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lunedì 3 maggio 2010

Morte di Jimi Hendrix


Ho ancora fresco nella memoria il giorno in cui arrivò la notizia che Jimi Hendrix era stato trovato morto. Avevo 14 anni e avevo da poco visto Woodstock e Jimi era per me un mito.
Qualche mese fa, è uscito un articolo sulla Stampa online dove veniva descritta una verità diversa da quella conosciuta, e il decesso per overdose veniva trasformato in omicidio.

Vediamo quelle note.

I fan più irriducibili non si arrendono al finale aperto firmato dal medico legale e continuano ad arrovellarsi sulle ultime ore del grande Jimi Hendrix nella camera spoglia del Samarkand hotel, nel cuore della vulcanica Londra del 1970. Che gli eroi si spengano giovani e spesso in circostanze poco chiare è l’assioma di chi si nutre di leggende. Figurarsi nel caso del rocker rivoluzionario considerato dalla rivista Rolling Stone Magazine il maggior chitarrista della storia della musica. Il libro di un ex tecnico di Hendrix, James «Tappy» Wright, riapre ora il caso svelando un retroscena inedito e destinato a scatenare i patiti della dietrologia. Secondo Wright, che a giugno lancerà in Gran Bretagna Rock Roadie, memorie di un fonico all’ombra dei concerti di Tina Turner e Elvis Presley, l’icona di Woodstock non morì d’overdose, come spesso vagheggiato, ma fu ucciso dal suo manager disposto a tutto pur d’incassarne la polizza sulla vita. A rivelargli il delitto, spiega l’autore nella prefazione, fu lo stesso assassino, Michael Jeffrey, dopo una pesantissima sbronza carica di fantasmi e rimorsi.

«Non riuscivo a sostenere quella conversazione, a guardare l’uomo che conoscevo da così tanto tempo, la sua faccia pallida e la fila dei bicchieri vuoti davanti a lui», scrive «Tappy» Wright. L’episodio risale al ‘71, un anno dopo la scomparsa di Hendrix. La sera del 18 settembre 1970 i medici archiviano il decesso come «intossicazione da barbiturici e annegamento nel vomito» lasciando aperta l’ipotesi sulle cause. Se avessero anche solo menzionata l’eventualità di un suicidio l’assicurazione avrebbe dato battaglia. Invece, forte del mistero, Jeffrey si presenta alla cassa e riscuote, senza colpo ferire, 2 milioni di dollari, l’equivalente di 1,2 milioni di sterline attuali (1,3 milioni di euro).
Un gol a porta vuota. Salvo portarsi dentro il segreto machbetiano fino a un quantitativo di alcol sufficiente a giustificare la confessione: «Dovevo farlo Tappy, capisci non è vero? Dovevo farlo. Sai dannatamente bene ciò di cui parlo. Dovevo farlo, Jimi mi sarebbe stato più redditizio da vivo che da morto. Quel figlio di puttana voleva mollarmi. Se lo avessi perso avrei perso tutto».
La versione ufficiale della storia è rimasta finora sigillata tra le pareti omertose del Samarkand hotel, dove Hendrix viveva all’epoca con Monika Dannemann, una giovane donna conosciuta pochi giorni prima. Una sequenza da mattinale della questura: gli infermieri dell’ambulanza che trovano il corpo del chitarrista riverso sul letto al centro della stanza deserta, il gas acceso, la porta spalancata, nessuna traccia di chi ha chiamato il 999. Lo sfogo di Jeffrey con l’ignaro Wright svelerebbe, se provato, l’anello mancante: «Ero a Londra la notte della sua morte, Tappy. Con alcuni vecchi amici andammo a gironzolare intorno alla camera di Monika. Presi una manciata di pillole, le ficcai in bocca a Jimi e gli versai in gola diverse bottiglie di vino». Hendrix muore alcune ore dopo all’ospedale lasciando al mondo della musica la meteora dei suoi 27 anni e un’ultima chicca, l’album non ancora completato First Rays Of The New Rising Sun.




L’epilogo della storia o l’ennesima puntata d’una leggenda eterna quanto la Jimi Hendrix Experience? Nel ‘92 John Bannister, il chirurgo che aveva seguito Hendrix al pronto soccorso, scrisse in un articolo d’essere convinto che il chitarrista fosse «annegato» nel vino nonostante la scarsa percentuale di alcol trovata nel sangue: «Ricordo nitidamente la quantità di vino che c’era nel suo stomaco e nei polmoni. Pensai che avesse preso sedativi e bevuto moltissimo prima di andare a dormire. Sospetto che si sia strozzato con l’alcol, a casa o lungo la strada per l’ospedale». Inutile sperare che Jeffrey aggiunga nuovi dettagli o smentisca quelli rivelati da «Tappy»: è morto un incidente aereo nel ‘72, neppure il tempo di spendere interamente l’eredità del mito.
(Francesca Paci)


lunedì 7 gennaio 2008

Jimi Hendrix



Da quando ho aperto questo blog, dichiarando che avrei dedicato lo spazio maggiore alla musica, ho tralasciato molti mostri sacri a me cari.
La mia idea è quella di "incontrarli" tutti, prima o poi, intendendo l'incontro su queste pagine una sorta di omaggio a chi tanto mi ha dato attraverso il mondo dei suoni.
Però dover raccontare qualcosa di originale su qualche mito,che magari da 40 anni calca i palcoscenici, è davvero difficile, e le cose che posso aggiungere restano nel "recinto che contiene aneddoti o pensieri personali"e quindi di relativo interesse.
Questa sorta di pudore, di rispetto verso gli Dei, mi spinge spesso alla ricerca di cose ormai perse, forse minori nell'immaginario collettivo, ma di assoluto valore.
Parlo di band e musicisti che hanno fatto la storia della musica, e che riscopro sempre con piacere, spesso con entusiasmo... quell'eccitazione che poi mi spinge verso nuove, incessanti ricerche.

Ma oggi, non so perché, è giorno da miti ed il mio pensiero ricade su Jimi Hendrix.
Il web è zeppo di discografie, biografie, testi e fotografie, e nulla potrei aggiungere.

A seguire uno stralcio di quanto già scritto un anno fa nel sito "Itullians".

"La prima opera, trovata sotto l'albero di Natale, racconta la vita di Jimi Hendrix. Si intitola "La stanza degli specchi" ed e' scritto da Charles Cross.
Sono a ¾ di libro ed ho raggiunto ormai il 1969 ed io ricordo perfettamente quel giorno di settembre del '70, quando si diffuse la notizia della morte di Jimi.
Avevo da poco visto il film " Woodstock" e quindi sapevo bene chi fosse Hendrix, anche se avevo solo 14 anni.
Nella lettura sono quindi ad un anno dal decesso e non ho trovato ancora niente di bello in quella vita.
Le star sono irraggiungibili e facilmente invidiabili, ma io non penso ci sia qualcosa da rubare in quell'esistenza.
Qualità tecniche mostruose, genio musicale, artista, compositore ed interprete rivoluzionario, uomo capace di segnare una svolta nell'utilizzo della chitarra elettrica.
Leggendo di lui ci si aspetta un inizio difficile ed una morte precoce. Tra i due opposti si pensa ad una vita da favola.
Niente di tutto questo.
Infanzia da fame e senza regole. Morte in pieno eccesso e trasgressione. Fatica enorme per arrivare, attorno ai 25 anni, ad essere conosciuto ed apprezzato.
Ecco ciò che mi ha impressionato, una gavetta lunghissima, tra stenti di ogni genere e con pochi affetti certi, e nessuna possibilità di godere della proprio immensità.
Altre rock star contemporanee sono ancora in auge e vivono nel pieno del successo, con qualche pausa e tanta luce.
Lui no.
Un vita davvero brutta che non auguro a nessuno."

A me piace pensare che Hendrix si sentisse a proprio agio anche tra gente comune,in una via di Seattle o Londra, come nella foto del post, e non esclusivamente on stage.

Ed ora ascoltiamo uno dei miei pezzi preferiti: "Hey Joe"