mercoledì 30 agosto 2017

Il Cerchio d'Oro: presentazione del nuovo album


Il Cerchio d’Oro propone il terzo album - di cui scriverò presto su queste pagine - e, dopo il live di metà luglio a Genova nel corso del Porto Antico Prog Fest - concerto avvenuto a pochi giorni dal rilascio del disco - presenta ufficialmente il suo lavoro nella città di appartenenza, Savona, nell’occasione ospite del Giardino Serenella.

Il titolo è "Il fuoco sotto la cenere".

L’incontro si inserisce in un contesto ben preciso che ha preso forma nel mese di giugno con il debutto di incontri “familiari” a carattere musicale, format favorito dalla volontà di Bruno Lugaro e Monica Giovannini - tra i  protagonisti dei Nathan, altra prog band cittadina - di intraprendere in quella particolare location un percorso di “socializzazione musicale” ben noto alle generazioni più mature, e a giudicare da quanto visto sino ad ora la strada intrapresa soddisfa e induce ad… insistere.

Folto pubblico con un’impostazione basata sulla commistione tra parole e musica, con il racconto di alcuni dettagli intercalati con brani audio e due video, il tutto teso a riproporre e condividere con l’audience l’intero album. E i presenti hanno apprezzato.

A seguire propongo un frammento dei dialoghi ripreso da Mauro Selis, piccola anticipazione di un ascolto che soddisferà gli amanti del genere progressivo e del rock in generale.

Ma la musica live conserva in ogni caso un fascino superiore ad ogni altra rappresentazione, e la serata si conclude con un buon proposito, quello di un evento prog cittadino che accomuni Il Cerchio e i Nathan, anch’essi prossimi al secondo album della loro storia.
Aspettiamo fiduciosi!



lunedì 28 agosto 2017

FRANCESCO PAOLO PALADINO – “ARIAE “


FRANCESCO PAOLO PALADINO – “ARIAE “
SILENTES RECORDS  palacd02
Minuti 52.41
DELUXE EDITION  n. 30 copie
Immagini di MARIA ASSUNTA KARINI
Graphic project STEFANO GENTILE

Conosco da un pò di anni Francesco Paolo Paladino e ho sempre avuto l’impressione di trovarmi davanti ad una mente geniale, difficile da ingabbiare con un’etichetta, abile dietro alla macchina da presa, musicista, paziente quanto basta per coniugare la propria attività lavorativa con le forti passioni musicali, ma artistiche in genere. Credo sia un contenitore umano pieno di sorprese, e l’album che mi appresto a comentare ne è la piena dimostrazione.
Francesco mi parla del suo nuovo progetto, “ARIAE “: faccio fatica nel trasformare le sue parole in musica e chiedo lumi.
Mi scrive, mi racconta, mi fornisce elementi con estremo entusiasmo, e quando abbiamo occasione di incontrarci mi dà una sola raccomandazione, riferita ad un brano in particolare, ma da estendere a tutto il lavoro:”Ascoltalo ad alto volume!”.

“Una delle cose che la musica può fare è distorcere la tua percezione del tempo in modo che non ti interessi realmente se le cose scivolano via o si alterano in qualche modo” (Brian Eno)

A seguire è lo stesso Paladino che entra nei dettagli della sua creazione, quattro tracce “Ambient” che rappresentano avanguardia pura, se si pensa al link tra concetti idealizzati e modalità costruttiva ed esecutiva.
Afferrare i suoni che ci circondano è tecnica consolidata e affascinante, perseguita da una lunga schiera di musicisti/ricercatori, dal succitato Eno - si pensi a “Music for Airports” - sino ad un Dio del rock come Pete Townshend, campionatore di suoni naturali per “Quadrophenia”, ma ciò che ha spinto l’autore verso il momento creativo è qualcosa di spontaneo e sublime, il captare la presenza e la forza dell’aria che ci circonda, una ricerca dinamica che diventa ballo antico, integrazione totale con il mondo circostante, quello che spesso trascuriamo nei dettagli più semplici e appaganti.
Dal punto di vista tecnico la forza d’urto del lavoro di Paladino appare impressionante, un crescendo di situazioni provocate dall’intreccio tra tecnologia e skills personali.
Ma la conoscenza dell’iter realizzativo permette di lasciarsi andare, di comprendere a fondo il perché le lunghe trame siano in grado di penetrare e permeare il nostro tessuto, coinvolgendo e spingendo ad azioni caratterizzate da una buona necessità emulativa e spontanea.
Il mio consiglio per l’ascolto prevede la ricerca di un momento solitario, in un ambiente protetto e privo di distrazioni, se non quelle fornite dall’ascolto stesso, che diventeranno così una linea guida per i nostri comportamenti.

Dice Paladino: “ARIAE (di aria) vuole essere un Cd dedicato alle persone che sono state offese dalla vita, da persone insensibili e ripugnanti, vuole essere dedicato agli artisti che sono stati sfregiati da manager che solo in superficie sembrano comprensivi ma vivono in compagnia di nere e finte verità; alle donne violentate, stuprate, oggetto della cinica ignoranza e brutalità; ai più giovani, ai cuccioli degli uomini che annusano l’aria per trovare sentimenti veri, ideali e dignità. Nella speranza che l’aria nuova che ho cercato di carpire all’universo dei suoni possa essere per tutti loro aria fresca, nuova, rigenerante”.

Intenti nobili, lavoro da conservare e usare nei momenti di necessita di riflessione...

Le indicazioni dell’autore…

Il 28 maggio 2016 mi trovavo nella mia abitazione di San Nicolò a Trebbia (PC) e ho sentito dentro me la necessità incontenibile di registrare l’aria, era un desiderio che non potevo trattenere, che non potevo procrastinare. Pertanto ho aperto tutte le finestre della mia casa e con un registratore digitale portatile ho iniziato a effettuare percorsi da una stanza all’altra, dal corridoio alla biblioteca, mano a mano intuendo la densità, la forza e la presenza dell’aria fresca del mattino. Io che mai ho danzato in vita mia se non provocando ilarità e pena, ho danzato insieme all’aria, con il registratore in mano e quella mano infilata in un guanto di velluto invernale, per non avere frequenze sporche. Ho risentito i fields e mi hanno subito affascinato e stupito; l’aria sembrava girasse, percorresse itinerari silenziosi, proponesse nuove vie magiche. Ho passato tre quattro giorni a ripulire quei frames, a dilatarli, restringerli, ho sentito rumori che in un primo tempo non avevo sentito, alcuni dei quali sembravano voci lontanissime; alcuni li ho eliminati, altri li ho accentuati. Poi ho recuperato vecchi nastri di esperimenti notturni con una fisarmonica. Non ricordo se la registrazione era una mia prova solistica o se ero in compagnia di Alberto e Pierluigi Andreoni (Pier luigi Andreoni era il proprietario della fisarmonica). Si trattava di un nastro che avevamo registrato in un periodo precedente all’uscita del primo LP degli ATROX che non era mai stato diffuso (se non in 5 copie) che si chiamava “THE LAST CARNIVAL SOUND”. Una di queste tracce, “Carnevale della Luna” ha attirato la mia attenzione, era una breve progressione di fisarmonica con - alla fine - un cantato di Alberto. Ho estratto pochi frames del nastro e l’ho rallentato. Poi ho piano piano aggiunto un reverbero del mio programma final cut per montaggio video. Ho guardato “l’audiowave” e sezionato i frames in tanti diversi frames; li ho duplicati per un numero imprecisato di volte; poi ho gettato quei frames nel vento. Così sono nate ARIES, ARIEL e ARIENTE; ARIAE invece nasce dalla mia voglia di ascoltare e far ascoltare l’aria. In questo caso ho lavorato sui suoni di un vecchio violino birmano appeso da tempo sopra la mia scrivania e delle ventose strisciate sul mio salvacamino. Poi ho reso partecipi Favaron, Fogar, e Balestrazzi della mia idea, senza fare ascoltare a nessuno quello che avevo già fatto. I files che mi sono arrivati da quei grandi musicisti e amici erano perfetti. E sono stati distribuiti nell’aria. Nei giorni successivi ho lavorato ascoltandoli in varie parti della mia casa, comprendendo che, a seconda del luogo, emergevano suoni diversi. Ho lavorato di lima e cesello per almeno un’altra settimana. Poi mi sono fermato ed ho ascoltato l’aria.

ARIES : 16’26’’
Nastri, fiend recordings, birman violin;  ventose : FRANCESCO PAOLO  PALADINO 

ARIAE 11’39’’

Nastri,fiend recordings, birman violin;  ventose : FRANCESCO PAOLO  PALADINO
Frames : ALESSANDRO FOGAR 

ARIEL 12’10’’

Nastri, fiend recordings, birman violin;  ventose : FRANCESCO PAOLO  PALADINO
Frames: GIANLUCA FAVARON, SIMON BALESTRAZZI

ARIENTE 12’03’’
Nastri, fiend recordings, birman violin;  ventose : FRANCESCO PAOLO  PALADINO



domenica 27 agosto 2017

Maxophone-“La Fabbrica Delle Nuvole”: commento e intervista




ARTICOLO GIA’ APPARSO SULLA WEBZINE MAT2020

Maxophone-“La Fabbrica Delle Nuvole”
di Athos Enrile

La Fabbrica Delle Nuvole”, appena rilasciato dalla storica prog band Maxophone, rappresenta il loro primo lavoro del nuovo millennio costituito da inediti, e traccia un ponte ideale con l’esordio, il disco omonimo del 1975.
Nell’intervista a seguire emergono i passaggi fondamentali che hanno guidato il corso della loro storia musicale, un iter comune a molti gruppi nati in Italia al limite dello scemare del primo prog, con la realizzazione di un album (per i più fortunati) e nulla più. Ma quel singolo lavoro è diventato successivamente elemento di culto (è accaduto anche ad Alphataurus, Semiramis, Museo Rosenbach…) ed è forse lo scoprire il costante apprezzamento del pubblico per una creazione lontana nel tempo che può aver motivato quasi tutte le band dell’epoca a riprendere il filo di un discorso interrotto in “tenera” età. O forse è solo perché le passioni vere non muoiono mai!

La Fabbrica Delle Nuvole” è a mio giudizio un grande disco, perché rappresenta un vero salto di modalità, e i suoi contenuti propongono concatenazioni concettuali che determinano il superamento delle linee guida e dei paletti che hanno da sempre dato confine ai generi.
La musica progressiva ha tra le caratteristiche principale proprio quella di regalare spazio alla creatività, ai tanti movimenti esistenti, alle sperimentazioni, all’avere come regola il… non avere regole.
In questo caso, per una serie di circostanze comprese tra volontà e casualità, accade che il prog… quello più radicato, si sposi al cantautorato, quel movimento a cui spesso si attribuisce il declino del prog stesso, almeno nel nostro paese. Ma i tempi sono cambiati, e l’incontro di mondi sulla carta diversi porta alla somma di due eccellenze, quella musicale - e quindi il virtuosismo e le idee dei Maxophone - e quella lirica, che come spiegato nelle prossime righe è il risultato del connubio tra Alberto Ravasini - uno dei fondatori - e il poeta Roberto Roversi, ed è bello il racconto del recupero delle liriche dopo la prematura dipartita dello scrittore bolognese: senza il ritrovamento delle sue parole, scritte appositamente per i Maxophone, l’album sarebbe probabilmente ancora in fase costruttiva.

Grandi musiche e testi d’autore, elementi perfettamente integrati che producono come risultato tangibile un album godibile in ogni suo rivolo musicale.
Il racconto del “dietro le quinte” è il compito del recensore, l’evidenziazione di una cornice la cui bellezza spesso non viene colta, ma che è essenziale per comprendere nei particolari ciò che invece colpisce all’impatto, in questo caso - ma è quasi sempre così - il sound, inteso come trame, atmosfere e soluzioni ritmiche.
Ecco… il sound.
Se è vero che, per i motivi anticipati, l’unione di elementi differenti porta alla creazione di un “prodotto” completamente nuovo, è altrettanto rilevabile all’impatto che esiste una band del passato che, più di altre, ha influenzato questi straordinari musicisti lombardi: i Gentle Giant.
Brani come “Un ciclone sul Pacifico”, “Perdo il colore blu” e “La fabbrica delle nuvole” (anche la fase iniziale ricorda lo start di “The Runaway” di “In a glass house”) riportano alle trame complicatissime dei fratelli Shulman, ai contrappunti, ai cori, ai tempi composti spesso difficili da decodificare). Mi spiego meglio.
Quando si paragona il presente col passato, attraversando paesi ed ere, si utilizza un modello campione per facilitare la comprensione, per evidenziare un profumo sonoro, un mood, che rimane nell’aria dopo l’ascolto, ma i Maxophone non sono la copia di nessuno, perché i nuovi innesti - decisamente rock -  in un corpo consolidato hanno dato vita ad una band che unisce enormi skills a gusto compositivo e interpretativo, come dimostra la folkeggiante “La luna e la lepre” e l’evocativa “Estate ‘41”.
In sintesi: la musica nobile del passato fa un tuffo nel  rock, nel folk, nelle auliche atmosfere britanniche abbracciate alle melodie nostrane… e poi la poesia cesella un dipinto che rinvigorisce e impreziosisce la tradizione italiana, lanciando un messaggio di speranza rappresentato visivamente da una fabbrica, dalla cui ciminiera non esce fumo, ma “sogni e aspettative sottoforma di parole, una fucina di idee musicali e di forti pensieri”.

La chiusura del cerchio è l’esibizione live, la proposizione dell’album in diretta, un’esperienza che, a giudicare dalle premessa, dovrebbe dare grandi soddisfazioni all’audience.

Disco imperdibile per gli amanti del genere.



L’INTERVISTA

Tanto per riassumere, per qualche giovane che ha appena scoperto che esiste… altra musica: come si può descrivere la storia dei Maxophone?

Il primissimo nucleo della band, costituito da Alberto Ravasini, Roberto Giuliani e Sandro Lorenzetti, si formò a cavallo tra il'72 e il '73. Con questa formazione e qualche collaborazione esterna registrammo alcuni demo tra cui “L'isola”, che abbiamo ripreso e riarrangiato e che è uscito recentemente come EP. Verso la metà del '73 entrarono a far parte del gruppo Sergio Lattuada, Maurizio Bianchini e Leonardo Schiavone, completando quella formazione che poi diede origine all'album del '75. Fu un ensemble piuttosto innovativo per l'epoca, sia per le sonorità particolari che per lo stile, dove varie tendenze musicali come il Rock, l'R&B, il Folk e la musica classica venivano fuse insieme. L'incontro con Alessandro Colombini, produttore del Banco del Mutuo Soccorso e di vari artisti della discografia italiana, diede poi origine al contratto con la Produttori Associati, e alla registrazione del primo album dei Maxophone che uscì in italiano e in versione inglese alla fine del 1975.

Sono tanti i casi in cui gruppi dei seventies, diventati successivamente di culto, hanno inciso un solo album e hanno subito arrestato la loro attività (mi vengono in mente i Semiramis, La Locanda delle Fate, il Museo Rosenbach…): che cosa accadde ai Maxophone?

Gli anni successivi furono anni di grande cambiamento, sia nell'ambito strettamente musicale che in quello strutturale delle case discografiche. L'arrivo di una musica di grande consumo come la “Disco”, introdotta da “La febbre del sabato sera” e da vari programmi TV fece da spartiacque, e molti gruppi, pur non sciogliendosi, cessarono l'attività discografica ormai ad appannaggio solo delle major. Per quanto riguarda noi, che già eravamo stati fortemente penalizzati dai ritardi di produzione e uscita dell'album, registrammo ancora un paio di brani e poi il nostro scioglimento fu praticamente inevitabile. Alcuni di noi continuarono poi a lavorare individualmente nel mondo musicale come autori, arrangiatori o nella formazione, altri presero strade diverse.

Dal primo album omonimo ad oggi ci sono stati altri episodi, anche live, ma l’album appena rilasciato, “La fabbrica delle nuvole”, rappresenta il vero atto nuovo: come siete arrivati alla decisione?

Prima di risentire parlare di noi come Maxophone bisogna aspettare il 2005, quando Sergio Lattuada, sulla scia di molte richieste provenienti dal web, decise di ricostituire la band. Ci trovammo con una parte del gruppo originale - Roberto Giuliani, Sandro Lorenzetti, Alberto Ravasini - e insieme a Sergio cercammo di riprendere l'attività musicale del gruppo. Nel frattempo, grazie a Lattuada e Giuliani, era uscito un cofanetto DVD contenente vari video e provini della band che diede origine a un'esibizione live per Radio Popolare, performance che vide ancora una volta presenti i membri originali, compreso Bianchini e Schiavone. Successivamente, le strade si divisero nuovamente e finalmente nel 2008, con l'arrivo di Croci (basso), Tomasini (chitarra elettrica.) e Monti (batteria e violino), prese vita la formazione definitiva della band. L'idea fu subito quella di lavorare su materiale, nuovo pur proponendo nei vari concerti il repertorio storico dei Maxophone. Così si arriva a "La fabbrica delle nuvole", un album che rappresenta in pieno il nostro modo di far musica, arricchito dai nuovi arrivati, ma che è a tutti gli effetti un logico continuo rispetto a quanto fatto negli anni '70.

Mi raccontate i contenuti lirici e quelli strettamente musicali?

Musicalmente parlando, questo album è un po' uno sviluppo di quelle componenti che avevano caratterizzato il primo album, ma con l'esperienza maturata in tutti gli anni successivi. Le figurazioni tipiche della musica classica, come il contrappunto, il canone, la fuga, i cambi ritmici e di atmosfera, si fondono con elementi ancora più rock e fusion rispetto a quelli presenti nei primi Maxophone. A parer nostro, però, la grande novità di questo lavoro è la presenza di testi di alto spessore firmati da un grande nome della poesia e della prosa italiane, testi che se prima erano esclusivo appannaggio del migliore mondo cantautorale ora possono finalmente sposarsi con il rock progressivo. Per Alberto, cantare Roversi, è stata un'esperienza unica e difficilmente ripetibile. E' stato come recitare i capitoli di un libro avvincente, pieno di passione e con un linguaggio diretto dove le parole suscitano stati d'animo ed emozioni fortissime.

Già che mi avete anticipato… che cosa ha rappresentato l’incontro e la collaborazione con Roberto Roversi?

Alberto, negli anni '90, ebbe la fortuna di incontrare e collaborare con Roberto per un progetto Polygram che lo riguardava come solista, e che purtroppo non vide la luce per via di vari problemi discografici che sfociarono poi con la chiusura della casa discografica. Parte di quel materiale fu eseguito da Mina, Alex Baroni e con Roversi rimase una grande amicizia e il desiderio di continuare a lavorare insieme. Nel 2011 lo andò a trovare a Bologna per proporgli di scrivere per la band e ne rimase entusiasta. Purtroppo nell'autunno del 2012 ricevemmo la notizia della sua scomparsa, e oltre al dolore per la perdita di un grande amico che Alberto ama definire “il mio padre di penna”, ci ritrovammo con le prime basi dell'album registrate ma senza parole. Passarono quasi due anni, e mentre stavamo cercando collaborazioni con autori vari arrivò la chiamata di suo nipote, Antonio Bagnoli, curatore delle sue opere e del sito omonimo, che ci avvertiva di aver trovato una scatola piena di testi con il nome Maxophone scritto sopra. Ci fiondammo a incontrarlo a Bologna per poi tornare a casa con un grande e inaspettato tesoro fra le mani. Così nacquero i testi de "La fabbrica delle nuvole", così arrivò la poesia fra le nostre note.  

Si può dire che esista una certa continuità concettuale rispetto alla vostra storia pregressa?

Come dicevamo prima, sì, esiste ed è sicuramente un grosso passo in avanti in termini di sviluppo musicale, e soprattutto nei contenuti lirici rispetto a quanto fatto in precedenza. Se da un lato le sonorità sono pur sempre vicine alle atmosfere di corno e clarinetto, e trovano espressione grazie ai campioni e a strumenti come il violino, che mai avremmo immaginato fra le mani di un batterista, la struttura musicale, i temi, le ritmiche e gli incastri strumentali segnano decisamente una grande evoluzione rispetto al passato: dalle cadenze Verdiane e dal Dixiland siamo passati a una musica classica più contemporanea, a un jazz più modale e strutturato fino a toccare veri e propri momenti fusion. Diciamo, che da “C'è un paese al mondo” a “La fabbrica delle nuvole” è passata un bel po' di acqua sotto ai ponti. 

Mi parlate dell’artwork? L’immagine di copertina mi sembra di forte impatto!

Con la copertina, che è nata da uno sketch iniziale di Alberto e poi affinata e completata magistralmente da Eugenio Crippa, volevamo mantenere l'atmosfera un pò pastello e un pò sognante della cover Maxophone anni '70, ritoccando leggermente il logo originale un pò troppo “Jeeg Robot” senza snaturarne il tratto. Ci piaceva l'idea condivisa con Roversi di rappresentare una fabbrica che generasse sogni e aspettative sottoforma di parole: una fucina di idee musicali e di forti pensieri. Così nasce un panorama quasi irreale dove da una ciminiera escono le keywords dell'album racchiuse in una grande nuvola con le nostre sagome sullo sfondo, quasi a ripetere l'immagine dei primi Maxophone in equilibrio su una barca da fiume.

In che formato è disponibile “La fabbrica delle nuvole”?

La fabbrica delle nuvole” è disponibile in CD, in vinile (LP) e in formato digitale online su vari portali, tra cui iTunes, Spotify ed altri ancora. In aggiunta, recentemente è uscito un EP contenente come lato A “'L'isola”, a cui facevamo riferimento prima, e come lato B lo strumentale che dà il titolo all'album.

Come lo pubblicizzerete? Sono previste date live?

A parte le varie interviste e partecipazioni Radio/TV online, Il 21 aprile scorso abbiamo presentato l'album in una Live Premiere che si è tenuta al Teatro Giuditta Pasta di Saronno, il 17 giugno saremo alla Cascina Caremma di Besate per partecipare a un evento Prog. Da stabilire restano le date di un concerto a Bologna dedicato a Roversi e di un possibile ritorno in Giappone.

Un velo di provocazione… mi date un giudizio sullo stato della musica in Italia?

La musica in Italia, più che all'estero, è relegata a singoli eventi e fa ben poca parte del mondo musicale così come se lo ricordano in molti fino a circa gli anni '90. Oggi è soggetta a programmazioni radiofoniche stereotipate che, a parte qualche emittente che fa eccezione, propongono ripetutamente i soliti 10 brani del momento. E' praticamente sparita dalle televisoni quasi come se causasse una perdita inarrestabile di audience, e vive solo all'interno di reality costruiti a forma di “Grande Fonografo”, dove la componente artistico-musicale è l'aspetto meno importante. Addio a trasmissioni come Roxy Bar, addio a locali storici che hanno visto esibirsi grandi artisti e grandi esordienti, oggi i musicisti hanno un rating che va di pari passo con il numero dei “coperti” che una band, possibilmente tribute, riesce a procurare al gestore. Restano i canali video e le riviste online e qualche irriducibile della carta stampata, ma per il resto è sicuramente una debacle diffusa a largo spettro. Noi come band prendiamo atto di questa situazione e sostanzialmente continuiamo, nonostante tutto, per la nostra strada. Certo non diventeremo ricchi con la musica, né tantomeno famosi, cosa di cui non ci è mai importato fin dagli inizi, ma almeno sappiamo che ai nostri concerti viene e verrà un pubblico motivato ad ascoltarci e a stimolarci a continuare. Lo facciamo con passione, la stessa che ci ha portato a rimetterci in gioco scrivendo cose nuove. 

Visto questo rinnovato entusiasmo, esiste la possibilità di vedere una buona continuità e presenza dei Maxophone nella scena musicale italiana e non?

Noi speriamo di sì, il responso è stato molto positivo anche da parte di chi ha ascoltato per la prima volta la nostra musica, e questo ci fa ben sperare per il futuro. “La fabbrica delle nuvole” è uscito in Giappone e presto prenderemo accordi per esibirci ancora in quel di Tokyo, abbiamo ricevuto richieste dal Sudamerica e stiamo attualmente valutando varie proposte. Finché ci sarà pubblico con la gioia e la curiosità di ascoltarci, noi ci saremo a dare sempre tutto quello che abbiamo nella testa, nel cuore e nelle mani.


Side A:
1.Un ciclone sul Pacifico
2.Perdo il colore blu
3.Il passo delle ore struggente
4.La fabbrica delle nuvole rock fusion

Side B:
5.La luna e la lepre
6.Estate '41
7.Nel fiume dei giorni i tuoi capelli
8.Il matto e l'aquilone
9.Le parole che non vi ho detto

Line up
Sergio Lattuada-pianoforte, tastiere e voce
 Alberto Ravasini-chitarre, tastiere e voce solista
Marco Croci-basso e voce
Marco Tomasini-chitarra e voce
Carlo Monti-batteria, percussioni e violino





Brian Epstein, l'uomo che inventò i Beatles, moriva 50 anni fa


Il 27 agosto del 1967, a soli 33 anni, moriva Brian Epstein, manager dei Beatles, determinante per i loro successi e prototipo del ruolo imprenditoriale all’interno del mondo musicale, una dimensione che, nonostante l’inesperienza, lo portò a promuovere il gruppo con estrema efficacia, facendolo emergere dalla massa in cui ovviamente si stava muovendo.
Inserito molto presto all’interno del “settore musicale” come venditore di dischi, si appassionò all’argomento e iniziò a scriverne con buona continuità.
Le sue doti di persuasione, il suo fiuto e l’attenzione per la clientela lo portarono ad avvicinare i Beatles -di cui un 45 giri veniva ripetutamente richiesto nel suo negozio- che vide per la prima volta al Cavern, rimanendone impressionato e convincendosi che il compito di loro manager sarebbe stato gratificante per tutti: era il gennaio del 1962 quando le parti si legarono contrattualmente, per alcuni anni.
Epstein si dimostrò determinante per il successo iniziale della band, perché la sua cura si rivolse ad aspetti meta-musicali, alla costruzione dell’immagine, elemento che col passare del tempo avrebbe assunto sempre maggior importanza. Cambiò quindi il loro stile, il modo di vestire, i comportamenti e cercò di rendere le loro esibizioni consone alla domanda dell’epoca.
E fu attraverso la sua incessante attività che i Beatles arrivarono a George Martin, allora dirigente della Parlophone, e anch’esso fondamentale per il futuro successo della band.
Ma le sue intuizioni e le sue capacità mostrarono il vero volto con il passare del tempo, e passando al setaccio i suoi risultati resta, oltre all’intuizione Beatles, una buona tendenza all’organizzazione, ma furono abbondanti le sue mancanze in qualità di agente.
Nel 1966 la decisione dei Beatles di produrre la loro musica soltanto in studio, evitando esibizioni live, e la conseguente consapevolezza di non avere più un ruolo attivo e utile, proprio vicino alla scadenza del contratto, insieme a preoccupazioni di carattere prettamente economico e personale -l’azzardopatia, l’uso smodato di droghe e la necessità di nascondere la sua omosessualità- lo fecero cadere in una preoccupante spirale di depressione e paranoia.

Cinquant'anni fa il giovane Brian muore. Dalla sua lussuosa abitazione, poco distante da Buckingam Palace, non arrivano i cenni di vita richiesti dalla servitù. L’intervento delle autorità preposte rivelerà la verità e presenterà una scena in cui compaiono flaconi di barbiturici, probabilmente effetto terminale di un’azione autodistruttiva in atto da tempo.
Non tutti in linea i referti medici, e al dichiarato eccesso di sedativo si contrappone il giudizio di chi sottolinea che la dose trovata nel sangue non sia stata fatale.
Mentre avveniva la macabra scoperta Paul, John, George e Ringo lo stavano aspettando ad un meeting a carattere esoterico, in Galles.
Paul McCartney, appresa la triste notizia, lo incorona come possibile Quinto Beatles... in fondo fu lui che li scoprì!

Il pensiero di Carlo Lucarelli...

domenica 20 agosto 2017

Giorgio "Fico" Piazza Band a Savignone: il resoconto


Il Comune di Savignone, situato nell’entroterra genovese, è diventato un punto di riferimento per la fruizione delle musica di qualità, grazie soprattutto alla presenza di un sindaco appassionato di rock - meglio se progressivo -, Antonio Bigotti.

Il 18 di agosto, il Parco Comunale del paese, gremito, ha ospitato la performance della Giorgio “Fico” Piazza Band.
Per chi non conoscesse i dettagli della storia di Piazza, si può sinteticamente ricordare il suo ruolo di bassista nella primitiva formazione della PFM, e ancor prima nei Quelli, ma andando alla ricerca dei dettagli si trovano sue tracce in tutte le registrazioni significative dell’epoca, Battisti in primis.
Ma il tema della serata è proprio la musica della PFM, i primi due album (Giorgio lasciò dopo il terzo, “Photos of Ghosts”).
La formazione messa su - e ormai consolidata - è volutamente un pool di giovani musicisti, giacchè uno degli obiettivi di Piazza è proprio quello di fare arrivare alle nuove generazioni la buona musica del passato, ma realizzata da coetanei, e ciò appare come una valida strada per essere più convincenti nel presentare un genere che racchiude una nicchia di followers.

Venivamo al team: doppie tastiere - e voce -, con Giuseppe Perna e Riccardo Campagno, Eric Zanoni alle chitarre, Marco Fabbri alla batteria e Fico Piazza al basso.

Conosco bene Giorgio, e so quanto sia per lui poco naturale tenere il palco ed esercitare il ruolo di frontman, essendo più abituato alla… discrezione, eppure il suo nuovo ruolo lo obbliga a sciogliersi e a condurre la band, con l’autorevolezza fornita dalla storia personale.

Tutto attorno a lui funziona alla grande e, accantonando le imperfezioni legate alla necessità di maggior rodaggio, i presenti hanno assistito ad un concerto inusuale, curato nei dettagli, e impossibile da ritrovare tra le pieghe dell’attuale repertorio della Premiata, fatti salvi un paio di tormentoni come “Impressioni…” e “E’ festa/Celebration”, sempre utili a Di Cioccio e soci per toccare il cuore dell’audience.

L’obiettivo di serata era dichiarato: “PMF ’70-‘72, ovvero lo spazio temporale necessario per la creazione e il rilascio dei primi due album.

Start al rovescio - e i motivi sono palesi, se si pensa che i brani conosciuti, quelli che ho appena citato - sono legati al primo disco.

Si parte quindi con la proposizione di “Per un amico”, caratterizzato da aspetti musicali abbastanza complessi, superati brillantemente grazie all’opera delle due tastiere in contemporanea e della perizia tecnica del giovane Zanoni.
Il pubblico ascolta con una certa concentrazione e sottolinea il gradimento alla fine di ogni episodio.
La prima parte serve per scaldare i muscoli, per verificare l’intesa e per oliare il motore, con la sezione ritmica che fa da spina dorsale, con l’apporto dell’esperto Fabbri e con “Fico” che appare ormai sciolto, cosa non semplice se si pensa alla sua lunga inattività.

Generale”, “Per un amico”, “Il banchetto”… passa tutto il disco e si ritorna indietro di quarantacinque anni.


A metà performance una piccola fermata dovuta alla premiazione di rito, il “Premio Fieschi”, una rappresentazione in filigrana d’argento del Castello dei Fieschi di Savignone, con una dicitura esplicaltiva: “A Giorgio Fico Piazza, Progressive Man nella musica mondiale”, in qualità di grande interprete e costruttore del prog italiano, del passato ma, visto i nuovi intenti, proiettato nel futuro.

Si riparte subito con quello che fu il primo atto ufficiale della PFM, “Storia di un minuto”.
Tutto in scioltezza, tutto secondo lprogramma, con pezzi di bravura dei singoli strumentisti, che però forniscono il meglio nell’ottica di squadra, quella che Giorgio ha inculcato ai suoi discepoli, con successo, visti i risultati.

Come logica vuole, la seconda parte di spettacolo coinvolge maggiormente il pubblico, che appare interdetto quando lo spettacolo volge al termine.

Ci vuole un bis, uno di quelli potenti, energici, e spunta dal nulla un fantastico  “Gimme Some Lovin'”, che fornisce un’identità più rockettara della band.

A seguire propongo un video con un medley, tanto per chiarire i concetti!

Grandi apprezzamenti per tutti, con Giorgio in prima fila, per la sua chiarezza di idee e la sua tenacia nel portare avanti un progetto molto più delineato di quello che si potrebbe intendere… aspettiamo fiduciosi!



giovedì 17 agosto 2017

Guy Davis & Fabrizio Poggi: “Sonny & Brownie’s Last Train”


Guy Davis & Fabrizio Poggi
“Sonny & Brownie’s Last Train”
M.C. Records /CD, MP3, Vinile)

La felice collaborazione tra Guy Davis - voce chitarra -  e Fabrizio Poggi - armonica - prosegue e ci regala attimi di blues che definirei… “bridge”, capaci di unire le radici e l’attualità attraverso trame acustiche che, come afferma Guy, hanno il compito e la capacità di “soffiare via la polvere” per ridare colore e vivacità a ciò che sedimenta sul fondo, in attesa che qualcuno metta in funzione la catena della memoria e dei ricordi.
In questa perfetta azione di ricerca - e successiva azione -  Davis e Poggi realizzano un album acustico, registrato in presa diretta in uno studio milanese, dal titolo “Sonny And Brownie’s Last Train”, una sorta di session live che pone come linea guida il lavoro di una mitica coppia del passato: Sonny Terry e Brownie McGhee, il più famoso duo di Acoustic Country Blues.
Tanto per inquadrare il periodo è giusto ricordare che Sonny - armonica - e Brownie - chitarra - hanno suonato insieme per una quarantina di anni, dal 1940 al 1980, diventando un punto di riferimento del blues più tradizionale, focalizzati sulla “semplicità” di armonica e chitarra, il vero modo di fare blues, anche per gli argomenti che riportano ai canti degli schiavi neri che, dopo il lavoro nelle piantagioni di cotone, si ritrovavano insieme la sera per cantare e bere, provando ad attenuare il disagio legato alla miseria e allo sfruttamento.

Con contanta materia da sviscerare, Davis e Poggi realizzano il loro tributo, un vero omaggio che suona come un cadeau confezionato per vera riconoscenza, un ringraziamento per la solidità delle fondamenta gettate e per la cospicua fonte di ispirazione.


I brani proposti sono quasi tutti da far risalire al periodo in cui Terry e McGhee hanno vissuto, composizioni loro o di musicisti coevi, anche se l’apertura dell’album presenta un inedito, “Sonny & Brownie’s Last Train”, scritta da Guy Davis e perfettamente calata nel mood dell’epoca.
Ma tutto il disco vive sull’atmosfera di paesaggi meravigliosi, permeati dalla semplicità di una musica universale capace di lenire il dolore come nessun’altra.
E in questo percorso la voce e la chitarra di Davis sposano alla perfezione i fraseggi all’armonica di Poggi, due “giovani” bluesman che pare abbiano rapito i segreti del blues antico, aggiungendo un tocco personale, fatto di conoscenza, competenza e cuore.
E così capita che un brano come Shortnin’ Bread” ritrovi nuovo volto dopo essere stato cantato dai neri negli anni ’30 nelle piantagioni di cotone, o come “Take This Hammer”, una “Prison Song” del ’42 di Leadbelly, possa diventare un attuale manifesto antirazzista.

L’ascolto di Sonny And Brownie’s Last Train” non può lasciare indifferenti, anche se occorre la sensibilità giusta per poter apprezzare la linfa vitale che scorre pulsante tra note e melodie, un insieme di elementi che mantengono il valore della creazione basica, grezza, su cui non è bello esagerare sull’ammodernamento, perché il nuovo è proprio il messaggio “antico” miscelato all’interpretazione e alla riproposizione di un disegno che pare abbia ancora molti spazi da riempire e colorare.

Da evidenziare che il disco è uscito anche in vinile - prima esperienza per un Fabrizio Poggi che non finisce mai di stupire.
Da ascoltare senza indugio!


Tracklist

1.      Sonny And Brownie’s Lat Train
2.      Louise, Louise
3.      Hooray, Hooray These Women Is Killing Me
4.      Shortnin’ Bread
5.      Baby Please Don’t Go Back To New Orleans
6.      Take This Hammer
7.      Goin’ Down Slow
8.      Freight Train
9.      Evil Hearted Me
10. S tep It Up And Go
11.  Walk On
12.  Midnight Special

Il disco è stato inserito in due votazioni 

BLUES BLAST MUSIC AWARDS (gli OSCAR della rivista BLUES BLAST) come MIGLIOR DISCO ACUSTICO DEL 2017
https://www.bluesblastmagazine.com/bbmas/vote/

DOWNBEAT ANNUAL READERS POLL la prestigiosa rivista americana di Jazz, Blues & Beyond ha inserito il disco di Guy Davis e Fabrizio tra i dischi da votare dal poll dei lettori.
Si può votare seguendo questo link: 
https://www.surveymonkey.com/r/2017DBREADERSPOLL




martedì 15 agosto 2017

I Jefferson Airplane a Woodstock


La nostalgia di Woodstock mi prende con una certa frequenza, e non accenna a calare col passare del tempo.
Un pò di tempo fa fa sono entrato in possesso di una fotografia scattata nel 1973, che testimonia un Festival all’aperto a cui partecipai, ad Altare, nell’entroterra savonese… ma Woodstock è Woodstock, forse perché fu il primo ad arrivare a noi giovani - io avevo 14 anni nel 1970 - attraverso il movie, che mostrava in maniera netta ciò che dalle nostre parti si poteva solo immaginare.
Col passare degli anni ho avuto l’opportunità di vedere alcuni eroi di quell’evento, ed ogni volta mi trovavo a volare nel tempo pensando a chi avevo davanti.
Johnny Winter e Alvin Lee non sono più tra noi, ma resistono un paio di Who (Townshend e Daltrey) che sono gli unici al mondo ad aver partecipato ai tre grandi Festival  (Monterrey, Woodstock e Wight).
Tempi lontani, eppure i ricordi sono freschi e basta una picture per far scattare l’immediato sconvolgimento.
L’immagine che propongo riguarda la performance dei Jefferson Airplane, e al di là del brano e della valenza della band ciò che mi colpisce è l’inquadratura, con la band ripresa di spalle e un oceano di folla pronto ad interagire.
Cosa sarà di quelle vite? Quanti saranno ancora su questa terra? Cosa è rimasto di quei sogni giovanili? La musica resiste, non ha perso il suo smalto, e ascoltata oggi sembra… appena nata.

Ma cosa fecero i Jefferson Airplane? Chi erano? Cosa accadeva da quelle parti?

Nella baia di San Francisco si respirava un aria densa di cambiamenti, l'Lsd a quasi tutto il 66 era ancora legale negli Stati Uniti, e i giovani ne facevano un largo uso per spiccare voli pindarici multicolori; i Jefferson si fecero fin da subito portavoce di tanti fermenti e attraverso la loro musica veicolarono quella generazione verso l'abbandono di tutte le inibizioni fin lì represse da una classe sociale ancorata a rigidi e austeri principi di dottrina morale. Il loro "Surrealistic Pillow" fu il manifesto generazionale di quel periodo.

Marty Balin -Voce
Paul Kantner - Chitarra
Jorma Kaukonen - Chitarra
Grace Slick - Voce
Jack Casady - Basso
Spencer Dryden - Batteria

mercoledì 9 agosto 2017

In ricordo di Jerry Garcia



Esattamente 22 anni fa moriva Jerry Garcia, mente e braccia dei Grateful Dead.

Ecco una breve biografia tratta da "lastfm".

Jerry Garcia, all’anagrafe Jerome John Garcia (1 agosto 1942 - 9 agosto 1995) è stato un chitarrista e cantante statunitense famoso principalmente per la sua carriera con il gruppo di rock psichedelico dei Grateful Dead. Dopo aver suonato per poco il pianoforte divenne un eccezionale suonatore di banjo e chitarra. Ha partecipato a diversi altri progetti esterni ai Grateful Dead, in particolare la lunga collaborazione con il mandolinista David Grisman, amico di vecchia data di Garcia, di cui ci resta molto materiale inedito e postumo. Nel corso della sua carriera ha preso parte ad oltre 2000 concerti. Figlio di un’ infermiera e di un musicista, Garcia nasce nel’agosto del 1942 a Oakland, California, e gli viene attribuito il nome Jerry dal musicista Jerome Kern. All’età di soli 4 anni Garcia perde il dito medio della sua mano destra, amputato dal fratello Clifford per errore con l’accetta mentre tagliava della legna. Un anno dopo perde il padre che muore affogato mentre stava pescando. Dopo aver suonato per un po’ di tempo il pianoforte all’età di 15 anni riceve la sua prima chitarra come regalo di compleanno, appassionandosi subito allo strumento e iniziando a suonare senza ricevere nessun tipo di lezione ma andando a orecchio. Dopo aver abbandonato la scuola nel 1960 e aver prestato servizio nell’esercito, Garcia diviene amico del poeta Robert Hunter e insieme decidono di mettere su un duo, senza però concludere nulla. Garcia si appassiona al banjo e inizia a suonare bluegrass in molti gruppi locali. Conosce i Mother McCree’s Uptown Jug Champions (dove militano Bob Weir e Ron McKernan) e ne diviene in breve il chitarrista; sotto la spinta di Ron “pigpen” McKernan la band si sposta da sonorità bluegrass a sonorità sempre più elettriche, fino a cambiare il proprio nome in Warlocks e prendendo parte agli Acid test di Ken Kesey, che si riveleranno un esperienza fondamentale per il gruppo e per Garcia. Gia durante gli anni ‘60 i Grateful Dead si fanno notare nella scena psichedelica per le loro performance live, basate principalmente sul lavoro chitarristico di Garcia che con uno straordinario senso dell’improvvisazione rende ogni spettacolo un happening unico. Con gli inizi dei ‘70 il gruppo cambia stile, iniziando a suonare un folk rock disimpegnato: Garcia inizia a suonare anche altri tipi di chitarra, come chitarra acustica e steel guitar. Ora come non mai la collaborazione con Robert Hunter, iniziata nel 1968, durante la stagione psichedelica con Anthem of the sun incomincia a dare i suoi frutti migliori, con album memorabili come Workingman’s dead e American Beauty. La carriera con il gruppo procede negli anni ‘70 e ‘80 con dischi sempre meno frequenti, preferendo invece l’aspetto concertistico. Oltre che con i Grateful Dead e nei propri lavori da solista (iniziati nel ‘71 con l’album Garcia), Garcia ha suonato in altri gruppi, capeggiati da lui stesso, nati per soddisfare gli altri suoi interessi musicali, quali il blues o il bluegrass: ricordiamo soprattutto gli Old and in the way, con il mandolinista Dave Grisman, i Legion of Mary e la Jerry Garcia Acoustic Band. Il più importante tra i vari progetti sviluppati durante la sua carriera al di fuori dei Grateful Dead sembra essere la Jerry Garcia Band. Molto numerosi e importanti sono poi i dischi prodotti insieme all’amico Dave Grisman, con cui collaborava sin dai tempi dei Grateful Dead. Numerosissime sono poi le collaborazioni con altri musicisti: compare per esempio nel disco Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane come aiuto spirituale (e suonando anche in un paio di brani); suona nella colonna sonora del film Zabriskie Point con un improvvisazione per la cosidetta “love scene”; suona la steel guitar negli album degli amici New riders of the purple sage, collabora al primo mitico album solo di David Crosby, If I could only remember my name.
Jerry Garcia scompare il 9 agosto 1995 nel centro di riabilitazione dalle droghe Serenity Knolls, per un attacco di cuore durante la notte, aggravato da apnea notturna. Garcia era ben noto per il consumo di droghe fin dagli anni ‘60, a cui seguirono molti tentativi di smettere e altrettante ricadute.
Il giornale Rolling Stone, nella sua classifica dei migliori chitarristi di sempre, lo posiziona al 13° posto.
Ogni anno in California un piccolo gruppo di fan festeggia dal 2002 il Jerry Garcia Day.

I rimanenti membri dei Grateful Dead, per le rare volte in cui ancora si esibiscono come tali, hanno modificato il nome della band nel solo The Dead, per sottolineare che non può più essere lo stesso gruppo.