS: Non se la stanno cavando affatto. Non si può parlare di una vera scena blues laggiù; direi che le cose vanno più o meno come in Inghilterra. Certo, ci sono tanti musicisti di talento capaci di suonare del buon blues, ma il posto giusto dove andare è l’Europa, ora: Olanda, Belgio, Germania, Scandinavia. È stata un’esperienza interessante, ma non sono molto interessato a tornare. Chissà, forse il blues sopravvive nel Sud, nella West Coast ho trovato più che altro rock ‘n’ roll. È in Europa che voglio costruire la mia carriera, ed è qui che ci sono i veri appassionati di blues. Certo, in Italia la comunità è ancora piccola, ma penso che concentrerò la mia invasione proprio verso questo paese e la Spagna. Si tratta di educare la gente al blues.

MB:Standing In The Morning”, nel 2002, ha rappresentato una svolta significativa dal blues tradizionale a una selvaggia, paludosa, musica urbana. La connessione col passato resta chiara, seppur contaminata da influenze diverse.
IS: La mia casa discografica ha sostituito l’etichetta “Blues”, attribuitami inizialmente, con “Americana”, perché suono ogni tipo di musica che abbia radici americane. La prossima settimana farò il mixaggio di un album solo che ho appena terminato di registrare… col blues non ha nulla a che fare, se non per un pezzo. Tutto il resto è country, gospel, bluegrass. Quella musica ha il blues in sé, comunque. Come del resto il blues ha in sé il country. Musica americana, questo è ciò che amo. Quanto a “Standing In The Morning”, ho cercato di concentrarmi il più possibile sulla scrittura dei pezzi e dei testi, in qualcosa che ricorda lo stile di Tom Waits.

MB: È un grande album.
IS: Grazie! Ma non è stato così popolare quanto quelli che lo hanno seguito… “Meat And Potatoes” e “Swagger” hanno avuto un impatto molto maggiore. Per quel che mi riguarda lo considero la cosa migliore che abbia mai fatto, peccato però che la gente non sembri pensarla allo stesso modo!

MB: Anche “Hard as…” non era affatto male. Ho ancora la mia copia, che conservo gelosamente.
IS: Pare che qualcuno ne abbia rimediato una copia su eBay a centocinquanta euro, io però non mi sono beccato niente! È una cosa folle che qualcuno sia disposto a pagare una cifra del genere, ma anche un grande complimento. A saperlo glielo avrei venduto io per dieci.

MB: Stai dicendomi che ho fatto un buon affare?
IS: Sicuro. Mettilo su eBay e facciamo a mezzo.

MB: Scordatelo. Non ho nessuna intenzione di venderlo. Piuttosto, nel 2005 è venuto “Meat and Potatoes”, “Swagger” nel 2007 e entrambi sembrano ulteriori passi nella direzione presa con “Standing In The Morning”. Stai avvicinandoti alla tua idea di suono?
IS: Non ho niente del genere in testa. Non solo tratto ogni album come una cosa a sé stante, ma ogni singola canzone. Non so mai che cosa farò, a priori. A volte scrivo i pezzi direttamente in studio, mentre stiamo registrando. Non è molto professionale, la band odia questa mia abitudine. Funziona un po’ come: “Ok, ora che facciamo?”,Non lo so, non preoccupatevi”. Non saprei proprio dire quale sia il suono che ho in testa, quindi… ma forse un giorno lo troverò. Ciò che faccio è suonare, e questo è tutto. L’influenza blues è sempre presente, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Little Richard, Tom Waits… ma anche Hank Williams e tutti i ragazzi del country .Vedremo. Penso di non avere ancora raggiunto il mio pieno potenziale come autore, ma ci sto provando. Farti esperienza nella vita aiuta, perché puoi scriverne. Sono sempre in cerca della prossima canzone. Se un giorno potessi tirar fuori qualcosa come “Honky Tonk Women”, bè, sarei un uomo felice. Nonché milionario.

MB: E cosa mi dici del nuovo album al quale accennavi prima?
IS: Non ha un titolo, ancora. Dentro c’è B.J.Cole alla pedal steel guitar; è stato eccitante averlo con me! Lui ha suonato con John Cale, Sting, Albert Lee, Emmylou Harris e tantissimi altri. Attualmente lavora con Bjork. Quello strumento ha un suono semplicemente meraviglioso, sembra provenire da un altro pianeta.

MB: Uscita prevista?
IS: All’inizio di giugno, lo porterò nei festival quest’estate. La mia band non la prenderà bene, ma un solo ogni tanto ci vuole.

MB: C’è qualcosa che vorresti aggiungere? Di cui ti va di parlare?
IS: Spero, ed è la stessa cosa che direi agli inglesi, che i giovani italiani aprano le loro menti a questa musica. Sai, quando la sentono la amano, sempre, ma è necessario che la incontrino, altrimenti non c’è futuro. In Svezia, la scorsa settimana, il pubblico era di cinquantenni, e per lo più uomini. Proprio come in Inghilterra. Ma… e i ventenni? Se non cominciano a uscire e ascoltare, per chi suoneremo? Mi auguro che i giovani imparino a capire e apprezzare il blues. Solo così potremo garantirci un futuro.

MB: Perché pensi che accada? Non si può dire che in Inghilterra non abbiate una solida tradizione…
IS: Posso dirti, e molti musicisti lo confermerebbero, che spesso ti si presenta un ragazzino con un: “Hey! Sono qui perché i miei mi ci hanno portato. Pensavo che il blues fosse solo Eric Clapton o Gary Moore… non sapevo nulla del resto, e non avrei mai pensato che potesse essere così interessante, divertente, sexy! Questa roba non è deprimente!”. E proprio questo è uno dei problemi: la gente è convinta che il blues sia una roba che se la senti poi ti ammazzi. Posso però assicurarti che dopo la prima volta tornano, e si portano pure gli amici; non possono essere forzati, però, devono venire spontaneamente. In Olanda, e in generale in quell’area, i ragazzini lo fanno. E spero che in futuro accadrà anche altrove.

MB: Forse questo spiega perché molti musicisti americani stiano facendo base nel Nord Europa…
IS: Sicuro, è perché le condizioni economiche sono molto più favorevoli. Sai, in California ho suonato con alcuni ex componenti della Elvin Bishop Band, veri professionisti, tra i migliori con cui mi sia capitato di lavorare. Li pagavo cento dollari a testa per ogni serata e nel farlo ero davvero imbarazzato, ma là è normale. Non potrei mai ingaggiare un inglese per la stessa cifra. È impossibile, con quei soldi non ci campi, ma loro sono soddisfatti. È così che gira, semplicemente. Non c’è da sorprendersi se decidono di venire in Europa, dove possono spuntare mille o duemila dollari a sera. Non è la stessa cosa!


video

giovedì 27 novembre 2008

Fairport Convention


Parlare in maniera esaustiva dei Fairport Convention è cosa davvero complicata.

Le formazioni, gli intrecci e le storie che si sono succedute, impediscono la realizzazione di una sintesi efficace , adatta ad un contenitore come il blog.
Ma mi piace rendere omaggio a questo gruppo storico, ancora attivissimo sulla scena internazionale.
Il mio desiderio è anche alimentato dal fatto che da pochi giorni ho visto all’opera Dave Pegg e Gerry Conway, in occasione della Convention dei Jethro Tull, ad Alessandria.
Nell’occasione ho anche potuto verificare la disponibilità di Dave, la sua simpatia e la semplicità con cui vive il proprio ruolo.
Vista la premessa, presenterò un minimo di biografia generale e qualche nota su gli attuali componenti.


Fairport Convention sono un gruppo inglese folk rock.
Fondati da Simon NicolRichard ThompsonAshley Hutchings e Shaun Frater, i Fairport Convention, iniziando come gruppo di cover di rock della West Coast, sviluppano presto un loro stile che mescola il rock con la musica tradizionale folk inglese, contendendosi il titolo di più grande folk rock band inglese con i Pentangle.
Dopo numerosi cambi di formzione si sciolgono nel 1979 per riformarsi per un concerto nel 1985, e da allora continuano a suonare e pubblicare dischi.

In parte il continuo successo che ancora oggi hanno i Fairport Convention è dovuto all'annuale festival di Cropredy, nell'Oxford shire, ora rinominato Fairport's Cropredy Convention e che riunisce ogni anno almeno 20.000 fans sin dal 1974.


Qualche nota su gli attuali Fairport Convention

Dave Pegg (Birmingham, 2 novembre 1947)) è un bassista, noto soprattutto per essere stato membro dei Jethro Tull, durante buona parte degli anni ottanta.


Pegg diventò musicista di professione verso la metà degli anni sessanta. In questo periodo fallì la sua prima audizione come chitarrista per The Uglys, un gruppo rock guidato da Steve Gibbson il quale però gli offrì un posto come bassista.
Il 1970 è un anno particolarmente significativo nella vita di Pegg in quanto entra a far parte dei Fairport. Infatti Ashley Hutchings, , fondatore e bassista della band, abbandonò la stessa per creare gli Steeleye Span e così Pegg lo sostituì.
Nel 1979 i Fairport si dissolvono e Pegg si unisce ai Jethro Tull come sostituto di John Glascock, deceduto nel novembre di quell'anno.
I Fairport decidono però di riunirsi nel 1985 e Pegg li segue senza però abbandonare completamente i Jethro Tull. Anzi nel 1987 nasce una sorta di gemellaggio fra le due band in seguito ad un concerto dei Jethro negli USA con i Fairport che aprivano i concerti.
Attualmente Pegg vive a Banbury, nell' Oxfordshire. Dalla moglie Christine (da cui ha divorziato) ha avuto due figli: Stephanie e Matt, anch'egli bassista di buon livello.


Simon Nicol (Londra, 13 ottobre 1950) è un chitarrista e cantante, di genere electric folk.


È uno dei membri originali dei Fairport, nonché il membro che vanta la più lunga militanza nel gruppo, nonostante la pausa sabbatica che si è preso tra il 1971 e il 1975/6, durante la quale ha registrato diversi album e partecipato a tournée. Il suo ritorno coincise con il rilascio dell'album Gottle o' Geer da parte del gruppo.
È anche strettamente legato alla Albion Band, nelle sue varie incarnazioni, e a Richard Thompson.

Ric Sanders nasce l’8 dicembre del 1952 e cresce a Birmingham.

Entra nei Fairport Convention nel1985. Il violino è il primo amore di Ric, che si avvicina allo strumento da giovanissimo. Il suo primo impegno professionale è del 1972, quando è in tour in Europa col Red Buddah Theatre di Stomu Yamashta.

Verso la metà degli anni Settanta, Ric è molto richiesto come solista jazz e lavora, tra gli altri, con Michael Garrick, Johnny Patrick e il leggendario pianista jazz Jaques Dieval.
Sul finire degli anni Settanta segue i propri interessi folk e jazz come membro, rispettivamente, della Albion Band e dei Soft Machine. È in tour e registra con entrambe le band.
Con la Albion Band, si esibisce al National Theatre.
Nel 1980, Ric e il chitarrista dei Soft Machine John Etheridge danno vita ai Second Vision.
Registreranno un album e faranno diversi tour.
Ric si unisce poi al chitarrista Vo Fletcher in progetti didattici musicali: il duo supporta l’iniziativa dell’Unione dei Musicisti nelle scuole e registra per la TV della BBC.
Dal 1985, Ric suona a tempo pieno coi Fairport Convention, pur
continuando a coltivare un interesse attivo verso il jazz e altre forme musicali.

GerryConway: batteria e percussioni.

Gerry nasce l’11 settembre del 1947 e cresce a Londra. Si unisce ai Fairport Convention nel 1998.

Sin da bambino, Gerry sognava di diventare un batterista, ottenendo la sua prima vera batteria all’età di undici anni. Da quando ha lasciato la scuola, la sua vocazione si definisce chiaramente con l’andare a lavorare alla EMI nella speranza di un provino.
L’occasione arriva, e Gerry si trova a suonare la batteria coi Jet Set, che fanno ska e soul.
Il passo successivo è con la band della leggenda del blues Alexis Korner.
Dopo un anno con Korner, Gerry si unisce a Trevor Lucas negli Eclection, che chiudono i battenti nei primi Settanta.
Gerry entra nei Fotheringay ma, nonostante il buon successo a livello di critica e la presenza di Sandy Denny e Trevor Lucas, la band avrà vita breve.
Dopo una seduta di studio con Cat Stevens, Gerry viene invitato a unirsi alla band e passa
sei anni in giro per il mondo con lo stesso Stevens.
Nel 1979 si sposta negli Stati Uniti, dove vivrà per qualche anno, lavorando principalmente con Jerry Donahue.
Negli ani Ottanta è per un anno in tour coi Jethro Tull e poi con la band di Richard Thompson. Nel 1985, si unisce ai Pentangle e da allora è nell’organico del gruppo di Jacqui McShee.

Chris Leslie: voce solista, violino, mandolino, bouzouki.
Chris nasce il 15 dicembre del 1956 e cresce nel nord dell’Oxfordshire.
Entra nei Fairport Convention nel 1996.

Ispirato dai musicisti della sua zona, Chris comincia a suonare il violino all’età di tredici anni.



Tra le sue principali influenze quello che, più tardi, diventerà il suo mentore Dave Swarbrick.
Nel 1976, Chris e suo fratello John Leslie cominciano a esibirsi in duo e registrano un album nello stesso anno. Chris suona anche col cantautore Steve Ashley, con cui è spesso in tournée nel Regno Unito e nell’Europa continentale.
Ha studiato liuteria nel Nottinghamshire e ha completato il suo corso triennale nel 1983.
Tornato nell’Oxfordshire, viene invitato in tour da Dave Pegg, per promuovere il suo album solista. Dave Swarbrick inviterà Chris a fondare il pionieristico gruppo acustico dei Whippersnapper, una band che ha prodotto molti dischi e girato Regno Unito, Europa e Stati Uniti.
Chris è stato anche in tour col gruppo rock All About Eve.
Negli anni Novanta, lavora in duo col chitarrista dei Whippersnapper Kevin Dempsey, collabora col pianista folk Beryl Marriott e fa parte del Mandolin Quartet di Simon Mayor.
Suona anche il violino nei tour dei Jethro Tull di Ian Anderson.
Nel 1995 Chris entra nella Albion Band, con cui è in tour e in studio prima di congiungersi, l’anno seguente, ai Fairport Convention.
Oltre che da musicista, Chris ha contribuito alla scrittura di molti brani del repertorio dei Fairport.

Vive in una cittadina nel nord dell’Oxfordshire.

video


Le ultime parole famose:

"Veicoli per andare sott'acqua? Servirebbero solo ad annegare gli equipaggi!" (H.G.Wells, scritttore britannico, 1901)


mercoledì 26 novembre 2008

Andy White


Domani sera , 27 novembre, al Raindogs di Savona,sarà di scena Andy White.

Scopriamolo assieme, attraverso qualche nota trovata in rete.

Andy White è un cantautore irlandese nativo di Belfast.
L’interesse di Andy White nei confronti del linguaggio, della musica e della politica risulta chiaro da sempre, grazie anche all’ambiente creato in famiglia da un padre editorialista politico e da una madre pianista.
La sua prima poesia (scritta a 9 anni) si intitolava “Riots” e fu la scena punk di Belfast a convincerlo che prendere in mano la chitarra e mettere in musica le proprie poesie non era poi una cattiva idea.
Il suo singolo di debutto “Religious Persuasion”, pubblicato nel 1985 per l’etichetta indipendente Stiff Records, lo portò all’attenzione di Peter Jenner, scopritore dei Pink Floyd e figura chiave nell’ascesa alla fama dei Clash.
Dopo aver pubblicato dischi per Polygram e Warner, negli ultimi anni White ha trovato una libertà di manovra non indifferente grazie al lavoro con la Cooking Vinyl e da “ANDY WHITE” ha iniziato a pubblicare per la ALT Recordings, etichetta creata per dare sfogo all’omonimo trio (ALT, appunto) da lui creato assieme a Liam O’Maonlai e Tim Finn dei Crowded House, con i quali ha inciso due album nel ’95 (“ALT” e “BOOTLEG”).
Oltre ad essersi affermato come performer appassionato, Andy White è da tempo legato alla sfera organizzativa del Womad di Peter Gabriel e infatti quando Andy ha suonato in Sicilia per la causa, lo si è visto eseguire “Religious Persuasion” con due percussionisti iraniani.
Andy ha sempre avuto un rapporto molto stretto con il nostro paese, sin da quando nel 1986 il mensile BUSCADERO lo descrisse, agli esordi (con RAVE ON ANDY WHITE).
Da allora Andy ha sempre avuto un occhio di riguardo per la nostra terra e il destino ha voluto che l'incontro con Edoardo Bennato a Dublino nel 1998 portasse a una collaborazione tra i due.


Ciò che più sorprende di questo personaggio, è la sua capacità di aver mantenuto un profilo estremamente sobrio e definito, pur affiancando spesso il proprio talento a quello di altri grandi artisti internazionali, quali Peter Gabriel e Neil Finn dei Crowded House, arrivando a sopravanzare Bono e Van Morrison sulla stampa nazionale come miglior autore irlandese. Insomma, sembra proprio che Andy White abbia la capacità istintiva di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.
Vive dal 1998 in Svizzera dove, sebbene lontano fisicamente dalla scena irlandese, si è conquistato uno spazio in Internet e poi, riesce ad arrivare in Italia in tre ore d'auto, per assaporare lo stile di vita italiano che tanto ama (.."l'Irlanda col sole", definisce così il nostro Bel Paese).
Insomma, un cantautore per i tempi moderni, e il suo tempo è proprio qui e adesso al Raidogs di Savona.




martedì 25 novembre 2008

Perigeo



Spesso più vicino al jazz che al rock, il Perigeo...

gruppo italiano degli anni settanta, viene comunque unanimemente inserito negli elenchi dei gruppi del "pop italiano".
Lo stile del Perigeo si può definire un misto tra fusion e progressive italiano tipico di quegli anni. Guidato da Giovanni Tommaso, composto da elementi con formazione jazz , presenta forti richiami alla musica jazz-rock degli album dei Soft Machine.
Nel loro primo disco, Azimut (1972), che raggiunge subito buoni risultati, emergono le forti radici Jazz dei cinque musicisti .
Nel successivo album, Abbiamo tutti un blues da piangere (1973) vengono invece
inseriti brani orientati verso il rock, dando così origine al jazz-rock e al jazz-prog, ossia la prima vera materializzazione delle tecniche moderne apportate da Tommaso.
Il successivo album Genealogia (1974) comprende brani, sempre di alto livello, ma più orecchiabili, con maggiore utilizzo del sintetizzatore e del moog (suonato dallo stesso Tommaso) .



Ne La valle dei Templi (1975), che si avvale della presenza di Tony Esposito alle percussioni, viene data particolare importanza alla ritmica, e il gruppo ottiene un buon riconoscimento commerciale. Con Non è poi così lontano (1976), il Perigeo esalta al massimo le doti tecniche dei musicisti, ma chiude con il jazz rock. L'album continua a mettere in mostra le abilità tecniche dei singoli componenti del gruppo, cedendo, però a canoni più commerciali.
Discreto successo dell'epoca, fu "Fata Morgana", incluso anche nella compilation "Pop Villa Pamphili", una raccolta che rende omaggio al luogo in cui si svolse, negli anni Settanta, una delle più importanti manifestazioni del progressive italiano. Non mancano, infine, sprazzi di classico walzer viennese, tratti da "New Vienna".
Fiacco seguito ai lavori precedenti, il disco segna il crepuscolo della band, che si scioglie nello stesso anno. I componenti del gruppo iniziano così a dedicarsi completamente alla carriera di sessionmen e a numerose collaborazioni esterne, realizzando anche dischi da solisti e svolgendo attività didattica presso i conservatori e altre prestigiose scuole di musica jazz.
Nel 1980, dopo una lunga pausa durante la quale il gruppo è ufficialmente disciolto, avviene una reunion per la produzione del doppio album Alice, nel quale il jazz rock si alterna a brani più pop. Sull'etichetta del disco la denominazione del gruppo è Perigeo Special, ma si tratta ancora dei componenti originali.
Successivamente, Giovanni Tommaso riforma il gruppo con nuovi membri, e dà vita al New Perigeo. Questa formazione partecipa alla realizzazione di Q Concert, un EP con Rino Gaetano e Riccardo Cocciante e dell'LP Effetto amore, dopo i quali si scioglie
Nel 1981, i New Perigeo pubblicano l'album Effetto amore, oggi praticamente introvabile, con almeno un paio di tracce degne di nota ("Mediterraneo", "Bocca di notte").
Nonostante il progetto sia stato di breve durata, il Perigeo fu sicuramente il più riuscito tentativo di fusione tra jazz e rock avvenuto in Italia, grazie a una sapiente conciliazione tra improvvisazione e momenti studiati a tavolino. Tale esperimento, il cui successo fu dovuto all'abilità tecnica e compositiva dei cinque, sarebbe stato intrapreso molto presto da vari gruppi prog italiani.



video



lunedì 24 novembre 2008

Dave Matthews Band


La Dave Matthews Band, conosciuta anche ...

con l’acronimo di DMB, è una jam band americana, formata nel 1991 a Charlottesville, Virginia da Dave Mattews (voce e chitarra acustica), LeRoi Moore (sassofono), Stefan Lessard (basso), Boyd Tinsley (violino elettrico), Carter Beauford (batteria), Peter Griesar (tastiere), che ha lasciato la band nel 1993.
Tutti i membri della band incontrarono Dave a Charlottesville.
Dal 1998 si esibiscono, durante i live, con il tastierista Butch Taylor, che sebbene non figuri ufficialmente come membro della band, è oramai un turnista fisso sul palco della DMB.
Nel 2005 al gruppo si aggiunge il trombettista Rashawn Ross. Moore, Beauford, Tinsley e Taylor spesso contribuiscono come seconde voci.
Sembra ormai essere opinione comune quella di considerare la DMB come una garanzia per quanto riguarda le performances dal vivo, considerate tra le migliori della musica rock contemporanea.


Il 19 agosto 2008 il sassofonista LeRoi Moore è deceduto in seguito a complicazioni dovute ad un incidente con un ATV avvenuto il 30 giugno dello stesso anno.

Curiosità:

Hanno eseguito una delle 5 performance totali tenutesi al Great Lawn, Central Park di New York (gli altri sono Diana Ross, Paul Simon, Simon and Garfunkel, e Garth Brooks).


video


Citazione del giorno:

"Le circostanze possono far diventare coraggioso anche chi non lo è" (Esopo)


sabato 22 novembre 2008

Gian Piero Chiavini racconta il suo "prog"




Ed ecco un altro "angolo del forumista tullico".

A parlarci di Jethro Tull e musica "Prog", Gian Piero Chiavini, alias g.piero.

Questa è una vecchia summa di considerazioni sull'importanza dei Jethro Tull nel rock (non ho messo di proposito nè l'isola di Wright nè il Rock and Roll Circus degli Stones, ma ho cercato di fare un panorama più ampio anche se soggettivo.
Come scrissi in una mia vecchia discussione ("cos'è il progressive?"), ho sempre considerato il progressive cercando di dargli una sistematizzazione (impresa impossibile e tutto sommato da sega mentale), come una specie di rosa dei venti con la stella principale in cui le 4 punte identificano le principali direzioni in cui il prog si è manifestato.
Le 4 punte sono per me i King Crimson come espressione di quello che fu poi identificato (a torto) come il prog propriamente detto (e cioè quello estetizzante e pomposo, da loro stessi disconosciuto già all’inizio sia in pezzi come 21’st Century Schizioid Man, Devil’s Triangle, Sailor’s tale e soprattutto da Lark’s Tongues in Aspic in poi), i Pink Floyd come alfieri dell'aspetto più sperimentale ed elettronico, i Soft Machine inizialmente come manifestazione principale del Canterbury Sound e poi del rock-jazz ed infine i nostri Jethro creatori di una musica sui generis partendo da basi blues abbastanza estranee agli altri gruppi prog.
Questo anche se le prime cose prog nascono nei Moody Blues, nei Nice, nei Wilde Flowers ed altri (non escluse certe cose dei Beatles).
Attorno o dietro questi quattro grandi gruppi nacquero e si svilupparono altri che definisco minori (dal punto di vista storico) e comunque non dei capiscuola e qui la lista può essere infinita, dai Genesis agli Yes, dai VDGG ai Caravan, dai Gentle Giant ai Gong ecc. ecc.
E' curioso come poi abbiano avuto più notorietà nel grande pubblico, ad esempio, epigoni dell'aspetto estetizzante dei King Crimson, come i Genesis piuttosto che i JT.
L'importanza storica dei JT? Cosa si intende per importanza storica? Il consenso del pubblico? La quantità di gruppi discepoli?




Io credo che, nonostante un iniziale notorietà mondiale fino almeno a TAAB ( ricordo una classifica del Melody Maker in cui i JT erano al 2° posto dietro i Beatles e prima dei Rolling Stones), e nonostante siano dopo 40 anni ancora in attività, i Jethro non abbiano poi avuto quella gran massa di fans e non riempiono gli stadi come altri; relativamente pochi li conoscono davvero, tant'è che quando ne parlo con qualcuno spesso mi viene risposto "Getro chi?" (salvo poi dire "ah, ma questa la conosco" alle prime note di Bourèe).
Non hanno avuto se non rari epigoni ed hanno influenzato relativamente poco il rock successivo. Eppure sono indubbiamente uno dei gruppi storicamente più importanti, perchè partendo da basi rock-blues ne hanno allargato i confini con influenze jazz e folk producendo una musica, ripeto, assolutamente sui generis tanto da poter essere al massimo copiata e non sviluppata da altri. Il flauto suonato su una gamba sola è quello che ha sempre colpito e che è sempre stato preso come simbolo dei JT, ma la loro musica va oltre il flauto (anche se questo strumento è perfetto per essere usato sia in chiave classica c he jazz e folk e, per come Ian lo usa, è anche un ottimo strumento per il rock ed il blues) e sono convinto che i JT avrebbero potuto sviluppare il loro particolarissimo sound anche senza flauto. L'importanza storica dei JT nel panorama rock sta proprio nella impossibilità di definire esattamente il loro sound ( e Ian ci scherza spesso su questo nei concerti definendo quello che la critica ha etto di loro: “progressive rock band, folk rock band, rock blues band….. CONNNNCCCCEPT ALBUM quando sarcasticamente presenta TAAB), nell'aver creato una musica senza confini, talora apparentemente di facile fruibilità in realtà estremamente complessa e questo porta inevitabilmente ad avere un numero di fans ridotto (ma affezionatissimo seppur spesso ipercritico) e ad avere pochi gruppi discepoli. Sono una pietra miliare, isolata (anche per l'intolleranza, ampiamente ricambiata, di Ian verso i critici musicali e gli scarsissimi rapporti con gli altri gruppi rock tranne quelli del folk-rock come Fairport Convention e Steeleye Span), isolata, ripeto, ma unica e irripetibile.


Living in the Past

video

venerdì 21 novembre 2008

Martha Wainwright


Martha Wainwright (New York, 8 maggio 1976) è una cantautrice statunitense, di origine canadese.
È sorella di Rufus Wainwright e figlia dei cantantautori Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle.
Sebbene nata a New York, cresce a Montreal in Canada, con la madre e il fratello. La passione per la musica è di famiglia così anche Martha cercherà di trovare la sua strada.
L’inizio è difficile, infatti per diversi anni si fa le ossa come corista per il più noto fratello Rufus e collaborando sporadicamente con la madre, la zia e il padre.
L’album di debutto arriva solo nel 2005, sostenuto dalla critica verrà distribuito anche in diversi paesi europei e asiatici.
Tra le più recenti e interessanti collaborazioni c’è quella con il gruppo britannico degli Snow Patrol con cui ha inciso il singolo Set the Fire to the Third Bar nel 2006. Per la fine del 2007 è attesa l’uscita del suo secondo album.


DISCOGRAFIA ESSENZIALE

-Martha Wainwright- 2005
-I Know You're Married, but I've got Feelings Too 2008


video



Citazione del giorno:
"Essere mamma non è un dovere; non è nemmeno un mestiere: è solo un diritto tra tanti diritti." (Oriana Fallaci)

giovedì 20 novembre 2008

Dies Irae


Utilizzo la seguente fonte per raccontare un po’ di storia di “Dies Irae”.

http://progblog.splinder.com/post/18043675/DIES+IRAE+-+First

I Dies Irae sono autori di un unico disco realizzato a cavallo tra il 1971 e il 1972.
Pubblicato per l'etichetta d'avanguardia Pilz, vede la supervisione dell'onnipresente Konrad Plank.
Lo stile di partenza è il blues psichedelico a tratti anche molto heavy. Rimane un disco dalle influenze diramate ma assemblate in modo originale e piacevole.

Formazione:

Gerd Wahlmann - Vocals, Harmonica
Harald Thoma - Guitar, Vocals
Robert Schiff - Bass
Andreas Cornelius - Drums

I temi oscuri di Lucifer aprono il disco alternando sapientemente momenti blues molto vivaci scanditi dall'armonica, a momenti altamenti psichedelici dominati dalla chitarra elettrica.
L'intermezzo ironico di Salve Oimel introduce Another Room, brano sostanzialmente heavy come si nota subito dal riff portante di chitarra elettrica. Interessanti gli spunti strumentali.
Il brano più psichedelico è sicuramente Trip, elemento intuibile già dal nome. All'introduzione strumentale segue una psichedelia in crescendo, coinvolgente e trascinante in un unico viaggio d'insieme.
Harmagedon Dragonlove torna ad esplorare i sentieri dell'heavy in stile Black Sabbath, sempre alternando momenti molto melodici.
Tired è un brano esclusivamente blues con l'armonica a catalizzare nuovamente la scena.
Witches Meeting è il brano più lungo del disco con lunghe parti strumentali dominate dalla chitarra elettrica. L'impostazione di base è sempre quella del blues, ma la psichedelia tende sempre ad affiorare durante l'intera durata del brano.
Red Lebanese part I è un heavy blues un pò più interessante nella parte finale che crea una sorta di frattura con Red Lebanese part II metà acustico psichedelico e metà heavy blues.
Chiudono il disco i 35 secondi ironici di Run Off.

Trip

video

mercoledì 19 novembre 2008

Era di Acquario


Oggi racconto qualcosa di “Era di Acquario

Un po’ di storia

Trio palermitano, uno dei pochi gruppi importanti provenienti dalla Sicilia, l'Era di Acquario produsse solo un album che, nonostante il titolo " Antologia", non è una raccolta di brani già conosciuti.
L'album può essere una delusione per gli appassionati di prog, essendo quasi completamente basato su chitarra acustica e flauto che creano ballate e atmosfere soft come nell'etereo strumentale "Campagne siciliane".
I 10 brani sono brevi (la lunghezza del disco è di circa 29 minuti) e le uniche eccezioni allo stile prevalente sono le più tirate "Padre mio" e" Geraldine", con un suono più rock e voce in falsetto alla New Trolls.
Prima dell'LP il gruppo aveva prodotto due 45 giri, il primo dei quali," Geraldine/Arabesque" ha un suono piuttosto aggressivo con un potente basso in evidenza.
Il gruppo ha qui una formazione a tre con chitarra, basso e batteria sullo stile dei più famosi "power trio" inglesi, e la formazione era diversa da quella dell'LP, con Gianni Garofalo (chitarra, flauto) poi sostituito da Angelo Giordano.
Nel secondo singolo, "Hold on" è un brano di rock piuttosto classico cantato in inglese, mentre "Campagne siciliane" è una dolce ballata acustica costruita su flauto e chitarra 12 corde, con uno stile più vicino a quello dell'album.


Gruppo molto attivo dal vivo, l'Era di Acquario aveva un secondo album già pronto, con una nuova formazione a quattro, quando uscì il primo, ma questo non è mai stato pubblicato.
Michele Seffer ha suonato brevemente con "Il Volo" dopo l'uscita del secondo album di questo gruppo, e compare come compositore ed arrangiatore in alcuni 45 giri degli anni '70 di Alcatraz, Hansel e Gretel, I Teppisti dei Sogni ed altri, ma non si sa se abbia fatto parte di questi o altri gruppi anche come musicista.

Formazione:

Michele Seffer (voce, chitarra, basso)
Angelo Giordano (flauto, sax, voce)
Pippo Cataldo (batteria, percussioni, voce)

Collegamento alle fonti :
http://www.italianprog.com/it/a_eradacquario.htm

Campagne Siciliane
video



Citazione del giorno:

"Che cos'è più preciso della precisione? L'illusione" (Marianne Moore)

martedì 18 novembre 2008

Il Viaggio di Colombo


Il genere Progressive sta riemergendo.
Il vinile è nuovamente oggetto di culto.
E' stato davvero emozionante avere tra le mani la copertina de "Il Viaggio di Colombo", album de Il Cerchio d'Oro, gruppo storico di Savona.


Inutile soffermarsi sul fascino dell'involucro, elemento noto a tanti della mia generazione; semmai risulta una sorpresa il CD , veramente curato e solo un figlio minore, per dimensione, del Long Playing.
 Ma la sostanza?
E chi è il Cerchio d'Oro? 
Partiamo dal secondo punto, dal chi sono questi "ragazzi" che propongono musica di nicchia.
 Su "contrAPPUNTI" di qualche mese fa scrivevo, tra le altre cose :
"Il Cerchio d’Oro, nasce attorno al 1974, su iniziativa di Franco Piccolini (tastiere), Gino (batteria/voce) e Giuseppe Terribile (basso/voce). Ai tre si aggiungono Giorgio Pagnacco (tastiere) e Roberto Giordana (chitarre)".
Poi la vita conduce questi musicisti verso strade diverse sino a che, dopo 25 anni, il gruppo si ricompone , e al nucleo originario si uniscono Giordana e Piuccio Pradal.

 "Spinti dall’amore, mai venuto meno per il genere Progressive, e dalla voglia di creare ancora .. si lanciano in un nuovo progetto, “Il Viaggio di Colombo”, negli intenti un vero concept album , in puro stile seventies prog".

Ed eccomi quindi alla sostanza, il disco, dal 18 ottobre ufficialmente sul mercato.
 Ho avuto il privilegio di ascoltarlo in anteprima, un anno fa, e a distanza di tempo ho confermato il mio giudizio positivo.
Da molto tempo conosco i gemelli Terribile, e ho stretto una salda amicizia con Piccolini.
E' anche questo il motivo per cui ho chiesto aiuto per la recensione... per essere sicuro dell'obiettività di giudizio.
 E' venuto in mio soccorso Ferdinando Molteni, esperto di musica rock, e alla fine il suo pensiero sarà molto vicino al mio.

Leggiamolo.
I primi anni Settanta sono stati, per la musica italiana, un momento d'oro. Chi c'era, probabilmente, non se ne rese completamente conto. Erano anni difficili, tuttavia. Di lì a poco autoriduttori e teppisti avrebbe svuotato il Belpaese da rockstar (ricordate le fughe di Zeppelin e Santana?) e cantautori (il “processo” a De Gregori?). Eppure, in quegli anni, la musica italiana vendeva all'estero, si meritava il rispetto degli appassionati di tutto il mondo, riempiva i sogni di tanti adolescenti.

A quegli anni – quelli belli del progressive e della nuova canzone d'autore – fanno riferimento i cinque ex-ragazzi del Cerchio d'Oro. Ma il loro approccio è tutto meno che nostalgico. Il quintetto fa, con questo album-concept “Il viaggio di Colombo”, un'operazione squisitamente e appassionatamente artistica. Decide, per esprimere creatività, talento compositivo, gusto esecutivo, di far riferimento ad un'epoca ben determinata, cioè i primi cinque anni, grosso modo, del decennio Settanta. Fa esattamente quello che un jazzista fa quando decide di suonare hard-bop o swing, oppure un gruppo rock quando si immerge nel brit-pop o nel rock-blues. Fa, in definitiva, una scelta artistica ed estetica perché il linguaggio prog è quello che meglio si attaglia al suo mondo.
Detto questo, veniamo al disco. Che dire? “Il viaggio di Colombo” è davvero il disco che non ti aspetti di ascoltare. Quelle voci, quei suoni deliziosamente vintage, quei testi un po' così (il prog ci ha abituato a musicalissime bizzarrie linguistiche), quei cambi di tempo, e le aperture melodiche (che ricordano, per funzione, più l'aria d'opera che il ritornello di una pop song), gli assolo, gli impasti; tutto congiura a far sì che “Il viaggio di Colombo” sia uno di quei dischi che difficilmente l'appassionato riuscirà a togliere dal piatto.
Le composizioni (undici) sono tutte di livello equivalente. Ogni canzone (anche se il termine in qualche caso è riduttivo) contiene un'idea, uno spunto melodico, o ritmico, e legato all'arrangiamento. Ogni frammento di questo disco ha una sua ragion d'essere. E ce l'ha perché dietro c'è un sacco di lavoro, di passione, di tempo. Quel tempo che oggi, gli ex-ragazzi del Cerchio d'Oro, strappano alle loro vite di tutti i giorni, ma che rappresenta la conquista più preziosa.
I cinque musicisti hanno tutti decenni di musica sulle spalle. Musica sovente assai diversa da quella che suonano in questo album e che, probabilmente, suoneranno dopo questo album.
Molti di noi (chi scrive, chi va ai concerti, chi strimpella nel segreto della propria stanza uno strumento) hanno desiderato, una volta nella vita, di fare un disco così. Un prodotto di cui essere fieri, da poter consegnare al pubblico con la serenità di aver ben lavorato. Loro, il Cerchio d'Oro, l'hanno fatto. La speranza è che, in realtà, questo non sia che un inizio. Quanto meno di una nuova bella storia di musica, fatta soprattutto di concerti.
Di solito, quando si ascolta un disco “di genere”, bisognerebbe citare tutto il citabile. Io proverò a non farlo (conosco anche io Balletto di Bronzo, Rovescio della Medaglia, i Trip del grande Joe Vescovi e conosco ovviamente Genesis, Nice, Yes e compagnia). Non lo voglio fare perché sarebbe irriguardoso nei confronti di musicisti che hanno scelto liberamente un linguaggio col quale esprimersi. Che non è tutto loro, ma che è anche loro.
Viva il Cerchio d'Oro e viva “Il viaggio di Colombo”, dunque. Ora smetto di scrivere. Voglio riascoltare “Sognando la meta”. Lo confesso: è la mia preferita.

Ascoltiamoli e vediamoli in abiti d'epoca

video