domenica 30 agosto 2020

M'Z-L'autopsie du dogme


Dietro al nome M’Z si cela il progetto di Mathieu Torres - compositore, musicista, chitarrista - che propone il suo concept “L'autopsie du dogme”, una lunga suite di 56 minuti, senza soluzione di continuità.
Incuriosito, ho cercato tracce della sua storia, della sua formazione e delle produzioni pregresse, ma non ho trovato note importanti, per cui mi baso su quanto ho ascoltato e sul pensiero dell’autore, presente nel comunicato di presentazione del disco, tutto tradotto e riportato a seguire.
E sono proprio le sue chiare elucubrazioni che spiegano nel dettaglio il potente messaggio che contiene il suo lavoro, focalizzato su riflessioni che riguardano l’evoluzione dell’industria musicale, con amare sottolineature relative al momento contingente.

Completamente prodotto in proprio, con l’ausilio di quella che Torres denomina “la mia famiglia musicale” - probabilmente i suoi collaboratori di fiducia - mi ha colpito per la capacità di sintesi di stili di cui nel disco si usufruisce in piena libertà, e forse per questa caratteristica precisa il tutto si può collocare in ambientazione prog.
Mi riferisco a generi ben costituiti a cui Torres trova il giusto amalgama, navigando tra classica, jazz, prog puro e musica elettronica, e il compendio tra anni ’70 e ’80 si trasforma in novità, in lavoro fresco e accattivante, pronto per gli anni 2000, con un cantato alternato tra più protagonisti, in equilibrio tra lingua inglese e francese (il progetto è francofono).
D’acchito potrebbe sembrare un ascolto impegnativo, proprio per la mancanza di soste, e in effetti è richiesta una buona concentrazione, ma l’unico avvertimento che potrei dare all’ascoltatore curioso è quello di approcciarsi avendo a disposizione il tempo per una fruizione totale, perché il collante che unisce la musica  - e le idee di “L'autopsie du dogme” - necessita di un flusso completo, che possa far cogliere i differenti momenti di passaggio e i cambi di mood.

Sarebbe interessante sapere se il progetto è il frutto di un lungo lavoro alimentato nel tempo, o se è nato istintivamente e rapidamente, a seguito delle costrizioni legate al momento drammatico che stiamo vivendo, ma senza porsi troppe domande il suggerimento è quello di premere lo start e lasciarsi coinvolgere, perché risulterà estremamente piacevole essere avvolti da un’onda musicale costituita da una estrema qualità sonora, una sorta di episodio didattico che non lascerà di certo indifferenti.

Ma tocca a Mathieu Torres il compito di spiegare i suoi intenti, e a fine articolo propongo l’album per intero, così, tanto per alimentare il confronto…
Partiamo quindi per un viaggio, quello che Torres definisce come “… fatto con molta passione e anima…”.

L'autopsie du dogme" è un brano musicale lungo 55,55 minuti che passa attraverso differenti generi, dal Metal al Jazz, dal Punk all'EDM, dal Jungle al Pop, dal Grunge alla musica da film, da tonale a modale…
Si può considerare un progetto solista, ma nel realizzarlo mi sono circondato della mia famiglia musicale, presente anche nella registrazione.
L’album si sforza di riflettere su due assi in parallelo:

La più ovvia è la satira rivolta all’intera industria musicale all’alba della sua morte, senza risparmiare nessuno, e mi è sembrato importante rendere omaggio, oltre che criticare, ciò che lo merita in questo ambiente, cercando di evidenziare la bellezza di questi pionieri - e dei movimenti di culto corrispondenti -, ben usati da attività denominate “artistiche”, che utilizzano la materia fino al suo totale sfruttamento, come accade per ogni industria, nel mondo del neoliberismo.
Stanca dei capricci e delle "debolezze" di questi artisti che prosciuga, l'industria pensa di poter riprodurre i codici dalla musica, o addirittura crearne di nuovi, senza alcun interesse per l’arte e per chi la persegue, e questa “magia nera” funziona perfettamente per chi ama l'oro e sa che la qualità della materia prima ha poca importanza quando si padroneggiano gli strumenti di propaganda per influenzare il pubblico.

È anche un modo per creare un parallelo - e una riflessione - tra la morte di Dio raccontata dai pensatori moderni e quel che resta di quei dogmi creati per promuovere il controllo e il dominio sui popoli. Sarebbe pazzesco pensare che basta uccidere Dio per emanciparsene: oltre la figura di Dio ci sono tutti i dogmi tentacolari che sussistono e che per la loro eleganza, i loro sofismi, le loro manipolazioni - o auto-manipolazioni - sanno ancora sedurre, e c'è poi il percorso individuale che ognuno può intraprendere affinché finalmente Dio non occupi più un solo cuore umano.

Ci sarebbe anche un terzo asse, più personale, dove ognuno di questi personaggi sarebbe una parte del mio essere, perché ovviamente sarebbe troppo caricaturale e manicheo pensare alle cose in modo così binario, e mi sembra che ognuno di noi possa essere alternativamente un'industria, un sacco di dogmi, o un tiranno, quando usiamo male gli ingredienti che abbiamo a disposizione. Tutti gli elementi sono utili, purché applicati nella giusta quantità.

Spero quindi che questo album possa fornire un punto di equilibrio e che sappia rendere omaggio sia al pragmatico che al sognatore, e quindi impedire a una delle nostre voci interiori di parlare più forte delle altre, almeno per un po’."


I MUSICISTI

Stéphanie Artaud: pianoforte, liriche, voce
Hugo Lemercier: oude (da 07:50 a 11:06)
Julien Langlois: sassofono, clarinetto, voce
Baptiste Segonne: batteria (eccetto I campionamenti nella parte di and Camille Bigeault)
Camille Bigeault: batteria (da 21:43 a 24:12)
Laurent Avizou: chitarra solista (da 25:54 a 27:48)
Matthieu Paolini: flauto, voce
Yannick Cognet: Flauto e sassofono (da 38:43 a 39:37)
Mathieu Torres: Composizione, programmazione, orchestrazioni, chitarre, testi e concept










giovedì 27 agosto 2020

Ricordando Stevie Ray Vaughan


La notte del 27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric ClaptonRobert CrayBuddy Guy e il fratello JimmieStephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.

Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.

Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare
(Eric Clapton)
Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.

Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.

Dicono di lui: 

È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere
.”


Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva...

La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.


Curiosità - Lo stile
Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione.Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel,per i brani dalle atmosfere jazz. Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990. Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).


Texas Flood





Nel ricordo di Stevie Ray Vaughan


La notte del 27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric ClaptonRobert CrayBuddy Guy e il fratello JimmieStephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.

Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.

Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare
(Eric Clapton)

Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.

Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.

Dicono di lui: 

È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere
.”

Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva.


La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.


Curiosità - Lo stile

Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione.Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel,per i brani dalle atmosfere jazz. Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990. Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).

Texas Flood





martedì 25 agosto 2020

Marco Damiani, il jolly della PFM

Marco Damiani, seduto in basso a sinistra

In ogni settore lavorativo, in ogni nuovo progetto, in qualunque gruppo di anime in movimento organizzato, esistono elementi che lavorano nelle retrovie, che non hanno - e non amano - i riflettori, che sono in ogni caso motore della progressione, e di loro il grande pubblico, quando va bene, si accorge solo nel momento dell’epilogo, alla fine del percorso di una vita.

Non conoscevo Marco Damiani - mea culpa -, ma scopro oggi quale grande merito abbia avuto nella svolta storica della PFM, con il passaggio dal pop di I QUELLI al nascente prog, che avvenne proprio grazie a lui.

Questo fatto mi ha incuriosito e ho ricercato le origini, chiedendo a Giorgio “Fico” Piazza, bassista di quelle formazioni, come siano andate le cose. 
Rendergli omaggio mi sembra il minimo.
Sono passati tanti anni, la memoria non può riportare ai dettagli, ma il suo racconto mi sembra interessante…

“Ho avuto la brutta notizia da “Zeta”, uno dei nostri roadie dell’epoca.
Marco Damiani era chiamato all’epoca “Il gorilla”, anche se non ne ricordo il motivo.
Era di Brescia, all’epoca quasi avvocato, e sentì suonare I QUELLI al PARADISE, locale cittadino in cui suonava anche Mauro Pagani con il suo gruppo.
Noi de I QUELLI proponevamo il rock dell’epoca, quello dei Deep Purple, dei Led Zeppelin e degli Uriah Heep ma lui, dopo aver intuito il nostro potenziale, ci spinse ad ascoltare il nuovo che stava arrivando, e ci fornì il materiale per toccare con mano la musica dei King Crimson e dei Jethro Tull, tanto per fare un paio di esempi. Sintetizzando al massimo, Mauro Pagani si unì a noi e… nacque così la PFM!
Marco - riconoscibile ai tempi per barba e occhiali - diventò il nostro fonico, facendo parte dell’entourage assieme a Lombardi - conosciuto tramite il nostro manager Franco Mamone - che ci forniva gli strumenti e che crebbe professionalmente assieme a noi.
All’interno del PARADISE provammo per mesi il genere suggerito da Marco, lavorando su musica “vecchia” e nuova, e quando fummo pronti iniziammo ad aprire i concerti dei grossi nomi, favoriti dall’attività internazionale del nostro manager che ci inseriva in contesti più prestigiosi.
Ricordo che non c’era mai una seconda data simile, perché la nostra bravura rappresentava un problema per gli headliner che temevano di vedere ridimensionata la loro performance.
Andammo avanti così per un paio di anni, ma ridurre il ruolo di Marco Damiani a quello di fonico e illustratore sarebbe ingeneroso, e penso al contrario che possa essere considerato il fautore dell’inizio della storia della PFM.
L’ultima volta che lo vidi fu una decina di anni fa, nella cascina in cui abitavo all’epoca, e la visione della mia casa, un po' isolata e di ampie dimensioni, lo portò a viaggiare con la mente, pensando alla costituzione di una comune… uno spirito libero, il jolly della PFM!”



Sulla pagina facebook della PFM si legge:


“Un grande abbraccio a Marco Damiani, nostro primo fonico e autore dell'immagine interna di "Storia di un minuto", che ci ha lasciato. BUON VIAGGIO e grazie per essere stato uno di noi.”










Anche Franco Mussida ha un pensiero per Marco.

"Oggi se n’è andato Marco Damiani, un sensibile e bravo compagno di Musica in un periodo magico, quello in cui la PFM si stava formando. Amico di Mauro, mi è rimasto nel cuore per la sua coraggiosa eccentricità anticonformista e, soprattutto, per la capacità di governare il suono del gruppo in modo magistrale, con mezzi e impianti voce della prima ora. Con un Mixer Lombardi, con pochi canali e poche casse, era capace di creare amalgama sonori di grande suggestione. Lavorava con i reverberi creando effetti, per quei momenti, unici e di grande fascino. Ha contribuito a dare una ulteriore personalità al suono live del gruppo.
Di lui mi rimane il ricordo di una persona buona ed entusiasta, che ha sempre visto la realtà fisica come una porta da superare, come apparenza, e il mondo del suono una magia capace di creare mondi fantastici.
Devo a lui una delle sensazioni più belle che un musicista possa vivere su un palcoscenico: quella di ascoltare il suono complessivo del gruppo con tutti i suoi giusti equilibri naturali. Il modo con cui disponeva le casse a semicerchio attorno ai locali e non di fronte al pubblico (alcune quindi rivolte dalla sala verso di noi) era tale da restituirmi la magia dei suoi mix integrali, cosa che con i monitor davanti non è mai possibile avere. Un vero godimento. Grazie Marco… buon viaggio.
Franco".

Eccolo in un video storico della RAI




lunedì 24 agosto 2020

Dave Dee, I Dozy, Beaky, Mick &Tich-Il pop/rock britannico degli anni Sessanta


Dave Dee, I Dozy, Beaky, Mick &Tich fu un gruppo pop/rock britannico degli anni Sessanta. Due dei loro singoli vendettero più di un milione di copie ciascuno, e raggiunsero il numero uno nella UK Singles Chart con il secondo di loro, "The Legend of Xanadu".


Un po' di storia…

Un giorno del 1961, cinque amici di Wiltshire (contea inglese) - David John Harman (Dave Dee), Trevor Leonard Ward-Davies (Dozy), John Dymond (Beaky), Michael Wilson (Mick) e Ian Frederick Stephen Amey (Tich) -, decisero di formare un gruppo, originariamente chiamato “Dave Dee and the Bostons”.  Presto rinunciarono al loro lavoro reale (ad esempio Dave Dee era un poliziotto) per provare a guadagnarsi da vivere con la musica. Oltre ad esibirsi nel Regno Unito, occasionalmente suonavano ad Amburgo (Star-Club, Top Ten Club) e a Colonia (Storyville).

Nell'estate del 1964, i cantautori britannici Ken Howard e Alan Blaikley si interessarono al loro lavoro, dopo che la band aveva iniziato a operare in studio con con Joe Meek (produttore discografico, tecnico del suono e compositore inglese), ma con scarsi risultati, e le sessioni di registrazione non decollavano. Dave Dee raccontò un episodio significativo: “Meek aveva tecniche di registrazione molto strane. Voleva che suonassimo la canzone a metà velocità e poi incrementava e inseriva tutti i suoi trucchetti, e così non riuscivamo a far quadrare le cose. Un giorno esplose, lanciò lontano il caffè sporcando le pareti dello studio e se ne andò nella sua stanza. Il suo assistente - Patrick Pink - entrò e disse che Meek non avrebbe più fatto registrazioni per quel giorno. Finì così, prendemmo tutta la nostra attrezzatura e tornammo a casa".

Il gruppo alla fine ottenne un contratto discografico con la Fontana Records.

Ken Howard, iniziando a seguire il quintetto, dichiarò che: "Abbiamo cambiato il loro nome in Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick e Tich perché erano i veri soprannomi e perché volevamo sottolineare le loro personalità molto distinte tra loro, in un clima che tendeva a considerare le band esistenti solo come entità collettive”.

Il nuovo nome, unito alle canzoni ben prodotte e orecchiabili di Howard e Blaikley, catturò rapidamente l'immaginazione del pubblico britannico, e i loro dischi cominciarono a vendere in abbondanza. In effetti, tra il 1965 e il 1969, il gruppo trascorse più settimane nella UK Singles Chart rispetto alle Beatles e fece un tour in Australia e In Nuova Zelanda, paesi dove avevano avuto ottenuto un notevole successo di classifica.

Con "The Legend of Xanadu" superarono il milione di copie vendute, ma realizzarono altre hits, come "Hideaway", "Hold Tight!", "Bend It!", "Save Me!", "Touch Me, Touch Me", "Okay!", "Abadak!" e "Last Night in Soho".

La canzone "Bend It!" diventò un grande successo in Europa, numero uno in Germania. La canzone fu ispirata dalla musica della colonna sonora del film “Zorba il Greco”, e per ottenere un suono simile al bouzouki fu utilizzato un mandolino elettrificato.


Le vendite combinate nel Regno Unito e in Europa furono notevoli, tuttavia, nell'ottobre 1966, la rivista musicale britannica NME commentò che decine di stazioni radio statunitensi avevano vietato il disco perché il testo era considerato troppo… suggestivo. Il gruppo rispose registrando una nuova versione, a Londra, con un diverso insieme di parole, e il disco fu rilasciato negli Stati Uniti, poiché il singolo originale era stato ritirato dalla vendita.

Negli Stati Uniti, il gruppo non riuscì a sfondare in modo uniforme, anche se ebbero affermazioni regionali, in particolare nelle città nord-orientali come Cleveland, Buffalo, Syracuse, Albany e Boston, dove sia "Bend It" che "Hold Tight" ottennero un notevole ascolto ed entrarono nella top 10 delle stazioni radio locali. Durante l'inverno 1967-68 incrementarono la loro presenza americana, ma non raggiunsero mai il consenso di massa.


Nel settembre 1969 Dave Dee lasciò il gruppo per una breve carriera solista, e il resto della band, rinominato D, B, M e T, continuò a pubblicare dischi fino a quando non si sciolsero nel 1972.
Negli anni Ottanta il gruppo si riformò, sempre senza Dave Dee, che nel frattempo era diventato produttore discografico per la Magnet Records.

Negli anni Novanta il gruppo si ripropone dal vivo, questa volta con Dave Dee, che ha in ogni caso continuato le sue attività sino al 2008, nonostante il precario stato di salute dovuto ad una brutta malattia diagnosticata nel 2001

Nel 2013, John Dymond (l'originale Beaky) è tornato nella band e nel 2014 Tich si è ritirato dopo 50 anni.

Con Ray Frost come nuovo "Tich", la band, che includeva ancora due membri originali, si è impegnata a continuare, almeno sino alla morte di Trevor Ward-Davies (Dozy), mancato il 13 gennaio 2015, all'età di 70 anni, dopo una breve malattia.

Una storia che vale la pena ricordare!


Discografia:

Albums
Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich (1966) – UK #11
If Music Be the Food of Love ... Then Prepare for Indigestion (1966) – UK #27
Golden Hits of Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich (1967) (solo UK )
Greatest Hits (1967) (solo US) – US #155
What's in a Name (1967) (Netherlands release)
If No One Sang, Time to Take Off (US Title) (1968)
Together (1969)
Attention (1971)
The BBC Sessions (live) (2008)

domenica 23 agosto 2020

Case maledette...


Esistono intrecci, concatenazioni, circostanze, che spesso scuotono la morbosa attenzione di chi si interessa al mondo della musica rock, soprattutto i più … “maturi ed esperti”.
La lettura di “Delitti Rock”, di Ezio Guaitamacchi, fornisce curiosità in quantità industriale.

Che cosa lega Harry Nilsson a Mama Cass e Keith Moon?
Per chi non sapesse chi sia stato il cantante pop Harry Nilsson (mancato nel 1994 a 53 anni), ecco alcune note trovate in rete:

Nato a New York nel 1941, Nilsson raggiunge la fama alla fine degli anni sessanta, grazie a una dichiarazione dei Beatles che lo considerano fra i migliori compositori americani. Alla conferenza stampa di presentazione della Apple Corps, infatti, viene chiesto a John Lennon quale fosse il loro cantante americano preferito. La risposta è “Nilsson”. Subito dopo viene chiesto a Paul quale fosse il loro gruppo americano preferito. La risposta è ancora “Nilsson”
Se qualcuno lo avesse dimenticato, le note della colonna sonora di “Un Uomo da marciapiede”, risveglieranno le memorie:


Harry è molto popolare, e passa molto del suo tempo in giro per il mondo e lontano dalla sua abitazione londinese, al numero 12 di Curzon Place, casa che presta volentieri agli amici.
Il 29 luglio del 1974 la famosa cantante Mama Cass Elliot, ex cantante dei Mamas and Papas, muore nell' appartamento di Harry, ufficialmente per un attacco cardiaco, ma come è tipico delle “morti rock”, molte ombre impediscono di arrivare ad una verità certa, e il referto ufficiale denuncia un’insufficienza cardiaca.
Mama stava cercando una sua identità, volendo scrollarsi di dosso quel “Mama” in cui non si riconosceva più, ma a trentatré anni, il suo cuore cessa di battere, nella casa a lei imprestata da Harry Nilsson.


Passano quattro anni, e in quell appartamento troverà la morte un altro grande del rock, Keith Moon, batterista degli WHO.
E’ il 7 settembre del 1978 e Moon, sempre più perso nelle sue ansie personali, tra alcol, droghe e problemi psicologici, è ospite di Nilsson con la sua nuova fidanzata svedese.
Anche in questo caso le dinamiche che porteranno al decesso sono controverse, e ufficialmente si parlerà di overdose da farmaco anti-alcol.


Scioccato da queste due tragedie Harry Nilsson si affretterà a vendere l’appartamento.
A chi?
Pete Townshend… speriamo in bene!




domenica 16 agosto 2020

Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky...


Ospitata in quella che era praticamente un’abitazione privata, tra effluvi di whisky e abbondante presenza femminile, l’ultima esibizione di Robert Johnson può contare su testimonianze piuttosto labili. Occorre pertanto affidarsi ai ricordi di Sonny Boy Williamson, grande armonicista in possesso di un’aneddotica sterminata, che sostiene di aver suonato insieme al leggendario bluesman in quella fatale notte.

La popolarità di Johnson nella regione del delta del Mississippi era cresciuta negli anni ’30 grazie anche al suo presunto patto con il diavolo stipulato alla periferia di Clarksdale, all’incrocio fra la Statale 61 e la Statale 49. Solo qualcuno che avesse venduto l’anima al diavolo, si diceva in giro, poteva suonare contemporaneamente parti ritmiche e soliste con tanta abilità, oppure cantare del “cane degli inferi sulle mie tracce” con pathos quasi soprannaturale.

Nel luglio 1938, dopo molto peregrinare, Johnson si era stabilito a Greenwood.
Il sabato sera suonava in un locale chiamato Three Forks, dove si era messo con una ragazza del paese. Difficile dire se sapesse o meno che si trattava della moglie del proprietario della bettola.
Sonny Boy Williamson racconta che una sera Johnson, durante una pausa nella sua esibizione, si vide arrivare una bottiglia di whisky. Consapevole delle tensioni che la spregiudicatezza sentimentale dell’amico stava creando (il flirt era iniziato un paio di settimane prima), l’armonicista afferrò la bottiglia e la gettò via.

Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky”,  lo ammonì Johnson che, poco dopo, accettò senza indugi una seconda bottiglia. In realtà Williamson aveva visto giusto.
Non appena ricominciò a cantare, Johnson ebbe un malore e dovette lasciare il palco.
Al whisky era stata aggiunta della stricnina. Sebbene non fosse risultata subito fatale, Robert Johnson morì circa due settimane dopo, il 16 agosto 1938, senza immaginare che l’incrocio presso cui la sua vita e la sua arte si erano intersecate sarebbe diventato il mito primigenio del musicista-fuorilegge del xx secolo.

Da “Io C’ero”, di Mark Paytress 





sabato 15 agosto 2020

Charles Manson , 51 anni fa...



Il 9 agosto del 1969 accadeva qualcosa destinato a rimanere tristemente nella storia...

Ricordando il Festival di Woodstock, ho collegato che in contemporanea (una settimana prima) avvenne la strage di Bel Air.
Ero rimasto molto impressionato, all’epoca, dall’intera storia, ma non l’avevo collocata nel giusto periodo, anche perché passarono due anni dal momento della strage alla scoperta della verità.
Le immagini di allora erano piene di dettagli dolorosi e i nomi di “personaggi” come Linda Kasabian, Susan Atkins o Charles «Tex» Watson divennero familiari e stimolarono una curiosità morbosa negli adolescenti dell’epoca.
Tra quegli adolescenti c’ero anche io e ricordo che l’evento fu accostato in qualche modo al mondo hippie , quello che tanto ci affascinava agli albori degli anni '70.
Ovviamente le filosofie di vita erano opposte e la non violenza dei figli dei fiori era anni luce lontana dalla ferocia della Manson’s Family, ma il semplice fatto che quella macabra tribù vivesse in piena comunione, favorì la similitudine.

Un pò di storia trovata in rete.
Ne ho lette molte, con sfumature diverse, ma tutte evidenziano il percorso di vita drammatico che ha portato Charles Manson a diventare una delle menti più “feroci” e assassine di tutti i tempi, e quella che può sembrare una sorta di tentativo di giustificazione, credo sia in realtà la voglia di indagare e capire come si possa arrivare a tanta violenza gratuita, come si riesca ad abusare e infierire sul corpo di una giovane donna prossima alla maternità, come si possa pensare di uccidere ed essere nel giusto.


Uno dei più famosi assassini della storia, lo psicopatico che ha dato adito a una serie innumerevole di leggende e di falsi resoconti sulla sua vita: Charles Manson è il prodotto malato di quello che furono gli sconvolgenti e irrefrenabili anni '60, il frutto marcio di una falsa idea di libertà partorito dalla frustrazione di non essere nessuno, mentre molti "nessuno" diventavano qualcuno.

Seguace dei Beatles e dei Rolling Stones, voleva diventare famoso: non riuscendoci con la musica, nel suo delirio ha scelto un'altra e ben più trasgressiva strada.

Nato il 12 novembre 1934 a Cincinnati, Ohio, l'infanzia del futuro mostro è stata assai squallida e segnata da continui abbandoni da parte della giovane madre, una prostituta alcolizzata, finita poi in carcere con lo zio per rapina. Il giovane Charles Manson imbocca ben presto la carriera del criminale, tanto che all'età di trent'anni, dopo una vita passata fra vari riformatori, ha già un curriculum da record, completo di contraffazioni, violazioni di libertà vigilata, furti d'auto, tentate fughe dalle carceri, aggressioni, stupri di donne e uomini.

Nel 1967, rilasciato definitivamente dopo anni di violentissime detenzioni in galera, in cui conobbe stupri ed abusi di ogni genere, sia fatti che subiti, comincia a frequentare la zona di Haight-Sansbury a San Francisco. Nel pieno della cultura hippy fonda una comune, poi ribattezzata in seguito con il nome di "Famiglia Manson". Nel suo periodo di punta, la Famiglia contava qualcosa come cinquanta membri, tutti naturalmente soggiogati dal carisma violento e fanatico di Charles. Il gruppo presto si trasferisce in un ranch nella valle di Simi dove si dedica alle attività più varie, tra la musica dei Beatles (Manson era convinto di essere il quinto Beatle mancato), il consumo di LSD e altre droghe allucinogene. Essendo sostanzialmente un gruppo di sbandati (Manson aveva raccolto intorno a sé tutte persone con gravi difficoltà di inserimento sociale o giovani dal passato difficile), la Famiglia si dedicava inoltre ai furti e agli scassi. Charles Manson intanto profetizza la cultura satanica e l'olocausto razziale che avrebbe dovuto portare la razza bianca al dominio totale su quella nera. E' in questo periodo che si consumano i primi bagni di sangue.

La notte del 9 agosto 1969 avviene il primo massacro. Un gruppo di quattro dei ragazzi di Manson irrompe nella villa dei coniugi Polanski a "Cielo Drive". Qui ha luogo la tristemente nota carneficina che vede coinvolta, come povera vittima sacrificale, anche l'attrice Sharon Tate: la compagna del regista all'ottavo mese di gravidanza, viene accoltellata ed uccisa. Con lei vengono trucidate altre cinque persone, tutti amici di Polanski o semplici conoscenti. Roman Polanski si salva per puro caso perchè assente per impegni di lavoro. La strage non risparmia comunque il guardiano della villa e lo sfortunato giovane cugino capitato sul luogo del delitto. Il giorno dopo stessa sorte tocca ai coniugi La Bianca, anch'essi assassinati nella loro casa con più di quaranta coltellate nel petto. E l'eccidio continua con l'uccisione di Gary Hinman, un insegnante di musica che precedentemente aveva ospitato Manson e la famiglia. Sono le scritte "morte ai maiali" e "Helter skelter" (nota canzone dei Beatles il cui significato simboleggiava la fine del mondo) tracciate con il sangue delle vittime sulle pareti della casa a condurre l'avvocato Vincent T. Bugliosi sulla pista di Charles Manson.

E' l'avvocato stesso a portare avanti la maggior parte delle indagini che durano oltre due anni. Convinto che a tirare i fili di questi macabri delitti vi sia proprio Manson, Bugliosi visita più volte il ranch "comune" dove intervista i ragazzi per cercare di capire come dei giovani innocenti si siano potuti trasformare in assassini spietati.

A poco a poco il puzzle viene assemblato: gli omicidi Tate-La Bianca-Hinman, e gli altri fino a quel momento rimasti estranei alle piste di indagine seguite dall'avvocato, sono tutti collegati. Gli autori sono proprio questi ragazzi appena ventenni che agiscono sotto i poteri allucinogeni delle droghe e, soprattutto, sotto l'influsso di Charles Manson. Arrivano anche le confessioni che inchiodano il loro mandante supremo. E' in particolare Linda Kasabian, un'adepta della Famiglia, la quale aveva fatto da palo all'omicidio di Sharon Tate, a divenire il più importante testimone d'accusa.

Nel giugno del 1970 comincia il processo contro Manson, poi ricordato come il più lungo mai svolto negli Stati Uniti, con oltre nove mesi di dibattimento. Il glaciale Manson, nella sua follia, confessa tutto e anche di più. Rivela che fra gli obiettivi della Famiglia, improntati alla sua filosofia malata, vi era quello di eliminare quanti più personaggi famosi possibile, fra cui emergono, tra i primi, i nome di Liz Taylor, Frank Sinatra, Richard Burton, Steve McQueen e Tom Jones.

Il 29 marzo 1971 Charles Manson e i suoi compagni di strage vengono condannati alla pena di morte. Nel 1972 lo stato della California abolisce la pena capitale e la condanna viene trasformata in carcere a vita.


Il 1º gennaio 2017, nella prigione di Corcoran, Manson fu trovato sofferente di perdite di sangue gastrointestinali e trasportato d'urgenza presso il Mercy Hospital di Bakersfield. Una fonte interna disse al Los Angeles Times che Manson era seriamente malato, e TMZ diffuse la notizia che i medici lo consideravano "troppo debole" per essere operato. Fu riportato in carcere il 6 gennaio, e sottoposto a cure che non gli giovarono. Il 15 novembre 2017, un portavoce non autorizzato dall'autorità carceraria confermò che Manson era stato riportato in ospedale a Bakersfield. In ottemperanza alle leggi federali sulla privacy medica, il California Department of Corrections and Rehabilitation non confermò la notizia. Il 19 novembre 2017, dopo essere stato ricoverato pochi giorni prima in seguito a un'emorragia intestinale, Manson morì a causa di un arresto cardiaco a 83 anni, al Kern County Hospital di Bakersfield. Soffriva da tempo per un cancro al colon.