Dick Parry se n’è andato a 83 anni, lasciando dietro di sé un suono che
ha attraversato generazioni. Non era “Dick Party”, come talvolta capita di
leggere per errore: il suo nome era Dick Parry, sassofonista britannico
legato indissolubilmente ai Pink Floyd e a una stagione irripetibile della
musica rock.
Parry apparteneva a quella categoria rara di strumentisti che
non hanno bisogno di stare al centro del palco per diventare fondamentali. Il
suo sax creava un’atmosfera, una voce parallela a quella della chitarra di
David Gilmour, capace di rendere i brani dei Pink Floyd più profondi, più
umani, più cinematografici.
Le sue frasi in Money, Us and Them, Shine On
You Crazy Diamond e Wish You Were Here sono entrate nella memoria
collettiva come elementi strutturali del linguaggio della band.
La notizia della morte è arrivata da David Gilmour,
con poche parole, intime e asciutte: “Il mio caro amico Dick Parry è morto
questa mattina.”
Un legame nato quando entrambi avevano diciassette anni,
molto prima della fama, molto prima dei palchi immensi. Parry e Gilmour avevano
suonato insieme in varie formazioni locali di Cambridge, e fu proprio Gilmour a
portarlo in studio con i Pink Floyd nei primi anni Settanta.
Parry non era un membro ufficiale della band, ma la sua presenza è stata determinante in momenti cruciali:
The Dark Side of the Moon (1973) - dove il suo sax diventa
parte dell’identità stessa dell’album.
Wish You Were Here (1975) - contributi eleganti,
intensi, riconoscibili.
The Division Bell (1994) e Pulse (1995) - il
ritorno, ormai come firma sonora consolidata.
Live 8 (2005) - una delle ultime apparizioni con la band, in un momento storico.
Oltre ai Pink Floyd, Parry ha collaborato con artisti come John Entwistle, Rory Gallagher, Bonzo Dog Band, Violent Femmes e persino con gli Who nei tour del 1979 e 1980.
Gilmour lo ha ricordato parlando di un tocco inconfondibile,
di una “firma di enorme bellezza conosciuta da milioni di persone”. Ed è forse
questo il modo più giusto per salutarlo: non con la retorica, ma con la
consapevolezza che certe voci non scompaiono, ma restano sospese, come un
assolo che continua a vivere anche quando la band ha già smesso di suonare.
