venerdì 16 agosto 2019

Carlo Aonzo Trio-“Mandol Italy”


Circa tre anni fa, da questo spazio, commentavo “Mandolin Journey”, album del Carlo Aonzo Trio, lo stesso ensemble che oggi propone “Mandol Italy”, il nuovo lavoro.
Esiste una stretta connessione tra i due progetti, che ha a che fare con la propensione all’altruismo, alla voglia di divulgazione, alla cultura, alla tradizione… in sintesi, la qualità estrema.

Il fil rouge di cui parlo è la voglia di utilizzare la musica - e gli strumenti acustici legati alle radici popolari - per viaggiare, scambiare messaggi, proporre novità attraverso l’antico, rappresentando così uno spazio ben preciso che, contrariamente al cosmopolitismo del disco precedente, diventa oggi il contorno della nostra penisola.

L’idea è quindi quella di un nuovo itinerario, utilizzando però una zona più ristretta e, almeno sulla carta, più famigliare, quell’Italia che, in giro per il mondo, è conosciuta per aspetti positivi e negativi attraverso stereotipi e luoghi comuni, ma che riesce sempre a far innamorare chi la attraversa, magari occasionalmente.

Carlo Aonzo e i suoi sodali affrontano un percorso complesso, ambizioso, ricco di difficoltà tecniche, ma il risultato appare incredibile, e ciò è dovuto in parte alle grandi skills dei protagonisti (oltre ad Aonzo e al suo mandolino troviamo Luciano Puppo al contrabbasso e Lorenzo Piccone alla chitarra) di cui mi pare superfluo disquisire, ma aggiungerei che ciò che arriva al fruitore della loro musica è l’essenza, l’idea, la passione, il sogno…
La determinazione con cui si cerca di penetrare in profondità non ha nulla a che vedere con la pianificazione, ma la voglia di diffondere il verbo appare a tratti prorompente.

Conosco personalmente Aonzo da molto tempo e lo considero un musicista privo di paletti ideologici, cosa non certo semplice da ritrovare - nella vita, non solo nella musica -, e il team che ha costruito nel tempo appare in totale sintonia.

Se poi aggiungiamo una sezione di ospiti pazzesca, che Aonzo propone a seguire, ecco che “Mandol Italy”, diventa un gioiellino che abbatte ogni tipo di catalogazione.

Vengono sciorinati pezzi italiani storici suddivisi per regione, rivitalizzati da arrangiamenti innovativi, e succede che il grande protagonista, il mandolino, buca gli spazi, supera i confini, e riesce a distruggere immagini sacre e consolidate, entrando potenzialmente nella vita e nella storia di ogni anima sensibile.

Folk, rock, blues, classica… melodia e ritmo, elementi fondamentali per raccontare l’Italia, con un percorso itinerante che suggerisce un modello integrativo, argomento molto sentito di questi tempi.

Non mi soffermo sui dettagli, ovviamente fondamentali, perché rischierei di duplicare informazioni e pensieri - interessantissimi - contenuti nell’intervista che Carlo Aonzo mi ha rilasciato e che consiglio di leggere con attenzione, particolari davvero esaustivi e completi.
Ho preferito realizzare una sorta di introduzione, il cappello ad un ascolto che consiglio, così come credo siano da cogliere al volo le occasioni di vedere il Carlo Aonzo Trio in fase live.

Il mio stato d’animo durante l’ascolto? Emozionato!


L’INTERVISTA REALIZZATA CON CARLO AONZO

Utilizzare la musica per delineare percorsi geografici non è per te una novità: cosa ti ha spinto questa volta a proporre un “viaggio” tutto italiano? Aggiungo… le possibilità di scelta all’interno del “nostro” mondo musicale sono sterminate: con quale logica o criterio selettivo hai delineato la scaletta?

“Mandol Italy”, un disco di cui siamo molto fieri, che ha avuto una genesi davvero ordinaria. Abbiamo cercato un concept per un nuovo album dopo “Mandolin Journey”, ed è venuto naturalissimo scegliere come argomento la musica italiana. Un po’ perché andando in giro per il mondo ci fa piacere portare il messaggio della nostra musica attraverso brani che per noi sono storici e ci rappresentano, ma che cerchiamo di riportare all’attualità. Questa idea dell’album è venuta fuori pian piano, un po’ per il repertorio che avevamo già pronto dopo il “Mandolin Journey”, fatto da brani che avevamo preparato e a cui poi ci siamo appassionati; altri pezzi, che erano già nel cassetto, li abbiamo esclusi perchè non entravano nell’idea generale dell’album. Ma ci è piaciuto anche fare una ricerca in questo senso, scovare brani che rappresentano il nostro passato e il nostro essere italiani. Abbiamo cercato di rappresentare un po’ tutte le regioni - anche se ovviamente è difficile “mostrarle” tutte -, scegliendo i brani che per noi erano più accattivanti, alternati a quelli che erano più significativi, con qualche eccezione, come nel caso di Carlo Munier, musicista virtuoso del passato, uno dei padri della musica mandolinistica, non conosciuto al di fuori del suo mondo, ma in ogni caso un pezzo importante della storia dello strumento che rappresenta l’Italia e che va riscoperto, ovviamente parlo del mandolino. Quindi questa ricerca di “mostrare” l’Italia non è solo geografica, tocca anche la memoria degli italiani; c’è anche un tributo alla storia della televisione con il brano che noi conosciamo come “Carosello”, che è in realtà un brano tradizionale che si chiama “Pagliaccio”, e lo stesso vale per il brano che noi idealizziamo come “Intervallo”, che è in realtà un pezzo di Musica Barocca che abbiamo riattualizzato (Toccata in La Maggiore).

A che tipo di pubblico si rivolge il progetto “Mandol Italy”?

Questo è il bello del nostro progetto, lo dobbiamo scoprire! È vero che pensiamo ad un pubblico anche internazionale, perchè le nostre attività concertistiche si svolgono anche all’estero, e in quei luoghi il brano che rappresenta la nostra italianità, quello universalmente riconosciuto, è “Volare”; gli americani conoscono bene anche la canzone “Arrivederci Roma”, grazie al film che l’ha lanciata e che è famoso oltreoceano, ma per gli stranieri tutto il sound legato al mandolino rappresenta l’Italia; è bene sottolineare come all’estero il mandolino non sia appicciato necessariamente all’immagine del Sud Italia, come invece il luogo comune vuole qui da noi, stereotipo tra l’altro sbagliato, perché il mandolino è uno strumento tutto italiano che è diventato solo più tardi simbolo della napoletanità, ma in realtà veniva suonato in tutto il paese… ricordiamo Vivaldi, Paganini, quindi soprattutto attività nel Nord Italia, anche se è palese l’esistenza di un ricchissimo repertorio napoletano.
Sicuramente l’album si rivolge ad appassionati di musica acustica, perché il nostro progetto è tutto acustico; poi agli amanti della musica mandolinistica, un mondo in grandissima crescita ovunque, grazie alla nascita di molti nuovi mandolinisti e alle straordinarie proposte musicali attuali, che prevedono l’utilizzo dello strumento nella musica rock e pop. Il pubblico quindi è quello a cui piace la musica dal vivo, quella da ascolto, gli arrangiamenti ricercati e tutto quell’ambito di fruizione musicale a cui noi ci rivolgiamo.

Mi parli dei tuoi compagni di viaggio, con cui costituisci un trio ormai consolidato?

I miei compagni di viaggio sono musicisti straordinari. Lorenzo Piccone, chitarrista e arrangiatore, ha un futuro luminoso davanti a sé, sta realizzando cose veramente notevoli anche negli Stati Uniti e sentiremo sicuramente parlare di lui in futuro, mentre Luciano Puppo è un veterano del jazz italiano e folk nostrano. Parlo di musicisti non comuni, ma soprattutto di fantastici compagni di viaggio e grandissimi amici… insieme condividiamo lo spirito specifico del trio e dei vari progetti musicali.
Siamo al secondo album, ce ne saranno sicuramente altri. Abbiamo in programma di andare in Australia agli inizi del prossimo anno, poi in primavera o nell’estate 2020 ci sarà un’altra tournée nel Nord America, quindi grandi cose.

È interessante conoscere gli ospiti che hai coinvolto, e come hai deciso l’abbinamento brano-musicista…

Gli ospiti sono tutti musicisti fantastici e l’abbinamento lo abbiamo fatto in base al loro passato e al retaggio musicale, quindi… chi meglio di Daniele Sepe poteva tarantellare su John Coltrane? Sai, questa idea balzana di prendere il bebop e portarlo a Napoli perché il mandolino suona il bebop… e chi è che poteva fare un’improvvisazione su una tarantella con i cambi di accordo di “Giant Steps”, che sono semplicemente inumani? L’unico che poteva riuscirci era lui, e ci ha “maledetti” in tutte le lingue perché è stata un’impresa difficilissima, ma è riuscita perfettamente, e ne siamo felicissimi; abbiamo rappresentato Napoli con una delle canzoni più belle del repertorio che la caratterizza e con la tarantella di Raffaele Calace, un altro dei padri della musica mandolinistica. Quindi ecco il mandolino che si emancipa per ammiccare al bebop. Da evidenziare l’intervento del percussionista africano Ismaila Mbaie, che ha accompagnato tutta la traccia con le sue percussioni, anche questo per far evolvere la tarantella e farla diventare word music.
Poi abbiamo Antonio Marangolo, che improvvisa sulla suite romana, lui che ha passato gran parte della sua carriera musicale con il fratello a Roma, e assieme abbiamo deciso di celebrare questo passato anche abbastanza recente… ricordiamo quando era la norma che un brano partisse con un assolo di sax!
Abbiamo avuto la fortuna di ospitare Ike Stubblefield all’organo hammond, fatto eccezionale. Abbiamo scelto “Volare” perché già lo conosceva, e ha accettato la sfida di farlo diventare una cosa blues, quasi funky.
C’è poi Fabio Rinaudo, che ha impreziosito la suite siciliana, che abbiamo fatto diventare molto folk, rurale, e quindi abbiamo aggiunto i flauti e la cornamusa.
In questa sezione è presente un retaggio del mio passato lavorativo, perché entra in gioco il marranzano, e la persona che lo suona è un vigile del fuoco, un ufficiale di Genova che si chiama Tommaso Bellomare, felicissimo che lo abbia invitato ad arricchire questa parte con lo scacciapensieri, strumento tipico della regione; lui è l’unico “non musicista” del nostro parco ospiti.
Abbiamo ancora Riccardo Zegna, straordinario jazzista ligure con il quale abbiamo realizzato la versione in 5/4 di “Ma se ghe pensu”, ed è venuta fuori una chicca di cui siano orgogliosissimi. Anche in questo caso trattasi di emancipazione musicale.
Continuo con Rodolfo Cervetto alla batteria, che ci ha aiutato in alcune tracce, come “la suite dei baci”; in questo caso lo swing up bit aveva bisogno di una mano esperta alla batteria e in lui l’abbiamo trovata.
Continuo con Claudio Bellato, fantastico musicista savonese che ha contribuito anche all’arrangiamento di “Madunina on Broadway”, un’idea che avevo da tempo, e quindi il suo apporto ha superato il solo intervento strumentale.
Abbiamo poi Riccardo Tesi, grande organettista che non ha bisogno di presentazioni, che duetta con noi su una mazurca di Carlo Munier - cioè sul repertorio che più si addice al suo stile e genere -, la “Mazurka Sentimentale”, un pezzo classico del mondo mandolinistico, che con lui si avvicina al mondo più folk, ma sempre aulico e raffinatissimo.

Come pubblicizzerete l’album?

Questa può essere l’occasione per dire che non abbiamo un management, è un’autoproduzione, quindi è nata come una cosa molto spontanea, basata sull’istinto; non esiste una strategia commerciale, non la cerchiamo. Promuoveremo sicuramente l’album ai nostri concerti come abbiamo sempre fatto, spediamo il disco a chi sappiamo può fare recensioni, accettiamo complimenti e soprattutto critiche costruttive, per poter fare cose sempre più belle ed essere stimolati a creare e andare avanti con il nostro lavoro. Questo è lo spirito del nostro progetto musicale, che nasce dall’amore per la musica e non ha come fine la realizzazione di un prodotto commerciale.



Questi i titoli di “Mandolitaly”:

Nel Blu Dipinto di Blues
- Volare (D. Modugno)

Ma Se Ghe Pensu (A. Margutti)

Baci in Quantità
- Ba Ba Baciami Piccina (L. Astore)
- Un Bacio a Mezzanotte (G. Cramer)

Roma
- Arrivederci Roma (R. Rascel)
- Roma Nun Fa la Stupida Stasera (A. Trovaioli)

Mazurka Sentimentale (C. Munier)

Marcia Eroica (C. Munier)

Voce 'e Notte (E. De Curtis)

Taranta Steps
- Tarantella (R. Calace)
- Giant Steps (J. Coltrane)

Da un Balcone Ungherese (N. Bruzzone)

Pagliaccio (Carosello) (traditional)

Toccata in La Maggiore (Intervallo) (P. D. Paradisi)

Nebbi'a la Valle (Amara Terra Mia) (traditional)

Trinacria Suite
- Tarantella (traditional)
- Ciuri Ciuri (F. P. Frontini)
- Vitti na Crozza (F. Li Causi)

Madunina On Broadway
- O Mia Bela Madunina (G. D'Anzi)

Clara's Suite
- Vulcano (M. Cavallari)
- Oh, Katia! (traditional)

Formazione:
Carlo Aonzo: mandolino
Luciano Puppo: contrabbasso, basso
Lorenzo Piccone: chitarra

Alcuni illustri "Special Guests", veri leader nei rispettivi generi, hanno partecipato al nuovo cd, musicisti straordinari che hanno dato un contributo prezioso ed originale a questo lavoro, con l'aggiunta di nuovi timbri e colori: Claudio Bellato (chitarra), Tommaso Bellomare (marranzano), Rodolfo Cervetto (batteria), Antonio Marangolo (sax tenore), Ismaila Mbaye (percussioni africane), Fabio Rinaudo (cornamuse, flauti), Daniele Sepe (sax soprano), Ike Stubblefield (organo hammond), Riccardo Tesi (organetto diatonico), Riccardo Zegna (pianoforte).

mercoledì 14 agosto 2019

Ecco cosa è accaduto il 7 agosto nel corso della 1° serata dedicata alla “Rassegna D'Autore e d'Amore”, a Bordighera


È terminata da pochi giorni la consueta manifestazione “Rassegna D'Autore e d'Amore, che si svolge tradizionalmente a inizio mese di agosto, a Bordighera, nei Giardini Lowe.

Il programma completo, in equilibrio tra la canzone storica d’autore e il progressive, si è sviluppato tra i giorni 7 e 10, e anche in questa occasione si sono visti sul palco artisti di livello assoluto, come delineato nel comunicato stampa diffuso dall’organizzazione:


Sono stato testimone della prima serata, quella dedicata al prog, e proverò a fornire commento minimale, aiutato dal contributo video.
Occorre dire che il deus ex machina della situazione ha un nome ben preciso, Pino Calautti, che assieme ai fidati collaboratori riesce ogni anno a realizzare eventi di alto profilo, che sembrerebbero quasi impossibili per chi vive l’ambiente, perché lo sforzo organizzativo ed economico relativo alle tre serate appare operazione titanica per l’occhio esterno.
È proprio a lui ho rivolto il mio pensiero durante il viaggio di avvicinamento, perché la prima serata, quella dedicata alla musica progressiva, è solitamente quella più a “rischio”: il genere è molto di nicchia, e in questi casi non si ha mai la certezza di avere un numero di presenti congruo alla portata del concerto; ma Pino ha indovinato ancora una volta il mix, basato su nomi di prestigio ma molto distanti tra loro come tipologia di proposta (Gianni Nocenzi e Ken Hensley) e un giovane talento che ha sorpreso tutti (guadagnando anche un elogio pubblico da parte dell’ex BANCO), per varietà e novità di performance: Davide Laura.

Quando scatta l’ora voluta da Pino la platea è carica di anime pronte a vivere una serata indimenticabile.

Mauro Selis, come sempre, fa gli onori di casa e “riempie” i momenti di sosta…


Il primo ad esibirsi è il giovane Davide Laura, che non conoscevo.

Un uomo e il suo strumento - anzi, i suoi strumenti -, potrebbe significare mero momento acustico, ma Davide ci regala qualcosa di davvero unico, gradito dall’audience in modo incondizionato.
Utilizza violino e chitarra - vorrebbe anche “buttarsi” sul piano a coda presente momentaneamente on stage, ma ci sarebbe il rischio di una modifica di assetto, in una serata in cui l’umidità incide…- e appare un maestro nell’uso dei loop, tanto da riempire l’atmosfera di suoni che viaggiano tra ritmo e melodia, vivendo fisicamente la performance e trasferendo al pubblico energia pura.

La chicca alla sua esibizione è il duetto, casuale, con il padre - chitarrista professionista - che i presenti apprezzano incondizionatamente.

Tutto quanto Davide Laura ci ha presentato entra a pieno titolo nel contesto prog, tra innovazione e libertà espressiva, come testimoniato dalle immagini a seguire…


Ma cosa è stato il prog?
Questo il punto di vista di Gianni Nocenzi...


Già… il Maestro!

Poco prima dell’esibizione Gianni Nocenzi mi ha rilasciato un’intervista - che pubblicherò nei prossimi giorni -, e lo ha fatto in circostanze particolari, ovvero l’imminente inizio della sua performance, momento in cui si va solitamente alla ricerca della massima concentrazione, e le parole che arrivano dall’esterno si eviterebbero volentieri.
La sua gentilezza e la sua cordialità mi hanno realmente colpito, e le sue riflessioni fatte in camerino sono state la miglior introduzione al suo successivo atto musicale.
Gianni Nocenzi e il piano, lo strumento dietro al quale l’ho sempre visto e idealizzato, a partire dalla mia adolescenza, passando per un momento di sua volontaria assenza, sino al ritorno alla piena attività pubblica, concretizzato da un album, “Miniature”, che è stato riproposto nel corso della serata.

La sua musica ha trovato un perfetto intercalare nella narrazione, e analizzando a ritroso la sua “parte di serata”, verrebbe da definirla con lo slogan… “Musica e Didattica”.
Dopo la dinamicità contagiosa di Davide Laura arriva quindi il momento della magia pura, quella che riesce a creare il Maestro attraverso trame musicali che richiedono massima attenzione, non solo quella palese dell’autore, ma occorre un fermo ausilio da parte del pubblico, il cui peso specifico in termini di attenta partecipazione risulta determinate per la realizzazione di quell’alchimia da palco che, nell’occasione, si è realizzata con grande successo.

Occorre dire che parte degli spettatori si sarebbe successivamente lasciata andare al movimento fisico, figlio del rock a tratti duro di Ken Hensley, ma questa predisposizione personale ad un genere preciso non ha impedito gli amanti della musica di qualità di godere in pieno di attimi, “miniature”, frasi e dettagli sonori che Nocenzi ha regalato ad un pubblico che ha ricambiato con calore al termine di ogni episodio, estasiato da quanto stava andando in scena, probabilmente cosciente del fatto che certi momenti sono rari e vanno goduti nella loro totalità.

Difficile riuscire a riproporre, utilizzando le parole, un frammento di piacere puro, dove musica, interpretazione, contesto ed elementi naturali hanno permesso di raggiungere lo status della serenità.

Le immagini a seguire, catturate con un device di scarsa qualità, non certo all’altezza della situazione, permettono in ogni caso di fornire una sintesi rappresentativa dell’incontro tra Gianni Nocenzi e il pubblico.

Grande esclusiva per MAT2020 quindi, e un ringraziamento al Maestro che, in via del tutto eccezionale, ci ha permesso di pubblicare una video intervista e live per piano solo...


A concludere la serata ci ha pensato Ken Hensley con la sua band, che erroneamente pensavo fosse inglese, e invece no, tutti italianissimi!

Ken suscita molti ricordi per effetto del suo glorioso passato, almeno dieci anni, in un gruppo di hard rock progressive inglese molto famoso nei seventies, anche in Italia, gli Uriah Heep, di cui era tastierista, all’occorrenza cantante e chitarrista acustico.
La sua immagine è ancora oggi molto legata a quel periodo e il sound può contare su validi collaboratori che sono: Paolo Sburlati alla batteria, Simone Bistaffa alla chitarra, Andrea Vilardo alla voce e Francesco Dalla Riva al basso e cori.

Nei prossimi giorni scriverò di loro in modo più approfondito, per ora mi limito a dire che l’impatto della band è stato notevole.

Molti erano i conoscitori del repertorio degli Uriah Heep, alcuni sorprendentemente giovanissimi, il che sta a significare che certi eventi non toccano solo l’elemento nostalgico, ma sono il frutto di curiosità e ricerca, situazioni forse legate al “lavoro sotterraneo” di qualche genitore melomane.

Rock denso con spruzzate di hammond, il tutto contrassegnato da un fatto inusuale, ovvero la rottura della corda del basso di Dalla Riva (il LA), segno che… ci hanno dato dentro!

Finale con l’audience in piedi, attaccata al palco, a tributare onore alla storia e ad una musica che non tramonterà mai.

Questa è il sunto del loro intervento…


La serata - ma sarebbe meglio dire… nottata… finisce al ristorante… la tensione è scemata e qualche aneddoto interessante emerge ancora!

Grazie ancora a Pino Calautti e alla sua squadra; sono certo che tra poco si rimetteranno al lavoro per pensare ad un nuovo programma estivo, con un unico obiettivo… la qualità della della proposta.

Ringraziamento obbligato per Alessandro Mazzitelli ed il suo service

venerdì 9 agosto 2019

Compie gli anni Ian Anderson


Compie gli anni, 72, Ian Anderson, simbolo dei Jethro Tull.
Anderson è genio assoluto, affabulatore, incantatore, innovatore, capace di rendere “rock” uno strumento prettamente classico come il flauto traverso, un chitarrista acustico eccelso, un vocalist straordinario e la sua voce, a ben vedere, è quella che manca di più ai fan sparsi nel mondo che, forse solo a posteriori, si sono accorti dell’assoluta importanza di quella timbrica calda e pastosa, insostituibile, che nessun aiuto artificiale potrà riportare ai fasti iniziali.
Ian Anderson è anche un saggio e previdente uomo di affari – cosa che quasi sempre è mancata alla giovani star degli anni ’70 –  e credo risalga già alla metà dei seventies il suo status di datore di lavoro della band, ovvero lui il capo e gli altri stipendiati, con le naturali differenze di compensi economici e di responsabilità.
Il gruppo è ancora molto seguito e anche in Italia esiste una cellula primaria – di cui in qualche modo faccio parte – che prevede un fanclub che ha a capo un Presidente – Aldo Tagliaferro – che è uno dei pochi con cui il buon Ian ha instaurato un rapporto di salda amicizia, con tutti i risvolti positivi del caso.
Impossibile riassumere una storia così complessa e una discografia sterminata, e allora provo a ripescare un mio vecchio pensiero riguardante quella musica che considero la colonna sonora della mia vita… il perché non mi è chiaro sino in fondo, ma indagare sarebbe persino doloroso.
Potrei raccogliere numerosi aneddoti e svariate conoscenze personali per descrivere i miei sentimenti, ma preferisco sottolineare un momento particolare su cui ho riflettuto spesso, perché ogni volta che riascolto “My God” – e mi capita con una certa frequenza – performata al festival dell’Isola di Wight, mi nasce una domanda spontanea.
Per inciso “My God”, che considero tra le più belle canzoni rock di tutti i tempi, fa parte di un album cult, Aqualung, che consiglio a tutti i giovani che non hanno mai avuto l’occasione di accostarsi alla musica dei Tull. Io ho provato in passato a diffondere il verbo, anche, con i miei figli, e devo dire che non sono rimasti indifferenti.
E ritorno all’episodio a cui accennavo.
Era il 30 agosto 1970, una domenica non comune, e i Jethro Tull anticipavano il set di Jimi Hendrix.
La manifestazione era già alla terza edizione, e molte altre sarebbero arrivate, ma quella è l’unica che si ricordi con grande enfasi.
La band di Anderson era già conosciuta per effetto di un secondo album strepitoso, “Stand Up” e quando salì sul palco, “Benefit”, il terzo lavoro, era in circolo da alcuni mesi.
Ma il pubblico di Wight, almeno in quell’occasione, non era numericamente parlando quello dei pub, dei teatri, delle realtà cittadine, ma, more or less, 600.000 persone!
Mi è capitato di chiedere banalmente a Clive Bunker, batterista in quell’occasione, cosa si provi a suonare davanti ad una muraglia umana, e la sua risposta, altrettanto scontata, ha evidenziato la totale “incoscienza da palco” che si innesca in quelle occasioni, quando mille o centomila fanno poca differenza.
Quei giovani, hippies e amanti del nuovo che stava arrivando, imbevuti dell’esperienze dell’estremo occidente musicale, avevano abitudini diverse, fatte di rock più o meno duro, di folk, di country, di contaminazioni varie, abituati a Hendrix e agli Who, Mitchell e Doors, Baez e Mody Blues, e forse non avevano idea di cosa volesse dire trovarsi al cospetto di una band sconvolgente, con un frontman unico che all’improvviso dava dignità rock ad uno strumento a fiato, suonato alla Roland Kirk, soffiato, parlato, usato come prolungamento dell’uomo e dell’artista, raccogliendosi su di una sola gamba.
Ecco, ogni volta che ascolto “My God” provo a mettermi nei panni di quei ventenni di 48 anni fa, e mi piace immaginare il loro stupore, per la novità e per la bellezza di un brano carico di significati, musicali e lirici.


Sono passati lustri, tanti, e i Jethro Tull hanno cambiato ogni pezzo usurato dal tempo, solo lui è rimasto al timone, Ian Anderson, l’antipatico, l’illuminato, o forse tutto il contrario. Noi amanti della sua musica ce lo coccoliamo, sempre pronti a ringraziarlo per quello che ha saputo regalarci: essere riconoscenti è il minimo che si possa fare in questi casi!




mercoledì 7 agosto 2019

Donella Del Monaco, Paolo Troncon, Opus Avantra Ensemble - “Rosa Rosae”


Donella Del Monaco, Paolo Troncon, Opus Avantra Ensemble
“Rosa Rosae”

M.P. & Records, 2019
Distribuito da G.T. Music Distribution

L’inizio del 2019 ha visto l’uscita di “Rosa Rosae”, ovvero il ritorno all’azione discografica della storica entità Opus Avantra - un nuovo ensemble rispetto al passato -, fondamenta del lavoro creativo di Donella Del Monaco e Paolo Troncon.
Le risposte di Donella e Paolo, nell’intervista a seguire, sottolineano gli aspetti principali di un lavoro che annovero tra i migliori del 2019, all’interno del (micro)cosmo della musica di estrema qualità.

Se è vero che Hemingway ci ha dimostrato che un romanzo può essere delineato in sole sei parole, provo a superare il concetto, facendo esercizio di estremo ermetismo, utilizzando un solo un solo aggettivo utile a sintetizzare questo progetto: AVVOLGENTE.
E’ questa la sensazione che ho provato nel corso dell’ascolto, acuitasi nelle ripetizioni successive.

Un’onda sonora, varia, in movimento altalenante, capace di circondare e proteggere i cambiamenti dei differenti stati d’animo, provocati dalla fruizione di una musica unica e indefinibile.

Razionalmente parlando non è un contenitore semplice, nè dal punto di vista delle liriche, in bilico tra italiano e latino - e tracce di francese -, né dal punto di vista strettamente musicale, con la proposizione di una classicità mista alla tradizione popolare che potrebbe avere bisogno di una certa preparazione per poter essere afferrata, ma qui entra in gioco la magia che scaturisce dall’opera dei protagonisti, proprietari di enormi competenze personali, che a poco servirebbero se non fossero messe a disposizione di un progetto condiviso.

Gli Opus Avantra hanno una lunga storia la cui origine ci riporta ai primi seventies, ma la definizione di “gruppo” è sempre apparsa riduttiva, meglio utilizzare il concetto di “movimento”, perfetta sintesi di anime variegate in campo artistico. In questo senso appare lecito inserire gli O.A. nel filone della musica progressiva. Ma non appare così importate, di questi tempi, tale catalogazione.

Gli attuali Opus Avantra, oltre a Donella Del Monaco, vedono la presenza di: Mauro Martello - flauto, saxofono e duduk -, Laura Balbinot - violoncello -, Paolo Troncon -pianoforte -, Andrea De Nardi - tastiere -, Giorgio Cedolin alla batteria).

Con l’attenta produzione artistica dello storico collaboratore Renato Marengo, sono stati coinvolti artisti esterni di estrema qualità e notorietà, che non portano in dote un semplice cameo musicale, ma forniscono reale valore aggiunto al disco: Jenny Sorrenti, Lino Vairetti, Alberto Radius e Tony Esposito.

Per terminare la lista delle collaborazioni segnalo Anna Campagnaro (violoncello), Mirko Satto (fisarmonica), Davide Vendramin (fisarmonica), Tommaso Troncon (sax tenore) e Gabriele Bruzzolo (percussioni).

Donella Del Monaco evidenzia come al titolo “Rosa Rosae” possano essere attribuiti differenti significati, ma il fil rouge dell’album è l’amore, rappresentato simbolicamente dal fiore, e raccontato nelle cangianti sfaccettature, tra sacro e profano, tra luce e profonda oscurità, tra possesso e piena capacità di dono disinteressato.
E la magia a cui facevo riferimento precedentemente fa sì che esista una percezione del messaggio che oltrepassa la comprensione della lirica, provocata da atmosfere a tratti auliche che disegnano un percorso che coinvolge, e che determina una pace da ascolto unica, e in questo senso il mio consiglio è quello di scegliere con cura spazi e tempi per godere appieno di “Rosa Rosae”.

L’incontro tra il mondo classico, il rock e la tradizione popolare non è cosa nuova, ma questo album appare come il manifesto perfetto di tale miscela, e credo che chiunque si ponesse in posizione di ascolto, scevro da pregiudizi e alibi concettuali, non potrebbe che amare incondizionatamente questo lavoro che trascende la materia e parla e suona come la colonna sonora di una vita comune.

E’ la stessa cantante a raccontare l’intervento degli ospiti e la motivazione della scelta, ma mi piace sottolineare la bellezza del duetto di Donella con Jenny Sorrenti - da brividi - nel brano “Vento del nord”, così come l’intervento in latino di un inusuale e “diabolico” Lino Vairetti nella traccia “Sceleratus”; Tony Esposito partecipa alla strumentale “Mandala”, e sancisce il ritorno verso gli OA, con cui aveva collaborato nel primo disco del ’74. E poi Alberto Radius, il simbolo della chitarra elettrica nell’Italia del primo pop, completamente a proprio agio tra il suo stile rock e il modus classicheggiante… è suo l’intervento nel pezzo “Cyrcles”.

Sono nove le tracce che costituiscono “Rosa Rosae”, nove episodi uniti tra loro da un collante concettuale solido e da un fascino che risiede, anche, nel saper stimolare l’intelletto attraverso un topic che riguarda l’esistenza di ogni essere umano, e il passaggio dal materialismo/fisicità alla trascendenza/spiritualità, si trasforma in superamento della normale fruizione musicale.

“… e come nuvole bianche, senza meta ne età, verso la libertà, sii te stesso per me…”

Bellissimo l’artwork, che trae spunto da un dipinto di Carlo Bertocci (Rosa Rosae, 2016) di cui Donella parla nell’intervista a seguire…

Disco imperdibile!


L’intervista a Donella Del Monaco

E’ da poco uscito “Rosa Rosae”, un ritorno alla discografia per te e per gli Opus Avantra.
E’ bene che chi ascolta possa utilizzare una chiave di lettura propria, ma penso sia interessante il pensiero dei protagonisti: che cosa contiene l’album dal punto di vista del messaggio, partendo dalla decodificazione del titolo?

“Rosa Rosae” ha più significati: è la prima declinazione, la prima parola che si impara del latino, così come per noi questo CD rappresenta una ripartenza verso nuovi linguaggi e approdi musicali. La Rosa è anche simbolo d'amore, come i testi che ruotano attorno a questo tema, ma dal termine “Rosa” deriva anche il Rosario, rito devozionale che, come un mantra, cerca di avvicinarsi al mistero dell'anima.

Che tipo di evoluzione rappresenta rispetto al passato, almeno negli intenti, se pensiamo agli aspetti meramente musicali?

E' una via nuova, che dà molto spazio alla composizione strutturata, talvolta usando il contrappunto, talvolta complessità armoniche e ritmiche. A tratti risente di ispirazioni stravinskijane, eppure il ritmo del rock e la forza della batteria sono ben presenti.

Come si può suddividere la fase creativa di “Rosa Rosae”, tra te e Paolo Troncon, e come si è sviluppata nel successivo lavoro di squadra?

Risponde Paolo Troncon:
Si è trattato di un lavoro dal punto di vista artistico ed estetico svolto in piena condivisione, all’interno del quale ognuno dei due ha avuto specifici e diversi ruoli. I testi sono stati scritti dopo la composizione delle musiche, musiche che sono state poi adattate alla vocalità di Donella (nei registri e nelle tonalità) e in certi casi anche modificate nella struttura formale iniziale. L’arrangiamento strumentale, inizialmente scritto da me per tutti gli strumenti, ha poi visto alcune modifiche sulla base delle idee emerse nel lavoro di gruppo.

Lo si può considerare un concept album?

Direi di sì, anche se si tratta di una suite di canzoni. Il concept è presente sia nel tema unico, l'amore umano e spirituale, con testi in italiano e latino, ma soprattutto nella ricerca della coerenza del linguaggio musicale, strutturato e complesso sul piano compositivo ma incalzante ritmicamente.

E’ rimasto come obiettivo primario quello di salvaguardare il mix tra opera, avanguardia e tradizione?
In linea generale sì, ma con l'adattamento temporale della visione attuale. Oggi molti autori e gruppi usano mixare opera, musica classica e rock. Non è più una novità.
In fondo si può dire che la visione Opus Avantra sia entrata nel modo corrente di fare musica, basti pensare alla migliore musica da film. Noi oggi abbiamo scelto una via che affonda ulteriormente nella struttura compositiva della grande scuola musicale del Novecento, una radice storica che ci appartiene, che è parte della nostra identità e cultura occidentale e che non va tradita. Però la componente vitale del rock continua a emozionarci e l'abbiamo esaltata il questo lavoro.

Mi parli del tuo/vostro team fisso… lo zoccolo duro, e dei collaboratori esterni?

In Opus Avantra dobbiamo distinguere due aspetti: i fondatori (Donella, Alfredo Tisocco e Giorgio Bisotto) che hanno focalizzato la visione, la linea direttrice, e cioè la trasversalità ai generi musicali sintetizzata dal nome stesso Opus Avan(guardia), Tra(dizione), dal gruppo interpretativo i cui componenti possono cambiare durante i lunghi anni trascorsi dalla sua fondazione nel lontano 1974. Un discorso a parte è il rapporto col compositore Paolo Troncon a cui ho chiesto un apporto sostanziale di creatività per immergersi in questa via, ma da un suo punto di vista.
Oggi i componenti del gruppo sono oltre a me, Mauro Martello (flauti, sax e duduk) elemento oramai cardine e storico, con le sue strepitose improvvisazioni e la sua varietà di strumenti e giochi timbrici, sua è anche la canzone “Vento del Nord”, dove duetto con Jenny Sorrenti. Poi al violoncello Laura Balbinot, virtuosa e in più sapiente improvvisatrice, al pianoforte Paolo Troncon con il suo tocco classico, alle tastiere Andrea De Nardi, giovane e bravissimo, e infine alla batteria Giorgio Cedolin, creativo e vigoroso.

Nel disco sono presenti molti ospiti autorevoli: come è nata la scelta?

E' nata sostanzialmente per la stima nei loro confronti e per le loro capacità, e inoltre devo ringraziare Renato Marengo, il produttore artistico: Jenny Sorrenti è un'artista molto creativa e ha praticamente creato il suo suggestivo intervento; Lino Vairetti era perfetto per “Sceleratus”, un brano tra il medioevo e Stravinskij, tra il sulfureo ed il mistico. Tony Esposito, con le sue magiche percussioni, è arrivato per chiudere il cerchio col primo lavoro OpusAvantra, “Introspezione”, dove era il percussionista, e infine Alberto Radius, che con i suoi assoli di chitarra elettrica scoppia come una sorpresa in un brano di ascendenza gregoriana.

Non amo molto le etichette, ma a volte facilitano l’avvicinamento dei curiosi: come definiresti la vostra musica, all’interno del panorama attuale?

Molto... “fuori”! Anzi mi sono stupita delle bellissime recensioni!

Colpisce all’impatto l’immagine di copertina: come nasce l’artwork?

La copertina è un quadro di Carlo Bertocci il cui titolo è “Rosa Rosae”! Per questo il nostro discografico Vannuccio Zanella della M&P Records ce lo ha fatto vedere e ce ne siamo innamorati. Il progetto grafico è di Giorgio Cedolin che, oltre a essere batterista è docente universitario di grafica.

Come pubblicizzerete il disco? Sono previsti concerti e presentazioni?

Per questo ci hanno pensato Renato Marengo e Vannuccio Zanella. A Roma è stata fatta una presentazione ufficiale alla Discoteca di Stato per la stampa, mentre M&P Records ha raccolto moltissime recensioni da molte parti del mondo, oltre che naturalmente in Italia. Per i concerti abbiamo iniziato a Treviso per il festival letterario Carta Carbone, a Roma al Planet, a Pistoia al Festival della Musica, a Cento per l'omaggio a Demetrio Stratos, a San Donà di Piave al Teatro Astra per il Festival Prog, a Catanzaro al Museo del Rock, poi a Faenza per il MEI, a Marghera nella rassegna “Musiche altre”, a Bassano, al Castello di Soncino e una ripresa a Treviso a Palazzo di Francia.


TRACKLIST:

1 – Nuvole Bianche
2 – Pi-greco
3 – Mandala
4 – Sceleratus
5 – Rosa Rosae
6 - Vento del Nord
7 – Cyrcles
8 – Aurea Lyra
9 – Ineffabile Realtà

Sito internet di DONELLA DI MONACO: www.donelladelmonaco.com


martedì 6 agosto 2019

Accadde a Noli la scorsa estate...


Alcuni giorni fa ho commentato una performance rock a cui ho assistito casualmente, una come tante a cui è possibile assistere nel periodo estivo, favorita dal clima e dalla voglia di stare all’aria aperta, magari in compagnia.
Sono quelle le occasioni in cui si scoprono o si ritrovano musicisti di “alto lignaggio”, in ruoli differenti da quelli conosciuti o più frequenti.

E’ quanto mi è accaduto lo scorso anno nelle vie antiche di Noli, paesino incantevole delle Riviera Ligure in provincia di Savona, che nel periodo estivo si accende, incrementando la popolazione e le iniziative a carattere culturale.

In quell’occasione mi sono imbattuto nel mio amico Edmondo Romano, intento a disegnare musicalmente i vicoli assieme a Fabio Rinaudo, Davide Baglietto e Claudio De Angeli.

Ecco cosa proponeva il quartetto…

domenica 4 agosto 2019

La reunion di ELP nel 2010: il video dell'intera performance


La reunion di ELP (note catturate dalla rete)

Nel 1991, sull'onda di un revival che contagia molti gruppi degli anni Settanta, gli Emerson, Lake & Palmer si ritrovano per realizzare "Black Moon", uscito poi nel 1992, seguito da un live registrato alla Royal Albert Hall di Londra; quindi segue un album ("In the Hot Seat"), realizzato tra grandi difficoltà a causa dei disaccordi col produttore Keith Olsen e dei problemi al braccio destro di Keith Emerson.
Dopo altri tre tour, dal 1996 al 1998, ancora una volta il tipo di musica proposta si dimostrerà di poco interesse per il grande pubblico, e il trio si scioglierà nuovamente. Dal concerto del Festival Jazz di Montreux del 1997 verrà tratto un DVD dal vivo, "Live at Montreux 1997".

Voci sempre più insistenti annunciavano nel 2008 un'ulteriore riunione, questa volta con un tour e un disco che si proponevano di ricalcare maggiormente i fasti e il livello artistico dei primi lavori degli anni Settanta. A causa degli impegni musicali di Palmer - un tour con la "Carl Palmer Band" e uno con la formazione originale degli Asia -, il progetto fu rinviato e cominciarono a pervenire dubbi sulla concretizzazione della tanto attesa reunion per l'autunno 2009. Purtroppo l'unica conferma della ufficialità delle voci venne data nel momento in cui i piani saltarono: Keith Emerson sul suo sito pubblicò la notizia dell'annullamento del tour di Emerson, Lake and Palmer dovuto a motivi di salute, confermando implicitamente che il progetto esisteva e stava per realizzarsi. Secondo quanto dichiarato da Emerson, i problemi alla sua mano destra non gli consentivano di suonare le tastiere «agli alti standard ai quali era solito», per cui si diceva rammaricato di dover annullare le sue date, sia con ELP che con la Keith Emerson Band.



Alla fine, dopo rinvii e impedimenti vari, la riunione del gruppo si concretizzò in un unico concerto in occasione dell'High Voltage Festival, nella giornata del 25 luglio 2010 al Victoria Park di Londra.

Ecco l’intera esibizione di ELP…


1. Karn Evil 9: 1st Impression - Part 2
2. The Barbarian
3. Bitches Crystal
4. Knife Edge
5. From The Beginning
6. Touch and Go
7. Medley: Take a Pebble / Tarkus (Eruption, Stones Of Years, Iconoclast, Mass, Battlefield, Aquatarkus)
8. Farewell To Arms
9. Lucky Man
10. "Pictures At An Exhibition" Medley (Promenade, The Gnome, The Sage, The Hut of Baba Yaga, The Great Gates of Kiev)
11. Fanfare for the Common Man / Drum Solo / Rondo

- Keith Emerson / keyboards (R.I.P.)
- Greg Lake / vocals, bass, acoustic guitar (R.I.P.)
- Carl Palmer / drums, percussion