giovedì 31 maggio 2012

June 1974-Soundscapes Of The Muse


June 1974 è un progetto recente di Federico Romano.
Come riportato nella biografia a fine post, la musica rappresenta una sorta di evoluzione espressiva di questo artista, che parte dalla letteratura –racconti, poesie e romanzi- per approdare al mondo dei suoni nel 2009, e sono talmente tante le cose da esternare che l’album "Soundscapes Of The Muse", di cui mi appresto a parlare, risulta il sesto, in uno spazio temporale contenuto.
La sensazione generale è che le dieci tracce proposte -ma suppongo sia così anche per gli altri lavori precedenti- siano il frutto di un reale ed estremo bisogno di raccontare un mondo attraverso la musica. Non è questo un fatto scontato, perché le canzoni a tavolino, quelle che rispondono ad altri tipi di esigenze, sono molto comuni e in alcuni casi anche semplici da realizzare.
Esistono due fatti che sono a mio giudizio significativi in tal senso, e sono appena “toccati” nell’intervista a seguire.
Innanzitutto il presentare il quotidiano, complesso, senza l’utilizzo delle parole, ma solo attraverso la musica, i titoli dei brani e le immagini. Pensando a Romano come un professionista della penna, verrebbe naturale idealizzare i suoni e le note come complemento alle parole, o viceversa. E in fondo, se la miscela è di buona qualità, il  risultato positivo dovrebbe essere scontato. Ma l’esigenza -  e forse la sfida- è quella di far parlare le note, di raccontare il quotidiano e le emozioni personali senza “sporcare” l’attimo della creazione, momento da imputare -a volte- ad un arpeggio di chitarra scaturito pensando alla natura, essendo in essa immersi.
Altro elemento è la determinazione nel mantenere assolutamente personale il progetto, senza cercare una via per riproporlo dal vivo, perché per essere efficaci occorrerebbe cercare compagni di viaggio, minando l’idea iniziale legata al progetto di un uomo, e ad un contenitore che debba essere espressione esclusiva del suo ideatore.
Tutto quanto descritto, dona a   "Soundscapes Of The Muse", e a June 1974 una certa luce carica di purezza, che allontana le immagini deteriori che accompagnano -anche- il mondo della musica. Ogni compromesso, ogni abbellimento forzato sembrano qui banditi, a favore della ricerca della genuinità.
Difficile definire il genere musicale secondo i canoni tradizionali, e la varietà di situazioni porta ancora sulla strada dell’espressione come frutto dell’attimo creativo, senza pensare a ciò che era un attimo prima e a cosa verrà dopo.
Rock, folclore, etnia, elettronica… questi i componenti sparsi tra i brani dai titoli significativi (Non Morire Mai, Di Infinite Lacrime, Il Mare Dentro, Post From Heaven...che inducono l’ascoltatore a ricercare la stessa onda di Romano.
Un ottima occasione per sognare, per pensare, per lasciarsi andare, o anche solo per ascoltare della buona musica.


L’INTERVISTA

Mi racconti brevemente di te e della tua formazione musicale e culturale in genere?
La musica mi accompagna da sempre da quando piccolo ascoltavo seduto sul seggiolone mia madre suonare il pianoforte, poi l'amore per i gruppi pop, credo fossero i primi anni '80, e l'inizio di questo mio viaggio introspettivo fatto di parole e musica. Un viaggio mentale e la creazione del mio mondo immaginario dove potermi nascondere da tutto ciò che e' reale e fa male.

Da quanto ho potuto scoprire, la musica è per te un’evoluzione rispetto alla poesia e alla scrittura in genere, con cui ti sei espresso in passato. Il tuo album “Soundscapes of the Muse” è però privo di liriche. Pensi che raccontare e raccontarsi attraverso i suoni sia più efficace rispetto alle parole?
La parola sicuramente rafforza il suono; nel mio caso è una scelta stilistica dovuta al fatto che in “Soundscapes Of The Muse” il cantato non è necessario, la musica riesce ad esprimere al meglio le mie emozioni anche senza l' intervento delle parole.

Mi illustri il motivo della scelta del tuo pseudonimo, June 1974?
Semplicemente il mese e l'anno in cui sono nato a simboleggiare che  la mia musica è nata con me.

Il tuo è un progetto solista, ma penso che l’obiettivo finale di un artista sia sempre la condivisione, e conseguentemente l’utilizzo della parte live che dello share ne è un fondamento. Cosa pensi al riguardo?
Mi piace condividere la mia musica e i miei libri ma per quanto riguarda la dimensione live, essendo un progetto solista è impossibile riuscire a  riprodurre gli stessi suoni e la stessa atmosfera dei mie dischi. Sono convinto inoltre che non è importante.

Da cosa trai maggior ispirazione quando crei?
Semplicemente dalle mie emozioni.

Mi trovo spesso al cospetto di gruppi che scelgono l’unione di differenti arti per esprimersi. Credo che questa sia una filosofia che riguarda anche te. E’ qualcosa che potremmo definire come “nuova esigenza” o esisteva anche prima e rimaneva più… nascosta?
E' un'esigenza subconscia, nulla di forzato; nel mio caso credo di essere stato il primo in Italia ad abbinare ad un mio romanzo “Lettere da Antartica” pubblicato nel 2007 una colonna sonora, perché quel libro aveva un suono, tutto qui.

Quanto è importante l’art work dei tuoi lavori?
La cover è fondamentale; nei miei lavori apparentemente sembra una forzatura, nel senso che appaiono sempre bellissime modelle, ma in realtà per me sono Muse ispiratrici dell' attimo composizione.

Potresti ricordare un incontro che ritieni abbia incanalato per sempre la tua vita professionale?
Sono tanti, la maggior parte virtuali perché son sempre in giro per lavoro, ma li ricordo tutti con estremo piacere, davvero.

Esiste qualche rimpianto per scelte sbagliate o … non scelte?
No, rifarei tutto assolutamente.

Apri la scatola dei desideri musicali. Cosa vorresti ti accadesse da qui al 2015?
Mi basterebbe continuare a vivere e a suonare le mie passioni, tutto qui.



June 1974 "Soundscapes Of The Muse" by Visionaire Records(label of Federico Romano):

1)Amnesia
2)The Child Cradled By The Stars
3)Notte Cremisi
4)Soundscapes Of The Muse
5)Non Morire Mai
6)Di Infinite Lacrime
7)Il Mare Dentro
8)Mosaico
9)The Vagabond Dreamer
10)Post From Heaven

Musica e titoli di Federico Romano(June 1974).
Special Guest Tommy Talamanca(Sadist guitar player) su:
1)Amnesia
2)Di infinite Lacrime
3)Mosaico.


Album masterizzato  ai  Nadir Music Studios by Tommy Talamanca


Foto di copertina di Enrico Ricciardi (servizio  uscito su Playboy)

Modella:Francesca De Andrè (nipote di Fabrizio De Andrè)

BIOGRAFIA
June 1974 è il progetto musicale creato nel 2009  da Federico Romano, noto nel circuito underground come scrittore di poesie, racconti, romanzi e ideatore dei progetti "Lettere Da Antartica","Visions" e "Il Bambino del Mai". June 1974 è il bisogno profondo dell' artista di esprimere il suo immenso universo anche attraverso la musica. June 1974 è musica a 360 gradi, quindi impossibile da etichettare. Dal 2009 ad oggi ha realizzato sei album e tantissimi singoli (più di 120 canzoni in totale) collaborando  con fotografi, attrici, modelle, scrittrici famosi a livello mondiale (prima per l' etichetta americana Cauldron Soundwerx Production e poi per l'italiana Areasonica Records).
"Soundscapes Of the Muse è il suo sesto album (il primo per Visionaire Records, etichetta  creata da Federico Romano), un disco maledettamente elettrico, ipnotico e sensuale.

Trovate  la sua musica su tutti i digital stores mondiali, Cina compresa.

June 1974 sito ufficiale:

martedì 29 maggio 2012

Timelines, "Voci"



Davide Riccio, un po’ di tempo fa, mi ha fatto qualche dono tra musica e letteratura, tra storia e avanguardia, tra sperimentazione e poesia. Sono tutti contenitori speciali, che richiedono un po’ di applicazione, voglia di riflettere, ricordare e ri-apprendere cose che fanno parte della nostra cultura, ma in alcuni casi accantonate.
Timelines “Voci”, uno dei regali, è molto più dell' apparenza, che è quella di un CD musicale, perché è un insieme di tracce -con Riccio nel ruolo di voce recitante- che presentano la rielaborazione di  parti del romanzo-denuncia “La Strega”, scritto da Jules Michelet nel 1862, e “tradotto” da Claudio Ricciardi.
Utilizzo uno stralcio di intervista di Riccio a Ricciardi per fornire qualche elemento oggettivo.


Intervista

Davide
… vorrei chiederti qualcosa sul tuo ultimo capitolo Timelines “Voci”, basato su “La strega” di Jules Michelet?
 Claudio
…  le cose potevano andare molto meglio. È, infatti, rimasto a metà nella sua realizzazione, nel senso che non è mai stato rappresentato! Ci aggiungiamo l’avverbio “ancora”?
 Davide
“La strega” è stato un lavoro molto interessante, a cui ho preso parte anch’io come “attore-voce recitante”: perché scegliesti in particolare quel soggetto da Michelet e cosa è successo a quel lavoro nei cinque anni dalla sua pubblicazione? Cosa intendi per “ancora”?
 Claudio
Il lavoro “Voci”, è stata un’idea che mi ha appassionato molto, sembrava che tutto andasse liscio; avevo sentito le musiche elettroniche di un mio amico, Giuseppe Verticchio, che mi avevano colpito molto (NIMH/NEFELHEIM, Whispers from the Ashes, il pezzo # Last hours of the heretic, Edizioni Amplexus). I lamenti sussurrati da qualcuno, provenienti dalle ceneri, mi avevano subito fatto pensare a Giordano Bruno, una figura modernissima nella storia della filosofia, brutalmente messo a tacere dal potere della Chiesa. Poi tutto il problema dei roghi delle streghe è stato facile da pensare. Mi impressionava e affascinava per la brutalità, diciamo pure nazista, con cui era stato portato avanti. Molti anni prima avevo letto quella storia delle donne di Michelet e l’avevo trovata molto poetica. Uno dei libri più belli che abbia letto sull’argomento. Altre voci si aggiungevano così ad una mia rabbia interna per come le donne erano e sono trattate dalla Chiesa tutt’ora. Avevo visto un film muto del 1922, Haxan, “La stregoneria attraverso i secoli” del regista svedese Benjamin Christensen, che richiamava la pittura fiamminga di Bruegel e Bosch e la possibilità di dare voce a quelle immagini era un richiamo molto forte. Dare voci e musica ad immagini, così come la musica del mio amico, ne evocava ancora altre; doveva e poteva essere un concerto di voci.  Un coro che, con la tua voce recitante  (dico sempre alla Carmelo Bene), concludeva o poteva concludere uno spettacolo di impatto molto forte. Ecco sembrava che tutto andasse liscio, e fino ad un certo punto è stato così, ma quando si sarebbe dovuto passare a rappresentare il tutto in uno spettacolo, strane incomprensioni si sono palesate e tutto si è fermato. Rapporti finiti, gruppo saltato e separazioni inevitabili. La copertina di “Voci”, poi, riprende una delle immagini di donna deformate e disegnate nelle grotte del monte Latmos nella Turchia occidentale, risalenti all’VIII millennio da oggi con “quell’esaltare le dimensioni del ventre/posteriore delle femmine” come racconta l’architetto Ugo Tonietti nel suo bellissimo libro “Abitare la terra” Edizioni L’Asino d’Oro, dicembre 2011. Ecco l’ ”ancora”  che per me resta perché mi sembra “ancora” possibile l’idea di realizzare un concerto spettacolo con spezzoni proiettati del film Haxan, su come venivano trattate le donne. Poi personalmente resto molto critico per tutto quello che la Chiesa rappresenta oggi e per come il Cristianesimo si pone nei confronti degli esseri umani. Questo volevo dire e rappresentare.

La donna come “perno” su cui tutto ruota: famiglia, società, tradizioni e cultura.
Luoghi comuni e frasi fatte, come quella che “Accanto ad un grande uomo…”.
I tempi evolvono, e ufficialmente i paesi culturalmente avanzati non presentano casi di repressione fisica, anche se chiusa la porta di casa tutto può accadere. Le battaglie femministe hanno dato buoni frutti, ma la rivolta era un atto dovuto, quasi un obbligo, circondato dallo stesso scetticismo femminile.
C’è ancora un abisso tra “la strega e lo stregone”, e la prima sembra non possa mai raggiungere il secondo, e viceversa.
Il “recupero” di Ricciardi, come prolungamento concentrato e rappresentativo del romanzo di Michelet, pone l’accento sulla posizione reale della donna, sul suo “massacro”, sul suo ruolo storico di vera vittima in balia di Stato e Chiesa, ed è una riflessione amara quella che porta ad evidenziare come certi modi di pensare secolari abbiano radici profonde e ancora impossibili da sradicare.
I testi recitati da Davide Riccio sono contenuti nel booklet, e la lettura abbinata all’ascolto - peraltro molto chiaro- facilita il momento della riflessione.
La musica è il sottofondo del racconto e diventa parte di esso riuscendo a coinvolgere al primo impatto. Il tappeto di note realizzato attraverso l’elettronica avanzata e la tradizione, rappresenta una potente miscela tra etnia e tecnologia, tra passato e presente, riprendendo anche con la musica l’elemento narrativo, sviluppato su un lungo spazio temporale e proiettato, purtroppo, nel futuro.
Estremamente suggestiva la voce di Davide Riccio, capace di penetrare in profondità unendosi alle atmosfere musicali, e assieme ad esse capace di creare un momento solenne, contorno di cui l’argomento necessita.

Se questa donna è indiavolata, come si dice, monsignore, avete il dovere di fronte ai vostri bravi vassalli, a tutto il paese, di darla alla Santa Chiesa. E’ spaventoso vedere… i progressi del demonio. Contro di lui no c’è che il fuoco”.
“Vostra eccellenza ha parlato egregiamente. La diavoleria è l’eresia per eccellenza. Come l’eretico, l’indiavolato deve essere bruciato!”

E chissà che tutto questo non possa essere, presto, messo in scena!

venerdì 25 maggio 2012

The Danse Society-Change of Skin


Utilizzo notizie trovate in rete per raccontare qualcosa su The Danse Society.

The Danse Society è un gruppo post-punk formatosi a Barnsley, Inghilterra, nel 1980. Ebbero un discreto successo dall'inizio della loro carriera. Componenti del gruppo nella prima formazione erano: Steve Rawlings (voce), Paul Nash (chitarra), Lyndon Scarfe (tastiere), Tim Wright (basso) e Paul Gilmartin (batteria).
Nel 1980 registrarono e pubblicarono il loro primo singolo, un 12 pollici intitolato "Clock", con la loro etichetta personale, la Society Records.
Il loro album più conosciuto, Heaven is Waiting, fu pubblicato nel dicembre 1983 dalla Arista. Il disco conteneva una cover di 2000 Light Years from Home degli Stones, uscita poi nel 1984 come singolo. Del brano venne anche girato un videoclip. Nel 1986 tutti i membri della band, eccetto Steve Rawlings, andarono a formare un altro gruppo, Johnny In The Clouds. Rawlings continuò l' avventura come Danse Society International pubblicando poi l' album Looking Through. Nel 1987 il nome del gruppo mutò ancora, precisamente in Society. In seguito, Rawlings continuò l' attività dedicandosi principalmente alla musica dance con il nome di Meridian Dream.
Nel 2009 Paul Nash, Paul Gilmartin e David Whittaker si sono riuniti per riformare la band insieme al cantante Steve Rawlings. I tre musicisti hanno subito registrato le 13 tracce strumentali del nuovo album, mentre Steve Rawlings, dopo aver registrato solo una traccia vocale, sparisce.  Ad inizio del 2011 la band contatta la cantante di Blooding Mask, l’italiana Maethelyiah e prosegue con la riformazione della band e con il completamento del nuovissimo album "Change of Skin".
Maethelyiah è ora parte integrale della band e The Danse Society sta al momento registrando materiale nuovo per il prossimo EP.

Change of Skin è distribuito dalla Black Widow.

Dalla biografia emerge di come ci si trovi al cospetto di una band di lungo corso.
L’evoluzione musicale legata alle maturazioni personali, si riassume in tredici brani che rappresentano il cambiamento di pelle dichiarato nel titolo.
Rispetto alla condizione iniziale e alla proposta musicale tipica del debutto, negli anni’80, Change of Skin presenta tratti morbidi che ricercano la soluzione melodica, miscelata in tracce punk che rappresentano il DNA della band.
La vocalist italiana Maethelyiah contribuisce nell’opera di rinnovamento che conduce ad un risultato convincente, rappresentato da una certa freschezza che controbilancia gli aspetti più “pesanti” tipici del genere, trasformando l’album in un insieme di musiche che possono accontentare palati differenti all’interno della grande famiglia del rock.
Da ascoltare.


TRACK LIST:
01 Revelation
02 Change of skin
03 God cry
04 Black dream
05 Slowfire
06 Fornication
07 Let me sleep
08 Resurrection
09 Embrace of the ice swan
10 Vatican
11 Homelands
12 Sinking
13 End of Days

MUSICNAUTS:
MAETHELYIAH – Vocals
PAUL NASH – guitar, vocals
DAVID WHITTAKER – keyboards
PAUL GILMARTIN – drums

giovedì 24 maggio 2012

Verona Prog Fest 2012



Rossana mi ha inviato il suo resoconto del Verona Prog Fest.

Si è svolta giovedì 3, venerdì 4 e sabato 5 maggio la terza edizione del Verona Prog Fest, tre serate all'insegna del progressive rock organizzate dal Club il Giardino di Lugagnano di Sona. 

Questo locale si è distinto negli ultimi anni per la varietà e la qualità della musica che propone almeno settimanalmente, e ha ormai "fidelizzato" una buona quantità di pubblico proveniente da tutto il Veneto e spesso anche dalle regioni vicine. 

Per dare un'idea dello spirito che anima l'attività di questo club userò le loro stesse parole, tratte dalla pagina dedicata allo Staff nel loro sito : "Siamo un gruppo di amici amanti della musica, della musica di qualità, della musica fatta dal vivo, in tutte le sue forme, purché eseguita da artisti che sul palco non pensano al cachet, ma vogliono dare e vogliono ricevere emozioni vere." [...] "... abbiamo voluto dare un nome al nostro gruppo e chiamarlo appunto "il Giardino" rifacendoci al Giardino di Epicuro, poeta e filosofo greco che voleva radunare nel suo giardino amici e colleghi per scambiare opinioni. Il nostro club vuole essere un club soprattutto di appassionati di musica ma non solo, infatti abbiniamo ad alcuni eventi temi eno-gastronomici; non vuole essere un club esclusivo, le serate sono aperte a chiunque voglia iscriversi, non vuole essere un locale con un'identità definita, ma vuole essere semplicemente un gruppo di persone e di amici che sentono il desiderio di stare assieme e di cercare quelle forme di interpretazione musicale non canoniche, rare sul nostro territorio. E' proprio per questo che, respirando quest' aria un pò strana, anche gli artisti che ci privilegiano della loro presenza sono spinti ad andare oltre gli schemi, per regalarci poi emozioni indescrivibili". 

Gianprimo Zorzan è un organizzatore appassionato e instancabile: insieme ai suoi amici dello staff, negli anni ha portato a suonare al Giardino nomi storici del panorama internazionale, come gli Strawbs, i Fairport Convention (in quell'occasione era arrivata gente persino dalla Slovenia), David Jackson dei VDGG, altri più nuovi e meno noti, numerose tribute bands, gruppi italiani classici come le Orme o più recenti come Mangala Vallis e Former Life  e poi
jazzisti, cantautori e bluesmen ... Insomma, un po' di tutto ma di qualità; nomi e foto sono nella loro gallery su Flickr:

e il programma dei prossimi eventi alla pagina:

Il programma del Prog Fest di quest'anno era il seguente:
  • giovedi 3 maggio: Tony Pagliuca Band e Mangala Vallis
  • venerdì 4 maggio: Conqueror e Magenta (dal Galles)
  • sabato 5 maggio: BEGGAR'S FARM con Martin Barre (Jethro Tull) - Bernardo Lanzetti (ex PFM e Mangala Vallis), Lino Vairetti (Osanna) e Gianni Leone (Balletto di Bronzo).

E' sabato 5, data finale del Prog Fest e, visti i nomi sulla locandina,  prevedibilmente anche quella con più affluenza; i turisti del prog come me e il mio compagno sono qui già dal pomeriggio perché l'imperdibile piacere di queste
occasioni, oltre a quello ovvio di assistere al concerto,  è anche quello di essere presenti alle prove e sentire in anticipo i pezzi, far ciacole con chi ti capita a tiro, curiosare nei banchetti dei dischi per qualche irrinunciabile acquisto, salutare vecchie conoscenze e farne di nuove, bighellonare stando sui piedi a chi sta lavorando ecc. Piccole manie, un po' da groupie, ma innocue. 

Il Prog Fest è ospitato nella Sala Polivalente di Caselle di Sommacampagna, messa a disposizione dal comune, perché lo spazio del club non sarebbe stato sufficiente ad accogliere tutti. Un po' una scommessa, ho pensato, vista la triste contabilità dei concerti prog e affini degli ultimi tempi: lo sconfortante bilancio del megaconcerto di La Spezia, che avrebbe dovuto richiamare un folto pubblico sia per la buona causa che per la qualità e quantità di artisti coinvolti e che invece ha visto un rapporto numerico pubblico/musicisti di 3 a 1 (lì si è toccato il fondo, da lì si può solo risalire), le cento persone scarse al concerto della Locanda Delle Fate al Blues House di Milano, i 150 spettatori a Seriate per i Fairport Convention, per finire con la scarsa affluenza a Castiglione del Lago per il Meeting di Primavera (delle due l'una: o gli cambiate nome perché "Primavera" è a dir poco fuori luogo o lo spostate a metà giugno per avere il tempo di dragare il prato; istituire il torneo di lotta nel fango per "ottimizzare", come qualcuno suggeriva, mi sembra poco elegante, lo eviterei).

E invece no, i miei timori vengono fortunatamente fugati: alle venti e trenta c'è gente in coda alla biglietteria (!!!); dentro il teatro è già quasi pieno anche se pochi stanno seduti, son tutti in giro chi a caccia di autografi, chi al banchetto bar, parecchi intorno al banco dei dischi.  Certo ci sono i soliti noti: io e Gianfranco (categoria "Immancabili" secondo Wazza), il Dr. Bandi e signora, Beppe e Alex Sinigaglia da me ribattezzati Father & Son in smaccato omaggio a Cat Stevens, persino "Monsieur le Président" Aldo Tagliaferro; dunque la colonna lombardo-piemontese dei Tullians è presente ma c'è anche Lincoln Veronese da Livenza accompagnato da sua moglie - era venuto per vedere il concerto, gli hanno messo in mano una chitarra ed è finito sul palco a suonare con Martin Barre - più qualche altra faccia già vista di cui ora mi sfugge il nome e comunque in proporzione c'è molta più gente delle ultime volte, diciamo intorno alle 200 persone, che è poi il pubblico medio dei concerti organizzati dal Giardino ai tempi della crisi.

Tutta la passione di Gianprimo emerge chiaramente nel suo breve discorso di apertura della serata: poche frasi subito sfumate nel dialetto veronese con cui ci racconta l'entusiasmo (e la fatica) di portare musica di qualità al suo pubblico di affezionati in un periodo gramo come questo e la soddisfazione quando un'iniziativa riesce bene.  Poi lascia spazio alla musica.
Il cast di musicisti coinvolti era di per se una garanzia, tutti loro li ho - li abbiamo - visti esibirsi più volte da soli, in gruppo e in tutte le combinazioni possibili e fin dai primi pezzi si percepiva che erano in serata;  il pubblico mostrava di apprezzare.
Il concerto è andato benissimo e direi che chi suonava si è divertito quanto chi ascoltava, non sono successi disastri sul palco né ci sono stati problemi tecnici a funestare la serata.
I Beggar's Farm sono come il grigio, vanno su tutto: anche con la nuova formazione (un nuovo bassista, Daniele Piglione e un nuovo chitarrista acustico, Mauro Mugiati) sono sempre e comunque impeccabili e funzionano con chiunque li metti, vero "legante" di tutto il concerto; Chiaraluce ormai a suo agio nella parte di mattatore ha duettato con tutti - farfallone! - mentre Franco Taulino ha dato voce, flauto, armonica e stile alla parte "jethro" del concerto.  Una menzione particolare meritano il batterista Sergio Ponti, che ha suonato ininterrottamente dall'inizio alla fine, il tastierista Kenny Valle e il violinista Matteo Ferrario, tutti e tre sempre un po' nell'ombra per questioni di spazio sul palco ma assolutamente fondamentali.

Bernardo Lanzetti scatenato ha giocato con la sua voce con e senza Glovox e ha persino fatto cantare gli spettatori nel corso di una serie di brani suoi, dei CCLR, della PFM, dei VDGG ecc.  Ha concluso con Impressioni di Settembre eseguita insieme a Lino Vairetti, particolarmente in vena e pieno di verve (anche in vista dell'uscita di RossoRock, il disco nuovo degli Osanna), che poi è rimasto sul palco per una serie di pezzi tratti da L'Uomo, da Milano calibro 9 e da Palepoli.
Gianni Leone, in stato di grazia e di buon'umore, si è esibito in tre cover - Nevermore dei Queen, Sexy Sadie dal White Album dei Beatles, che aveva riarrangiato tempo fa in una inconsueta versione charleston e Can we still be
friends di Todd Rundgren - veramente riuscite, oltre che nei suoi consueti pezzi strumentali tratti da Ys. 
Martin Barre ha presentato dei pezzi di sua composizione oltre ai soliti irrinunciabili brani dei JT con Taulino e con Lincoln Veronese; ha duettato con Chiaraluce (ma quanto si divertono quei due a suonare insieme?) e con la vocalist dei Beggar's Paola Gemma, una bella voce che mi piacerebbe veder maggiormente valorizzata in futuro; aveva anche portato il suo disco nuovo, in vendita al banco di Camelot Prog, un doppio CD (Live + Studio) decisamente di buon livello, composto di pezzi registrati in studio già presenti in altri suoi dischi, da tre pezzi nuovi e da brani live in cui compaiono parecchi musicisti che hanno militato nelle ultime formazioni dei Jethro Tull. Ora che suona da solo e partecipa ai vari eventi come il Prog Exhibition 2011, Valenza Benefit Concert e il Prog Fest, Martin Barre appare sempre più a suo agio e socievole, firma pazientemente migliaia di autografi senza scappare, ride, attacca bottone con tutti e chiacchiera anche con quelli che non parlano inglese - un bel cambiamento.
Gran finale con Locomotive Breath perchè - ormai è tradizione - nessuno lascia il teatro se non viene suonata e poi omaggio al Banco, tutti sul palco a cantare Non mi rompete, con speciale dedica di Vairetti a Fornero & Co. (dedica pienamente condivisa dal pubblico), dopodiché tutti mescolati a mangiare pizzette, chiacchierare, sistemare mercanzie e far salotto fino ad ore antelucane.

Gianprimo Zorzan era contento, aveva riempito la sala nonostante come al solito non ci fosse un-cartello-dico-uno in giro per il paese; l'incasso ovviamente non bastava a coprire le spese ma lui riesce sempre a trovare degli sponsor e speriamo continui così; in ogni caso la misura della riuscita della serata l'avevo avuta prima dell'inizio del concerto, quando ho visto, nell'ordine,  portare dentro sedie per due file in più rispetto al previsto e la faccia dell'addetto alla biglietteria aprirsi in un sorriso da un orecchio all'altro.
Da quel che mi è stato raccontato, pare che anche le serate precedenti fossero riuscite bene, in particolare sembra che i Magenta, gruppo gallese, abbiano avuto un buon successo (c'è qualche video su You Tube); certo, con questi concerti non ci riempi uno stadio ma se radio, teatri e amministrazioni locali coinvolte si decidessero a pubblicizzare gli eventi in modo più capillare forse si attirerebbero più spettatori perché comunque la domanda di musica di qualità esiste, tutto sta a farla incontrare con l'offerta. E' triste scoprire che nel bar a 50 passi dal teatro non sanno niente del concerto quando basterebbe un volantino grande come una cartolina appiccicato al bancone o al vetro della porta per far arrivare qualcuno in più.
In conclusione un bel concerto e una bella atmosfera, d'altra parte la "Beggar's & Friends" è ormai una macchina da guerra ben rodata da numerosi eventi vissuti insieme.  Mancava giusto Clive Bunker, del quale non ho notizie dalla serata di beneficenza del dicembre scorso a Valenza. 

Mentre tutto questo succedeva dentro la sala polivalente di un paese della provincia veronese, fuori la super-luna nel suo punto di massimo avvicinamento alla Terra aveva passato la serata a pavoneggiarsi e farsi fotografare appoggiata in posa panoramica a torri e grattacieli, machissenefrega, lì c'era la musica, che non è un evento ciclico prevedibile, è un'occasione estemporanea di piacere che va afferrata quando si presenta.  E noi c'eravamo.


mercoledì 23 maggio 2012

Claudio Milano racconta l'ultimo Peter Hammill



Claudio Milano ci regala il suo approfondito commento relativo al recente tour italiano di Peter Hammill.

Dalla “Terra Incognita”, il cantore delle stelle e dei vuoti interiori e il suo tour italiano
Le canzoni per me sono solo un pretesto, un vestito attorno all'emozione che raccolgo dall'aria e porto alla gente. Io sento quello di cui chi mi ascolta ha bisogno in un certo momento e suono quell'emozione, nessuna mia interpretazione sarà mai uguale all'altra”.
A cena, dopo il concerto di Trieste, queste le parole di un Peter Hammill intento a consumare a fatica mezza cotoletta con una foglia d'insalata.
Un uomo di un'eleganza e una cordialità estranee ad un paese chiassoso come il nostro che pure la sua musica ha amato più di qualsiasi altro, perché teatrale, altamente manifestata, come in un “nostro” rito cristiano e pagano al contempo, tra donne urlatrici ma pie, dal viso coperto con un velo nero, mentre i fiori dispensano un tripudio di colori e il sole incendia il bianco delle case.
Perennemente sospeso tra una vitalità estrema e il senso di morte, il dramma nell'accezione più arcaica del termine e la grazia, Hammill, ha voluto dedicare all'Italia tre date davvero speciali per presentare il suo nuovo album Consequences.
Una forma vocale eccezionale, capace di abissi sempre più terrifici con gli anni e vette ora urlate, ora appena sussurrate in un sofferto falsettone rinforzato da contraltista di formazione gesuita, quale è stato, che traghetta in una frazione di secondo al boato in voce piena.
L'immagine che resta è quella di un corpo esile che si contorce in continui spasmi su una chitarra e un pianoforte strazia(n)ti. Un uomo che non ha bisogno di vestirsi in un modo particolare (una lunga camicia bianca e un pantalone di tuta nera per tutte e tre le date) e che può permettersi anche indifferenza nei riguardi della perfezione esecutiva, relegandola come lui dice “ai cultori della musica classica”. Un'artista che non ha necessità di risultare presente sul palco in altro modo che non sia la messa in scena di sé, di ciò che gli è dato nel momento, con un'autenticità che non ha termini di paragone passati e presenti, ma moltissimi epigoni, dichiarati e non.
Tre date differenti, più misurata quella di Trieste, inventiva e a suo modo “perfetta” nel dispensare emozione senza riserve e accuratezza esecutiva quella di Schio, estremamente passionale quella milanese.
Il Teatro Miela a Trieste è gremito e l'organizzazione di Davide Casali e Musica Libera ineccepibile. Eccellente l'audio, pianoforte Yamaha gran coda, chitarra acustica, graditissima la presenza del Peter Hammill & Van Der Graaf Generator Study Group, uno dei massimi organi di studio mondiali della musica del cantore inglese.
L'inizio è dei migliori con una The Siren Song cantata con fervore e nitidezza vocale, il suono della voce tenuto alto sul palato e “di testa” con una risonanza, un pathos e un controllo di dinamiche che letteralmente “scuote” il pubblico dalle poltrone. I migliori episodi della serata sono le esecuzioni di Bravest Face, dal nuovo album, di gran lunga più apprezzabile dal vivo e di A Better Time, qui proposta in una versione inedita, sommessa, fino all'esplosione in un liberatorio, lungo acuto finale. Quando a cena gli chiedo del perchè di una performance così differente da quella in studio e dai live precedenti che mi sono passati tra le mani, Hammill, sicuro, risponde “quando ho scritto il pezzo era importante comunicare alla gente che non c'era alcun migliore momento per svegliarsi alla propria vita e il brano era un inno, oggi... ogni periodo storico merita di essere cantato in modo diverso”. I primi secondi di Shingle Song, cantati a cappella, sono da pelle d'oca. Ancora una volta, la performance di Patience, mostra come questo sia il brano che per quanto tecnicamente tra i più impegnativi, l'interprete inglese sa affrontare con una sicurezza senza riserve e grande resa emotiva, un capolavoro di classe compositiva e partecipazione interpretativa che merita l'entusiasmo del pubblico.



Da un concerto bellissimo a Trieste ad uno meraviglioso a Schio.

A rendere peculiare la data, felicemente organizzata dall'associazione 'Schiolife' e Claudio Canova, la scelta di esibirsi inizialmente alla chitarra e, poi, al piano - un insolito Yamaha digitale - attraverso una formula inconsueta con ben 4 set diversi: chitarra - piano- chitarra e pianoforte ancora, un inedito nella storia delle esibizioni di questo artista. Poi, la dedica introduttiva a Driven e Sitting targets: scelte per 'il paese della macchina'. Schio, appunto. Dove nel 1892 viene acquistata - da Gaetano Rossi - la prima autovettura italiana.
Ma ancora... Levitas. Ecco come meglio qualificare l'approccio di Hammill al palcoscenico di Schio, Teatro Astra. Anche a fronte delle liriche più 'pesanti'. Si veda la divertita spiegazione a corollario dei (drammatici) versi di Close to me. “Non sono io in pericolo” - afferma PH - riferendosi, sorridendo, al testo. Non tutto è autobiografico, aggiunge, in italiano: “Io scrivo delle storie”. E subito - mettendo(ci) in guardia dal rischio, costante, dell'equivoco, dell'incomprensione - si lancia in una indimenticabile Losing faith in words, gemma assoluta del concerto. La fonte: A Black box, 1980. L'album che ogni seguace di Tom Yorke “dovrebbe” accostare. Il concerto ha inizio con una Comet, magica come non mai, al piano apre invece una splendida Easy to slip away dal primo vero disco solista del 1973. Magie anche nel secondo set di chitarra: Slender Threads e Yoga con Been alone so long e la inattesa accoppiata Last Frame e The habit of the broken heart, pescate dall'ultimo album dei "vecchi" Van der Graaf.
Un'altra sorpresa il secondo set di piano con la splendida A run of luck prima della conclusiva Stranger Still, sussurrata, con il finale - “a stranger, a wordly man”- rivolto al pubblico, intonato senza microfono.
La sobria, concisa eleganza nei gesti, la sicurezza esecutiva - rade le imperfezioni, pure pensando al recente passato - ed i frequenti sorrisi - incluso il consueto saluto: “grazie per la sera” - hanno catturato per cento minuti gli oltre duecento presenti. Sino all'ovazione finale. Con Hammill - sfinito - indotto a scusarsi per la mancata concessione di un secondo bis, richiesto a gran voce, dopo Ophelia, alla chitarra, con un pathos in più. Difficile esprimere giudizi diversi dal superlativo. Hammill a Schio ha confermato la grande forma vocale ma ha aggiunto una cura nella esecuzione strumentale in un concerto bellissimo, con una scelta di brani assolutamente inedita e dilatata in un passato importante quanto in un presente rappresentato con grande urgenza interpretativa.
Pausa di un giorno e poi Milano, la Salumeria della Musica. Tra i pochi templi della musica ormai sopravvissuti in una città che “era”, anche, culla culturale e che ora è divenuta sintesi della nevrotica sopravvivenza, di chi “fa” e non sa perché.
Un club ben più raccolto rispetto alle precedenti location, cosa che consente di accogliere e amplificare (grazie anche ad un'eccellente regia audio) ogni minima sfumatura interpretativa della voce di questo cantore delle stelle e dei vuoti interiori, qui spesso condotta a un drammatico canto gutturale con prolungati kargyraa che manifestano con cupa chiarezza il valore espressionista delle “canzoni”. Il tema della serata, dirà Hammill è “Il passato e il presente” e su tale assunto è organizzata la scaletta. Il primo è ben presentato da intense versioni di Last Frame, Vision, Modern e House With No Door, le ultime due, giustamente, salutate dalle standing ovation di un pubblico calorosissimo, con la presenza, tra le altre, di una folta e colorita rappresentanza del sito rockprogressive.it, che ha raccolto preziosi documenti dell'evento. Hammill, ha saputo, a modo suo, ringraziare con una serata che resterà nella memoria collettiva molto a lungo. Al presente sono ascrivibili le versioni di That Wasn't What I Said e A Run Of Luck da Consequences, The Mercy e Stumbled da Thin Air, Your Time Starts Now da A Grounding in Numbers dei Van Der Graaf Generator, per chi scrive, mai apprezzate in versioni così vibranti e pulite in un'esecuzione dal vivo, tali da creare una distanza non colmabile nel confronto con quelle in studio.
Assai riduttivo, come nei due precedenti appuntamenti, parlare di “concerto”. Un recital, che riduce la dimensione temporale ad una piega davvero imperscrutabile, che toglie significato alle categorie musicali e che ha il potere di impaurire, commuovere, stranire. L'alieno (al mondo) Rikki Nadir di Nadir's Big Chance (concept proto punk del 1975), ha voluto salutare ancora l'Italia da vicino e tra un sorriso e un'increspatura del viso sempre più scavato a fondo dal tempo, ha fatto ritorno in quella “Terra Incognita”, studio dove prendono forma le sue lucide e drammatiche visioni, “per studiare i brani della prossima tournée con i Van Der Graaf Generator” come ci racconta dal palco lui stesso. A Giugno il prossimo capitolo discografico di una carriera che, ormai, ha dell'incredibile.

- contributi per Schio di Emilio Maestri (Peter Hammill and Van Der Graaf Generator Study Group) e Alberto Della Rovere -
Foto e video a cura di Massimiliano Cusano (rockprogressive.it)




http://alicemail.rossoalice.alice.it/cp/imgalice/s.gif 
Setlists:

Trieste, Teatro Miela 10/05/2012

The Siren Song(Van der Graaf 'song)
Too many of my Yesterdays
Just good friends
Bravest Face
Time Heals


Comfortable
Shingle Song
Central Hotel
Stumbled
Amnesiac
Patient


Faculty X
The Mercy
A Better Time
A Run of Luck
Traintime



Encore: Modern

Schio, Teatro Astra, 11/05/2012

The Comet, The Course, The Tail
If I Could
Driven
Sitting Targets
Been Alone So Long
Last Frame (Van der Graaf 'song)
Easy to Slip Away
The Unconscious Life
Close To Me
Losing Faith in Words
Undone
Slender Threads
The Habit of the Broken Heart (Van der Graaf Generator 'song)
- On Tuesdays She Used to Do - Yoga
A Run Of Luck
Stranger Still

Encore: Ophelia

Milano, Salumeria Della Musica 13/05/2012

My Room - waiting for wonderland - (Van der Graaf Generator 'song)
That Wasn't What I said
Autumn
Meanwhile my Mother
Your Times Starts Now(Van der Graaf Generator 'song)
Vision


Last Frame(Van der Graaf 'song)
The Birds
Stumbled
Afterwards(Van der Graaf Generator 'song)
Modern
- This Side of - The Looking Glass
Bravest Face
The Mercy
A Run of Luck
Still Life (Van der Graaf Generator 'song)
Encore: House With No Door (Van der Graaf Generator 'song)



martedì 22 maggio 2012

"Prog, una suite lunga mezzo secolo"- Donato Zoppo



PROG, una suite lunga mezzo secolo”, è l’apporto che il giornalista e scrittore Donato Zoppo dona alla causa della -sua- musica progressiva, un amore assoluto che, per mere ragioni temporali, non può legarsi alla “visione in diretta” (mi riferisco alla genesi), e che per questo motivo spinge a trovare una sincronizzazione tra epoche e musiche corrispondenti attraverso ricerche e studi approfonditi che riescono a privilegiare l’elemento oggettivo, fatto  necessario quando si tratta di  saggio musicale.
Qual è il ruolo del narratore della materia specifica? Raccontare le proprie impressioni e i propri gradimenti o piuttosto fotografare ciò che è stato, come e quando è nato, quali i protagonisti e cosa ci si può aspettare dal futuro?
Qualunque sia il modus operandi, non penso ci sia un solo modo per leggere questo “PROG, una suite…” e non credo nemmeno che sia stato ideato per una fetta elitaria di pubblico, ma Zoppo sente piuttosto il bisogno di dire la sua, inserendosi in  una bibliografia già consistente, fatto giustificato dalla portata di un evento ciclopico, seppur breve nel suo fulgore.
Come Donato sottolinea, è questa un’epoca in cui risulta estremamente facile reperire le informazioni che servono, senza fatica e senza spesa, ma si può trovare solo ciò che si  cerca, ovvero, senza un minimo di conoscenza di base, fosse anche un solo nome esotico, non si arriva da nessuna parte. E poi è estremamente importante elencare una cronologia di avvenimenti musicali e stabilire il periodo storico in cui sono nati e hanno prolificato.
Ho iniziato a leggere il book un po’ di tempo fa e, non essendo  un genere che richiede una lettura frenetica, ho agito secondo i miei attuali tempi -lunghi-, annotando però alcune cose interessanti.
Nello stesso periodo, a seguito di un rendez vous avente come argomento l’organizzazione di eventi musicali, un giovanotto, che si fregia della qualifica di esperto di musica, sottolineava che non esisteva niente al mondo che io potessi proporre che fosse a lui sconosciuto. Un uomo modesto!
Ho pensato subito a ciò che stavo leggendo e a tutti gli stimoli musicali indotti, perché, contrariamente all’uomo onnisciente appena citato, mi capita quotidianamente di scoprire novità, non solo intese come nuove nascite, ma artisti del passato di cui non conoscevo l’esistenza, e la mia voglia saperne di più induce all’effetto domino che porta a chiudere, con soddisfazione il cerchio.
Ecco quindi che l’utilizzo della rete diventa complementare alla lettura di un libro come questo.
Ho  trovato un mondo di cui non sapevo, nonostante le mie lunghe frequentazioni prog, probabilmente un po’ snob e tendenti ad escludere ciò che non era considerata una prima scelta assoluta e, soprattutto, unanimemente riconosciuta.
Non occorre dimenticare quale fosse la fonte di informazione a disposizione per chi come me era un adolescente ad inizio anni ’70, Ciao 2001, il settimanale che "mangiavamo" in trenta minuti di profonda lettura. Notizie fresche dall’Inghilterra e successivamente dall’America, ma ciò che Zoppo mette in ordine preciso, seguendo una rigida sequenza temporale, non poteva certamente arrivare a noi.
Tutto sulle band d’oltremanica, tutto sulle italiane, molto sulle americane -ma non prog-, e poi gli emergenti tedeschi e pillole olandesi. Arrivare al prog belga, francese, sovietico, sudamericano, scandinavo o giapponese non era per noi giovani fatto pensabile.
Donato Zoppo realizza invece una rilettura di un’epoca che, partendo dai Beatles, arriva al seminale “In the Court…”, dei King Crimson, proseguendo il lungo percorso sino ai giorni nostri. E l’analisi è capillare, con precise annotazioni legate alle centinaia di passaggi e follow up dei protagonisti, più o meno famosi, con indicazioni di carattere tecnico e approfondite accentuazioni del legame tra filosofie musicali e umori umani, inserite in un contesto storico in rapida evoluzione.
Il racconto di quarant’anni di vita musicale non può trovare descrizione asettica da parte di chi mette sul piatto -anche - le proprie passioni, e il giudizio di Zoppo contribuisce alla costruzione di immagini  nitide che aiutano a tracciare profili precisi e a delineare le corrette situazioni al contorno, ma sottolineo ancora come sia potenzialmente  efficace l’abbinata tra un contenitore musicale come questo e la possibilità di ricerca nella rete, arrivando a dettagli e reperti audio/video che sono conseguenti alla lettura, anche se la pianificazione descrittiva di Donato Zoppo non poteva basarsi su simili presupposti, che probabilmente non sono validi per tutte le tipologie di utenti.
Ecco un piccolo esempio concreto dell’utilità di “PROG, una suite…” in riferimento alle mie personali necessità musicali.
Credo fosse il 1971 quando incappai in una band e in un album omonimo, che acquistai solo perché attirato dalla cover dell’LP e dal prezzo, la metà di quelli “adulti”, mi pare 1500 lire: erano gli olandesi Earth and Fire (ma solo i Focus, come olandesi, potevano essere presi in considerazione!).
Il costo ridotto, nella testa di un giovane di quei tempi, era sinonimo di bassa qualità, e ricordo di aver ascoltato l’album con una buona dose di stupida prevenzione, senza arrivare mai ad una accettazione completa, sino a che, un giorno, me ne disfai.
Arrivato a pagina 235, Zoppo mi ricorda che: “ Tra i protagonisti della prima ondata olandese ci sono gli Earth And Fire, che con tre dischi definiscono un sound melodico, avvolgente ma mai invasivo, anzi delicato e impalpabile”.
Utilizzando la tecnologia a disposizione ho ritrovato tutti i brani dell’album, stupito per non averli dimenticati affatto, e sorpreso dalla validità di quella musica, poco pubblicizzata in quei giorni, ma vera testimonianza efficace  di un’era circoscritta ancorché fondamentale.

Se la prefazione viene affidata simbolicamente a Ray Thomas (da non dimenticare la strada aperta al prog dai Moody Blues), il target di Donato Zoppo risiede nella sua premessa, dove viene dichiarata la voglia di porre rimedio alla frammentarietà delle informazioni “progressive” esistenti. Obiettivo raggiunto, ma sono certo che le chiavi di lettura saranno molteplici, così come penso sarà frequente il ricorrere al testo in questione, periodicamente, come accade per i dizionari, alla ricerca di qualcosa di sommerso o precocemente dimenticato.
Se è vero che il piacere derivante dalla fruizione della musica ha a che fare con l’istinto, e la razionalità non sia applicabile ai gradimenti personali, avere delle linee guida così precise come quelle fornite da Donato Zoppo può risultare estremamente utile, e quando didattica e passione si sposano i risultati possono essere sorprendenti, e la voglia di sharing un forte traino per rafforzare una cultura le cui radici profonde -e di grande spessore- risiedono in ogni “giardino musicale” che profuma di qualità, inossidabile al tempo che passa.


DONATO ZOPPO
PROG
UNASUITE MEZZO SECOLO
ARCANA EDIZIONI
Cover design: Laura Oliva
Dedicato ad Ernesto De Pascale